sabato 19 novembre 2011
Il Sabato dei Salmi - Salmo 79 - Lamento nazionale
Salmo 79
Lamento nazionale
[1]Salmo. Di Asaf.
O Dio, nella tua eredità sono entrate le nazioni,
hanno profanato il tuo santo tempio,
hanno ridotto in macerie Gerusalemme.
[2]Hanno abbandonato i cadaveri dei tuoi servi
in pasto agli uccelli del cielo,
la carne dei tuoi fedeli
agli animali selvaggi.
[3]Hanno versato il loro sangue come acqua
intorno a Gerusalemme, e nessuno seppelliva.
[4]Siamo divenuti l'obbrobrio dei nostri vicini,
scherno e ludibrio di chi ci sta intorno.
[5]Fino a quando, Signore, sarai adirato: per sempre?
Arderà come fuoco la tua gelosia?
[6]Riversa il tuo sdegno sui popoli che non ti riconoscono
e sui regni che non invocano il tuo nome,
[7]perché hanno divorato Giacobbe,
hanno devastato la sua dimora.
[8]Non imputare a noi le colpe dei nostri padri,
presto ci venga incontro la tua misericordia,
poiché siamo troppo infelici.
[9]Aiutaci, Dio, nostra salvezza,
per la gloria del tuo nome,
salvaci e perdona i nostri peccati
per amore del tuo nome.
[10]Perché i popoli dovrebbero dire:
«Dov'è il loro Dio?».
Si conosca tra i popoli, sotto i nostri occhi,
la vendetta per il sangue dei tuoi servi.
[11]Giunga fino a te il gemito dei prigionieri;
con la potenza della tua mano
salva i votati alla morte.
[12]Fà ricadere sui nostri vicini sette volte
l'affronto con cui ti hanno insultato, Signore.
[13]E noi, tuo popolo e gregge del tuo pascolo,
ti renderemo grazie per sempre;
di età in età proclameremo la tua lode.
Commento dal sito http://www.padrelinopedron.it
Il salmo è una lamentazione nazionale. Gli ebrei lo recitano il venerdì sera davanti al muro del pianto a Gerusalemme.
Il salmista introduce il peccato d’Israele come una della cause della rovina: la collera e la giustizia di Dio non potevano restare indifferenti di fronte al male commesso dal suo popolo. La distruzione di Gerusalemme diventa quindi un atto del giusto giudizio di Dio e la ricostruzione non potrà avvenire che dopo l’espiazione e il perdono.
A volte è stato rimproverato alla religione biblica di essere solo la consolazione degli oppressi, di essere solo l’alimento della più sterile rassegnazione. Era l’accusa di Nietzsche e di Lenin al cristianesimo.
Questo salmo è, invece, la rivelazione del vero senso della rassegnazione biblica, cioè quello di un abbandono a un Dio che prima o poi si impegnerà con noi a lottare per la giustizia.
Commento dei padri della chiesa
v. 1 "Il salmista canta questo salmo per i giudei massacrati al tempo dei Maccabei (cfr. 1Mac 7,17)" (Atanasio).
"Non se la prendono solo col tuo popolo, ma col tuo tempio; hanno profanato il tuo altare con sacrifici offerti ai demoni" (Teodoreto).
v. 2 "Gli uccelli da preda sono i demoni" (Origene).
"La carneficina dei santi senza sepoltura non può porsi storicamente che al tempo dei Maccabei" (Eusebio).
v. 3 "Come acqua, cioè a fiotti e come cosa senza valore. Annuncia i martiri cristiani la cui morte è preziosa davanti a Dio e disprezzata dagli uomini" (Agostino).
v. 8 "Preghiera nobilissima dei Maccabei: la loro virtù era grande, ma non la ricordano mai, domandano a Dio di dimenticare i peccati passati" (Teodoreto).
"La tua misericordia, che è tuo Figlio, venga a noi, che ci siamo fatti poveri per lui" (Girolamo).
"Venga per prima la misericordia, altrimenti il peccatore non sarà assolto, perché siamo troppo poveri, troppo sprovvisti di opere buone; noi non potremmo offrire nulla alla giustizia, se il rigore dell’equità cominciasse ad esaminarci" (Cassiodoro).
"La natura umana ha perduto i doni soprannaturali e la parentela con Dio. Essendo intervenuto il peccato, siamo stati spogliati dell’immortalità e siamo caduti nelle mani di un crudele malfattore: satana. Ma, impoveriti all’estremo, ci siamo arricchiti nel Cristo e abbiamo ricuperato i nostri beni antichi, perché lui che era ricco si è fatto povero per noi, per arricchirci per mezzo della sua povertà (cfr. 2Cor 8,9)" (Cirillo di Alessandria).
v. 12 "Sette volte significa: in questa vita. Otto volte significherebbe: nella vita futura. Rendi loro un castigo insaziabile e più duro del nostro" (Origene).
"Retribuiscili con un supplizio che li converta" (Eusebio).
"Sette volte significa il massimo" (Teodoreto).
"La vendetta è domandata in questo mondo perché serva loro di correzione e si convertano: le pene di questa vita eviteranno quelle dell’altra vita. Sette volte significa la pienezza del dono celeste: Dio li purifichi sette volte come l’argento nel crogiolo" (Cassiodoro).
v. 13 "Il tuo popolo, fatto dei due popoli giudeo e cristiano... Beati quelli che gioiscono nella tua pace! Beati quelli che soffrono sotto i tuoi flagelli!" (Cassiodoro).
giovedì 17 novembre 2011
Catechismo della Chiesa Cattolica - LII
Proseguiamo l'appuntamento volto alla conoscenza del Catechismo della Chiesa Cattolica. Iniziamo oggi la lettura del secondo capitolo:
1135 La catechesi della liturgia implica prima di tutto la comprensione dell'economia sacramentale (capitolo primo). A questa luce si rivela la novità della sua celebrazione. In questo capitolo si tratterà dunque della celebrazione dei sacramenti della Chiesa. Si esporrà ciò che, nella diversità delle tradizioni liturgiche, è comune alla celebrazione dei sette sacramenti; quanto invece è specifico di ciascuno di essi sarà presentato più avanti. Questa catechesi fondamentale delle celebrazioni sacramentali risponderà alle prime domande che i fedeli si pongono a proposito di questo argomento:
— Chi celebra?
— Come celebrare?
— Quando celebrare?
— Dove celebrare?
ARTICOLO 1
CELEBRARE LA LITURGIA DELLA CHIESA
I. Chi celebra?
1136 La liturgia è « azione » di « Cristo tutto intero » (« totius Christi »). Coloro che qui la celebrano, al di là dei segni, sono già nella liturgia celeste, dove la celebrazione è totalmente comunione e festa.
I celebranti della liturgia celeste
1137 L'Apocalisse di san Giovanni, letta nella liturgia della Chiesa, ci rivela prima di tutto un trono nel cielo, e sul trono Uno seduto:64 « il Signore » (Is 6,1).65 Poi l'Agnello, « ritto [...] come immolato » (Ap 5,6):66 il Cristo crocifisso e risorto, l'unico Sommo Sacerdote del vero santuario,67 lo stesso « che offre e che viene offerto, che dona ed è donato ».68 Infine, il « fiume di acqua viva » che scaturisce « dal trono di Dio e dell'Agnello » (Ap 22,1), uno dei simboli più belli dello Spirito Santo.69
1138 « Ricapitolati » in Cristo, partecipano al servizio della lode di Dio e al compimento del suo disegno: le Potenze celesti,70 tutta la creazione (i quattro esseri viventi), i servitori dell'Antica e della Nuova Alleanza (i ventiquattro vegliardi), il nuovo popolo di Dio (i centoquarantaquattromila),71 in particolare i martiri « immolati a causa della Parola di Dio » (Ap 6,9), e la santissima Madre di Dio (Donna;72 Sposa dell'Agnello73), infine, « una moltitudine immensa, che nessuno » può contare, « di ogni nazione, razza, popolo e lingua » (Ap 7,9).
1139 È a questa liturgia eterna che lo Spirito e la Chiesa ci fanno partecipare, quando celebriamo nei sacramenti il mistero della salvezza.
