giovedì 11 agosto 2011

Catechismo della Chiesa Cattolica - XXXVIII parte

Proseguiamo il nostro appuntamento volto alla conoscenza del Catechismo della Chiesa Cattolica. Restiamo nell'Articolo 9 con il Paragrafo 4:


CAPITOLO TERZO: CREDO NELLO SPIRITO SANTO

Articolo 9

Paragrafo 4 I FEDELI - GERARCHIA, LAICI, VITA CONSACRATA

871 “I fedeli sono coloro che, essendo stati incorporati a Cristo mediante il Battesimo, sono costituiti Popolo di Dio e perciò, resi partecipi nel modo loro proprio dell'ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo, sono chiamati ad attuare, secondo la condizione propria di ciascuno, la missione che Dio ha affidato alla Chiesa da compiere nel mondo” [⇒ Codice di Diritto Canonico, 204, 1; cf Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 31].

872 “Fra tutti i fedeli, in forza della loro rigenerazione in Cristo, sussiste una vera uguaglianza nella dignità e nell'agire, e per tale uguaglianza tutti cooperano all'edificazione del Corpo di Cristo, secondo la condizione e i compiti propri di ciascuno” [⇒ Codice di Diritto Canonico, 208; cf Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 32].

873 Le differenze stesse che il Signore ha voluto stabilire fra le membra del suo Corpo sono in funzione della sua unità e della sua missione. Infatti “c'è nella Chiesa diversità di ministeri, ma unità di missione. Gli Apostoli e i loro successori hanno avuto da Cristo l'ufficio di insegnare, santificare, reggere in suo nome e con la sua autorità. Ma i laici, resi partecipi dell'ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo, nella missione di tutto il Popolo di Dio assolvono compiti propri nella Chiesa e nel mondo” [Conc. Ecum. Vat. II, Apostolicam actuositatem, 2]. Infine dai ministri sacri e dai laici “provengono fedeli i quali, con la professione dei consigli evangelici. . . sono consacrati in modo speciale a Dio e danno incremento alla missione salvifica della Chiesa” [⇒ Codice di Diritto Canonico, 207, 2].

I. La costituzione gerarchica della Chiesa

Perché il ministero ecclesiale?

874 È Cristo stesso l'origine del ministero nella Chiesa. Egli l'ha istituita, le ha dato autorità e missione, orientamento e fine:

Cristo Signore, per pascere e sempre più accrescere il Popolo di Dio, ha istituito nella sua Chiesa vari ministeri, che tendono al bene di tutto il corpo. I ministri infatti, che sono dotati di sacra potestà, sono a servizio dei loro fratelli, perché tutti coloro che appartengono al Popolo di Dio. . . arrivino alla salvezza [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 18].

875 “E come potranno credere, senza averne sentito parlare? E come potranno sentirne parlare senza uno che lo annunzi? E come lo annunzieranno, senza essere prima inviati?” (⇒ Rm 10,14-15). Nessuno, né individuo né comunità, può annunziare a se stesso il Vangelo. “La fede dipende. . . dalla predicazione” (⇒ Rm 10,17). Nessuno può darsi da sé il mandato e la missione di annunziare il Vangelo. L'inviato del Signore parla e agisce non per autorità propria, ma in forza dell'autorità di Cristo; non come membro della comunità, ma parlando ad essa in nome di Cristo. Nessuno può conferire a se stesso la grazia, essa deve essere data e offerta. Ciò suppone che vi siano ministri della grazia, autorizzati e abilitati da Cristo. Da lui i vescovi e i presbiteri ricevono la missione e la facoltà [la “sacra potestà”] di agire “in persona di Cristo Capo”, i diaconi la forza di servire il popolo di Dio nella “diaconia” della liturgia, della parola e della carità, in comunione con il vescovo e il suo presbiterio. La tradizione della Chiesa chiama “sacramento” questo ministero, attraverso il quale gli inviati di Cristo compiono e danno per dono di Dio quello che da se stessi non possono né compiere né dare. Il ministero della Chiesa viene conferito mediante uno specifico sacramento.

876 Alla natura sacramentale del ministero ecclesiale è intrinsecamente legato il carattere di servizio. I ministri, infatti, in quanto dipendono interamente da Cristo, il quale conferisce missione e autorità, sono veramente “servi di Cristo”, [Cf ⇒ Rm 1,1 ] ad immagine di lui che ha assunto liberamente per noi “la condizione di servo” (⇒ Fil 2,7). Poiché la parola e la grazia di cui sono i ministri non sono le loro, ma quelle di Cristo che le ha loro affidate per gli altri, essi si faranno liberamente servi di tutti [Cf ⇒ 1Cor 9,19 ].

877 Allo stesso modo, è proprio della natura sacramentale del ministero ecclesiale avere un carattere collegiale. Infatti il Signore Gesù, fin dall'inizio del suo ministero, istituì i Dodici, che “furono ad un tempo il seme del Nuovo Israele e l'origine della sacra gerarchia” [Conc. Ecum. Vat. II, Ad gentes, 5]. Scelti insieme, sono anche mandati insieme, e la loro unione fraterna sarà al servizio della comunione fraterna di tutti i fedeli; essa sarà come un riflesso e una testimonianza della comunione delle persone divine [Cf ⇒ Gv 17,21-23 ]. Per questo ogni vescovo esercita il suo ministero in seno al collegio episcopale, in comunione col vescovo di Roma, successore di san Pietro e capo del collegio; i sacerdoti esercitano il loro ministero in seno al presbiterio della diocesi, sotto la direzione del loro vescovo.

878 Infine è proprio della natura sacramentale del ministero ecclesiale avere un carattere personale. Se i ministri di Cristo agiscono in comunione, agiscono però sempre anche in maniera personale. Ognuno è chiamato personalmente: “Tu seguimi” (⇒ Gv 21,22) [Cf ⇒ Mt 4,19; ⇒ Mt 4,21; ⇒ Gv 1,43 ] per essere, nella missione comune, testimone personale, personalmente responsabile davanti a colui che conferisce la missione, agendo “in Sua persona” e per delle persone: “Io ti battezzo nel nome del Padre. . . ”; “Io ti assolvo. . . ”.

