giovedì 8 settembre 2011

Catechismo della Chiesa Cattolica - XLII

Proseguiamo il nostro appuntamento volto alla conoscenza del Catechismo della Chiesa Cattolica. Leggiamo oggi l'Articolo 11 sul credo nella risurrezione della carne:


CAPITOLO TERZO: CREDO NELLO SPIRITO SANTO

ARTICOLO 11
«CREDO LA RISURREZIONE DELLA CARNE»

988 Il Credo cristiano – professione della nostra fede in Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, e nella sua azione creatrice, salvifica e santificante – culmina nella proclamazione della risurrezione dei morti alla fine dei tempi, e nella vita eterna.

989 Noi fermamente crediamo e fermamente speriamo che, come Cristo è veramente risorto dai morti e vive per sempre, così pure i giusti, dopo la loro morte, vivranno per sempre con Cristo risorto, e che egli li risusciterà nell'ultimo giorno. 556 Come la sua, anche la nostra risurrezione sarà opera della Santissima Trinità:

« Se lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi » (Rm 8,11). 557

990 Il termine « carne » designa l'uomo nella sua condizione di debolezza e di mortalità. 558 La « risurrezione della carne » significa che, dopo la morte, non ci sarà soltanto la vita dell'anima immortale, ma che anche i nostri « corpi mortali » (Rm 8,11) riprenderanno vita.

991 Credere nella risurrezione dei morti è stato un elemento essenziale della fede cristiana fin dalle sue origini. « Fiducia christianorum resurrectio mortuorum; illam credentes, sumus – La risurrezione dei morti è la fede dei cristiani: credendo in essa siamo tali »: 559

« Come possono dire alcuni tra voi che non esiste risurrezione dei morti? Se non esiste risurrezione dai morti, neanche Cristo è risuscitato! Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede [...]. Ora, invece, Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti » (1 Cor 15,12-14.20).

I. La risurrezione di Cristo e la nostra

Rivelazione progressiva della risurrezione

992 La risurrezione dei morti è stata rivelata da Dio al suo popolo progressivamente. La speranza nella risurrezione corporea dei morti si è imposta come una conseguenza intrinseca della fede in un Dio Creatore di tutto intero l'uomo, anima e corpo. Il Creatore del cielo e della terra è anche colui che mantiene fedelmente la sua Alleanza con Abramo e con la sua discendenza. È in questa duplice prospettiva che comincerà ad esprimersi la fede nella risurrezione. Nelle loro prove i martiri Maccabei confessano:

« Il Re del mondo, dopo che saremo morti per le sue leggi, ci risusciterà a vita nuova ed eterna » (2 Mac 7,9). « È bello morire a causa degli uomini, per attendere da Dio l'adempimento delle speranze di essere da lui di nuovo risuscitati » (2 Mac 7,14). 560

993 I farisei 561 e molti contemporanei del Signore 562 speravano nella risurrezione. Gesù la insegna con fermezza. Ai sadducei che la negano risponde: « Non siete voi forse in errore dal momento che non conoscete le Scritture, né la potenza di Dio? » (Mc 12,24). La fede nella risurrezione riposa sulla fede in Dio che « non è un Dio dei morti, ma dei viventi! » (Mc 12,27).

994 Ma c'è di più. Gesù lega la fede nella risurrezione alla sua stessa persona: « Io sono la risurrezione e la vita » (Gv 11,25). Sarà lo stesso Gesù a risuscitare nell'ultimo giorno coloro che avranno creduto in lui 563 e che avranno mangiato il suo Corpo e bevuto il suo Sangue. 564 Egli fin d'ora ne dà un segno e una caparra facendo tornare in vita alcuni morti, 565 annunziando con ciò la sua stessa risurrezione, la quale però sarà di un altro ordine. Di tale avvenimento senza eguale parla come del segno di Giona, 566 del segno del Tempio: 567 annunzia la sua risurrezione al terzo giorno dopo essere stato messo a morte. 568

995 Essere testimone di Cristo è essere « testimone della sua risurrezione » (At 1,22), 569 aver « mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti » (At 10,41). La speranza cristiana nella risurrezione è contrassegnata dagli incontri con Cristo risorto. Noi risusciteremo come lui, con lui, per mezzo di lui.

996 Fin dagli inizi, la fede cristiana nella risurrezione ha incontrato incomprensioni ed opposizioni. 570 « In nessun altro argomento la fede cristiana incontra tanta opposizione come a proposito della risurrezione della carne ». 571 Si accetta abbastanza facilmente che, dopo la morte, la vita della persona umana continui in un modo spirituale. Ma come credere che questo corpo, la cui mortalità è tanto evidente, possa risorgere per la vita eterna?

Come risuscitano i morti?

997 Che cosa significa « risuscitare »? Con la morte, separazione dell'anima e del corpo, il corpo dell'uomo cade nella corruzione, mentre la sua anima va incontro a Dio, pur restando in attesa di essere riunita al suo corpo glorificato. Dio nella sua onnipotenza restituirà definitivamente la vita incorruttibile ai nostri corpi riunendoli alle nostre anime, in forza della risurrezione di Gesù.

998 Chi risusciterà? Tutti gli uomini che sono morti: « Usciranno [dai sepolcri], quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna » (Gv 5,29). 572

999 Come? Cristo è risorto con il suo proprio corpo: « Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! » (Lc 24,39); ma egli non è ritornato ad una vita terrena. Allo stesso modo, in lui, « tutti risorgeranno coi corpi di cui ora sono rivestiti », 573 ma questo corpo sarà trasfigurato in corpo glorioso, 574 in « corpo spirituale » (1 Cor 15,44):

« Ma qualcuno dirà: "Come risuscitano i morti? Con quale corpo verranno?". Stolto! Ciò che tu semini non prende vita, se prima non muore, e quello che semini non è il corpo che nascerà, ma un semplice chicco [...]. Si semina corruttibile e risorge incorruttibile. [...] È necessario infatti che questo corpo corruttibile si vesta di incorruttibilità e questo corpo mortale si vesta di immortalità » (1 Cor 15,35-37.42.52-53).

1000 Il « modo con cui avviene la risurrezione » supera le possibilità della nostra immaginazione e del nostro intelletto; è accessibile solo nella fede. Ma la nostra partecipazione all'Eucaristia ci fa già pregustare la trasfigurazione del nostro corpo per opera di Cristo:

« Come il pane che è frutto della terra, dopo che è stata invocata su di esso la benedizione divina, non è più pane comune, ma Eucaristia, composta di due realtà, una terrena, l'altra celeste, così i nostri corpi che ricevono l'Eucaristia non sono più corruttibili, dal momento che portano in sé il germe della risurrezione ». 575

1001 Quando? Definitivamente « nell'ultimo giorno » (Gv 6,39-40.44.54; 11,24); « alla fine del mondo ». 576 Infatti, la risurrezione dei morti è intimamente associata alla parusia di Cristo:

« Perché il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell'arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo » (1 Ts 4,16).

Risuscitati con Cristo

1002 Se è vero che Cristo ci risusciterà « nell'ultimo giorno », è anche vero che, per un certo aspetto, siamo già risuscitati con Cristo. Infatti, grazie allo Spirito Santo, la vita cristiana, fin d'ora su questa terra, è una partecipazione alla morte e alla risurrezione di Cristo:

« Con lui infatti siete stati sepolti insieme nel Battesimo, in lui anche siete stati insieme risuscitati per la fede nella potenza di Dio, che lo ha risuscitato dai morti [...]. Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio » (Col 2,12; 3,1).

1003 I credenti, uniti a Cristo mediante il Battesimo, partecipano già realmente alla vita celeste di Cristo risorto, 577 ma questa vita rimane « nascosta con Cristo in Dio » (Col 3,3). « Con lui, [Dio] ci ha anche risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli, in Cristo Gesù » (Ef 2,6). Nutriti del suo Corpo nell'Eucaristia, apparteniamo già al corpo di Cristo. Quando risusciteremo nell'ultimo giorno « allora » saremo anche noi « manifestati con lui nella gloria » (Col 3,4).

1004 Nell'attesa di quel giorno, il corpo e l'anima del credente già partecipano alla dignità di essere « in Cristo »; di qui l'esigenza di rispetto verso il proprio corpo, ma anche verso quello degli altri, particolarmente quando soffre:

« Il corpo è per il Signore e il Signore è per il corpo. Dio poi che ha risuscitato il Signore, risusciterà anche noi con la sua potenza. Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? [...] Non appartenete a voi stessi. [...] Glorificate dunque Dio nel vostro corpo (1 Cor 6,13-15.19-20).

II. Morire in Cristo Gesù

1005 Per risuscitare con Cristo, bisogna morire con Cristo, bisogna « andare in esilio dal corpo e abitare presso il Signore » (2 Cor 5,8). In questo « essere sciolto » 578 che è la morte, l'anima viene separata dal corpo. Essa sarà riunita al suo corpo il giorno della risurrezione dei morti. 579

La morte

1006 « In faccia alla morte l'enigma della condizione umana diventa sommo ». 580 Per un verso la morte corporale è naturale, ma per la fede essa in realtà è « salario del peccato » (Rm 6,23). 581 E per coloro che muoiono nella grazia di Cristo, è una partecipazione alla morte del Signore, per poter partecipare anche alla sua risurrezione. 582

1007 La morte è il termine della vita terrena. Le nostre vite sono misurate dal tempo, nel corso del quale noi cambiamo, invecchiamo e, come per tutti gli esseri viventi della terra, la morte appare come la fine normale della vita. Questo aspetto della morte comporta un'urgenza per le nostre vite: infatti il far memoria della nostra mortalità serve anche a ricordarci che abbiamo soltanto un tempo limitato per realizzare la nostra esistenza.

« Ricordati del tuo Creatore nei giorni della tua giovinezza [...] prima che ritorni la polvere alla terra, com'era prima, e lo spirito torni a Dio che lo ha dato » (Qo 12,1.7).

1008 La morte è conseguenza del peccato. Interprete autentico delle affermazioni della Sacra Scrittura 583 e della Tradizione, il Magistero della Chiesa insegna che la morte è entrata nel mondo a causa del peccato dell'uomo. 584 Sebbene l'uomo possedesse una natura mortale, Dio lo destinava a non morire. La morte fu dunque contraria ai disegni di Dio Creatore ed essa entrò nel mondo come conseguenza del peccato. 585 « La morte corporale, dalla quale l'uomo sarebbe stato esentato se non avesse peccato », 586 è pertanto « l'ultimo nemico » (1 Cor 15,26) dell'uomo a dover essere vinto.