I celebranti della liturgia sacramentale
1140 È tutta la comunità, il corpo di Cristo unito al suo Capo, che celebra. « Le azioni liturgiche non sono azioni private, ma celebrazioni della Chiesa, che è "sacramento di unità", cioè popolo santo radunato e ordinato sotto la guida dei Vescovi. Perciò [tali azioni] appartengono all'intero corpo della Chiesa, lo manifestano e lo implicano; i singoli membri poi vi sono interessati in diverso modo, secondo la diversità degli stati, degli uffici e dell'attuale partecipazione ».74 Per questo « ogni volta che i riti comportano, secondo la particolare natura di ciascuno, una celebrazione comunitaria con la presenza e la partecipazione attiva dei fedeli, si inculchi che questa è da preferirsi, per quanto è possibile, alla celebrazione individuale e quasi privata degli stessi ».75
1141 L'assemblea che celebra è la comunità dei battezzati i quali, « per la rigenerazione e l'unzione dello Spirito Santo, vengono consacrati a formare una dimora spirituale e un sacerdozio santo, e poter così offrire in sacrificio spirituale tutte le attività umane del cristiano ».76 Il « sacerdozio comune » è quello di Cristo, unico Sacerdote, partecipato da tutte le sue membra:77
« La Madre Chiesa desidera ardentemente che tutti i fedeli vengano guidati a quella piena, consapevole e attiva partecipazione delle celebrazioni liturgiche, che è richiesta dalla natura stessa della liturgia e alla quale il popolo cristiano, "stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato" (1 Pt 2,9),78 ha diritto e dovere in forza del Battesimo ».79
1142 Ma « le membra non hanno tutte la stessa funzione » (Rm 12,4). Alcuni sono chiamati da Dio, nella Chiesa e dalla Chiesa, ad un servizio speciale della comunità. Questi servitori sono scelti e consacrati mediante il sacramento dell'Ordine, con il quale lo Spirito Santo li rende idonei ad operare nella persona di Cristo-Capo per il servizio di tutte le membra della Chiesa.80 Il ministro ordinato è come « l'icona » di Cristo Sacerdote. Poiché il sacramento della Chiesa si manifesta pienamente nell'Eucaristia, è soprattutto nel presiedere l'Eucaristia che si manifesta il ministero del Vescovo e, in comunione con lui, quello dei presbiteri e dei diaconi.
1143 Al fine di servire le funzioni del sacerdozio comune dei fedeli, vi sono inoltre altri ministeri particolari, non consacrati dal sacramento dell'Ordine, la cui funzione è determinata dai Vescovi secondo le tradizioni liturgiche e le necessità pastorali. « Anche i ministranti, i lettori, i commentatori, e tutti i membri del coro svolgono un vero ministero liturgico ».81
1144 In questo modo, nella celebrazione dei sacramenti, tutta l'assemblea è « il liturgo », ciascuno secondo la propria funzione, ma nell'« unità dello Spirito » che agisce in tutti. « Nelle celebrazioni liturgiche ciascuno, ministro o fedele, svolgendo il proprio ufficio, compia solo e tutto ciò che, secondo la natura del rito e le norme liturgiche, è di sua competenza ».82
PARTE SECONDA
LA CELEBRAZIONE DEL MISTERO CRISTIANO
SEZIONE PRIMA
L'ECONOMIA SACRAMENTALE
CAPITOLO SECONDO
LA CELEBRAZIONE SACRAMENTALE DEL MISTERO PASQUALE
— Chi celebra?
— Come celebrare?
— Quando celebrare?
— Dove celebrare?
ARTICOLO 1
CELEBRARE LA LITURGIA DELLA CHIESA
I. Chi celebra?
1136 La liturgia è « azione » di « Cristo tutto intero » (« totius Christi »). Coloro che qui la celebrano, al di là dei segni, sono già nella liturgia celeste, dove la celebrazione è totalmente comunione e festa.
I celebranti della liturgia celeste
1137 L'Apocalisse di san Giovanni, letta nella liturgia della Chiesa, ci rivela prima di tutto un trono nel cielo, e sul trono Uno seduto:64 « il Signore » (Is 6,1).65 Poi l'Agnello, « ritto [...] come immolato » (Ap 5,6):66 il Cristo crocifisso e risorto, l'unico Sommo Sacerdote del vero santuario,67 lo stesso « che offre e che viene offerto, che dona ed è donato ».68 Infine, il « fiume di acqua viva » che scaturisce « dal trono di Dio e dell'Agnello » (Ap 22,1), uno dei simboli più belli dello Spirito Santo.69
1138 « Ricapitolati » in Cristo, partecipano al servizio della lode di Dio e al compimento del suo disegno: le Potenze celesti,70 tutta la creazione (i quattro esseri viventi), i servitori dell'Antica e della Nuova Alleanza (i ventiquattro vegliardi), il nuovo popolo di Dio (i centoquarantaquattromila),71 in particolare i martiri « immolati a causa della Parola di Dio » (Ap 6,9), e la santissima Madre di Dio (Donna;72 Sposa dell'Agnello73), infine, « una moltitudine immensa, che nessuno » può contare, « di ogni nazione, razza, popolo e lingua » (Ap 7,9).
1139 È a questa liturgia eterna che lo Spirito e la Chiesa ci fanno partecipare, quando celebriamo nei sacramenti il mistero della salvezza.
I celebranti della liturgia sacramentale
1140 È tutta la comunità, il corpo di Cristo unito al suo Capo, che celebra. « Le azioni liturgiche non sono azioni private, ma celebrazioni della Chiesa, che è "sacramento di unità", cioè popolo santo radunato e ordinato sotto la guida dei Vescovi. Perciò [tali azioni] appartengono all'intero corpo della Chiesa, lo manifestano e lo implicano; i singoli membri poi vi sono interessati in diverso modo, secondo la diversità degli stati, degli uffici e dell'attuale partecipazione ».74 Per questo « ogni volta che i riti comportano, secondo la particolare natura di ciascuno, una celebrazione comunitaria con la presenza e la partecipazione attiva dei fedeli, si inculchi che questa è da preferirsi, per quanto è possibile, alla celebrazione individuale e quasi privata degli stessi ».75
1141 L'assemblea che celebra è la comunità dei battezzati i quali, « per la rigenerazione e l'unzione dello Spirito Santo, vengono consacrati a formare una dimora spirituale e un sacerdozio santo, e poter così offrire in sacrificio spirituale tutte le attività umane del cristiano ».76 Il « sacerdozio comune » è quello di Cristo, unico Sacerdote, partecipato da tutte le sue membra:77
« La Madre Chiesa desidera ardentemente che tutti i fedeli vengano guidati a quella piena, consapevole e attiva partecipazione delle celebrazioni liturgiche, che è richiesta dalla natura stessa della liturgia e alla quale il popolo cristiano, "stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato" (1 Pt 2,9),78 ha diritto e dovere in forza del Battesimo ».79
1142 Ma « le membra non hanno tutte la stessa funzione » (Rm 12,4). Alcuni sono chiamati da Dio, nella Chiesa e dalla Chiesa, ad un servizio speciale della comunità. Questi servitori sono scelti e consacrati mediante il sacramento dell'Ordine, con il quale lo Spirito Santo li rende idonei ad operare nella persona di Cristo-Capo per il servizio di tutte le membra della Chiesa.80 Il ministro ordinato è come « l'icona » di Cristo Sacerdote. Poiché il sacramento della Chiesa si manifesta pienamente nell'Eucaristia, è soprattutto nel presiedere l'Eucaristia che si manifesta il ministero del Vescovo e, in comunione con lui, quello dei presbiteri e dei diaconi.
1143 Al fine di servire le funzioni del sacerdozio comune dei fedeli, vi sono inoltre altri ministeri particolari, non consacrati dal sacramento dell'Ordine, la cui funzione è determinata dai Vescovi secondo le tradizioni liturgiche e le necessità pastorali. « Anche i ministranti, i lettori, i commentatori, e tutti i membri del coro svolgono un vero ministero liturgico ».81
1144 In questo modo, nella celebrazione dei sacramenti, tutta l'assemblea è « il liturgo », ciascuno secondo la propria funzione, ma nell'« unità dello Spirito » che agisce in tutti. « Nelle celebrazioni liturgiche ciascuno, ministro o fedele, svolgendo il proprio ufficio, compia solo e tutto ciò che, secondo la natura del rito e le norme liturgiche, è di sua competenza ».82
mercoledì 16 novembre 2011
Verità della Fede - XLII
Tornano gli approfondimenti sulle "Verità della Fede" attraverso le attente analisi di Sant'Alfonso Maria de' Liguori. Nel precedente capitolo, Sant'Alfonso dimostra l'autenticità della Chiesa Cattolica a differenza di altre chiese. Nel presente capitolo suddiviso in due paragrafi viene maggiormente dimostrata la falsità della religione riformata (protestantesimo). Cominciamo con il primo paragrafo, mentre per il secondo diamo appuntamento alla prossima settimana:
Verità della Fede
di Sant'Alfonso Maria de' Liguori
PARTE TERZA
CONTRO I SETTARJ CHE NEGANO LA CHIESA CATTOLICA ESSERE L'UNICA VERA
CAP. VI.
Falsità della religione pretesa riformata.
CONTRO I SETTARJ CHE NEGANO LA CHIESA CATTOLICA ESSERE L'UNICA VERA
CAP. VI.
Falsità della religione pretesa riformata.
§. 1. Si prova esser falsa primieramente perché manca a' loro capi la divina missione.