879 Pertanto il ministero sacramentale nella Chiesa è un servizio esercitato in nome di Cristo. Esso ha un carattere personale e una forma collegiale. Ciò si verifica sia nei legami tra il collegio episcopale e il suo capo, il successore di san Pietro, sia nel rapporto tra la responsabilità pastorale del vescovo per la sua Chiesa particolare e la sollecitudine di tutto il collegio episcopale per la Chiesa universale.

Il collegio episcopale e il suo capo, il Papa

880 Cristo, istituì i Dodici “sotto la forma di un collegio o di un gruppo stabile, del quale mise a capo Pietro, scelto di mezzo a loro” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 19]. “Come san Pietro e gli altri Apostoli costituirono, per istituzione del Signore, un unico collegio apostolico, similmente il romano Pontefice, successore di Pietro, e i vescovi, successori degli Apostoli, sono tra loro uniti” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 19].

881 Del solo Simone, al quale diede il nome di Pietro, il Signore ha fatto la pietra della sua Chiesa. A lui ne ha affidato le chiavi; [Cf ⇒ Mt 16,18-19 ] l'ha costituito pastore di tutto il gregge [Cf ⇒ Gv 21,15-17 ]. “Ma l'incarico di legare e di sciogliere, che è stato dato a Pietro, risulta essere stato pure concesso al collegio degli Apostoli, unito col suo capo” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 22]. Questo ufficio pastorale di Pietro e degli altri Apostoli costituisce uno dei fondamenti della Chiesa; è continuato dai vescovi sotto il primato del Papa.

882 Il Papa, vescovo di Roma e successore di san Pietro, “ è il perpetuo e visibile principio e fondamento dell'unità sia dei vescovi sia della moltitudine dei fedeli” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 22]. “Infatti il romano Pontefice, in virtù del suo ufficio di vicario di Cristo e di pastore di tutta la Chiesa, ha sulla Chiesa la potestà piena, suprema e universale, che può sempre esercitare liberamente” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 22].

883 “Il collegio o corpo episcopale non ha. . . autorità, se non lo si concepisce insieme con il romano Pontefice. . ., quale suo capo”. Come tale, questo collegio “è pure soggetto di suprema e piena potestà su tutta la Chiesa: potestà che non può essere esercitata se non con il consenso del romano Pontefice” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 22; cf ⇒ Codice di Diritto Canonico, 336].

884 “Il collegio dei vescovi esercita in modo solenne la potestà sulla Chiesa universale nel Concilio Ecumenico” [⇒ Codice di Diritto Canonico, 337, 1]. “Mai si ha Concilio Ecumenico, che come tale non sia confermato o almeno accettato dal successore di Pietro” [ Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 22].

885 “ [Il collegio episcopale] in quanto composto da molti, esprime la varietà e l'universalità del popolo di Dio; in quanto raccolto sotto un solo capo, esprime l'unità del gregge di Cristo” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 22].

886 “I vescovi. . ., singolarmente presi, sono il principio visibile e il fondamento dell'unità nelle loro Chiese particolari” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 22]. In quanto tali “esercitano il loro pastorale governo sopra la porzione del Popolo di Dio che è stata loro affidata”, [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 22] coadiuvati dai presbiteri e dai diaconi. Ma, in quanto membri del collegio episcopale, ognuno di loro è partecipe della sollecitudine per tutte le Chiese, [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Christus Dominus, 3] e la esercita innanzi tutto “reggendo bene la propria Chiesa come porzione della Chiesa universale”, contribuendo così “al bene di tutto il Corpo mistico che è pure il corpo delle Chiese” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 23]. Tale sollecitudine si estenderà particolarmente ai poveri, [Cf ⇒ Gal 2,10 ] ai perseguitati per la fede, come anche ai missionari che operano in tutta la terra.

887 Le Chiese particolari vicine e di cultura omogenea formano province ecclesiastiche o realtà più vaste chiamate patriarcati o regioni [Cf Canone degli Apostoli, 34]. I vescovi di questi raggruppamenti possono riunirsi in sinodi o in concilii provinciali. Così pure, le conferenze episcopali possono, oggi, contribuire in modo molteplice e fecondo a che “lo spirito collegiale si attui concretamente” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 23].

L'ufficio di insegnare

888 I vescovi, con i presbiteri, loro cooperatori, “hanno anzitutto il dovere di annunziare a tutti il Vangelo di Dio”, [Conc. Ecum. Vat. II, Presbyterorum ordinis, 4] secondo il comando del Signore [Cf ⇒ Mc 16,15 ]. Essi sono “gli araldi della fede, che portano a Cristo nuovi discepoli, sono i dottori autentici” della fede apostolica, “rivestiti dell'autorità di Cristo” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 25].

889 Per mantenere la Chiesa nella purezza della fede trasmessa dagli Apostoli, Cristo, che è la Verità, ha voluto rendere la sua Chiesa partecipe della propria infallibilità. Mediante il “senso soprannaturale della fede”, il Popolo di Dio “aderisce indefettibilmente alla fede”, sotto la guida del Magistero vivente della Chiesa [Cf ibid., 12; Id. , Dei Verbum, 10].

890 La missione del Magistero è legata al carattere definitivo dell'Alleanza che Dio in Cristo ha stretto con il suo Popolo; deve salvaguardarlo dalle deviazioni e dai cedimenti, e garantirgli la possibilità oggettiva di professare senza errore l'autentica fede. Il compito pastorale del Magistero è quindi ordinato a vigilare affinché il Popolo di Dio rimanga nella verità che libera. Per compiere questo servizio, Cristo ha dotato i pastori del carisma d'infallibilità in materia di fede e di costumi. L'esercizio di questo carisma può avere parecchie modalità.