1009 La morte è trasformata da Cristo. Anche Gesù, il Figlio di Dio, ha subìto la morte, propria della condizione umana. Ma, malgrado la sua angoscia di fronte ad essa, 587 egli la assunse in un atto di totale e libera sottomissione alla volontà del Padre suo. L'obbedienza di Gesù ha trasformato la maledizione della morte in benedizione. 588

Il senso della morte cristiana

1010 Grazie a Cristo, la morte cristiana ha un significato positivo. « Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno » (Fil 1,21). « Certa è questa parola: se moriamo con lui, vivremo anche con lui » (2 Tm 2,11). Qui sta la novità essenziale della morte cristiana: mediante il Battesimo, il cristiano è già sacramentalmente « morto con Cristo », per vivere di una vita nuova; e se noi moriamo nella grazia di Cristo, la morte fisica consuma questo « morire con Cristo » e compie così la nostra incorporazione a lui nel suo atto redentore:

« Per me è meglio morire per (,ÆH) ',F D4FJ@, 0, ,FF,D, D, N4<@ "4 @<N4<4 *,88" J,DD". 3@ ,D@ @8L4 0, µ@D B,D <@4; 4@ R@(84@ @8L4 0, B,D <@4 D4FLF4J. 38 B"DJ@ 4µµ4<,<J,. 589 7"F4"J, 0, 4@ D"((4L<(" 8" BLD" 8L,; (4L<J@ 8, F"D R,D"µ,<J, L< L@µ@ ». 590

1011 Nella morte, Dio chiama a sé l'uomo. Per questo il cristiano può provare nei riguardi della morte un desiderio simile a quello di san Paolo: « il desiderio di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo » (Fil 1,23); e può trasformare la sua propria morte in un atto di obbedienza e di amore verso il Padre, sull'esempio di Cristo: 591

« Ogni mio desiderio terreno è crocifisso; [...] un'acqua viva mormora dentro di me e interiormente mi dice: "Vieni al Padre!" ». 592

« Voglio vedere Dio, ma per vederlo bisogna morire ». 593

« Non muoio, entro nella vita ». 594

1012 La visione cristiana della morte 595 è espressa in modo impareggiabile nella liturgia della Chiesa:

« Ai tuoi fedeli, Signore, la vita non è tolta, ma trasformata; e mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno, viene preparata un'abitazione eterna nel cielo ». 596

1013 La morte è la fine del pellegrinaggio terreno dell'uomo, è la fine del tempo della grazia e della misericordia che Dio gli offre per realizzare la sua vita terrena secondo il disegno divino e per decidere il suo destino ultimo. Quando è « finito l'unico corso della nostra vita terrena », 597 noi non ritorneremo più a vivere altre vite terrene. « È stabilito per gli uomini che muoiano una sola volta » (Eb 9,27). Non c'è « reincarnazione » dopo la morte.

1014 La Chiesa ci incoraggia a prepararci all'ora della nostra morte (« Dalla morte improvvisa, liberaci, Signore »: antiche Litanie dei santi), a chiedere alla Madre di Dio di intercedere per noi « nell'ora della nostra morte » (« Ave Maria ») e ad affidarci a san Giuseppe, patrono della buona morte:

« In ogni azione, in ogni pensiero, dovresti comportarti come se tu dovessi morire oggi stesso; se avrai la coscienza retta, non avrai molta paura di morire. Sarebbe meglio star lontano dal peccato che fuggire la morte. Se oggi non sei preparato a morire, come lo sarai domani? ». 598

« Laudato si', mi' Signore,
per sora nostra morte corporale,
da la quale nullo homo vivente pò skappare.
Guai a quelli ke morranno ne le peccata mortali;
beati quelli ke trovarà ne le tue sanctissime voluntati,
ka la morte secunda nol farà male ». 599

In sintesi

1015 « La carne è il cardine della salvezza ». 600 Noi crediamo in Dio che è il Creatore della carne; crediamo nel Verbo fatto carne per riscattare la carne; crediamo nella risurrezione della carne, compimento della creazione e della redenzione della carne.

1016 Con la morte l'anima viene separata dal corpo, ma nella risurrezione Dio tornerà a dare la vita incorruttibile al nostro corpo trasformato, riunendolo alla nostra anima. Come Cristo è risorto e vive per sempre, così tutti noi risusciteremo nell'ultimo giorno.

1017 « Crediamo [...] nella vera risurrezione della carne che abbiamo ora ». 601 Mentre, tuttavia, si semina nella tomba un corpo corruttibile, risuscita un corpo incorruttibile, 602 un « corpo spirituale » (1 Cor 15,44).

1018 In conseguenza del peccato originale, l'uomo deve subire « la morte corporale, dalla quale sarebbe stato esentato se non avesse peccato ». 603

1019 Gesù, il Figlio di Dio, ha liberamente subìto la morte per noi in una sottomissione totale e libera alla volontà di Dio, suo Padre. Con la sua morte ha vinto la morte, aprendo così a tutti gli uomini la possibilità della salvezza.


mercoledì 7 settembre 2011

Verità della Fede - XXXII parte

Tornano gli approfondimenti sulle "Verità della Fede" attraverso le attente analisi di Sant'Alfonso Maria de' Liguori. Siamo giunti all'ultimo capitolo della seconda parte. Dalla prossima settimana inizieremo la lettura della Terza Parte. Nel capitolo di oggi si parla del premio o della condanna eterna:



Verità della Fede

di Sant'Alfonso Maria de' Liguori

PARTE SECONDA

CONTRO I DEISTI CHE NEGANO LA RELIGIONE RIVELATA

CAP. XIX.

Dell'eternità del premio e della pena della vita futura.


1. Dicono gl'increduli: ma se vi è premio pei buoni e castigo per gli empj nell'altra vita, qual ragione vi è che questo premio o castigo debba essere eterno? Qual ragione vi è? Eccola in brevi parole: Iddio premia l'amore col paradiso: se in paradiso l'amor dei beati dura in eterno, è giusto che eterna anche sia la loro mercede. All'incontro Iddio punisce il peccato coll'inferno: se nell'inferno dura in eterno il peccato de' dannati, è giusto che eterna ancora sia la loro pena. Si aggiunge a questa l'altra ragione del natural desiderio che Dio stesso infonde in ogni uomo, della perfetta felicità; la qual ragione non solo prova l'immortalità dell'anima, come dicemmo al cap. antec. n. 13. , ma prova ancora l'eternità. Poiché se la felicità dell'anima non fosse eterna, non solamente sarebbe imperfetta, ma col pensiero di dovere o poter finire la stessa felicità si renderebbe amara e tormentosa. Del resto basta a noi per accertarci di tal verità la parola divina, la quale ci insegna a credere l'eterna felicità degli uni, e l'eterna infelicità degli altri. Onde nel giorno finale de' secoli agli eletti sarà detto dal divino giudice: Venite benedicti, possidete regnum etc. (s'intende già di quel regno cuius non erit finis), ed a' reprobi: Discedite a me maledicti in ignem aeternum1.

2. Né vale a dire (come dicon coloro che voglion liberare i reprobi dalla pena eterna) che il fuoco sarà eterno, ma non già la loro pena. Poiché si risponde per prima, che se questo fuoco è stato già creato da Dio non per altro che per castigo dei malfattori, come dicono le scritture: Ignis succensus est in furore meo2. Si quis in me non manserit... colligent eum, et in ignem mittent3; che serviva a crearlo eterno se non avesse avuto ad essere un eterno stromento di castigare i peccatori? Si risponde per secondo, che se dal citato testo non abbiamo espresso che la pena sia eterna, l'abbiamo non però da molti altri testi. Eccoli: Et ibunt hi in supplicium aeternum; iusti autem in vitam aeternam4. Sicché siccome ai giusti è data in premio la vita eterna, così a' reprobi in pena il supplicio eterno. Qui poenas dabunt in interitu aeternas a facie Domini5. Vermis eorum non morietur6. Dabit enim ignem et vermes in carnes eorum, ut urantur, et sentiant usque in sempiternum7. In stagnum ignis et sulphuris: ubi... cruciabuntur die ac nocte in secula seculorum8. Quaerent homines mortem, et non invenient eam: et desiderabunt mori, et fugiet mors ab eis9. Ciò fu anche dichiarato dal sinodo V. sotto Vigilio papa, come riferiscono Evagrio, Niceforo, Teofane, Fozio ed altri appresso Tournely10, dove fu condannato Origene, che disse: Omnium impiorum hominum et etiam daemonum tormenta finem habitura. Lo stesso dichiararono il sinodo VI. act. 18. e VII. act. 1. E il lateranese IV. disse:Reprobos in poenam aeternam ituros. E lo stesso il tridentino11.

3. Ma quale giustizia è questa, dice un moderno incredulo, dare una pena eterna ad un peccato momentaneo? Rispondiamo che la divina giustizia ben esige questo castigo eterno per l'offesa fatta a Dio, per più ragioni evidenti. La prima, perché, essendo ella un delitto di malizia in certo modo infinita (come dice s. Tommaso12) a riguardo del disprezzo che si fa ad una infinita maestà, se gli dovrebbe una pena infinita; ma perché la creatura non è capace d'una pena infinita nell'intensione, giustamente se le dà una pena infinita nell'estensione. E dove mai, dice s. Agostino13 rispondendo direttamente all'opposizione de' contrarj, dove sta questa legge che il tempo della pena abbia ad essere eguale al tempo del peccato? Anche le leggi umane danno castighi perpetui per tutta la vita a delitti momentanei.

4. La seconda ragione è che siccome l'anima è la vita del corpo, così la grazia è la vita dell'anima; e perciò il peccato grave si chiama mortale, perché priva l'anima della vita della grazia. Or siccome quando alcuno uccide l'uomo, la morte del corpo è irreparabile senza un miracolo della divina mano; così quando un peccatore uccide l'anima sua col peccato, è parimente irreparabile la morte dell'anima. È vero che in questa vita suole Iddio per sua misericordia col perdono restituir la vita della sua grazia a molte anime che l'hanno perduta; ma ciò lo fa solamente in questa vita, non già nell'altra. Mentr'è legge stabilita dalla sua provvidenza d'usar misericordia e perdonare solo nella vita presente temporale, non già nell'eterna.

5. La terza ragione è che Dio in questa vita perdona al peccatore, ma al peccatore che si pente della sua colpa; altrimenti neppure Dio potrebbe perdonargli. Ma il peccatore, morendo in peccato, è abbandonato dalla grazia; anzi la sua volontà resta talmente ostinata nel peccato e nell'odio di Dio, che, quantunque Dio volesse perdonargli, egli rifiuterebbe il perdono e la sua grazia. Il dannato rifiuta ogni rimedio al suo male, e perciò è disperata la sua cura. Quare factus est dolor meus perpetuus, et plaga mea desperabilis renuit curari1? Sicché, essendo eterna l'anima (come si è provato di sopra) ed essendo eterno il suo delitto, eterna dev'esser anche la sua pena, come dice s. Marco2: Non habebit remissionem in aeternum, sed reus erit aeterni delicti.