1. Bisogna dire a questi novelli maestri di fede quel che dicea Tertulliano a' novatori dei suoi tempi: Qui estis vos? quando et unde1? Diteci, Lutero, Zuinglio, Calvino, Socino, donde siete venuti? Voi eravate già nella chiesa romana; da quella chi vi ha mandati a predicare queste nuove dottrine che avete sparse? Dice l'apostolo che ogni predicazione bisogna che sia approvata dalla legittima missione: Quomodo praedicabunt, nisi mittantur? Quindi gli apostoli, parlando di alcuni ch'erano andati a predicare a' gentili senza essere stati da loro messi, avvertirono que' neofiti che non li sentissero, appunto perché erano andati a predicare a coloro (come dissero) quibus non mandavimus2.
2. È vero che la missione può essere di due sorte, ordinaria e straordinaria. Può sì bene darsi la missione straordinaria, come fu quella di s. Paolo; ma una tal missione non sarà mai stimata legittima, se non è comprovata da una rara santità di vita ed insieme da' miracoli. Tale fu la missione di s. Paolo, il quale perciò scrisse: Tametsi nihil sum, signa tamen apostolatus mei facta sunt super vos in omnia patientia, in signis et prodigiis et virtutibus3. E pure san Paolo, benché eletto dal medesimo Signore a convertire le genti, non ardì di mettersi a tale officio, senza prenderne prima l'oracolo da s. Pietro, com'egli scrive4. Onde s. Girolamo poi dice:Ostendens (Paulus) se non habuisse securitatem evangelii praedicandi, nisi Petri, et qui cum eo erant, fuisset sententia roboratus5. Tale doveva essere ancora la missione de' capi delle sette contrarie alla chiesa romana, cioè doveva essere almeno accompagnata da una gran santità di vita e da' miracoli. Ma in quanto alla vita santa, noi vediamo che gli eresiarchi e specialmente questi ultimi del settentrione han fatta una vita indegna, non solo di cristiano, ma anche di uomo; e così hanno insegnato a vivere anche agli altri. Giova qui pertanto far menzione speciale di ciascuno per vedere come e per qual causa si ribellarono dalla chiesa.
3. E parlando in primo luogo di Lutero capo de' novatori, dee sapersi che nell'anno 1517. volendo Leone X. rifare la chiesa di s. Pietro, anzi ridurla in forma più splendida dell'antica, promulgò alcune indulgenze per coloro che volessero colle limosine concorrere alla fabbrica. Delegò pertanto l'affare in Germania a più vescovi e specialmente all'arcivescovo elettor di Magonza; e questi commise la promulgazione delle indulgenze al p. Giovanni Tetzelio domenicano. Ciò offese gli eremitani di sant'Agostino; onde Martino Lutero, trovandosi in detto tempo già fatto eremitano, istigato dalla passione, cominciò a predicare contro il valore delle indulgenze, e disseminò ancora alcune conclusioni a tal fine, le quali essendo state condannate in Roma come eretiche, si diede a pubblicare tutti gli altri suoi errori. Indi apostatò dalla sua religione, si prese per moglie una monaca Caterina de Bore, e visse poi sino alla morte, che accadde nel 1546. da bruto fra le crapole, ubbriachezze ed impudicizie. Ecco la missione del capo de' riformati1.
Passiamo agli altri.
4. Ulderico Zuinglio nacque nel 1487. a Wildhaugen nel contado di Toggembourg negli svizzeri. Fece i suoi studj a Basilea dove nel 1505. fu ricevuto per dottore in teologia, e poi fu fatto curato in Zuric. In questa città, dopo che Lutero avea già sparsi i suoi errori, cominciò egli a lodare la lettura de' libri di Lutero, ed a predicare le sue nuove dottrine, discordanti per altro in molte cose da quelle di Lutero. Poiché insegnò specialmente con Pelagio che ogni nostra buon'opera dipende dall'arbitrio umano, e che nell'eucaristia non vi è realmente il corpo di Gesù Cristo, ma il solo pane che rappresenta il di lui corpo, a cui l'uomo si unisce spiritualmente per la fede. Egli poi morì nella battaglia che nel 1531. i cantoni cattolici fecero cogli eretici, dove questi furono tagliati a pezzi.
5. Giovanni Calvino finalmente nacque in Noyon nel 1509. di parenti oscuri. Studiò in Parigi, dove avendo poi cominciato a spargere i suoi errori, fuggì di là, e, dopo aver mutati diversi paesi, si ridusse finalmente in Ginevra, in cui nel 1536. fu fatto professore di teologia. Ma di poi fu bandito anche da Ginevra come sedizioso, e passò a Strasbourg, dove si ammogliò; ma appresso ritornò a Ginevra, ed ivi insegnò per 23 anni, e morì nel 1564. Egli fu superbo ed ambizioso e preso da un'ostinazione inflessibile. Fu ancora impudico, narrandosi che in sua gioventù fu bandito anche dalla sua patria di Noyon per le sue infami sfrenatezze. Ecco come lo Spondano all'anno 1534. scrive di Calvino: Quod vero traditur vulgo, eum in turpe crimen incidisse, ac propterea in vitae discrimen, nisi poenae moderationem episcopus impetrasset, lilii candentis ad humerum inustionem et exilium. E scrive Bolzech prima discepolo di Calvino ed apostata e poi ravveduto e ritornato alla chiesa, che l'istrumento di tal condanna fu ben riconosciuto in Noyon dal Bertelerio segretario di Ginevra1.
6. Questa fu la santità de' nominati propagatori del nuovo vangelo. Vediamo ora, se fecero alcun miracolo in conferma della loro vantata straordinaria missione divina. Ma parlando dei loro miracoli disse Erasmo: In quibus nec est sanctitas, nec miracula, ut qui nec caudam quidem equi sanare queant2. È celebre non però il gran miracolo che fece Lutero in Vittemberga, come narra Federigo Stafilo, prima luterano e poi convertito alla fede cattolica, il quale vi si trovò presente, e lo vide coi proprj occhi. Egli nel suo scritto intitolato: Responsio contra Iac. Smidelin pag. 404. scrive così: «Fu condotta da Misna una figliuola indemoniata a Lutero, acciò fosse da lui liberata. Egli la fece condurre nella sagrestia della chiesa, e cominciò ad esorcizzare il demonio, non come usa la chiesa cattolica, ma a modo suo. Il demonio non solo non l'ubbidì, ma lo riempì di spavento; onde Lutero cercò di uscire subito da quella stanza, ma lo spirito maligno chiuse le porte. Lutero corse alla finestra, affin di uscire almeno per quella, ma anche la trovò chiusa con ferri. In fine fu somministrata di fuori una scure, ed io come più giovane e robusto, con quella feci in pezzi la porta, e così scappammo.» Più ammirabile poi, ma più funesto fu il miracolo che fece Calvino, come scrive Girolamo Bolzech in vita Calvini cap. 13. Ivi dice così: «Un certo, nomato Bruleo, essendo povero, ricorse a Calvino, il quale promise di sovvenirlo, purché avesse egli fatta una cosa che da lui volea. La cosa era, ch'egli si fingesse morto, e che alla voce poi di esso Calvino, avesse dimostrato di risuscitare. Ubbidì il povero Bruleo, ma che avvenne? Quando Calvino gridò: Bruleo, in nome di Gesù C. alzati, quel misero non fece moto. Replicò Calvino il comando, e Bruleo non si movea. Finalmente andò la moglie a scuoterlo, e lo trovò veramente morto; ond'ella piangendo poi, e gridando ad alta voce, cominciò a raccontare in pubblico il fatto com'era andato.»
7. Posto dunque che la missione di cotesti nuovi institutori di religione non sia stata straordinaria, perché destituta della santità della vita e dei miracoli, dovrebbero essi provare che la loro missione sia stata almeno ordinaria. La missione ordinaria è quando il sommo pontefice per tutto il mondo, o pure i vescovi per le loro diocesi mandano sacerdoti a propagar la fede nei popoli. Ma i novatori come possono appropriarsi questa missione, quando essi, separandosi da' vescovi e dal capo della chiesa romana, qual è il papa, sono usciti a predicare e piantare una religione tutta opposta a quella che la chiesa romana professa? Se dunque (torniamo a replicare il detto di sopra) la chiesa romana è stata la prima fondata da Gesù Cristo e stabilita dagli apostoli, e tutte le altre società, separandosi da lei, da lei sono uscite; dunque tutte son false e scismatiche, e la sola romana è la vera chiesa di Gesù Cristo.
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1 De praescript. .c 37.
2 Act. 15. 24.
3 2. Cor. 12. 11.
4 Gal. 1. 18.
5 Epist. inter Aug. 75. n. 8.
1 Lutero nacque in Islebio della Sassonia nell'anno 1483. Egli si fece religioso tra gli eremitani di s. Agostino mosso per lo spavento di un fulmine, che uccise un suo compagno che gli stava a lato. Ebbe un ingegno acuto e vivace, né era scarso di lettere; ma non già tanto ricco, quanto la sua superbia gli facea presumere; che perciò nel disputare era molto petulante, e questa petulanza, unita alla sua loquacità, faceagli riportare da' suoi aderenti quell'applauso che non meritava. Ebbe una copiosa memoria di erudizioni, ma così confusa, che niuna materia spettante a varie istorie è stata mai da lui posta in chiaro. Fu eloquente di lingua e di penna, ma talmente scomposto e rozzo, che in tante sue opere non trovasi un periodo che possa dirsi aggiustato, e non abbia dell'inculto. Erasi così invanito di se stesso, che disprezzava tutti, anche gli scrittori più celebri della chiesa, vantandosi di aver acquistata egli la vera scienza delle cose non già da altri, ma per proprio talento: onde pretendea di abbattere Aristotile nella filosofia e s. Tommaso nella teologia.