891 “Di questa infallibilità il romano Pontefice, capo del collegio dei vescovi, fruisce in virtù del suo ufficio, quando, quale supremo pastore e dottore di tutti i fedeli, che conferma nella fede i suoi fratelli, proclama con un atto definitivo una dottrina riguardante la fede o la morale. . . L'infallibilità promessa alla Chiesa risiede pure nel corpo episcopale, quando questi esercita il supremo Magistero col successore di Pietro” soprattutto in un Concilio Ecumenico [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 25; cf Concilio Vaticano I: Denz. -Schönm. , 3074]. Quando la Chiesa, mediante il suo Magistero supremo, propone qualche cosa “da credere come rivelato da Dio” [Conc. Ecum. Vat. II, Dei Verbum, 10] e come insegnamento di Cristo, “a tali definizioni si deve aderire con l'ossequio della fede” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 25]. Tale infallibilità abbraccia l'intero deposito della Rivelazione divina [Cf ibid].

892 L'assistenza divina è inoltre data ai successori degli Apostoli, che insegnano in comunione con il successore di Pietro, e, in modo speciale, al vescovo di Roma, pastore di tutta la Chiesa, quando, pur senza arrivare ad una definizione infallibile e senza pronunciarsi in “maniera definitiva”, propongono, nell'esercizio del Magistero ordinario, un insegnamento che porta ad una migliore intelligenza della Rivelazione in materia di fede e di costumi. A questo insegnamento ordinario i fedeli devono “aderire col religioso ossequio dello spirito” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 25] che, pur distinguendosi dall'ossequio della fede, tuttavia ne è il prolungamento.

L'ufficio di santificare

893 Il vescovo “è il dispensatore della grazia del supremo sacerdozio”, [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 25] specialmente nell'Eucaristia che egli stesso offre o di cui assicura l'offerta mediante i presbiteri, suoi cooperatori. L'Eucaristia, infatti, è il centro della vita della Chiesa particolare. Il vescovo e i presbiteri santificano la Chiesa con la loro preghiera e il loro lavoro, con il ministero della Parola e dei sacramenti. La santificano con il loro esempio, “non spadroneggiando sulle persone” loro “affidate”, ma facendosi “modelli del gregge” (⇒ 1Pt 5,3), in modo che “possano, insieme col gregge loro affidato, giungere alla vita eterna” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 25].

L'ufficio di governare

894 “I vescovi reggono le Chiese particolari, come vicari e delegati di Cristo, col consiglio, la persuasione, l'esempio, ma anche con l'autorità e la sacra potestà”, [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 25] che però dev'essere da loro esercitata allo scopo di edificare, nello spirito di servizio che è proprio del loro Maestro [Cf ⇒ Lc 22,26-27 ].

895 “Questa potestà che personalmente esercitano in nome di Cristo, è propria, ordinaria e immediata, quantunque il suo esercizio sia in definitiva regolato dalla suprema autorità della Chiesa” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 27]. Ma i vescovi non devono essere considerati come dei vicari del Papa, la cui autorità ordinaria e immediata su tutta la Chiesa non annulla quella dei vescovi, ma anzi la conferma e la difende. Tale autorità deve esercitarsi in comunione con tutta la Chiesa sotto la guida del Papa.

896 Il Buon Pastore sarà il modello e la “forma” dell'ufficio pastorale del vescovo. Cosciente delle proprie debolezze, “il vescovo può compatire quelli che sono nell'ignoranza o nell'errore. Non rifugga dall'ascoltare” coloro che dipendono da lui e “che cura come veri figli suoi. . . I fedeli poi devono aderire al vescovo come la Chiesa a Gesù Cristo e come Gesù Cristo al Padre”: [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 27]

Seguite tutti il vescovo, come Gesù Cristo [segue] il Padre, e il presbiterio come gli Apostoli; quanto ai diaconi, rispettateli come la legge di Dio. Nessuno compia qualche azione riguardante la Chiesa, senza il vescovo [Sant'Ignazio di Antiochia, Epistula ad Smyrnaeos, 8, 1].

II. I fedeli laici

897 “Col nome di laici si intendono qui tutti i fedeli a esclusione dei membri dell'ordine sacro e dello stato religioso riconosciuto dalla Chiesa, i fedeli cioè, che, dopo essere stati incorporati a Cristo col Battesimo e costituiti Popolo di Dio, e nella loro misura resi partecipi della funzione sacerdotale, profetica e regale di Cristo, per la loro parte compiono, nella Chiesa e nel mondo, la missione propria di tutto il popolo cristiano” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 31].

La vocazione dei laici

898 “Per loro vocazione è proprio dei laici cercare il Regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio. . . A loro quindi particolarmente spetta di illuminare e ordinare tutte le realtà temporali, alle quali essi sono strettamente legati, in modo che sempre siano fatte secondo Cristo, e crescano e siano di lode al Creatore e al Redentore” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 31].

899 L'iniziativa dei cristiani laici è particolarmente necessaria quando si tratta di scoprire, di ideare mezzi per permeare delle esigenze della dottrina e della vita cristiana le realtà sociali, politiche ed economiche. Questa iniziativa è un elemento normale della vita della Chiesa:

I fedeli laici si trovano sulla linea più avanzata della vita della Chiesa; grazie a loro, la Chiesa è il principio vitale della società. Per questo essi soprattutto devono avere una coscienza sempre più chiara non soltanto di appartenere alla Chiesa, ma di essere la Chiesa, cioè la comunità dei fedeli sulla terra sotto la guida dell'unico capo, il Papa, e dei vescovi in comunione con lui. Essi sono la Chiesa [Pio XII, discorso del 20 febbraio 1946: citato da Giovanni Paolo II, Esort. ap. Christifideles laici, 9].