6. Di più, il peccatore da sé non può placare Dio, né il suo pentimento può dare degna soddisfazione alla divina giustizia offesa. In tanto gli è perdonato da Dio in questa vita, in quanto se gli applicano i meriti di Gesù Cristo, di cui in questa vita è capace, e per cui la divina giustizia vien soddisfatta. Ma nell'inferno, dove nulla est redemptio, non può il dannato placare più Dio, perché non è più capace dell'applicazione de' meriti del Redentore; onde resta incapace di perdono.

7. Dice l'autore della lettera sopra la religione essenziale dell'uomo, che Dio proibisce il peccato, non già per l'offesa che egli ne riceve, ma per il danno che ne avviene al peccatore nell'altra vita; benché, soggiunge, questo danno poco durerà: perché non avendo avuto il Signore altro fine nel creare l'uomo, che di renderlo felice, dovrà certamente liberar dalle pene tutti i dannati per dar esecuzione al fine per cui gli ha creati. Allo stesso sentimento si riduce un altro autore della stessa farina, l'autore de' principj della filosofia morale, dove dice che la pena dei peccatori nell'altra vita sarà il dolore d'aver violate le leggi; ma questo dolore d'esser uscito dalla via della felicità, lo forzerà a rientrarvi. Da ciò si vede quanto vanno errati coloro che si scostano dalle massime della fede. È vero che Iddio ha creato l'uomo per renderlo felice, ma colla condizione ch'egli cooperi a conseguire il suo fine. Ma se l'uomo disprezza il suo fine, disprezzando Dio, il Signore non può non chiamarsene offeso, e non condannar chi l'offende; ed allora, se non resta glorificato colla manifestazione della sua misericordia, resterà glorificato colla manifestazione della sua giustizia.

8. Oppongono i sociniani per 1. che la parola aeternum non sempre significa eternità nelle divine scritture, ma spesso significa una lunga durazione, e lo provano da diversi testi. Si risponde che la parola aeternum di sua natura significa certamente senza fine; ed è regola certa de' teologi, che le divine scritture debbono interpretarsi nel lor senso proprio e naturale, sempreché le circostanze del sermone non obbligano ad altra interpretazione; il che non è nel nostro caso, ma dee concludersi tutto l'opposto da ciò che di sopra si è detto. Ma dicono che dalla stessa scrittura si ha che l'inferno non è eterno, dicendo Davide: Misereator et misericors Dominus: longanimis et multum misericors. Non in perpetuum irascetur, neque in aeternum comminabitur3. Ma ciò s'intende per coloro che col pentimento si convertono a Dio; perché Dio non perdona, né può perdonare al peccatore, se quegli a lui non si converte: Convertimini ad me, ait Dominus exercituum, et convertar ad vos4. E s'intende nella presente vita, perché nell'altra vita l'uomo che muore in peccato non è più atto a pentirsi di quello, né vi è chi da quello più lo redima: Non est qui redimat, neque qui salvum faciat5. Sicché per l'empio che muore da empio non v'è più speranza di salute: Mortuo homine impio, nulla erit ultra spes6.

9. Oppongono per 2. il passo di s. Paolo: Conclusit enim Deus omnia in incredulitate, ut omnium misereatur7. Onde vogliono ricavarne che la pena de' dannati non sarà eterna. Ma spiega s. Agostino intendersi il suddetto testo non già della misericordia da usarsi ai dannati, ma che Iddio siccome ha usata misericordia ai gentili, così l'userà agli ebrei in chiamarli alla fede.

10. Oppongono per 3. che conviene bensì a Dio salvare gli uomini in eterno, mentre a questo fine gli ha creati: ma per la stessa ragione non conviene alla divina bontà il dannarli in eterno. Si risponde con s. Tommaso1, che sebbene Dio ha creati gli uomini per l'eterna felicità, nondimeno ha voluto che eglino l'acquistassero, non solamente colla forza della sua grazia ma ancora colla loro cooperazione. Quindi è che se gli uomini non vogliono cooperare alla loro salute, e si dannano, tutto avviene per loro colpa. Iddio poi giustamente permette i peccati così per conservare il buon ordine dell'universo, come ancora affinché maggiormente risplenda la fedeltà de' giusti, come dice l'apostolo2: Oportet et haereses esse, ut et qui probati sunt, manifesti fiant in vobis.

11. Oppongono per 4. che questa pena eterna de' dannati consisterà non già nel patire eternamente, ma nell'essere annichilati da Dio, dopo qualche proporzionata pena temporale; e fondano questa falsità sulle scritture, dove si dice che i reprobi saran perduti, e moriranno: Nullum est operimentum perditioni3. Vasa irae, apta in interitum4. Queste voci, dicono, perditio, interitus, significano consumazione e fine. Ma si risponde che lo stesso apostolo dichiara che intanto i reprobi si chiamano morti, in quanto son privati per sempre della vista di Dio, e condannati alle pene eterne: Poenas dabunt in interitu aeternas a facie Domini5.

12. Ma, dice l'empio Bayle, le pene si costituiscono per l'emenda de' rei, o pure per l'esempio degli altri. Onde a che serve il tormentare in eterno i dannati dopo che non vi sarà più speranza né della loro emenda, né dell'esempio per gli altri? Si risponde per 1. che alcune pene son medicinali, altre vendicative in castigo della colpa. Per 2. la suddetta regola corre ne' giudizj che fanno gli uomini, non già in quelli di Dio: il giudice umano nelle pene riguarda solo il bene della repubblica, e perciò nel castigare non altro intende che l'emenda de' rei, o l'esempio degli altri; ma Dio in punire i dannati, non solo riguarda l'emenda e l'esempio, ma principalmente intende la manifestazione de' suoi attributi. Onde le pene eterne de' reprobi, quantunque nella fine de' secoli non saranno utili né per essi, né per gli altri, saranno bensì utili per far risplendere l'ordine della divina giustizia.

13. Siccome poi eterno è l'inferno che Dio minaccia a' malvagi, così anche eterno è il paradiso che promette a' giusti. Basta ad accertarci di ciò il saper la sentenza che Gesù Cristo pronunzierà a lor favore nel giudizio finale:Venite, benedicti Patris mei, possidete paratum vobis regnum a constitutione mundi6. Già sappiamo che il regno di Gesù Cristo non ha fine, come disse s. Gabriele alla B. V. Maria: Et regni eius non erit finis7. E questa è la promessa che fa il Signore a chi lo riceve nella santa eucaristia: Qui manducat meam carnem... habet vitam aeternam, et ego resuscitabo eum in novissimo die8; gli promette di farlo risorgere alla vita eterna.

14. Con tal promessa egli ci esorta a soffrire in pace le tribolazioni della vita presente, facendoci intendere che nell'altra vita, per coloro che si salvano, non v'è più morte: Et mors ultra non erit, neque luctus, neque clamor, neque dolor erit ultra9. Se nel cielo non vi sarà più morte, dunque la vita sarà eterna. Così anche ci anima a disprezzare i beni di questa terra, ed a procurarci i tesori del cielo, che non mai mancheranno né ci potranno mai esser tolti: Thesaurizate autem vobis thesauros in coelo, ubi neque aerugo neque tinea demolitur; et ubi fures non effodiunt nec furantur10. Così finalmente ci assicura l'apostolo che i brevi e leggieri travagli di questa vita ci otterranno una gloria che non avrà più fine: Quod in praesenti est momentaneum et leve tribulationis nostrae, supra modum in sublimitate aeternum gloriae pondus operatur in nobis1. In somma il beato in cielo sarà fatto partecipe della stessa beatitudine di Dio: Euge, serve bone et fidelis... intra in gaudium Domini tui2. Onde come la felicità di Dio sarà eterna, così ancora eterna sarà la gloria de' beati, i quali loderanno il Signore ne' secoli de' secoli, come scrive Davide3.

15. Dunque se ci salviamo, la nostra felicità sarà eterna; e se ci danniamo, eterna sarà la nostra rovina. Posto ciò, io dico così: ancorché questi miscredenti, questi spiriti spregiudicati avessero qualche ragione, che sembrasse ad essi probabile per le loro false opinioni, cioè o che non v'è Dio, o che l'anima muore col corpo, o che ciascun può salvarsi in qualunque religione, o che l'inferno non sia eterno, queste opinioni non sarebbero loro più che dubbie. Mentre che se essi negano le verità della nostra fede perché, siccome dicono, non sono queste per essi evidenti come sono per noi, non potranno però certamente mai credere che la nostra fede sia evidentemente falsa. All'incontro non può negarsi che la nostra religion cristiana sì per l'autorità di tanti dotti che, spogliati dalle passioni del senso, l'hanno abbracciata, come per le ragioni che la assistono, almeno, diciamo così, almeno sia probabile e verisimile. Gli stessi miscredenti, per quanto cerchino di persuadersi il contrario, non possono liberarsi da' timori da cui son tormentati vivendo nella loro incredulità, specialmente in quel tempo, in cui le loro menti si trovano meno ottenebrate dalle passioni e dal fomite brutale de' sensi.

16. Or supposte anche per dubbie le verità della nostra fede, ogni ragione e prudenza vorrebbe che ci attenessimo alla loro credenza. Non sarebbe certamente matto quel mercante, che per guadagnare uno scudo volesse porsi a pericolo di perdere tutto il suo patrimonio? Non matto quel re, che per acquistare un villaggio volesse arrischiare tutto il suo regno? E non si stimerà poi una pazzia il volere abbracciare una credenza, com'è quella degli increduli, la quale se fosse vera, niente frutterebbe; ed all'incontro se ella è falsa, come certamente lo è, apporterà una rovina eterna? Vorrei pur dimandare a taluno di costoro, i quali per vivere a lor capriccio, mettono in dubbio ogni cosa, con dire che le verità della nostra religione non sono certe: ditemi, vorrei dirgli, arrischiereste voi la vita, facendo scommessa sulla verità delle vostre opinioni? No. E volete poi arrischiarvi la vita eterna? Non vedete che l'abbracciare alla cieca ciò che piace, senza far conto di legge e di ragione, non è viver da uomo ragionevole, ma da bruto? La religione non dee modellarsi secondo le passioni, ma secondo la ragione e la fede. I misteri della nostra fede se non sono a noi evidenti, sono nondimeno evidentemente credibili e certi. Le verità speculative circa la religione che debbon credersi dall'intelletto, non possono provarsi colle dimostrazioni fisiche e geometriche, ma colle ragioni che persuadono la mente.