Era egli sommamente temerario co' suoi emoli quando eran lontani; ma quando poi vi era per lui qualche pericolo da vicino, era l'uomo più timido e codardo che possa ritrovarsi. Era inoltre molto cupido ed ingordo di ricchezze per vivere da scialacquatore secondo il suo costume, ma fu sempre povero; il che riuscì sommamente intollerabile alla sua alterigia. Furono suoi seguaci più principi, ma questi attesero agl'interessi proprj, e niente pensarono a sovvenirlo; onde egli appena si alimentava col puro salario che avea della sua cattedra. Scrisse Pietro Paolo Vergerio (quell'infelice vescovo di Capo d'Istria e nunzio pontificio in Germania, che poi apostatò dalla fede, e si ritirò a vivere nell'Elvezia) che vide Lutero con un vestito così misero e logoro, che sembrava un mendico.
Egli si mosse in principio della sua perversione a vomitare i suoi errori spinto parte dallo sdegno conceputo, come dice un istorico, contro la corte di Roma, per un favore colà richiesto e non conseguito, e parte dalla gelosia presa contro i padri domenicani, per l'onore lor dato di pubblicar essi le indulgenze concesse dal papa; indi col favore de' principi suoi fautori ebbe l'agio di pervertire tante anime, che ora gli fan compagnia e corona all'inferno. Scrive il cardinal Pallavicino che Lutero dimostrò spesse volte dolore di essersi tanto inoltrato contro il pontefice e la chiesa cattolica; ma seguitò la sua esecranda impresa, perché gli parve di vedersi tagliato il ponte dietro le spalle.
Lutero morì di anni 65 nel 1546 nella stessa sua patria d'Islebio in una notte, di cui avea passata la sera in una lauta cena colle sue solite facezie. Ma prima di morire ebbe due ore di dolori così acerbi, che finalmente gli strapparono quell'anima maladetta per mandarla all'inferno. Stando vicino a spirare, rivolto a Giusto Iona suo infame discepolo, in testimonianza dell'ostinazione con cui moriva, gli disse questa bestemmia: Orate pro Domino Deo nostro et eius evangelio, ut ei bene succedat; quia concilium Tridenti et abominabilis papa graviter ei adversantur. E così detto spirò. Il suo cadavere riposto in una cassa di stagno fu come sopra un carro in trionfo portato a Wittemberga seguitato da Catarina sua concubina con tre suoi figli dentro di un cocchio e da più nobili a cavallo e gente plebea a piedi. Filippo Melantone, Giovanni Pomerano e Giusto Iona suoi primarj discepoli, tutti perorarono in lode di Lutero, e 'l Pomerano compose l'epitafio da scolpirsi sopra del di lui sepolcro: Pestis eram vivus, moriens ero mors tua, papa. Le notizie qui poste son ricavate dal Cocleo e dal cardinale Pallavicino.
1 Calvino e Lutero furono, come già si sa, l'uno più empio dell'altro, ma furono di naturali e costumi differenti. Calvino di natura malinconica e taciturna; Lutero di animo scomposto e abbondante di parole: Calvino parco di cibo e macilente di corpo, afflitto continuamente dalla emicrania e doglia di stomaco; Lutero di grossa corporatura e grassa, scialacquato ne' conviti e di buona sanità: Calvino cauto, flemmatico e perciò tedioso nel parlare; Lutero molto loquace e precipitoso e perciò benvoluto da' suoi seguaci: Calvino elegante nelle sue composizioni; Lutero di stile rozzo e disordinato. Onde successero tra loro diversi atti di sdegno. Lutero esclamava contro i Calvinisti, e Calvino contro i Luterani. Ecco come Calvino parlò di Lutero nella sua epistola 57 a Bullingero: Cognosco quidem Lutherum ut insignem Dei servum; sed sicut multis pollet virtutibus, ita magnis vitiis laborat. Lutero ebbe l'infame vanto di aver pervertita la Germania, Calvino di aver pervertita, oltre di Ginevra, l'Inghilterra e la Francia; e perché le sue infermità gli impedivano di accrescere il fuoco già acceso colla voce, egli si affaticò colla penna a mandare per tutta l'Europa molti suoi pestiferi libri in danno della fede. Calvino finalmente nell'anno 1564 a' 26 di maggio morì in età di anni 55 non ancora terminati, oppresso da acerbi dolori di viscere; e non già, come scrive Teodoro Beza, placidissime, ma, come attesta Bolzech (in vita Calvini) finì la vita daemones invocans, vitae suae diras imprecans, ac suis studiis et scriptis maledicens; denique ex suis ulceribus intolerabilem foetorem emittens, in locum suum descendit. E morì odiato da' suoi stessi ginevrini, i quali nella di lui vita soleano dire: Malle se apud inferos esse cum Beza, quam apud superos cum Calvino.
2 Tract. de l. arbitr.
martedì 15 novembre 2011
La Città di Dio - XL parte
Riprendiamo la lettura dell'opera di Sant'Agostino nota come "La città di Dio": continua la lettura del libro quarto dell'opera che si sofferma sull'imperialismo romano; oggi continuiamo a vedere il Santo d'Ippona "esaminare" a fondo la religione politeista romana:
Libro quarto
IMPERIALISMO ROMANO E POLITEISMO
24. È opportuno esaminare le loro spiegazioni. Ma si deve proprio credere, domandano i pagani, che i nostri vecchi fossero stupidi al punto da non sapere che questi erano doni divini e non dèi? Sapevano che tali favori sono accordati soltanto dalla munificenza di un dio. Ma quando non avevano fra mano il nome degli dèi, denominavano gli dèi dal nome delle cose che, a loro giudizio, erano accordate dagli dèi stessi. Pertanto aggiungevano dei suffissi alle parole, come da bellum (guerra) Bellona e non Bello, dalle cune Cunina e non Cuna, da segetes (messi) Segezia e non Segete, dai pomi Pomona e non Pomo, dai bovi Bovona e non Bove. In certi casi sono stati denominati come le cose senza la flessione della parola, come Pecunia (ricchezza) è stata chiamata dea perché dà la ricchezza e non perché essa stessa sia stata considerata dea. E così Virtù perché dà la virtù, Onore perché dà l'onore, Concordia perché dà la concordia, Vittoria perché dà la vittoria. Allo stesso modo, dicono i pagani, nel concetto della dea Felicità non si volge l'attenzione a lei che viene data ma all'essere divino da cui è data la felicità.
25. Datami questa spiegazione, forse potrò convincere più facilmente del mio assunto quei pagani che non hanno il cuore troppo indurito. L'umana debolezza ha compreso fin d'allora che la felicità può essere data soltanto da un dio e lo hanno compreso anche gli uomini che adoravano molti dèi, fra cui il loro stesso re Giove. Ma poiché ignoravano il nome di colui che desse la felicità, lo vollero indicare col nome della cosa stessa che, come capivano, era data da lui. Dunque hanno indicato abbastanza chiaramente che la felicità non poteva esser data neanche da Giove che già adoravano ma certamente da colui che ritenevano di dover adorare col nome della stessa felicità. Dunque essi hanno creduto, e lo ribadisco, che la felicità è data da un Dio che non conoscevano. Lui si cerchi dunque, lui si adori e basta. Si rifiuti il chiasso di tanti demoni. Non basti questo Dio per colui al quale non basta il suo dono. Non basti, ripeto, all'adorazione il Dio datore della felicità, per colui al quale, quanto al conseguimento, non basta la felicità stessa. Ma colui a cui basta, dato che l'uomo non ha altro da desiderare, si ponga al servizio del Dio datore della felicità. Non è quello che chiamano Giove. Se lo riconoscessero come datore della felicità, non ne cercherebbero, in vista della felicità, un altro o un'altra da cui fosse data la felicità e si guarderebbero dall'adorare un Giove con tante magagne. Si dice di lui che fosse adultero con le mogli degli altri e inverecondo amatore e rapitore di un bel giovane.