900 I laici, come tutti i fedeli, in virtù del Battesimo e della Confermazione, ricevono da Dio l'incarico dell'apostolato; pertanto hanno l'obbligo e godono del diritto, individualmente o riuniti in associazioni, di impegnarsi affinché il messaggio divino della salvezza sia conosciuto e accolto da tutti gli uomini e su tutta la terra; tale obbligo è ancora più pressante nei casi in cui solo per mezzo loro gli uomini possono ascoltare il Vangelo e conoscere Cristo. Nelle comunità ecclesiali, la loro azione è così necessaria che, senza di essa, l'apostolato dei pastori, la maggior parte delle volte, non può raggiungere il suo pieno effetto [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 33].

La partecipazione dei laici all'ufficio

sacerdotale di Cristo

901 “I laici, essendo dedicati a Cristo e consacrati dallo Spirito Santo, sono in modo mirabile chiamati e istruiti perché lo Spirito produca in essi frutti sempre più copiosi. Tutte infatti le opere, le preghiere e le iniziative apostoliche, la vita coniugale e familiare, il lavoro giornaliero, il sollievo spirituale e corporale, se sono compiute nello Spirito, e persino le molestie della vita se sono sopportate con pazienza, diventano “sacrifici spirituali graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo” (⇒ 1Pt 2,5); e queste cose nella celebrazione dell'Eucaristia sono piissimamente offerte al Padre insieme all'oblazione del Corpo del Signore. Così anche i laici, operando santamente dappertutto come adoratori, consacrano a Dio il mondo stesso” [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 33].

902 In modo particolare i genitori partecipano all'ufficio di santificazione “conducendo la vita coniugale secondo lo spirito cristiano e attendendo all'educazione cristiana dei figli” [⇒ Codice di Diritto Canonico, 835, 4].

903 I laici, se hanno le doti richieste, possono essere assunti stabilmente ai ministeri di lettori e di accoliti [Cf ⇒ ibid., 230, 1]. “Ove le necessità della Chiesa lo suggeriscano, in mancanza di ministri, anche i laici, pur senza essere lettori o accoliti, possono supplire alcuni dei loro uffici, cioè esercitare il ministero della Parola, presiedere alle preghiere liturgiche, amministrare il Battesimo e distribuire la sacra Comunione, secondo le disposizioni del diritto” [Cf ⇒ ibid., 230, 1].

La loro partecipazione all'ufficio profetico di Cristo

904 “Cristo. . . adempie la sua funzione profetica. . . non solo per mezzo della gerarchia. . . ma anche per mezzo dei laici, che perciò costituisce suoi testimoni” dotandoli “del senso della fede e della grazia della parola”: [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 35]

Istruire qualcuno per condurlo alla fede è il compito di ogni predicatore e anche di ogni credente [ San Tommaso d'Aquino, Summa theologiae, III, 71, 4, ad 3].

905 I laici compiono la loro missione profetica anche mediante l'evangelizzazione, cioè con l'annunzio di Cristo “fatto con la testimonianza della vita e con la parola”. Questa azione evangelizzatrice ad opera dei laici “acquista una certa nota specifica e una particolare efficacia, dal fatto che viene compiuta nelle comuni condizioni del secolo”: [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 35]

Tale apostolato non consiste nella sola testimonianza della vita: il vero apostolo cerca le occasioni per annunziare Cristo con la parola, sia ai credenti... sia agli infedeli [Conc. Ecum. Vat. II, Apostolicam actuositatem, 6; cf Id., Ad gentes, 15].

906 Tra i fedeli laici coloro che ne sono capaci e che vi si preparano possono anche prestare la loro collaborazione alla formazione catechistica, [Cf ⇒ Codice di Diritto Canonico, 774; ⇒ 776; ⇒ 780] all'insegna gnamento delle scienze sacre, [Cf ⇒ ibid. , 229] ai mezzi di comunicazione sociale [Cf ⇒ ibid., 823, 1].

907 “In modo proporzionato alla scienza, alla competenza e al prestigio di cui godono, essi hanno il diritto, e anzi talvolta anche il dovere, di manifestare ai sacri pastori il loro pensiero su ciò che riguarda il bene della Chiesa; e di renderlo noto agli altri fedeli, salva restando l'integrità della fede e dei costumi e il rispetto verso i pastori, tenendo inoltre presente l'utilità comune e la dignità della persona” [Cf ⇒ ibid., 823, 1].

La loro partecipazione all'ufficio regale di Cristo

908 Mediante la sua obbedienza fino alla morte, [Cf ⇒ Fil 2,8-9 ] Cristo ha comunicato ai suoi discepoli il dono della libertà regale, “perché con l'abnegazione di sé e la vita santa vincano in se stessi il regno del peccato” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 36].

Colui che sottomette il proprio corpo e governa la sua anima senza lasciarsi sommergere dalle passioni è padrone di sé: può essere chiamato re perché è capace di governare la propria persona; è libero e indipendente e non si lascia imprigionare da una colpevole schiavitù [Sant'Ambrogio, Expositio Psalmi CXVIII, 14, 30: PL 15, 1403A].

909 “Inoltre i laici, anche mettendo in comune la loro forza, risanino le istituzioni e le condizioni di vita del mondo, se ve ne sono che spingano i costumi al peccato, così che tutte siano rese conformi alle norme della giustizia e, anziché ostacolare, favoriscano l'esercizio delle virtù. Così agendo impregneranno di valore morale la cultura e i lavori dell'uomo” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 36].

910 “I laici possono anche sentirsi chiamati o essere chiamati a collaborare con i loro pastori nel servizio della comunità ecclesiale, per la crescita e la vitalità della medesima, esercitando ministeri diversissimi, secondo la grazia e i carismi che il Signore vorrà loro dispensare” [Paolo VI, Esort. ap. Evangelii nuntiandi, 73].