17. Ma diranno: è regola che non si lasci il certo per l'incerto. Per prima, io rispondo, questa non può esser regola generale per ogni specie di cose; altrimenti niuno dovrebbe far più mercanzie, affin di far guadagno, niuno affaticarsi a studiare le scienze, niuno arrischiar la vita nelle guerre, affin di avanzarsi a far fortuna, perché il guadagno e la fortuna è incerta; tanto più se alcuno fosse nel caso che se non guadagna, abbia a perdere il tutto, com'è nel caso nostro, dove non solo si tratta di acquistare un regno eterno di contenti, vivendo bene, ma di cadere in un'eterna miseria, vivendo male. Per secondo i piaceri sono anche incerti. Chi ne accerta che avremo l'intento di conseguirli? Chi ci darà certamente la sanità necessaria per goderli? Specialmente se con disordine saranno presi tali diletti, poiché questi necessariamente guastano la sanità. Chi almeno ci assicura che avremo vita e tempo di goderli, quando la vita è così incerta? Or se il tutto è incerto, non sarebbe più che pazzo colui che per la speranza di ottenere uno scudo incerto volesse rinunziare alla speranza di un milione? E non sarà pazzo quegli che per la speranza di prendersi pochi e brevi piaceri avvelenati (poiché ogni piacere peccaminoso più affligge che contenta, per il veleno del rimorso e del timore che seco apporta il peccato) vorrà privarsi della speranza di un bene eterno, col pericolo di più d'incorrere un eterno male? Se vi fossero due anime, potrebbe arrischiarne una (e pure sarebbe una sciocchezza); ma essendo una sola, se questa perisce, la sua ruina sarà eterna ed irreparabile. E perciò, quantunque la nostra fede fosse incerta, pure vorrebbe ogni ragione che ciascuno lasciasse i pochi e brevi beni che può godere in questa terra, per guadagnarsi una felicità immensa ed eterna, e liberarsi dal pericolo d'incorrere un'eterna miseria.

18. Oltreché, anche a riguardo della vita presente, parlando in verità, i veri piaceri son quelli che son permessi: mentr'eglino son puri ed innocenti e liberi dal pentimento, dal rimorso e dal timore, da' quali non possono disbrigarsi i dissoluti. E facciano quanto vogliono per persuadersi che sieno false le verità eterne; poiché i suddetti funesti effetti del peccato non derivano già dal pregiudizio dell'educazione, come sognano i miscredenti, ma vengono impressi dalla stessa natura. Altrimenti, perché l'incredulo ha da temere, se crede di non esser reo? Perché la virtù si pratica arditamente ed alla svelata, e 'l vizio con paura e con rossore? All'incontro chi ben crede, e vive bene, vive in pace, e non teme, perché è libero da' peccati. Si aggiunga che le virtù, come la castità, la giustizia, la temperanza, sono compagne che mantengono l'animo tranquillo, e traggono rispetto anche dai viziosi. I filosofi antichi anteponevano a tutti i piaceri di senso le virtù, benché elle non fossero in essi che apparenze di virtù, essendo tutte effetti di ambizione della propria gloria. Eh che i diletti dell'animo superano di gran lunga quelli del senso! Queste sono tutte prove che il bene ed il male non consistono nella sola apprensione degli uomini, ma veramente vi sono: perché vi sta un Dio d'infinita bontà, che ha impresso nella natura l'amore alla virtù e l'orrore al vizio.

19. Ma perché, dicono gl'increduli, quelle verità che a voi son chiare, a noi son nascoste? Perché, rispondo, i vizj oscurano la mente. L'occhio vede, ma se è coperto da una benda, non vede più per quanto grande sia la luce che risplende. Chi lascia i vizj non ha difficoltà a ben credere; ma non può mai creder bene chi vuole mal vivere. Chi mal vive, si fa suo interesse il non credere, per peccare senza rimorso: e così fa regolarsi dall'interesse, non dalla ragione. Non v'è stato mai chi ha negato Dio e le sue verità prima di offenderlo. Il pensiero de' castighi del peccato impedisce il godere liberamente i piaceri vietati nella vita presente; ond'è che chi vive ne' vizj, facilmente brama che non vi sia castigo per chi mal vive; e dal bramare che non vi sia, facilmente passa a lusingarsi che non vi sia, almeno a porlo in dubbio, per peccare con meno rimorso. Colui che s'induce a dubitare dell'ultimo articolo del simbolo: Credo vitam aeternam, sta vicino a dubitare anche del primo: Credo in Deum. Se non fossero dunque altro che probabili o dubbie le verità della nostra fede, l'esistenza d'un Dio rimuneratore, la morte del corpo, l'immortalità dell'anima, l'eternità delle pene; pure, come si è detto, dovremmo attenerci senza meno alla religione più sicura. Poiché si tratta di salute eterna, in cui se si erra, e se è vero ciò che la religione cristiana insegna, non vi sarà in eterno più rimedio all'errore. Ma no, che queste verità non sono dubbie, ma certe ed evidenti. Poiché, come dicemmo sul principio, sebbene i misteri della nostra religione non sono a noi evidenti, ma oscuri, mentre in ciò consiste il merito della fede, in credere quel che noi non comprendiamo; nondimeno è evidente, che questa è la vera fede, e che son certe le cose ch'ella ci propone a credere. Questi miserabili miscredenti, che nel tempo della loro vita dissoluta pongono tutto in dubbio ed in questione per liberarsi da' rimorsi della coscienza e da' rimorsi del castigo, in punto di morte certamente vorranno aver creduto ed esser vivuti da veri cristiani; ma avverrà loro quel che avvenne ad un incredulo (come narra il Nieuwentyt) che giunto a morte pronunciò queste memorabili parole: Io credo finalmente tutto ciò che prima ho negato; ma è troppo tardi il potersi da me sperare la grazia di ravvedermi. E così morì.

20. Ma facciamo la conclusione di questa seconda parte. Ogni uomo desidera di esser felice e sempre felice. Non può esserlo in questa terra, ove dimora per pochi anni, e dove non trova cosa che appieno lo contenti; anzi sperimenta in se stesso un continuo combattimento, mentre la carne sempre si oppone alla ragione. Egli di ciò non sa trovare la causa, né sa come stabilire la sua felicità. Sente che Iddio ha tutto rivelato, onde cerca il popolo che tenga il deposito di questa rivelazione. I giudei gli scoprono parte, ma non tutto. I maomettani gli parlano di questa e dell'altra vita, ma non sanno che dirsi. Ricorre a' cristiani, e questi gli dimostrano l'antichità della lor religione colle prove che loro somministrano gli stessi giudei loro nemici, i quali ricevettero le prime rivelazioni divine colle sante scritture. Che poi questo sacro libro sia vero, lo dimostrano la stessa ostinazione de' giudei, e lo stato miserabile in cui vivono, cose nel medesimo libro già predette prima di vedersi avverata la loro dispersione. Sicché il libro non può essere inventato da essi giudei, e neppure da' cristiani, perché i giudei loro il rinfaccerebbero; oltre le tante copie che ve ne sono sparse per tutto il mondo, prima e dopo la ruina de' giudei; onde sarebbe stato impossibile il falsificarle tutte. Questo sacro libro conferma se stesso co' miracoli ivi riferiti, avvenuti a vista di milioni d'uomini, che ne furono testimonj oculari. Di più si conferma dalle profezie scritte prima degli eventi, le quali profezie per la ragione poc'anzi addotta, non possono essere da' cristiani inventate. Or questo libro scopre l'origine del mondo, la creazione dell'uomo e la causa del disordine che nell'uomo si vede. Ed ivi si leggono chiare le predizioni della redenzione degli uomini, della riprovazione del popolo eletto, della conversione delle genti e della nuova legge che dovea stabilirsi dal Messia. Quindi la di lui venuta e lo stabilimento della nuova legge si provano con mille contrassegni certi: coll'avveramento delle cose predette, col castigo de' giudei, colla conversione del mondo e coi miracoli operati da G. C. e da' suoi apostoli. Chi potrà dubitare dunque d'una religione avvalorata con tanti caratteri evidenti di verità?

21. In fine qui non voglio lasciar di pregare i padri di famiglia a star molto attenti in vedere dove mandano i loro figli ad apprender le scienze; acciocché in vece delle buone lettere, non restino imbevuti di vizj e di errori. Voglio sperare che tal disastro non vi sarà nella nostra città di Napoli; ma volesse Iddio che non vi fosse in molte città d'Europa, nelle quali gli errori moderni volentieri han trovato seguaci e fautori. Or questi errori proposti e adornati con fallacie e sofismi dagli autori del nuovo modo di filosofare talmente preoccupano e confondono le menti de' poveri giovani, che, oscurandosi in essi la luce della fede, perdono l'orrore a' peccati, e strascinati per altra parte dal bollore del sangue si abbandonano ad ogni sorta di vizio; e così poi, sempre vieppiù allucinandosi con moltiplicare le iniquità, è molto facile che finalmente si estingua in essi ogni lume di fede.

__________

1 Matth. c. 25. 34.

2 Ier. 15. 14.

3 Ioan. c. 15. 6.

4 Matth. 25. 36.

5 2. Tess. 1. 9.

6 Isa. 66. 24.

7 Iudith. 16. 21.

8 Apoc. 20. 9. et 10.

9 Apoc. 9. 6.

10 Praelect. theol. t. 2. p. mihi 115.

11 Sess. 6. c. 25. et Sess. 14. c. 5.

12 Opusc. 3. c. 38.

13 L. 21. de civit. c. 11.

1 Ier. 15. 18.

2 3. 29.

3 Ps. 102. 8 et 9.

4 Zac. 1. 3.

5 Psal. 7. 3.

6 Prov. 11. 7.

7 Rom. 11. 32.

1 L. 3. contra gentes c. 55.

2 1. Cor. 11. 19.

3 Iob. 26. 6.

4 Rom. 9. 22.

5 2. Tess. 1. 9.

6 Matth. 25. 34.

7 Luc. 1. 33.

8 Ioan. 6. 55.

9 Apoc. 21. 4.

10 Matth. 6. 20.

1 2. Cor. 4. 17.