26. Ma Omero, dice Cicerone, inventava questi fatti e attribuiva azioni umane agli dèi. Preferirei che avesse attribuito le divine a noi 51. Giustamente dispiacque a una persona dabbene un poeta inventore di delitti divini. Perché dunque gli spettacoli teatrali, in cui questi delitti si recitano, si cantano, si rappresentano e si esibiscono in onore degli dèi, sono assegnati dai più colti alla religione? A questo punto Cicerone protesti non contro le invenzioni dei poeti ma contro le istituzioni degli antenati. Ma anche essi protesterebbero: "Che abbiamo fatto? Gli dèi stessi hanno insistito che si rappresentassero gli spettacoli in loro onore, hanno dato comandi atroci, hanno preannunciato sventura se non si eseguivano, hanno severamente punito perché era stata trascurata qualche cosa e hanno mostrato di placarsi perché fu eseguito ciò che era stato trascurato". Fra i loro interventi e fatti meravigliosi si ricorda l'episodio che sto per narrare. Tito Latinio, campagnolo romano e padre di famiglia, era stato avvertito in sogno di riferire al senato che ricominciassero gli spettacoli romani. Era insomma dispiaciuto agli dèi, che volevano esilararsi con le rappresentazioni, il ferale comando contro un delinquente che proprio il primo giorno degli spettacoli era stato condotto al supplizio alla presenza del popolo. E poiché il tizio che era stato avvertito in sogno non ebbe il coraggio il giorno seguente di eseguire il comando, la notte appresso l'ordine si ripeté con maggiore severità. Non obbedì e perdette un figlio. La terza notte fu detto al meschino che gli sovrastava una pena maggiore se non obbediva. E poiché anche dopo questi fatti non ne ebbe il coraggio, fu colpito da un male atroce e orribile. Allora dietro consiglio degli amici fu portato al senato in lettiga, dopo aver riferito l'affare ai magistrati. Esposto il sogno, riacquistò immediatamente la salute e guarito tornò a casa con i propri piedi. Trasecolato da un prodigio così grande il senato, con sovvenzionamento quattro volte maggiore, stabilì di far ricominciare gli spettacoli 52. Chi è sano di mente può intendere che gli uomini soggetti a maligni demoni, dal cui dominio ci libera soltanto la grazia di Dio mediante il nostro Signore Gesù Cristo 53, sono costretti con la violenza ad offrire a simili dèi spettacoli che con un sano intendimento potevano essere giudicati immorali. In quegli spettacoli organizzati dal senato dietro istigazione degli dèi si rappresentavano i delitti delle divinità inventati dalla poesia. In quegli spettacoli attori dissoluti presentavano col canto e con l'azione Giove come corruttore del pudore ed erano acclamati. Se era un'invenzione, Giove si sarebbe dovuto sdegnare; se invece prendeva gusto dei propri delitti anche se inventati, perché adorarlo quando si serviva al diavolo? E proprio con questi mezzi egli, più abietto di qualsiasi romano che disapprovava quei drammi, avrebbe fondato, accresciuto, difeso il dominio di Roma? Doveva dare la felicità proprio egli che era adorato con tanta infelicità e se non era adorato in quel modo, si incolleriva per maggiore infelicità?
Libro quarto
IMPERIALISMO ROMANO E POLITEISMO
24. È opportuno esaminare le loro spiegazioni. Ma si deve proprio credere, domandano i pagani, che i nostri vecchi fossero stupidi al punto da non sapere che questi erano doni divini e non dèi? Sapevano che tali favori sono accordati soltanto dalla munificenza di un dio. Ma quando non avevano fra mano il nome degli dèi, denominavano gli dèi dal nome delle cose che, a loro giudizio, erano accordate dagli dèi stessi. Pertanto aggiungevano dei suffissi alle parole, come da bellum (guerra) Bellona e non Bello, dalle cune Cunina e non Cuna, da segetes (messi) Segezia e non Segete, dai pomi Pomona e non Pomo, dai bovi Bovona e non Bove. In certi casi sono stati denominati come le cose senza la flessione della parola, come Pecunia (ricchezza) è stata chiamata dea perché dà la ricchezza e non perché essa stessa sia stata considerata dea. E così Virtù perché dà la virtù, Onore perché dà l'onore, Concordia perché dà la concordia, Vittoria perché dà la vittoria. Allo stesso modo, dicono i pagani, nel concetto della dea Felicità non si volge l'attenzione a lei che viene data ma all'essere divino da cui è data la felicità.
25. Datami questa spiegazione, forse potrò convincere più facilmente del mio assunto quei pagani che non hanno il cuore troppo indurito. L'umana debolezza ha compreso fin d'allora che la felicità può essere data soltanto da un dio e lo hanno compreso anche gli uomini che adoravano molti dèi, fra cui il loro stesso re Giove. Ma poiché ignoravano il nome di colui che desse la felicità, lo vollero indicare col nome della cosa stessa che, come capivano, era data da lui. Dunque hanno indicato abbastanza chiaramente che la felicità non poteva esser data neanche da Giove che già adoravano ma certamente da colui che ritenevano di dover adorare col nome della stessa felicità. Dunque essi hanno creduto, e lo ribadisco, che la felicità è data da un Dio che non conoscevano. Lui si cerchi dunque, lui si adori e basta. Si rifiuti il chiasso di tanti demoni. Non basti questo Dio per colui al quale non basta il suo dono. Non basti, ripeto, all'adorazione il Dio datore della felicità, per colui al quale, quanto al conseguimento, non basta la felicità stessa. Ma colui a cui basta, dato che l'uomo non ha altro da desiderare, si ponga al servizio del Dio datore della felicità. Non è quello che chiamano Giove. Se lo riconoscessero come datore della felicità, non ne cercherebbero, in vista della felicità, un altro o un'altra da cui fosse data la felicità e si guarderebbero dall'adorare un Giove con tante magagne. Si dice di lui che fosse adultero con le mogli degli altri e inverecondo amatore e rapitore di un bel giovane.
26. Ma Omero, dice Cicerone, inventava questi fatti e attribuiva azioni umane agli dèi. Preferirei che avesse attribuito le divine a noi 51. Giustamente dispiacque a una persona dabbene un poeta inventore di delitti divini. Perché dunque gli spettacoli teatrali, in cui questi delitti si recitano, si cantano, si rappresentano e si esibiscono in onore degli dèi, sono assegnati dai più colti alla religione? A questo punto Cicerone protesti non contro le invenzioni dei poeti ma contro le istituzioni degli antenati. Ma anche essi protesterebbero: "Che abbiamo fatto? Gli dèi stessi hanno insistito che si rappresentassero gli spettacoli in loro onore, hanno dato comandi atroci, hanno preannunciato sventura se non si eseguivano, hanno severamente punito perché era stata trascurata qualche cosa e hanno mostrato di placarsi perché fu eseguito ciò che era stato trascurato". Fra i loro interventi e fatti meravigliosi si ricorda l'episodio che sto per narrare. Tito Latinio, campagnolo romano e padre di famiglia, era stato avvertito in sogno di riferire al senato che ricominciassero gli spettacoli romani. Era insomma dispiaciuto agli dèi, che volevano esilararsi con le rappresentazioni, il ferale comando contro un delinquente che proprio il primo giorno degli spettacoli era stato condotto al supplizio alla presenza del popolo. E poiché il tizio che era stato avvertito in sogno non ebbe il coraggio il giorno seguente di eseguire il comando, la notte appresso l'ordine si ripeté con maggiore severità. Non obbedì e perdette un figlio. La terza notte fu detto al meschino che gli sovrastava una pena maggiore se non obbediva. E poiché anche dopo questi fatti non ne ebbe il coraggio, fu colpito da un male atroce e orribile. Allora dietro consiglio degli amici fu portato al senato in lettiga, dopo aver riferito l'affare ai magistrati. Esposto il sogno, riacquistò immediatamente la salute e guarito tornò a casa con i propri piedi. Trasecolato da un prodigio così grande il senato, con sovvenzionamento quattro volte maggiore, stabilì di far ricominciare gli spettacoli 52. Chi è sano di mente può intendere che gli uomini soggetti a maligni demoni, dal cui dominio ci libera soltanto la grazia di Dio mediante il nostro Signore Gesù Cristo 53, sono costretti con la violenza ad offrire a simili dèi spettacoli che con un sano intendimento potevano essere giudicati immorali. In quegli spettacoli organizzati dal senato dietro istigazione degli dèi si rappresentavano i delitti delle divinità inventati dalla poesia. In quegli spettacoli attori dissoluti presentavano col canto e con l'azione Giove come corruttore del pudore ed erano acclamati. Se era un'invenzione, Giove si sarebbe dovuto sdegnare; se invece prendeva gusto dei propri delitti anche se inventati, perché adorarlo quando si serviva al diavolo? E proprio con questi mezzi egli, più abietto di qualsiasi romano che disapprovava quei drammi, avrebbe fondato, accresciuto, difeso il dominio di Roma? Doveva dare la felicità proprio egli che era adorato con tanta infelicità e se non era adorato in quel modo, si incolleriva per maggiore infelicità?