911 Nella Chiesa, “i fedeli possono cooperare a norma del diritto all'esercizio della potestà di governo” [⇒ Codice di Diritto Canonico, 129, 2] e questo mediante la loro presenza nei Concili particolari, [Cf ⇒ ibid., 443, 4] nei Sinodi diocesani, [Cf ⇒ ibid. , 463, 1. 2] nei Consigli pastorali; [Cf ⇒ ibid., 511; ⇒ 536] nell'esercizio della cura pastorale di una parrocchia; [Cf ⇒ ibid., 517, 2] nella collaborazione ai Consigli degli affari economici; [Cf ⇒ ibid., 492, 1; ⇒ 536] nella partecipazione ai tribunali ecclesiastici [Cf ibid., 1421, 2].

912 I fedeli devono “distinguere accuratamente tra i diritti e i doveri, che loro incombono in quanto sono aggregati alla Chiesa, e quelli che loro competono in quanto membri della società umana. Cerchino di metterli in armonia, ricordandosi che in ogni cosa temporale devono essere guidati dalla coscienza cristiana, poiché nessuna attività umana, neanche in materia temporale, può essere sottratta al dominio di Dio” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 36].

913 “Così ogni laico, in ragione degli stessi doni ricevuti, è un testimone e insieme uno strumento vivo della missione della Chiesa stessa "secondo la misura del dono di Cristo" (⇒ Ef 4,7)” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 36].

III. La vita consacrata

914 “Lo stato [di vita] che è costituito dalla professione dei consigli evangelici, pur non appartenendo alla struttura gerarchica della Chiesa, interessa tuttavia indiscutibilmente alla sua vita e alla sua santità” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 36].

Consigli evangelici, vita consacrata

915 I consigli evangelici, nella loro molteplicità, sono proposti ad ogni discepolo di Cristo. La perfezione della carità, alla quale tutti i fedeli sono chiamati, comporta per coloro che liberamente accolgono la vocazione alla vita consacrata, l'obbligo di praticare la castità nel celibato per il Regno, la povertà e l'obbedienza. È la professione di tali consigli, in uno stato di vita stabile riconosciuto dalla Chiesa, che caratterizza la “vita consacrata” a Dio [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 42-43; Id. , Perfectae caritatis, 1].

916 Lo stato di vita consacrata appare quindi come uno dei modi di conoscere una consacrazione “più intima”, che si radica nel Battesimo e dedica totalmente a Dio [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Perfectae caritatis, 5]. Nella vita consacrata, i fedeli di Cristo si propongono, sotto la mozione dello Spirito Santo, di seguire Cristo più da vicino, di donarsi a Dio amato sopra ogni cosa e, tendendo alla perfezione della carità a servizio del Regno, di significare e annunziare nella Chiesa la gloria del mondo futuro [Cf ⇒ Codice di Diritto Canonico, 573].

Un grande albero dai molti rami

917 “Come in un albero piantato da Dio e in un modo mirabile e molteplice ramificatosi nel campo del Signore, sono cresciute varie forme di vita solitaria o comune e varie famiglie, che si sviluppano sia per il profitto dei loro membri, sia per il bene di tutto il Corpo di Cristo” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 43].

918 “Fin dai primi tempi della Chiesa vi furono uomini e donne che per mezzo della pratica dei consigli evangelici intesero seguire Cristo con maggiore libertà e imitarlo più da vicino e condussero, ciascuno a loro modo, una vita consacrata a Dio. Molti di essi, dietro l'impulso dello Spirito Santo, o vissero una vita solitaria o fondarono famiglie religiose, che la Chiesa con la sua autorità volentieri accolse e approvò” [Conc. Ecum. Vat. II, Perfectae caritatis, 1].

919 I vescovi si premureranno sempre di discernere i nuovi doni della vita consacrata affidati dallo Spirito Santo alla sua Chiesa; l'approvazione di nuove forme di vita consacrata è riservata alla Sede Apostolica [Cf ⇒ Codice di Diritto Canonico, 605].

La vita eremitica

920 Senza professare sempre pubblicamente i tre consigli evangelici, gli eremiti, “in una più rigorosa separazione dal mondo, nel silenzio della solitudine e nella continua preghiera e nella penitenza, dedicano la propria vita alla lode di Dio e alla salvezza del mondo” [⇒ Codice di Diritto Canonico, 603, 1].

921 Essi indicano a ciascuno quell'aspetto interiore del mistero della Chiesa che è l'intimità personale con Cristo. Nascosta agli occhi degli uomini, la vita dell'eremita è predicazione silenziosa di colui al quale ha consegnato la sua vita, poiché egli è tutto per lui. È una chiamata particolare a trovare nel deserto, proprio nel combattimento spirituale, la gloria del Crocifisso.

Le vergini e le vedove consacrate

922 Fin dai tempi apostolici, ci furono vergini e vedove cristiane che, chiamate dal Signore a dedicarsi esclusivamente a lui [Cf ⇒ 1Cor 7,34-36 ] in una maggiore libertà di cuore, di corpo e di spirito, hanno preso la decisione, approvata dalla Chiesa, di vivere rispettivamente nello stato di verginità o di castità perpetua “per il Regno dei cieli” (⇒ Mt 19,12).

923 “Emettendo il santo proposito di seguire Cristo più da vicino, [le vergini] dal vescovo diocesano sono consacrate a Dio secondo il rito liturgico approvato e, unite in mistiche nozze a Cristo Figlio di Dio, si dedicano al servizio della Chiesa” [⇒ Codice di Diritto Canonico, 604, 1]. Mediante questo rito solenne, [Consecratio virginum] “la vergine è costituita persona consacrata” quale “segno trascendente dell'amore della Chiesa verso Cristo, immagine escatologica della Sposa celeste e della vita futura” [Pontificale romano, Consacrazione delle vergini, Premesse, 1].

924 “Assimilato alle altre forme di vita consacrata”, [⇒ Codice di Diritto Canonico, 604, 1] l'ordine delle vergini stabilisce la donna che vive nel mondo (o la monaca) nella preghiera, nella penitenza, nel servizio dei fratelli e nel lavoro apostolico, secondo lo stato e i rispettivi carismi offerti ad ognuna [Pontificale romano, Consacrazione delle vergini, Premesse, 2]. Le vergini consacrate possono associarsi al fine di mantenere più fedelmente il loro proposito [Cf ⇒ Codice di Diritto Canonico, 604, 2].