2 Matth. 25. 23.

3 Ps. 83. 5. 

lunedì 5 settembre 2011

Redemptor hominis - La Prima Enciclica di Giovanni Paolo II - XVII

Continuiamo la lettura della Redemptor hominis, ovvero la Prima Enciclica di Giovanni Paolo II che cerca di rispondere ai dubbi e ai problemi dell'uomo contemporaneo, cercando allo stesso modo di ridare vitalità all'opera della Chiesa. Oggi, in concomitanza anche con il XXV Congresso Eucaristico Nazionale, ci soffermiamo proprio sull'importanza vitale rappresentata dal Corpo Eucaristico:

IV - La missione della chiesa e la sorte dell'uomo  


20. Eucaristia e penitenza

Nel mistero della Redenzione, cioè dell'opera salvifica operata da Gesù Cristo, la Chiesa partecipa al Vangelo del suo Maestro non soltanto mediante la fedeltà alla Parola ed il servizio alla verità, ma parimenti mediante la sottomissione, piena di speranza e di amore, partecipa alla forza della sua azione redentrice, che Egli ha espresso e racchiuso in forma sacramentale, soprattutto nell'Eucaristia154. Questo è il centro e il vertice di tutta la vita sacramentale, per mezzo della quale ogni cristiano riceve la forza salvifica della Redenzione, iniziando dal mistero del Battesimo, in cui siamo immersi nella morte di Cristo, per diventare partecipi della sua Risurrezione155, come insegna l'Apostolo. Alla luce di questa dottrina, diventa ancor più chiara la ragione per cui tutta la vita sacramentale della Chiesa e di ciascun cristiano raggiunge il suo vertice e la sua pienezza proprio nell'Eucaristia. In questo Sacramento, infatti, si rinnova continuamente, per volere di Cristo, il mistero del sacrificio, che Egli fece di se stesso al Padre sull'altare della Croce: sacrificio che il Padre accettò, ricambiando questa totale donazione di suo Figlio, che si fece «obbediente fino alla morte»156, con la sua paterna donazione, cioè col dono della nuova vita immortale nella risurrezione, perché il Padre è la prima sorgente e il datore della vita fin dal principio. Quella vita nuova che implica la glorificazione corporale di Cristo crocifisso, è diventata segno efficace del nuovo dono elargito all'umanità, dono che è lo Spirito Santo, mediante il quale la vita divina, che il Padre ha in sé e che dà al suo Figlio157, viene comunicata a tutti gli uomini che sono uniti con Cristo.

L'Eucaristia è il Sacramento più perfetto di questa unione. Celebrando ed insieme partecipando all'Eucaristia, noi ci uniamo a Cristo terrestre e celeste, che intercede per noi presso il Padre158; ma ci uniamo sempre mediante l'atto redentore del suo sacrificio, per mezzo del quale Egli ci ha redenti, così che siamo stati «comprati a caro prezzo»159. Il «caro prezzo» della nostra redenzione comprova, parimenti, il valore che Dio stesso attribuisce all'uomo, comprova la nostra dignità in Cristo. Diventando infatti «figli di Dio»160, figli di adozione161, a sua somiglianza noi diventiamo al tempo stesso «regno di sacerdoti», otteniamo «il sacerdozio regale»162, cioè partecipiamo a quell'unica e irreversibile restituzione dell'uomo e del mondo al Padre, che Egli, Figlio eterno163 e insieme vero uomo, fece una volta per sempre. L'Eucaristia è il Sacramento, in cui si esprime più compiutamente il nostro nuovo essere, in cui Cristo stesso, incessantemente e sempre in modo nuovo, «rende testimonianza» nello Spirito Santo al nostro spirito164 che ognuno di noi, come partecipe del mistero della Redenzione, ha accesso ai frutti della filiale riconciliazione con Dio165, quale Egli stesso aveva attuato e sempre attua fra noi mediante il ministero della Chiesa.

È verità essenziale, non soltanto dottrinale ma anche esistenziale, che l'Eucaristia costruisce la Chiesa166, e la costruisce come autentica comunità del Popolo di Dio, come assemblea dei fedeli, contrassegnata dallo stesso carattere di unità, di cui furono partecipi gli Apostoli ed i primi discepoli del Signore. L'Eucaristia costruisce sempre nuovamente questa comunità e unità; sempre la costruisce e la rigenera sulla base del sacrificio di Cristo stesso, perché commemora la sua morte sulla Croce167, a prezzo della quale siamo stati redenti da Lui. Perciò, nell'Eucaristia tocchiamo, si potrebbe dire, il mistero stesso del Corpo e del Sangue del Signore, come testimoniano le stesse parole al momento dell'istituzione, le quali, in virtù di essa, sono diventate le parole della perenne celebrazione dell'Eucaristia da parte dei chiamati a questo ministero nella Chiesa.

La Chiesa vive dell'Eucaristia, vive della pienezza di questo Sacramento, il cui stupendo contenuto e significato han trovato spesso la loro espressione nel Magistero della Chiesa, dai tempi più remoti fino ai nostri giorni168. Tuttavia, possiamo dire con certezza che questo insegnamento - sorretto dalla acutezza dei teologi, dagli uomini di profonda fede e di preghiera, dagli asceti e mistici, in tutta la loro fedeltà al mistero eucaristico - rimane quasi sulla soglia, essendo incapace di afferrare e di tradurre in parole ciò che è l'Eucaristia in tutta la sua pienezza, ciò che essa esprime e ciò che in essa si attua. Infatti, essa è il Sacramento ineffabile! L'impegno essenziale e, soprattutto, la visibile grazia e sorgente della forza soprannaturale della Chiesa come Popolo di Dio, è il perseverare e progredire costantemente nella vita eucaristica, nella pietà eucaristica, è lo sviluppo spirituale nel clima dell'Eucaristia. A maggior ragione, dunque, non ci è lecito né nel pensiero, né nella vita, né nell'azione togliere a questo Sacramento, veramente santissimo, la sua piena dimensione ed il suo essenziale significato. Esso è nello stesso tempo Sacramento-Sacrificio, Sacramento-Comunione e Sacramento-Presenza. E benché sia vero che l'Eucaristia fu sempre e deve essere tuttora la più profonda rivelazione e celebrazione della fratellanza umana dei discepoli e confessori di Cristo, non può essere trattata soltanto come un'«occasione» per manifestare questa fratellanza. Nel celebrare il Sacramento del Corpo e del Sangue del Signore, bisogna rispettare la piena dimensione del mistero divino, il pieno senso di questo segno sacramentale, nel quale Cristo, realmente presente, è ricevuto, l'anima è ricolmata di Grazia e a noi vien dato il pegno della gloria futura169. Di qui deriva il dovere di una rigorosa osservanza delle norme liturgiche e di tutto ciò che testimonia il culto comunitario reso a Dio stesso, tanto più perché, in questo segno sacramentale, Egli si afffida a noi con fiducia illimitata, come se non prendesse in considerazione la nostra debolezza umana, la nostra indegnità, le abitudini, la «routine» o, addirittura, la possibilità di oltraggio. Tutti nella Chiesa, ma soprattutto i Vescovi e i Sacerdoti, debbono vigilare perché questo Sacramento di amore sia al centro della vita del Popolo di Dio, perché, attraverso tutte le manifestazioni del culto dovuto, si faccia in modo da rendere a Cristo «amore per amore», perché Egli diventi veramente «vita delle nostre anime»170. Né, d'altra parte, potremo mai dimenticare le seguenti parole di San Paolo: «Ciascuno, pertanto, esamini se stesso, e poi mangi di questo pane e beva di questo calice»171.

domenica 4 settembre 2011

Filotea: Introduzione alla vita devota - X

Anche per questa domenica proseguiamo la lettura di "Filotea: Introduzione alla vita devota" di San Francesco di Sales. Proseguiamo la lettura delle meditazioni, con la seconda meditazione che ci fa conoscere il fine per il quale siamo stati creati:





FILOTEA
Introduzione alla vita devota
(San Francesco di Sales)

PRIMA PARTE

Contiene consigli ed esercizi necessari per condurre l'anima dal primo desiderio della vita devota fino alla ferma risoluzione di abbracciarla



CAPITOLO X


Seconda Meditazione: IL FINE PER IL QUALE SIAMO STATI CREATI

Preparazione

Mettiti alla presenza di Dio.

Pregalo che ti ispiri.

Considerazioni

Dio non ti ha messo al mondo perché aveva bisogno di te; tu non gli sei di alcuna utilità. Lo ha fatto soltanto per dimostrare in te la sua bontà, arricchendoti della sua grazia e della sua gloria. Per questo ti ha dato l’intelligenza per conoscerlo, la memoria per ricordarlo, la volontà per amarlo, l’immaginazione per rappresentarti i suoi benefici, gli occhi per contemplare le sue opere, la lingua per lodarlo , e così tutte le altre facoltà.

Poiché sei stata creata e messa al mondo per questo, tutte le azioni contrarie devono essere bandite ed evitate; e quelle che non giovano al conseguimento di questo fine, non devono essere nemmeno prese in considerazione perché vuote e inutili.

Considera la sventura del mondo che non pensa a queste cose, ma vive come se fosse stato creato soltanto per costruire case, piantare alberi, accumulare ricchezze e fare pazzie.

Affetti e propositi

Umiliati e rimprovera alla tua anima la sua miseria, che, per il passato, è stata così grande che ha pensato poco o punto a tutto ciò. Dirai: Mio Dio, a che cosa mi occupavo, quando non pensavo a te? Che cosa ricordavo, quando dimenticavo te? Che cosa amavo, quando non amavo te? Avrei dovuto nutrirmi di verità e mi imbottivo di vuoto; ero schiava del mondo anziché rendere lui schiavo di me.

Detesta la vita passata. Rinuncio a voi, pensieri vuoti e riflessioni inutili; rinnego voi, ricordi vergognosi e frivoli; tronco voi, amicizie infedeli e sleali; favori venali e interessati, soddisfazioni amare, false cortesie.

Convertiti a Dio. E tu, Dio mio e Salvatore, d’ora in poi sarai il solo oggetto dei miei pensieri; non occuperò più il mio spirito in pensieri che ti siano sgraditi; la memoria sarà occupata tutti i giorni della mia vita dalla grandezza della tua bontà, che tanto benevola è stata verso di me; sarai la delizia del mio cuore e la dolcezza dei miei affetti. D’ora in poi avrò in orrore quel rincorrersi di vanità, quei divertimenti a cui davo tanto tempo, quello occupazioni oziose che svuotavano la mia giornata, quegli affetti che ottenebravano il mio cuore. A tal fine mi servirò di questo e quel rimedio.

Conclusione

Ringrazia Dio che ti ha creata per un fine così nobile. Tu, o Signore, mi hai creata per te, perché io goda per tutta l’eternità dell’immensità della tua gloria: riuscirò un giorno ad esserne degna e a benedirti come meriti?

Offerta. Mio caro Creatore, ti offro tutti i miei affetti e i miei propositi assieme alla mia anima e al mio cuore.

Preghiera. Ti supplico, o Dio, di accettare le mie aspirazioni e i miei desideri, e benedire con la tua benedizione la mia anima perché riesca ad attuarli, per i meriti del Sangue di tuo Figlio versato sulla Croce, ecc.

sabato 3 settembre 2011

Il Sabato dei Salmi - Salmo 68 ( 67) - La gloriosa epopea di Israele

 Salmo 68   

La gloriosa epopea di Israele 
[1]Al maestro del coro. Di Davide.Salmo. Canto. 