domenica 13 novembre 2011
Filotea: Introduzione alla vita devota - XX
Proseguiamo la lettura di "Filotea: Introduzione alla vita devota" di San Francesco di Sales:
FILOTEA
Introduzione alla vita devota
(San Francesco di Sales)
PRIMA PARTE
Contiene consigli ed esercizi necessari per condurre l'anima dal primo desiderio della vita devota fino alla ferma risoluzione di abbracciarla
CAPITOLO XX
PROMESSA PER IMPRIMERE NELL’ANIMA IL PROPOSITO DI SERVIRE DIO, A CONCLUSIONE DEGLI ATTI DI PENITENZA
Io sottoscritta, prostrata davanti a Dio e a tutta la Corte celeste, dopo aver considerato l’immensa misericordia della divina bontà nei confronti di me, indegna e insignificante creatura, che Egli ha tratto dal nulla, conservata, nutrita e liberata da tanti pericoli, e colmata di tanti benefici; ma soprattutto dopo aver consideratola dolcezza, e la clemenza, superiore a quanto si può pensare, in virtù della quale tanto benignamente mi ha sopportata nelle mie iniquità, ispirandomi molto spesso con amore e invitandomi a correggermi; considerando che mi ha atteso tanto pazientemente perché facessi penitenza fino all’età che oggi ho; e questo, nonostante le mie ingratitudini, le slealtà e le infedeltà con le quali ho differito la conversione, disprezzando le sue grazie e per di più sfacciatamente offendendolo; dopo aver preso in considerazione anche il fatto che nel giorno del Battesimo sono stata consacrata e donata a Dio, per essere sua figlia; e che, contrariamente alla promessa fatta allora in mio nome, ho molte volte, agendo da disgraziata e in modo riprovevole, profanato e violato il mio spirito, usandolo contro la Maestà divina; essendo ritornata finalmente in me stessa, prostrata con il cuore e con lo spirito davanti al trono della giustizia divina, riconosco, ammetto e confesso di meritare di essere accusata e convinta del crimine di lesa Maestà divina, in quanto colpevole della Morte e Passione di Gesù Cristo, ucciso dai peccati da me commessi; infatti per loro causa è morto dopo aver sofferto i tormenti della croce; per questo riconosco di essere degna di venire condannata alla perdizione eterna.
Ma oso rivolgermi al trono dell’infinita misericordia del medesimo Dio. Detesto con tutto il cuore e con tutte le forze le iniquità della mia vita passata, domando e impetro umilmente grazia e perdono e per questo ti chiedo una totale assoluzione dei miei crimini, in forza della Morte e Passione di quel medesimo Signore e Redentore dell’anima mia; fidando su quella, quale unica speranza per la mia salvezza, ripeto nuovamente e rinnovo la promessa di fedeltà fatta in mio nome a Dio, in occasione del battesimo, e rinuncio al demonio, al mondo e alla carne; detesto le loro malefiche suggestioni, le vanità e i desideri insani, per tutta la vita che mi resta e per l’eternità.
Voglio convertirmi a Dio buono e pietoso; desidero, propongo, scelgo e decido irrevocabilmente di servirlo e amarlo adesso e per l’eternità. A tal fine gli affido, gli dedico e gli consacro il mio spirito con tutte le sue facoltà, la mia anima con tutte le sue potenze, il mio cuore con tutti i suoi affetti, il mio corpo con tutti i suoi sensi; protesto di non voler più in alcun modo, abusare di nessuna parte del mio essere contro la sua divina volontà e la sua Maestà sovrana; a lei mi sacrifico e mi immolo in ispirito, per essere per sempre nei suoi confronti, una creatura leale, obbediente e fedele, senza più volermi ricredere o pentire.
Ma, se per suggestione del nemico o qualche umana infermità. Dovesse capitarmi di venir meno in qualche cosa a questa mia promessa e a questa consacrazione, fin d’ora protesto e mi propongo, con l’aiuto della grazia dello Spirito Santo, di rialzarmi immediatamente, appena ne avrò coscienza, di rivolgermi di nuovo alla misericordia divina senza attendere un solo istante.
Questa è la mia volontà, la mia intenzione e la mia decisione irremovibile, di cui ho piena coscienza e la confermo senza riserve o eccezioni, davanti a Dio e alla Chiesa trionfante, alla Chiesa militante mia Madre, che riceve questa mia dichiarazione nella persona di colui che, come ministro, mi ascolta in questo atto.
Ti piaccia, o eterno Iddio, onnipotente e buono, Padre, Figlio e Spirito Santo, confermare in me questo proposito e accettare e gradire il dono che ti faccio in questo momento con tutto il cuore, dal profondo di me stessa. Come mi hai dato ispirazione e volontà per offrirtelo, dammi anche grazia e forza per non mancare di parola. O Signore, tu sei il mio Dio, il Dio del mio cuore, il Dio della mia anima, il Dio del mio Spirito; come tale ti riconosco e ti adoro per tutta l’eternità. Viva Gesù!
PROMESSA PER IMPRIMERE NELL’ANIMA IL PROPOSITO DI SERVIRE DIO, A CONCLUSIONE DEGLI ATTI DI PENITENZA
Io sottoscritta, prostrata davanti a Dio e a tutta la Corte celeste, dopo aver considerato l’immensa misericordia della divina bontà nei confronti di me, indegna e insignificante creatura, che Egli ha tratto dal nulla, conservata, nutrita e liberata da tanti pericoli, e colmata di tanti benefici; ma soprattutto dopo aver consideratola dolcezza, e la clemenza, superiore a quanto si può pensare, in virtù della quale tanto benignamente mi ha sopportata nelle mie iniquità, ispirandomi molto spesso con amore e invitandomi a correggermi; considerando che mi ha atteso tanto pazientemente perché facessi penitenza fino all’età che oggi ho; e questo, nonostante le mie ingratitudini, le slealtà e le infedeltà con le quali ho differito la conversione, disprezzando le sue grazie e per di più sfacciatamente offendendolo; dopo aver preso in considerazione anche il fatto che nel giorno del Battesimo sono stata consacrata e donata a Dio, per essere sua figlia; e che, contrariamente alla promessa fatta allora in mio nome, ho molte volte, agendo da disgraziata e in modo riprovevole, profanato e violato il mio spirito, usandolo contro la Maestà divina; essendo ritornata finalmente in me stessa, prostrata con il cuore e con lo spirito davanti al trono della giustizia divina, riconosco, ammetto e confesso di meritare di essere accusata e convinta del crimine di lesa Maestà divina, in quanto colpevole della Morte e Passione di Gesù Cristo, ucciso dai peccati da me commessi; infatti per loro causa è morto dopo aver sofferto i tormenti della croce; per questo riconosco di essere degna di venire condannata alla perdizione eterna.
Ma oso rivolgermi al trono dell’infinita misericordia del medesimo Dio. Detesto con tutto il cuore e con tutte le forze le iniquità della mia vita passata, domando e impetro umilmente grazia e perdono e per questo ti chiedo una totale assoluzione dei miei crimini, in forza della Morte e Passione di quel medesimo Signore e Redentore dell’anima mia; fidando su quella, quale unica speranza per la mia salvezza, ripeto nuovamente e rinnovo la promessa di fedeltà fatta in mio nome a Dio, in occasione del battesimo, e rinuncio al demonio, al mondo e alla carne; detesto le loro malefiche suggestioni, le vanità e i desideri insani, per tutta la vita che mi resta e per l’eternità.
Voglio convertirmi a Dio buono e pietoso; desidero, propongo, scelgo e decido irrevocabilmente di servirlo e amarlo adesso e per l’eternità. A tal fine gli affido, gli dedico e gli consacro il mio spirito con tutte le sue facoltà, la mia anima con tutte le sue potenze, il mio cuore con tutti i suoi affetti, il mio corpo con tutti i suoi sensi; protesto di non voler più in alcun modo, abusare di nessuna parte del mio essere contro la sua divina volontà e la sua Maestà sovrana; a lei mi sacrifico e mi immolo in ispirito, per essere per sempre nei suoi confronti, una creatura leale, obbediente e fedele, senza più volermi ricredere o pentire.
Ma, se per suggestione del nemico o qualche umana infermità. Dovesse capitarmi di venir meno in qualche cosa a questa mia promessa e a questa consacrazione, fin d’ora protesto e mi propongo, con l’aiuto della grazia dello Spirito Santo, di rialzarmi immediatamente, appena ne avrò coscienza, di rivolgermi di nuovo alla misericordia divina senza attendere un solo istante.
Questa è la mia volontà, la mia intenzione e la mia decisione irremovibile, di cui ho piena coscienza e la confermo senza riserve o eccezioni, davanti a Dio e alla Chiesa trionfante, alla Chiesa militante mia Madre, che riceve questa mia dichiarazione nella persona di colui che, come ministro, mi ascolta in questo atto.
Ti piaccia, o eterno Iddio, onnipotente e buono, Padre, Figlio e Spirito Santo, confermare in me questo proposito e accettare e gradire il dono che ti faccio in questo momento con tutto il cuore, dal profondo di me stessa. Come mi hai dato ispirazione e volontà per offrirtelo, dammi anche grazia e forza per non mancare di parola. O Signore, tu sei il mio Dio, il Dio del mio cuore, il Dio della mia anima, il Dio del mio Spirito; come tale ti riconosco e ti adoro per tutta l’eternità. Viva Gesù!
sabato 12 novembre 2011
Il Sabato dei Salmi - Salmo 78 - Le lezioni della storia di Israele
Salmo 78
Le lezioni della storia di Israele
[1]Maskil. Di Asaf.