La vita religiosa

925 Nata in Oriente nei primi secoli del cristianesimo [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Unitatis redintegratio, 15] e continuata negli istituti canonicamente eretti dalla Chiesa, [Cf ⇒ Codice di Diritto Canonico, 573] la vita religiosa si distingue dalle altre forme di vita consacrata per l'aspetto cultuale, la professione pubblica dei consigli evangelici, la vita fraterna condotta in comune, la testimonianza resa all'unione di Cristo e della Chiesa [Cf ⇒ Codice di Diritto Canonico, 607].

926 La vita religiosa sgorga dal mistero della Chiesa. È un dono che la Chiesa riceve dal suo Signore e che essa offre come uno stato di vita stabile al fedele chiamato da Dio nella professione dei consigli. Così la Chiesa può manifestare Cristo e insieme riconoscersi Sposa del Salvatore. Alla vita religiosa, nelle sue molteplici forme, è chiesto di esprimere la carità stessa di Dio, nel linguaggio del nostro tempo.

927 Tutti i religiosi, esenti o no, [Cf ⇒ ibid. , 591] sono annoverati fra i cooperatori del vescovo diocesano nel suo ufficio pastorale [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Christus Dominus, 33-35]. La fondazione e l'espansione missionaria della Chiesa richiedono la presenza della vita religiosa in tutte le sue forme fin dagli inizi dell'evangelizzazione [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Ad gentes, 18; 40]. “La storia attesta i grandi meriti delle famiglie religiose nella propagazione della fede e nella formazione di nuove Chiese, dalle antiche istituzioni monastiche e dagli Ordini medievali fino alle moderne Congregazioni” [Giovanni Paolo II, Lett. enc. Redemptoris missio, 69].

Gli istituti secolari

928 “L'Istituto secolare è un istituto di vita consacrata in cui i fedeli, vivendo nel mondo, tendono alla perfezione della carità e si impegnano per la santificazione del mondo, soprattutto operando all'interno di esso” [⇒ Codice di Diritto Canonico, 710].

929 Mediante una “vita perfettamente e interamente consacrata a [tale] santificazione”, [Pio XII, Cost. ap. Provida Mater] i membri di questi istituti “partecipano della funzione evangelizzatrice della Chiesa”, “nel mondo e dal mondo”, in cui la loro presenza agisce “come un fermento” [Conc. Ecum. Vat. II, Perfectae caritatis, 11]. La loro testimonianza di vita cristiana mira a ordinare secondo Dio le realtà temporali e vivificare il mondo con la forza del Vangelo. Essi assumono con vincoli sacri i consigli evangelici e custodiscono tra loro la comunione e la fraternità che sono proprie al loro modo di vita secolare [Cf ⇒ Codice di Diritto Canonico, 713, 2].

Le società di vita apostolica

930 Alle diverse forme di vita consacrata “sono assimilate le società di vita apostolica i cui membri, senza i voti religiosi, perseguono il fine apostolico proprio della società e, conducendo vita fraterna in comunità secondo un proprio stile, tendono alla perfezione della carità mediante l'osservanza delle costituzioni. Fra queste vi sono società i cui membri assumono i consigli evangelici”, secondo le loro costituzioni [⇒ Codice di Diritto Canonico, 731, 1. 2].

Consacrazione e missione: annunziare il Re che viene

931 Consegnato a Dio sommamente amato, colui che già era stato votato a lui dal Battesimo, si trova in tal modo più intimamente consacrato al servizio divino e dedito al bene della Chiesa. Con lo stato di consacrazione a Dio, la Chiesa manifesta Cristo e mostra come lo Spirito Santo agisca in essa in modo mirabile. Coloro che professano i consigli evangelici hanno, dunque, come prima missione, quella di vivere la loro consacrazione. Ma “dal momento che si dedicano al servizio della Chiesa in forza della stessa consacrazione, sono tenuti all'obbligo di prestare l'opera loro in modo speciale nell'azione missionaria, con lo stile proprio dell'Istituto” [⇒ Codice di Diritto Canonico, 731, 1. 2].

932 Nella Chiesa che è come il sacramento, cioè il segno e lo strumento della vita di Dio, la vita consacrata appare come un segno particolare del mistero della Redenzione. Seguire e imitare Cristo “più da vicino”, manifestare “più chiaramente” il suo annientamento, significa trovarsi “più profondamente” presenti, nel cuore di Cristo, ai propri contemporanei. Coloro, infatti, che camminano in questa via “più stretta” stimolano con il proprio esempio i loro fratelli e “testimoniano in modo splendido che il mondo non può essere trasfigurato e offerto a Dio senza lo spirito delle beatitudini” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 31].

933 Che tale testimonianza, sia pubblica, come nello stato religioso, oppure più discreta, o addirittura segreta, la venuta di Cristo rimane per tutti i consacrati l'origine e l'orientamento della loro vita:

Poiché il Popolo di Dio non ha qui città permanente,. . . lo stato religioso. . . rende visibile per tutti i credenti la presenza, già in questo mondo, dei beni celesti; meglio testimonia la vita nuova ed eterna acquistata dalla Redenzione di Cristo, e meglio preannunzia la futura risurrezione e la gloria del Regno celeste” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 31].

IN SINTESI

934 “Per istituzione divina vi sono nella Chiesa i ministri sacri, che nel diritto sono chiamati anche chierici; gli altri fedeli poi sono chiamati anche laici. Dagli uni e dagli altri provengono fedeli i quali, con la professione dei consigli evangelici. . . sono consacrati in modo speciale a Dio e danno incremento alla missione salvifica della Chiesa” [⇒ Codice di Diritto Canonico, 207, 1. 2].

935 Per annunziare la fede e instaurare il suo Regno, Cristo invia i suoi Apostoli e i loro successori. Li rende partecipi della sua missione. Da lui ricevono il potere di agire in sua persona.