[2]Sorga Dio, i suoi nemici si disperdano
e fuggano davanti a lui quelli che lo odiano.
[3]Come si disperde il fumo, tu li disperdi;
come fonde la cera di fronte al fuoco,
periscano gli empi davanti a Dio.
[4]I giusti invece si rallegrino,
esultino davanti a Dio
e cantino di gioia. 

[5]Cantate a Dio, inneggiate al suo nome,
spianate la strada a chi cavalca le nubi:
«Signore» è il suo nome,
gioite davanti a lui.
[6]Padre degli orfani e difensore delle vedove
è Dio nella sua santa dimora.
[7]Ai derelitti Dio fa abitare una casa,
fa uscire con gioia i prigionieri;
solo i ribelli abbandona in arida terra.
[8]Dio, quando uscivi davanti al tuo popolo,
quando camminavi per il deserto,
[9]la terra tremò, stillarono i cieli
davanti al Dio del Sinai,
davanti a Dio, il Dio di Israele.
[10]Pioggia abbondante riversavi, o Dio,
rinvigorivi la tua eredità esausta.
[11]E il tuo popolo abitò il paese
che nel tuo amore, o Dio, preparasti al misero. 

[12]Il Signore annunzia una notizia,
le messaggere di vittoria sono grande schiera:
[13]«Fuggono i re, fuggono gli eserciti,
anche le donne si dividono il bottino.
[14]Mentre voi dormite tra gli ovili,
splendono d'argento le ali della colomba,
le sue piume di riflessi d'oro».
[15]Quando disperdeva i re l'Onnipotente,
nevicava sullo Zalmon.
[16]Monte di Dio, il monte di Basan,
monte dalle alte cime, il monte di Basan. 

[17]Perché invidiate, o monti dalle alte cime,
il monte che Dio ha scelto a sua dimora?
Il Signore lo abiterà per sempre.
[18]I carri di Dio sono migliaia e migliaia:
il Signore viene dal Sinai nel santuario.
[19]Sei salito in alto conducendo prigionieri,
hai ricevuto uomini in tributo:
anche i ribelli abiteranno
presso il Signore Dio. 

[20]Benedetto il Signore sempre;
ha cura di noi il Dio della salvezza.
[21]Il nostro Dio è un Dio che salva;
il Signore Dio libera dalla morte.
[22]Sì, Dio schiaccerà il capo dei suoi nemici,
la testa altèra di chi percorre la via del delitto. 

[23]Ha detto il Signore: «Da Basan li farò tornare,
li farò tornare dagli abissi del mare,
[24]perché il tuo piede si bagni nel sangue,
e la lingua dei tuoi cani riceva la sua parte tra i nemici». 

[25]Appare il tuo corteo, Dio,
il corteo del mio Dio, del mio re, nel santuario.
[26]Precedono i cantori, seguono ultimi i citaredi,
in mezzo le fanciulle che battono cèmbali.
[27]«Benedite Dio nelle vostre assemblee,
benedite il Signore, voi della stirpe di Israele».
[28]Ecco, Beniamino, il più giovane,
guida i capi di Giuda nelle loro schiere,
i capi di Zàbulon, i capi di Nèftali. 

[29]Dispiega, Dio, la tua potenza,
conferma, Dio, quanto hai fatto per noi.
[30]Per il tuo tempio, in Gerusalemme,
a te i re porteranno doni.
[31]Minaccia la belva dei canneti,
il branco dei tori con i vitelli dei popoli:
si prostrino portando verghe d'argento;
disperdi i popoli che amano la guerra.
[32]Verranno i grandi dall'Egitto,
l'Etiopia tenderà le mani a Dio. 

[33]Regni della terra, cantate a Dio,
cantate inni al Signore;
[34]egli nei cieli cavalca, nei cieli eterni,
ecco, tuona con voce potente. 

[35]Riconoscete a Dio la sua potenza,
la sua maestà su Israele,
la sua potenza sopra le nubi.
[36]Terribile sei, Dio, dal tuo santuario;
il Dio d'Israele dà forza e vigore al suo popolo,
sia benedetto Dio. 


COMMENTO

Oggi riflettiamo attraverso il commento del compianto Padre Lino Pedron tratto dal sito a lui dedicato: http://www.padrelinopedron.it/

Questo salmo è il "Te Deum" d’Israele. È la pagina più difficile di tutto il salterio. "È un salmo monumentale, simile a una cattedrale grandiosa e semplice nella sua idea generale, ricca nei dettagli, ma con parti in rovina e ornamenti cancellati" (Brillet).

Il salmo 68 secondo la "Vita di Antonio" attribuita a s. Atanasio era la preghiera del famoso padre del deserto durante le tentazioni: "I conoscenti andavano là e lo udivano cantare i salmi: Sorga Dio e vengano dispersi i suoi nemici e coloro che lo odiano fuggano dal suo cospetto. Come si dilegua il fumo essi si dileguino. Come la cera si scioglie al cospetto del fuoco, così periscano i peccatori al cospetto di Dio".

Commento dei padri della Chiesa

v. 2 "Profezia della venuta del Cristo. Questa venuta comporta la sconfitta dei nemici, la liberazione degli schiavi da parte dello stesso Dio che un tempo fece uscire Israele dall’Egitto, il dono dello Spirito, la conversione di una folla immensa, l’elezione degli apostoli e l’ascensione del Signore" (Agostino).

«"Sorga Dio!" è a un tempo il grido di guerra contro i demoni e la parola della risurrezione: infatti ogni profezia è evangelica» (Eusebio).

"Quando Dio si è fatto uomo i suoi nemici sono stati dispersi e quelli che lo odiavano sono fuggiti" (Cirillo di Alessandria).

"Questo salmo è pieno dei misteri del vangelo ed è particolarmente singolare per la descrizione dell’ascensione del Cristo. Il profeta invoca il compimento di ciò che sa dover avvenire: la risurrezione del Cristo e la dispersione dei suoi nemici" (Cassiodoro).

v. 3 "Il salmista si augura non che siano annientati, ma che cessino di peccare, che la durezza del loro cuore sia sciolta come cera" (Girolamo).

"Dio non odia nessuna delle sue opere: ma quanti disertano e si allontanano da lui si fanno volontariamente suoi nemici" (Eusebio).

v. 4 "Questo versetto mostra che gli anatemi precedenti non sono contro gli uomini, ma contro i demoni. Quando i demoni sono vinti, gli uomini si rallegrano ed esultano davanti a Dio" (Teodoreto).

"Sconfitta dei nemici e gioia degli eletti: è il giudizio" (Ilario).

"È sotto lo sguardo di Dio, è alla sua presenza che si trova la vera gioia. Si dilettano nella loro stessa gioia sapendo che non la perderanno mai" (Cassiodoro).

v. 5 "Spianate la strada: gli apostoli affrettino il loro cammino verso le genti per spianare la via al Signore. Andate, ammaestrate tutte le genti (Mt 28,19). Dio vuole abitare nelle anime e passeggiarvi (cfr. Is 40,3)" (Teodoreto).

"Dobbiamo preparargli la strada appianando gli ostacoli del nostro orgoglio" (Ilario).

"Esultate davanti a lui: non esultate davanti agli uomini, ma solo davanti a lui. Qualunque sia la pena che voi possiate soffrire, il pensiero della ricompensa vi consolerà sempre" (Cassiodoro).

"Spianiamo la via al Signore nei nostri cuori. La nostra gioia sia il suo sguardo e non i piaceri del mondo" (Girolamo).

v. 6 "Gli orfani, le vedove. È la condizione umana nella sua desolazione" (Ilario).

"La santa dimora di Dio sono le anime sante" (Cirillo di Alessandria).

"Dopo la discesa agli inferi il Cristo è risalito nel suo luogo santo" (Atanasio).

v. 7 "Fa abitare una casa a quelli che gli consacrano la vita. Questa casa è la città celeste" (Origene).

"Farà abitare nella sua casa quelli che vivono per lui" (Atanasio).

"Quelli che erano incatenati dal diavolo, il Cristo li ha fatti risorgere con lui" (Eusebio)

"Li ha fatti uscire dal sepolcro e li ha condotti alla vita" (Ilario).

"Ha tratto fuori dall’infelicità quanti provocano l’ira di Dio e la cui anima è morta" (Girolamo).

v. 8 "Quando uscivi: allusione all’uscita dall’Egitto, quando Dio li precedeva nella colonna di nubi nel deserto. Ma ancor più è il Cristo che cammina davanti al suo popolo, davanti agli incatenati che ha liberato con la sua forza. Il deserto rappresenta dunque le genti alle quali non era giunto nessun profeta e che erano come un deserto privato della parola di Dio" (Cassiodoro).

"Lo stesso Dio ha condotto Israele nel deserto e ha visitato il deserto delle genti col suo vangelo. Alla manna del Sinai corrisponde il corpo e il sangue di Cristo nella chiesa" (Girolamo).

v. 9 "Tutta la terra apprese le meraviglie dell’uscita dall’Egitto e ne fu stupita" (Cirillo di Alessandria).

"Al momento della crocifissione la terra tremò; a Pentecoste la grazia dello Spirito santo scese come gocce di rugiada. È Dio che ha fatto questo: è lo stesso Dio che è apparso sul monte Sinai ai nostri padri, che ha sofferto la passione e che ha inviato lo Spirito santo" (Teodoreto).

"I cieli stillano la manna e gli oracoli divini. Il popolo ebreo era bambino e i cieli stillarono per lui come una nutrice che allatta il bambino" (Eusebio).

v. 10 «La pioggia abbondante è, in senso storico, la manna; in senso spirituale è la parola evangelica e il Cristo stesso disceso dal cielo: "Scenderà come pioggia sull’erba, come acqua che irrora la terra" (Sal 72,6)» (Cirillo di Alessandria).

"Le genti erano malate; tu le hai ristabilite e portate a perfezione con l’annuncio del vangelo" (Atanasio).
"Israele era l’eredità del Signore. Questa eredità si era estenuata quando i giudei rifiutarono di credere nel Salvatore; ma questi l’ha portata a perfezione facendo entrare le genti" (Cassiodoro).

v. 11 "Il povero è la natura umana" (Teodoreto)

"Il povero è il Cristo che ha preso forma di servo, svuotandosi dalla forma di Dio (Fil 2,7)" (Ilario).

v. 12 "Il Signore dà la parola divina agli evangelisti ed essi l’annunciano con potenza. Il Verbo è a un tempo colui che dà la parola e colui che è annunciato" (Eusebio).

"È la parola degli apostoli che Dio conferma per mezzo di miracoli" (Cirillo di Alessandria).