Popolo mio, porgi l'orecchio al mio insegnamento,
ascolta le parole della mia bocca.
[2]Aprirò la mia bocca in parabole,
rievocherò gli arcani dei tempi antichi.
[3]Ciò che abbiamo udito e conosciuto
e i nostri padri ci hanno raccontato,
[4]non lo terremo nascosto ai loro figli;
diremo alla generazione futura
le lodi del Signore, la sua potenza
e le meraviglie che egli ha compiuto.
[5]Ha stabilito una testimonianza in Giacobbe,
ha posto una legge in Israele:
ha comandato ai nostri padri
di farle conoscere ai loro figli,
[6]perché le sappia la generazione futura,
i figli che nasceranno.
Anch'essi sorgeranno a raccontarlo ai loro figli
[7]perché ripongano in Dio la loro fiducia
e non dimentichino le opere di Dio,
ma osservino i suoi comandi.
[8]Non siano come i loro padri,
generazione ribelle e ostinata,
generazione dal cuore incostante
e dallo spirito infedele a Dio.
[9]I figli di Efraim, valenti tiratori d'arco,
voltarono le spalle nel giorno della lotta.
[10]Non osservarono l'alleanza di Dio,
rifiutando di seguire la sua legge.
[11]Dimenticarono le sue opere,
le meraviglie che aveva loro mostrato.
[12]Aveva fatto prodigi davanti ai loro padri,
nel paese d'Egitto, nei campi di Tanis.
[13]Divise il mare e li fece passare
e fermò le acque come un argine.
[14]Li guidò con una nube di giorno
e tutta la notte con un bagliore di fuoco.
[15]Spaccò le rocce nel deserto
e diede loro da bere come dal grande abisso.
[16]Fece sgorgare ruscelli dalla rupe
e scorrere l'acqua a torrenti.
[17]Eppure continuarono a peccare contro di lui,
a ribellarsi all'Altissimo nel deserto.
[18]Nel loro cuore tentarono Dio,
chiedendo cibo per le loro brame;
[19]mormorarono contro Dio
dicendo: «Potrà forse Dio
preparare una mensa nel deserto?».
[20]Ecco, egli percosse la rupe e ne scaturì acqua,
e strariparono torrenti.
«Potrà forse dare anche pane
o preparare carne al suo popolo?».
[21]All'udirli il Signore ne fu adirato;
un fuoco divampò contro Giacobbe
e l'ira esplose contro Israele,
[22]perché non ebbero fede in Dio
né speranza nella sua salvezza.
[23]Comandò alle nubi dall'alto
e aprì le porte del cielo;
[24]fece piovere su di essi la manna per cibo
e diede loro pane del cielo:
[25]l'uomo mangiò il pane degli angeli,
diede loro cibo in abbondanza.
[26]Scatenò nel cielo il vento d'oriente,
fece spirare l'australe con potenza;
[27]su di essi fece piovere la carne come polvere
e gli uccelli come sabbia del mare;
[28]caddero in mezzo ai loro accampamenti,
tutto intorno alle loro tende.
[29]Mangiarono e furono ben sazi,
li soddisfece nel loro desiderio.
[30]La loro avidità non era ancora saziata,
avevano ancora il cibo in bocca,
[31]quando l'ira di Dio si alzò contro di essi,
facendo strage dei più vigorosi
e abbattendo i migliori d'Israele.
[32]Con tutto questo continuarono a peccare
e non credettero ai suoi prodigi.
[33]Allora dissipò come un soffio i loro giorni
e i loro anni con strage repentina.
[34]Quando li faceva perire, lo cercavano,
ritornavano e ancora si volgevano a Dio;
[35]ricordavano che Dio è loro rupe,
e Dio, l'Altissimo, il loro salvatore;
[36]lo lusingavano con la bocca
e gli mentivano con la lingua;
[37]il loro cuore non era sincero con lui
e non erano fedeli alla sua alleanza.
[38]Ed egli, pietoso, perdonava la colpa,
li perdonava invece di distruggerli.
Molte volte placò la sua ira
e trattenne il suo furore,
[39]ricordando che essi sono carne,
un soffio che va e non ritorna.
[40]Quante volte si ribellarono a lui nel deserto,
lo contristarono in quelle solitudini!
[41]Sempre di nuovo tentavano Dio,
esasperavano il Santo di Israele.
[42]Non si ricordavano più della sua mano,
del giorno che li aveva liberati dall'oppressore,
[43]quando operò in Egitto i suoi prodigi,
i suoi portenti nei campi di Tanis.
[44]Egli mutò in sangue i loro fiumi
e i loro ruscelli, perché non bevessero.
[45]Mandò tafàni a divorarli
e rane a molestarli.
[46]Diede ai bruchi il loro raccolto,
alle locuste la loro fatica.
[47]Distrusse con la grandine le loro vigne,
i loro sicomori con la brina.
[48]Consegnò alla grandine il loro bestiame,
ai fulmini i loro greggi.
[49]Scatenò contro di essi la sua ira ardente,
la collera, lo sdegno, la tribolazione,
e inviò messaggeri di sventure.
[50]Diede sfogo alla sua ira:
non li risparmiò dalla morte
e diede in preda alla peste la loro vita.
[51]Colpì ogni primogenito in Egitto,
nelle tende di Cam la primizia del loro vigore.
[52]Fece partire come gregge il suo popolo
e li guidò come branchi nel deserto.
[53]Li condusse sicuri e senza paura
e i loro nemici li sommerse il mare.
[54]Li fece salire al suo luogo santo,
al monte conquistato dalla sua destra.
[55]Scacciò davanti a loro i popoli
e sulla loro eredità gettò la sorte,
facendo dimorare nelle loro tende le tribù di Israele.
[56]Ma ancora lo tentarono,
si ribellarono a Dio, l'Altissimo,
non obbedirono ai suoi comandi.
[57]Sviati, lo tradirono come i loro padri,
fallirono come un arco allentato.
[58]Lo provocarono con le loro alture
e con i loro idoli lo resero geloso.
[59]Dio, all'udire, ne fu irritato
e respinse duramente Israele.
[60]Abbandonò la dimora di Silo,
la tenda che abitava tra gli uomini.
[61]Consegnò in schiavitù la sua forza,
la sua gloria in potere del nemico.
[62]Diede il suo popolo in preda alla spada
e contro la sua eredità si accese d'ira.
[63]Il fuoco divorò il fiore dei suoi giovani,
le sue vergini non ebbero canti nuziali.
[64]I suoi sacerdoti caddero di spada
e le loro vedove non fecero lamento.
[65]Ma poi il Signore si destò come da un sonno,
come un prode assopito dal vino.
[66]Colpì alle spalle i suoi nemici,
inflisse loro una vergogna eterna.
[67]Ripudiò le tende di Giuseppe,
non scelse la tribù di Efraim;
[68]ma elesse la tribù di Giuda,
il monte Sion che egli ama.
[69]Costruì il suo tempio alto come il cielo
e come la terra stabile per sempre.
[70]Egli scelse Davide suo servo
e lo trasse dagli ovili delle pecore.
[71]Lo chiamò dal seguito delle pecore madri
per pascere Giacobbe suo popolo,
la sua eredità Israele.
[72]Fu per loro pastore dal cuore integro
e li guidò con mano sapiente.
Commento dal sito http://www.padrelinopedron.it
Questo salmo monumentale ci presenta la trama della storia della salvezza.
È un salmo descrittivo di lode. Il poeta è più interessato all’interpretazione della storia che al suo racconto. È anche una specie di esame di coscienza collettivo dei peccati del popolo di Dio.
Chouraqui vede nella sequenza storica degli eventi qui descritti "ritmi e tappe da interpretare sia sui piani della storia e dell’avvenire d’Israele, sia nella vita dell’anima nella sua ricerca di Dio e negli sviluppi escatologici del trionfo messianico".
Commento dei padri della chiesa
vv. 1-2 "I due popoli sono ammoniti di non mostrarsi ingrati. Dio parla alla sua comunità salvata dall’Egitto. Tutte queste cose avvenivano loro in figura (cfr. 1Cor 10,11): sono dunque dette per nostro ammaestramento" (Agostino).
"Tutto questo salmo è una parabola, come dice il salmista stesso; e sotto le parole del racconto è necessario afferrare il senso spirituale. Le parole di tutto questo salmo risuonano delle cose passate, ma esprimono i futuri misteri del Cristo. È necessario leggervi il Cristo e la chiesa del Cristo" (Ruperto).
vv. 3-4 "L’abbiamo udito nell’Antico Testamento e l’abbiamo conosciuto nel Nuovo quando tutto è stato compiuto dal Cristo" (Cassiodoro).
"La generazione futura, che è il cristianesimo, ha ricevuto la conoscenza dell’Antico Testamento" (Origene).
v. 6 "I figli che nasceranno sono i discepoli del Cristo" (Atanasio).
v. 8 "Dio non ha donato loro il suo Spirito perché non hanno accolto il suo Figlio: essi sono una generazione perversa (cfr. Mt 17,17)" (Girolamo).