936 Il Signore ha fatto di san Pietro il fondamento visibile della sua Chiesa. A lui ne ha affidato le chiavi. Il vescovo della Chiesa di Roma, successore di san Pietro, è “capo del collegio dei vescovi, vicario di Cristo e pastore qui in terra della Chiesa universale” [⇒ Codice di Diritto Canonico, 207, 1. 2].

937 Il Papa “è per divina istituzione rivestito di un potere supremo, pieno, immediato e universale per il bene delle anime” [Conc. Ecum. Vat. II, Christus Dominus, 2].

938 I vescovi, costituiti per mezzo dello Spirito Santo, succedono agli Apostoli. “Singolarmente presi, sono il principio visibile e il fondamento dell'unità nelle loro Chiese particolari” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 23].

939 Aiutati dai presbiteri, loro cooperatori, e dai diaconi, i vescovi hanno l'ufficio di insegnare autenticamente la fede, di celebrare il culto divino, soprattutto l'Eucarestia, e di guidare la loro Chiesa da veri pastori. È inerente al loro ufficio anche la sollecitudine per tutte le Chiese, con il Papa e sotto di lui.

940 I laici, essendo proprio del loro stato che “vivano nel mondo e in mezzo agli affari secolari, sono chiamati da Dio affinché, ripieni di spirito cristiano, a modo di fermento esercitino nel mondo il loro apostolato” [Conc. Ecum. Vat. II, Apostolicam actuositatem, 2].

941 I laici partecipano al sacerdozio di Cristo: sempre più uniti a lui, dispiegano la grazia del Battesimo e della Confermazione in tutte le dimensioni della vita personale, familiare, sociale ed ecclesiale, e realizzano così la chiamata alla santità rivolta a tutti i battezzati.

942 Grazie alla loro missione profetica, “i laici sono chiamati anche ad essere testimoni di Cristo in mezzo a tutti, e cioè pure in mezzo alla società umana” [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 43].

943 Grazie alla loro missione regale, i laici hanno il potere di vincere in se stessi e nel mondo il regno del peccato con l'abnegazione di sé e la santità della loro vita [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 36].

944 La vita consacrata a Dio si caratterizza mediante la professione pubblica dei consigli evangelici di povertà, castità e obbedienza in uno stato di vita stabile riconosciuto dalla Chiesa.

945 Consegnato a Dio sommamente amato, colui che era già stato destinato a lui dal Battesimo, si trova, nello stato di vita consacrata, più intimamente votato al servizio divino e dedito al bene di tutta la Chiesa.

mercoledì 10 agosto 2011

Verità della Fede - XXVIII parte

Tornano gli approfondimenti sulle "Verità della Fede" attraverso le attente analisi di Sant'Alfonso Maria de' Liguori. Siamo giunti al quindicesimo capitolo composto da tre paragrafi nei quali sono provate le verità della fede cattolica attraverso l'analisi dei fatti della Resurrezione e Ascensione di Gesù Cristo e della venuta dello Spirito Santo:




Verità della Fede

di Sant'Alfonso Maria de' Liguori

PARTE SECONDA - CONTRO I DEISTI CHE NEGANO LA RELIGIONE RIVELATA

CAP. XV.

La risurrezione di Gesù Cristo, la sua gloriosa ascensione, e la venuta dello Spirito santo provano evidentemente la verità della nostra santa fede.

§. 1. Della risurrezione di Gesù Cristo.

1. Non v'ha miracolo che abbia tante prove di certezza, quante ne ha questo della risurrezione del nostro Salvatore. I deisti per negarlo han da dire o che gli apostoli si sieno tutti ingannati per il desiderio che aveano di veder risorto il lor maestro, o che abbiano voluto ingannare. In quanto all'essersi ingannati circa tal fatto, da quello ch'essi scrivono apparisce che i medesimi furono molto ritrosi a credere la risurrezione del Signore; ed in ciò non furono esenti da qualche colpa. Già di sopra riferimmo, che le sante donne ch'erano gite al sepolcro per ungere il corpo di Gesù Cristo, furono accertate dall'angelo che il Signore era risuscitato. Elle andarono subito a farne intesi gli apostoli, ma essi con tutto che la Maddalena avesse lor detto di aver veduto cogli occhi proprj il Signore risorto, pure non vollero crederlo, e loro parve un sogno di femmine: Nuntiaverunt haec omnia illis undecim (apostolis) et ceteris omnibus... Et visa sunt ante illos, sicut deliramentum, verba ista, et non crediderunt illis1.


2. In quello stesso giorno andando due discepoli in Emmaus, apparve loro il Signore nella via, ma senza darsi nel principio conoscere, gl'interrogò di che parlassero. Rispose un di loro, che parlavano di Gesù Nazareno e della sua morte, e soggiunsero: Nos autem sperabamus, quia ipse esset redempturus Israel etc. Sed et mulieres quaedam... venerunt dicentes se etiam visionem angelorum vidisse, qui dicunt eum vivere2. Sicché di tal resurrezione ne parlavano come d'una cosa incerta; onde poi il Signore ebbe a riprenderli. O stulti et tardi corde ad credendum in omnibus, quae locuti sunt prophetae3! Dal che si vede quanto furono restii i discepoli a credere che Gesù Cristo fosse risorto.