"Per diffondere il vangelo, il Signore darà la sua parola con le virtù (la grande schiera) del Cristo" (Ilario).

v. 13 "Gli apostoli si spartiscono l’evangelizzazione delle genti, che sono il bottino della santa chiesa" (Cirillo di Alessandria).

"Le spoglie del diavolo sono trasferite entro la chiesa da colui che ha vinto il forte armato" (Cassiodoro).

v. 14 "La colomba è lo Spirito santo" (Ilario).

"La colomba è la chiesa" (Cassiodoro).

vv. 15-17 "Il monte di Dio è il Signore, la pietra estratta dalla montagna senza l’intervento dell’uomo e che occupa tutta la terra (cfr. Dn 2,35). Il Signore abiterà sempre nel suo corpo nato dalla Vergine perché è salito al cielo col corpo" (Girolamo).

"Il Cristo è il monte dei monti, il santo dei santi, il signore dei signori" (Cassiodoro).

vv. 18-19 «L’armata di Dio sono gli spiriti celesti. Il Signore è in mezzo a loro, il Dio che ha dato la legge sul Sinai e che, elevandosi in alto, cioè salendo sulla croce, ha trascinato con sé, come prigionieri, quanti erano prigionieri del diavolo. L’aveva promesso quando disse: "Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me" (Gv 12,32)» (Atanasio).

"Anticamente il Signore è sceso sul Sinai, ma ora scende nell’uomo che assume. Ha imprigionato i prigionieri che erano trattenuti dal diavolo e li ha fatti entrare, al suo seguito, nella vita eterna. È così che ha fatto entrare come prigioniera la carne assunta. Ha ricevuto dal Padre gli uomini come tributo. Ha ricevuto come uomo, dona come Dio. E anche ciò che ha ricevuto, lo ha ricevuto per gli uomini, per donarlo, perché lui non manca di nulla. Ha dato agli uomini le grazie spirituali" (Girolamo).

"È disceso agli inferi, poi ha condotto in cielo quanti aveva liberato dalla schiavitù: ecco il bottino! Non si può esprimere meglio il trionfo del vincitore" (Cassiodoro).

"Il Cristo riconduce la natura umana dal peccato e dall’ignoranza alla virtù e alla conoscenza di Dio" (Origene).

"Il quadro della grande festa trionfale continua. Distribuzione dei doni: lo Spirito scende sugli apostoli e distribuisce le grazie come vuole, secondo la misura del dono di Cristo (cfr. Ef 4,7). Converte quelli che non credono; poiché è misericordioso dà loro la fede che non hanno: è la grazia che ci previene" (Cassiodoro).

«L’amore grande col quale Cristo ci unisce a sé come sue membra fa sì che riceva in noi quello che lui ci dona. Per questo, rivolgendosi a colui che ha dato doni agli uomini, il profeta esclama: "Hai ricevuto doni per l’uomo"» (Baldovino di Ford).

"Il Padre dona al Figlio uomini disubbidienti; il Figlio, per mezzo dello Spirito, li rende figli di Dio" (Cirillo di Alessandria).

"Ha istituito la chiesa tra gli uomini e abita anche presso gli increduli" (Eusebio).

v. 20 "Dopo la descrizione del trionfo, vengono le lodi e il rendimento di grazie. Colui che è salito nell’alto dei cieli condurrà a buon fine il cammino della nostra vita. Questo cammino è già appianato per il fatto che il mondo ha conosciuto il suo Salvatore, l’ha visto, l’ha riconosciuto nella sua incarnazione" (Cassiodoro).

"Il Signore è benedetto per tutto ciò che è venuto prima e per il cammino che ci prepara, cammino che conduce a lui. Ci condurrà a buon fine. Puoi rimanere tranquillo, o peccatore! Non dubitare che non ti accada ogni giorno qualcosa per cui tu non debba benedire il Signore. Il salmista ha fatto bene a dire: "delle nostre salvezze", al plurale, perché saremo salvati tutte le volte in cui cadremo in peccato" (Girolamo).

v. 21 "Il salmista confida che Dio strappi dalla morte quanti sacrificano la loro vita per annunciare il vangelo" (Atanasio).

"Il nostro Dio è pronto a salvare perché si è incarnato per questo" (Girolamo).

"Dio, che è la sola sorgente di salvezza, è il solo che ha trovato un’uscita dalla morte, risuscitando dai morti" (Cirillo di Alessandria).

"Gesù, risuscitando per primo, ha preparato la via per gli altri" (Atanasio).

v. 22 "Uscito dalla morte, il Cristo stritola le teste del diavolo, cioè le teste del drago nel mare. Il diavolo ha tante teste quanti sono i peccati che si commettono" (Girolamo).

"La testa dei nemici è la testa del drago (cfr. Sal 74,13-14)" (Eusebio).

"Allusione al serpente, il cui capo sarà stritolato (cfr. Gen 3,15)" (Atanasio).

v. 23 "È il Cristo che parla" (Eusebio)

"Quanti sono sommersi nel vizio, li farò ritornare a me" (Cirillo di Alessandria).

"Li condurrò al battesimo" (Atanasio).

"Le profondità del mare sono simbolo del mondo corrotto" (Cassiodoro).

v. 24 "Se si convertono è perché le potenze avverse sono distrutte. Nella sua vittoria, il loro sangue sprizza sulle sue vesti (cfr. Is 63,3). Ma questo è un modo di parlare figurato: come i vincitori abitualmente sporcano di sangue i loro piedi, camminando sui cadaveri, così il salmista rappresenta Dio come un guerriero vincitore che trionfa sul nemico e libera gli oppressi" (Cirillo di Alessandria).

"È scritto: Il tuo piede s’immerga nel sangue. Anche voi, dunque, bagnate i passi della vostra anima e quelli del vostro spirito nella confessione ferma della croce del Signore" (Ambrogio).

"I piedi del Cristo sono stati coperti dal suo sangue; il suo sangue è colato anche sui nemici, per guarirli" (Girolamo).

v. 29 "Il salmista supplica Dio di inviare il Messia. La potenza di Dio è il Cristo" (Ilario).

v. 30 "Conferma, Signore, la grazia che ci hai donato per il tuo tempio, che ti sei preso in mezzo a noi e che hai innalzato al di sopra di tutte le potenze di ogni nome che possa essere nominato non solo in questo mondo, ma anche in quello futuro (cfr. Fil 2,9-10)" (Teodoreto).

"Conferma il dono del battesimo con l’effusione dello Spirito" (Girolamo).

"I cristiani portano i loro doni, offrono se stessi a Dio come ostia vivente e gradita" (Girolamo).

v. 31 "La belva dei canneti è il diavolo" (Atanasio).

v. 32 "Quando saranno vinti i demoni, gli egiziani (considerati come i più idolatri) e gli etiopi (che abitano le estremità della terra) verranno per ascoltare l’annuncio del vangelo (cfr. At 8,27 ss.)" (Atanasio).

"L’Egitto e l’Etiopia offriranno anime pure perché dove abbondò il peccato sovrabbonderà la grazia (cfr. Rm 5,20)" (Girolamo).

"Tendere la mano è una metafora militare: è la mano disarmata, tesa al vincitore per chiedere grazia" (Cassiodoro).

v. 33 "I regni della terra sono gli stessi regni che il Cristo ha rifiutato di prendere dal diavolo per riceverli poi dal Padre" (Origene).

v. 34 "Era disceso nascondendo lo splendore della sua divinità; risale nella gloria" (Eusebio).

"Profezia dell’ascensione. Il Signore risale dagli inferi e ascende nel più alto dei cieli. La sua voce potente è la voce che farà risorgere tutti i morti. Al suo comando risorgeranno (cfr. Gv 5,25)" (Atanasio).

v. 35 "Glorificate Dio nel vostro corpo e nel vostro spirito" (Atanasio).

v. 36 "Dio è mirabile nei suoi santi perché, dopo molte tribolazioni, li fa salire nell’alto dei cieli" (Girolamo).

"Dà forza e vigore al suo popolo quando dona loro lo Spirito santo" (Atanasio).

"Dà forza e vigore al suo popolo per sopportare le sofferenze di questo mondo e resistere agli spiriti malvagi" (Girolamo).


venerdì 2 settembre 2011

Siracide - Quarantacinquesimo appuntamento

Proseguiamo la lettura del Siracide con il quarantaseiesimo e il quarantasettesimo capitolo che non abbisognano di ulteriori commenti, poiché sono solo il ricordo e la lode di personaggi storici del passato che hanno lasciato un segno nella storia per via della loro intelligenza, sapienza e fede: oggi incontriamo Giosuè (successore di Mosè), Caleb, i Giudici (ricordati in via generica) e i grandi profeti Samuele e Natan seguiti dal ricordo dei grandi re Davide e Salomone: 

 Capitolo 46

Giosuè

[1]Valoroso in guerra Giosuè figlio di Nun,
successore di Mosè nell'ufficio profetico;
egli, secondo il significato del suo nome,
fu grande per la salvezza degli eletti di Dio,
compiendo la vendetta contro i nemici insorti,
per assegnare il possesso a Israele.
[2]Come era glorioso quando alzava le braccia
e brandiva la spada contro le città!
[3]Chi prima di lui era stato così saldo?
Egli guidava le guerre del Signore.
[4]Al suo comando non si arrestò forse il sole
e un giorno divenne lungo come due?
[5]Egli invocò l'Altissimo sovrano,
mentre i nemici lo premevano da ogni parte;
lo esaudì il Signore onnipotente
scagliando chicchi di grandine di grande potenza.
[6]Egli piombò sul popolo nemico
e nella discesa distrusse gli avversari,
perché le genti conoscessero la sua forza
e che il loro avversario era il Signore.

Caleb

[7]Rimase infatti fedele all'Onnipotente
e al tempo di Mosè compì un'azione virtuosa
con Caleb, figlio di Iefunne,
opponendosi all'assemblea,
impedendo che il popolo peccasse
e dominando le maligne mormorazioni.
[8]Questi due soli si salvarono
fra i seicentomila fanti,
per introdurre Israele nella sua eredità,
nella terra in cui scorrono latte e miele.
[9]Il Signore concesse a Caleb una forza
che l'assistette sino alla vecchiaia,
perché raggiungesse le alture del paese,
che la sua discendenza potè conservare in eredità,
[10]sì che tutti gli Israeliti sapessero
che è bene seguire il Signore.

I Giudici

[11]Quanto ai Giudici, ciascuno con il suo nome,
coloro il cui cuore non commise infedeltà
né si allontanarono dal Signore,
sia il loro ricordo in benedizione!
[12]Le loro ossa rifioriscano dalle tombe
e il loro nome si perpetui sui figli,
poiché essi sono gia glorificati.