"Dio non condanna la stirpe, ma il cuore traviato" (Arnobio il giovane).
v. 10 "Questo si applica ai giudei che rinnegano il Cristo e dimenticano i suoi benefici, proprio come fecero i loro padri nel deserto e più tardi" (Atanasio).
«Non osservarono il patto. Avevano promesso: "Tutto quanto il Signore ha detto, noi lo faremo" (Es 19,8)» (Agostino).
v. 13 "Anche a noi il Cristo ha fatto passare il mare, cioè la tempesta e le onde mosse della vita presente, per introdurci nella terra promessa" (Cirillo di Alessandria).
v. 15 "Come la roccia fu colpita dal bastone di Mosè (Nm 20,11), il Signore fu colpito dalla lancia per i nostri peccati (Gv 19,34). Il sangue e l’acqua che escono dal fianco del Signore raffigurano il battesimo e il martirio" (Girolamo).
v. 16 "Fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno (Gv 7,38)" (Agostino).
v. 17 "Il deserto non è tanto l’aridità del suolo quanto l’aridità della loro anima" (Cassiodoro).
vv. 19-20 "In ogni tempo Dio fa uscire dall’Egitto, dalla fornace ardente, con prodigi, con prove, col pane del cielo e l’acqua dalla roccia. Possa io vedere gli egiziani spirituali sommersi col faraone invisibile! La roccia è figura del Cristo perché non può né rompersi né spezzarsi. Come la roccia di Mosè, il Cristo ha riversato acque abbondanti ed esse hanno inondato il mondo intero, dissetando tutti gli uomini. E la parola del Signore si adatta all’anima che la riceve: è latte per gli uni, olio per altri, o cibo solido per altri ancora. Quando cerchiamo altri cibi, disgustati dal cibo spirituale, commettiamo lo stesso peccato degli ebrei. Allora Dio ci manda cibi carnali finché ci escano dal naso" (Origene).
"Parlarono contro Dio nella solitudine: è la riedizione del paradiso terrestre. Anche ciò che accadde nel paradiso terrestre fu una mormorazione contro Dio" (Efrem).
vv. 24-25 "Attraverso il deserto, cioè nello stato della nostra vita presente, abbiamo per cibo la manna, nel senso che riceviamo gli insegnamenti della legge divina" (Origene).
"Gli angeli godono della vita eterna per la partecipazione al Verbo. Perché solo il Verbo, Figlio unigenito di Dio, è l’alimento di ogni natura spirituale" (Eusebio).
"Il pane del cielo è il Verbo di Dio fatto carne (cfr. Gv 1,14)" (Agostino).
"La manna è la predicazione e l’eucaristia (cfr. Gv 6)" (Girolamo).
"Il pane degli angeli è quello che dà la vita eterna. Gli angeli non hanno fame e sete che della giustizia di Dio. Dio è per tutti necessario, lui, il solo che non ha bisogno di nessuno" (Arnobio il giovane).
v. 29 "Li soddisfece nel loro desiderio: durante la passione del Cristo hanno gridato: Siamo sudditi di Cesare; e i romani hanno distrutto Gerusalemme" (Atanasio).
v. 33 "Lasciarono la vita senza aver cessato di dedicarsi a pensieri vani" (Teodoreto).
v. 34 "Dio uccide, uccidendo l’uomo vecchio, affinché lo si cerchi ed egli faccia rivivere" (Origene).
"Per mezzo di colpi li fa rientrare nell’ordine, come le bestie (cfr. Sal 32,9)" (Eusebio).
"I flagelli divini scuotevano il sonno della loro infedeltà; si risvegliavano per ascoltare la parola di Dio" (Girolamo).
"Ogni vita mortale va in fretta: quella che sembra un po’ più lunga non è che un vapore che dura un po’ più a lungo. E quando cercavano Dio, non era per la vita eterna, ma per il timore di veder finire troppo presto questo vapore" (Agostino).
v. 36 "Promettevano di amarlo, ma erano giuramenti falsi (cfr. Gen 34,15 ss.)" (Teodoreto).
v. 37 "Non hanno creduto nel patto fatto con Abramo e che si sarebbe compiuto col Messia" (Arnobio il giovane).
v. 38 "Tutti i castighi divini comportavano un invito alla penitenza: così i cento anni prima del diluvio, impiegati per costruire l’arca, affinché l’arca non fosse necessaria, se essi avessero fatto penitenza; e così le piaghe d’Egitto, che avrebbero potuto ricondurre a penitenza gli egiziani" (Origene).
"Dio, malgrado tutto, continua ad essere con loro come un padre" (Eusebio).
«Mosè, figura del Cristo, aveva pregato: "Perdona i peccati di questo popolo... e sennò cancellami dal libro della vita" (Es 32,32). Gesù dice: "Perdonali, perché non sanno quello che fanno" (Lc 23,34)» (Cassiodoro).
v. 40-42 "Questi versetti mostrano la magnanimità di Dio" (Teodoreto).
"Il deserto raffigura l’aridità del loro cuore" (Girolamo).
"Essi non hanno saputo, come il salmista, ricordarsi dei benefici di Dio" (Teodoreto).
"Il faraone è figura del diavolo" (Girolamo).
v. 49 "La sovrana giustizia di Dio sa servirsi, per il bene, perfino dei malvagi. Come? Questo supera la mia comprensione, ma non supera il Signore" (Agostino).
v. 52 "Dio ci guida in questo mondo, come nel deserto, per condurci al pascolo" (Agostino).
v. 53 "Il mare è figura del battesimo. Col battesimo il Signore ristabilisce i suoi nella speranza e annega il diavolo e le sue truppe" (Girolamo).
v. 54 "Il luogo santo, nel senso più alto, è il possesso contemplativo della verità, sotto il maestro che è Gesù" (Origene).
"Il Cristo, destra del Padre, camminava davanti al suo popolo e gli donò Gerusalemme" (Atanasio).
"Il monte santo che egli si è acquistato è la chiesa" (Agostino).
v. 55 "Fece dimorare nelle tende dei popoli pagani le tribù d’Israele, e tra le schiere degli angeli gli uomini eletti" (Agostino).
v. 59 "Castigo su tutto Israele; ma se Dio abbandona tutto il popolo alla schiavitù, custodisce l’integrità dell’anima di quelli che gli sono fedeli. Essi soffrono la tribolazione insieme ai colpevoli, ma non ne saranno che maggiormente incoronati. Prigionieri esteriormente, essi sono sovranamente liberi dal nemico spirituale" (Cassiodoro).
v. 60 "Al tempio di Silo o di Gerusalemme il Signore ha preferito il tempio della Vergine e il tempio della chiesa" (Girolamo).
v. 61 "La sua forza e la sua gloria è l’arca dell’Alleanza" (Atanasio).
v. 63 "Le loro vergini non ebbero più fidanzati, non furono più sposate" (Eusebio).
v. 64 "Ciascuno era troppo occupato dal proprio disastro per organizzare le cerimonie del lutto" (Teodoreto).
v. 65 "Il sonno è la pazienza di Dio" (Teodoreto).
"Il Signore dorme per i cuori empi. Quando fanno penitenza, è come se il Signore si svegliasse per loro" (Girolamo).
"Il Signore si sveglia quando i pagani ripongono la sua arca tra i loro idoli" (Cassiodoro).
v. 66 "Quando si fugge Dio, egli colpisce alle spalle: percuote per far ritornare" (Origene).
v. 68 "Ha scelto la tribù di Giuda per nascere da Maria" (Girolamo).
"Ha scelto la tribù e il paese di Giuda per la sua nascita, il suo battesimo, la sua tentazione, i suoi miracoli, la sua passione, la sua morte, la sua sepoltura, la sua risurrezione e ascensione" (Arnobio).
"Il monte Sion che egli ama è la chiesa" (Agostino).
v. 69 "È la Gerusalemme di lassù" (Eusebio).
v. 70 "Ha scelto Giuda a causa di Davide e Davide a causa del Cristo... Prende un pastore per farne un pastore. È il Cristo che pasce il gregge con cuore integro e con mano sapiente" (Agostino).
"Tutto questo si applica al Cristo, scelto dalla volontà del Padre per la nostra redenzione. È preso dal gregge dei mortali, è il pastore del popolo cristiano" (Girolamo).
v. 72 "Davide re condusse le sue pecore non con la sapienza umana né con la propria prudenza, ma nell’innocenza e nella semplicità del cuore, rimettendo tutto a Dio" (Eusebio).
«Innocenza e prudenza sono le virtù che Gesù domanda ai suoi apostoli: "Siate prudenti come i serpenti e semplici come le colombe" (Mt 10,16)» (Teodoreto).
"L’innocenza del cuore non si addice che al Signore" (Cassiodoro).
"La mano sapiente che ci guida: sono le mani levate sulla croce per guidarci nella gloria" (Arnobio il giovane).
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