Samuele

[13]Samuele, amato dal suo Signore,
di cui fu profeta, istituì la monarchia
e consacrò i principi del suo popolo.
[14]Secondo la legge del Signore governò la comunità
e il Signore volse lo sguardo benevolo su Giacobbe.
[15]Per la sua fedeltà si dimostrò profeta,
con le parole fu riconosciuto veggente verace.
[16]Egli invocò il Signore onnipotente,
quando i nemici lo premevano all'intorno,
con l'offerta di un agnello da latte.
[17]Il Signore tuonò dal cielo;
con grande fragore fece udire la voce,
[18]sterminò i capi dei nemici
e tutti i principi dei Filistei.
[19]Prima dell'ora del suo eterno sonno,
così attestò davanti al Signore e al suo Messia:
«Denari e neanche dei sandali,
da alcun vivente ho accettato» e nessuno potè contraddirlo.
[20]Perfino dopo la sua morte profetizzò,
predicendo al re la sua fine;
anche dal sepolcro levò ancora la voce
per allontanare in una profezia l'iniquità dal popolo.
 
 Capitolo 47  

Natan

[1]Dopo di questi sorse Natan,
per profetizzare al tempo di Davide.

Davide

[2]Come il grasso si preleva nel sacrificio pacifico,
così Davide dagli Israeliti.
[3]Egli scherzò con leoni quasi fossero capretti,
con gli orsi quasi fossero agnelli.
[4]Nella giovinezza non ha forse ucciso il gigante
e cancellata l'ignominia dal popolo,
scagliando con la fionda la pietra,
che abbattè la tracotanza di Golia?
[5]Poiché aveva invocato il Signore altissimo,
egli concesse alla sua destra la forza
di eliminare un potente guerriero
e riaffermare la potenza del suo popolo.
[6]Così l'esaltarono per i suoi diecimila,
lo lodarono nei canti del Signore
e gli offrirono un diadema di gloria.
[7]Egli infatti sterminò i nemici all'intorno
e annientò i Filistei, suoi avversari;
distrusse la loro potenza fino ad oggi.
[8]In ogni sua opera glorificò
il Santo altissimo con parole di lode;
cantò inni a lui con tutto il cuore
e amò colui che l'aveva creato.
[9]Introdusse musicanti davanti all'altare;
raddolcendo i canti con i loro suoni;
[10]conferì splendore alle feste,
abbellì le solennità fino alla perfezione,
facendo lodare il nome santo di Dio
ed echeggiare fin dal mattino il santuario.
[11]Il Signore gli perdonò i suoi peccati,
innalzò la sua potenza per sempre,
gli concesse un'alleanza regale
e un trono di gloria in Israele.

Salomone

[12]Dopo di lui sorse un figlio saggio,
che, in grazia sua, ebbe un vasto regno.
[13]Salomone regnò in tempo di pace,
Dio dispose che tutto fosse tranquillo all'intorno
perché costruisse una casa al suo nome
e preparasse un santuario perenne.
[14]Come fosti saggio nella giovinezza,
versando copiosa intelligenza come acqua d'un fiume!
[15]La tua scienza ricoprì la terra,
riempiendola di sentenze difficili.
[16]Il tuo nome giunse fino alle isole lontane;
fosti amato nella tua pace.
[17]Per i tuoi canti, i tuoi proverbi, le tue massime
e per le tue risposte ti ammirarono i popoli.
[18]Nel nome del Signore Dio,
che è chiamato Dio di Israele,
accumulasti l'oro quasi fosse stagno,
come il piombo rendesti abbondante l'argento.
[19]Ma accostasti i tuoi fianchi alle donne,
e ne fosti dominato nel corpo.
[20]Così deturpasti la tua gloria e profanasti la tua discendenza,
sì da attirare l'ira divina sui tuoi figli
e sofferenze con la tua follia.
[21]Il regno fu diviso in due
e in Efraim si instaurò un potere ribelle.
[22]Ma il Signore non rinnegherà la sua misericordia
e non permetterà che venga meno alcuna delle sue parole.
Non farà perire la posterità del suo eletto
né distruggerà la stirpe di colui che lo amò.
Concesse un resto a Giacobbe
e a Davide un germoglio nato dalla sua stirpe.

[23]Salomone andò a riposare con i suoi padri,
lasciando dopo di sé un discendente,
stoltezza del popolo e privo di senno,
Roboàmo, che si alienò il popolo con i suoi consigli.

[24]Geroboàmo figlio di Nabàt fece peccare Israele
e aprì a Efraim la via del peccato;
le loro colpe si moltiplicarono assai,
sì da farli esiliare dal proprio paese.
[25]Essi commisero ogni genere di malvagità
finché non giunse su di loro la vendetta. 

giovedì 1 settembre 2011

Catechismo della Chiesa Cattolica - XLI

Proseguiamo il nostro appuntamento volto alla conoscenza del Catechismo della Chiesa Cattolica. Oggi leggiamo l'Articolo 10 nel quale si prosegue la spiegazione della Professione di Fede:


CAPITOLO TERZO: CREDO NELLO SPIRITO SANTO

Articolo 10

«CREDO LA REMISSIONE DEI PECCATI»

976 Il Simbolo degli Apostoli lega la fede nel perdono dei peccati alla fede nello Spirito Santo, ma anche alla fede nella Chiesa e nella comunione dei santi. Proprio donando ai suoi Apostoli lo Spirito Santo, Cristo risorto ha loro conferito il suo potere divino di perdonare i peccati: « Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi » (Gv 20,22-23).

(La seconda parte del Catechismo tratterà esplicitamente del perdono dei peccati per mezzo del Battesimo, del sacramento della Penitenza e degli altri sacramenti, specialmente dell'Eucaristia. Pertanto qui è sufficiente richiamare brevemente qualche dato fondamentale).

I. Un solo Battesimo per la remissione dei peccati

977 Nostro Signore ha legato il perdono dei peccati alla fede e al Battesimo: « Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo » (Mc 16,15-16). Il Battesimo è il primo e principale sacramento per il perdono dei peccati perché ci unisce a Cristo messo a morte per i nostri peccati e risuscitato per la nostra giustificazione, 544 affinché « anche noi possiamo camminare in una vita nuova » (Rm 6,4).

978 « La remissione dei peccati nella Chiesa avviene innanzi tutto quando l'anima professa per la prima volta la fede. Con l'acqua battesimale, infatti, viene concesso un perdono talmente ampio che non rimane più alcuna colpa — né originale né ogni altra contratta posteriormente — e viene rimessa ogni pena da scontare. La grazia del Battesimo, peraltro, non libera la nostra natura dalla sua debolezza; anzi non vi è quasi nessuno » che non debba lottare « contro la concupiscenza, fomite continuo del peccato ». 545

979 In tale combattimento contro l'inclinazione al male, chi potrebbe resistere con tanta energia e con tanta vigilanza da riuscire ad evitare ogni ferita del peccato? « Fu quindi necessario che nella Chiesa vi fosse la potestà di rimettere i peccati anche in modo diverso dal sacramento del Battesimo. Per questa ragione Cristo consegnò alla Chiesa le chiavi del regno dei cieli, in virtù delle quali potesse perdonare a qualsiasi peccatore pentito i peccati commessi dopo il Battesimo, fino all'ultimo giorno della vita ». 546

980 È per mezzo del sacramento della Penitenza che il battezzato può essere riconciliato con Dio e con la Chiesa:

« I Padri hanno giustamente chiamato la Penitenza "un Battesimo laborioso". 547 Per coloro che sono caduti dopo il Battesimo questo sacramento della Penitenza è necessario alla salvezza come lo stesso Battesimo per quelli che non sono stati ancora rigenerati ». 548

II. Il potere delle chiavi

981 Cristo dopo la sua risurrezione ha inviato i suoi Apostoli a predicare « nel suo nome [...] a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati » (Lc 24,47). Tale « ministero della riconciliazione » (2 Cor 5,18) non viene compiuto dagli Apostoli e dai loro successori solamente annunziando agli uomini il perdono di Dio meritato per noi da Cristo e chiamandoli alla conversione e alla fede, ma anche comunicando loro la remissione dei peccati per mezzo del Battesimo e riconciliandoli con Dio e con la Chiesa grazie al potere delle chiavi ricevuto da Cristo:

La Chiesa « ha ricevuto le chiavi del regno dei cieli, affinché in essa si compia la remissione dei peccati per mezzo del sangue di Cristo e dell'azione dello Spirito Santo. In questa Chiesa l'anima, che era morta a causa dei peccati, rinasce per vivere con Cristo, la cui grazia ci ha salvati ». 549

982 Non c'è nessuna colpa, per grave che sia, che non possa essere perdonata dalla santa Chiesa. « Non si può ammettere che ci sia un uomo, per quanto infame e scellerato, che non possa avere con il pentimento la certezza del perdono ». 550 Cristo, che è morto per tutti gli uomini, vuole che, nella sua Chiesa, le porte del perdono siano sempre aperte a chiunque si allontani dal peccato. 551

983 La catechesi si sforzerà di risvegliare e coltivare nei fedeli la fede nella incomparabile grandezza del dono che Cristo risorto ha fatto alla sua Chiesa: la missione e il potere di perdonare veramente i peccati, mediante il ministero degli Apostoli e dei loro successori.

« Il Signore vuole che i suoi discepoli abbiano i più ampi poteri; vuole che i suoi servi facciano in suo nome ciò che faceva egli stesso, quando era sulla terra ». 552

I sacerdoti « hanno ricevuto un potere che Dio non ha concesso né agli angeli né agli arcangeli. [...] Quello che i sacerdoti compiono quaggiù, Dio lo conferma lassù ». 553

Se nella Chiesa non ci fosse la remissione dei peccati, « non ci sarebbe nessuna speranza: nessuna speranza di una vita eterna e di una liberazione eterna. Rendiamo grazie a Dio che ha fatto alla sua Chiesa un tale dono ». 554

In sintesi

984 Il Credo mette in relazione « la remissione dei peccati » con la professione di fede nello Spirito Santo. Infatti, Cristo risorto ha affidato agli Apostoli il potere di perdonare i peccati quando ha loro donato lo Spirito Santo.

985 Il Battesimo è il primo e principale sacramento per il perdono dei peccati: ci unisce a Cristo morto e risorto e ci dona lo Spirito Santo.

986 Secondo la volontà di Cristo, la Chiesa possiede il potere di perdonare i peccati dei battezzati e lo esercita per mezzo dei Vescovi e dei sacerdoti normalmente nel sacramento della Penitenza.

987 « I sacerdoti e i sacramenti sono gli strumenti per il perdono dei peccati; strumenti per mezzo dei quali Gesù Cristo, autore e dispensatore della salvezza, opera in noi la remissione dei peccati e genera la grazia ». 555