3. Apparve poi Gesù Cristo risorto prima a s. Pietro ed a s. Giovanni, ed indi agli altri apostoli; e per maggiormente renderli certi della sua risurrezione, si contentò che avessero toccate anche le sue carni sacrosante:Palpate et videte, quia spiritus carnem et ossa non habet4. E con tutto ciò soggiunge s. Luca che neppur essi si arresero a crederlo risorto: Adhuc autem illis non credentibus etc.5. Onde bisognò che il Signore cercasse alcuna cosa di cibo, ed avendogli quelli data una parte di pesce, egli ne mangiò, e li lasciò persuasi. Ma essendo rimasto s. Tommaso, che non voleva di ciò persuadersi dicendo: Nisi videro in manibus eius fixuram clavorum, et mittam digitum meum in locum clavorum et mittam manum meam in latus eius, non credam6, dopo otto giorni, mentre gli apostoli trovavansi uniti, venne ivi Gesù Cristo a porte chiuse, e disse a Tommaso: Infer digitum tuum huc, et vide manus meas, et affer manum tuam, et mitte in latus meum: et noli esse incredulus, sed fidelis7. Ed allora s. Tommaso credette e disse: Dominus meus, et Deus meus8. Indi seguì il Signore a comparire più volte a' suoi discepoli; e narra s. Paolo9 che una volta diede a vedersi a 500 persone, delle quali dice che molte allora ancor viveano. Scrive s. Luca10 che per quaranta giorni seguitò ad apparir loro: Quibus et praebuit seipsum vivum post passionem suam in multis argumentis, per dies quadraginta apparens eis; e soggiunge loquens de regno Dei, poiché allora gl'istruì delle cose spettanti alla chiesa, ai sacramenti ed alla disciplina, e di molte altre cose che riguardano il regno di Dio, che essi poi doveano predicare per tutto il mondo; giacché prima di morire avea detto che dovea loro palesare appresso molte dottrine, delle quali allora non erano capaci: Adhuc multa habeo vobis dicere, sed non potestis portare modo11. Da tutto ciò si scorge non poter sospettarsi che tutti quei santi discepoli si sieno ingannati nel credere vanamente la risurrezione di Gesù Cristo. Dice s. Gio. Grisostomo che la risurrezione del Signore operò negli apostoli, che quelli che negarono Gesù vivente, diedero poi la vita per Gesù crocifisso.

4. Ma perché il Signore non apparve risuscitato a tutti gli ebrei, poiché così sarebbonsi tutti convertiti? Ma si domanda: e perché non avrebbe dovuto apparire anche a tutti i gentili per convertirli? La testimonianza delle apparizioni fatte a tanti suoi discepoli fu più che bastante a persuader tutti del suo risorgimento. Onde siccome rimproverò allora coloro che non vollero credere a santi discepoli che l'aveano veduto risorto: Et exprobravit incredulitatem eorum, et duritiam cordis; quia iis, qui viderant eum resurrexisse, non crediderunt1; così rimprovera al presente tutti gl'increduli, i quali neppure si contenterebbero al presente delle apparizioni fatte allora a tutti gli ebrei ed a tutti i gentili. Oltreché questo della risurrezione è un mistero simile a quello della morte di Gesù Cristo, di cui dee durare la credenza sino al giorno finale; e che Dio vuole che sia creduto, secondo quel che disse il Salvatore a s. Tommaso: Beati qui non viderunt, et crediderunt2.

5. Ma torniamo al punto. Posto dunque che gli apostoli non poterono ingannarsi sulla risurrezione del Signore, resta a vedere se poteano ingannare gli altri, fingendo un tal risorgimento. Ma per ingannare il mondo avrebbero dovuto fare una cospirazione tutti insieme d'una tale invenzione. Ma come è possibile il supporre che gli apostoli con tanti altri discepoli che stavano aspettando già di vedere Gesù Cristo risorto, volessero macchinare questa menzogna così sfacciata, che certamente tra breve si sarebbe scoperta? Tanto più che secondo il concerto aveano anche le donne da fare le loro parti in questa scena, anzi esse dar principio all'inganno. Ma inoltre chi mai può pensare che fra il numero di 500 persone avesse potuto conservarsi per tanto tempo il segreto di quest'impostura, anzi di tante imposture, cioè di tante apparizioni avvenute?

6. Gli apostoli con grande calore esortavano la sincerità. S. Pietro scrisse: Deponentes igitur omnem malitiam et omnem dolum et simulationes etc.3. S. Paolo scrisse: Deponentes mendacium, loquimini veritatem etc.4. Essi fulminavano gran castighi contro la bugia, ed in fatti Anania e Safira sua moglie in pena d'una bugia detta a s. Pietro furono puniti colla morte5. Or come essi medesimi poteano andare ingannando gli uomini con predicare da per tutto una mera menzogna? S. Paolo era quello che aveva già perseguitati i cristiani, ma poi convertito dallo stesso Salvatore apparsogli nella via, si pose a convincere gli ebrei, provando dalle scritture che il Messia dovea morire e risorgere, come già era avvenuto. Or come s. Paolo trovossi ancora impegnato a difendere l'inventata risurrezione? Forse per ignoranza? Ma s. Paolo era il più letterato degli apostoli. Forse per danari? Ma egli era povero, né sperava altro dal mondo nel predicare la fede di Gesù Cristo, se non la gloria di Dio e la salute delle anime, e diceva che se non fosse stata vera la risurrezione di Cristo, sarebbe stata vana la predicazione sua e la fede: Si autem Christus non resurrexit, inanis est ergo praedicatio nostra, inanis est et fides vestra6. E già si sa quanto faticò questo apostolo per propagar la fede nell'oriente e nell'occidente. Tutto ciò fa vedere essere una temerità il pensare che gli apostoli avessero voluto tanto faticare, perché? Per propagare una favola ed una fede falsa, senza alcun fine di procacciarsi alcun bene di mondo.

7. Di più sappiamo che gli apostoli dal giorno di Pentecoste, in cui incominciarono a predicare, fecero una vita povera, afflitta e perseguitata dai nemici della fede, esponendosi a' tormenti ed alla morte. Dimando: qual pazzia sarebbe stata la loro in voler fare una vita sì tribolata e patir la morte, per mantenere una favola? Chi non vede che solamente la grazia del Signore potea dar loro una tal forza? Tutte le esortazioni degli apostoli ai fedeli di soffrir con pazienza le tribolazioni della vita presente erano fondate sulla risurrezione di Gesù Cristo, ravvivando loro la speranza di entrare nel cielo col risorgere, com'è risorto Gesù Cristo. Ecco come scrive s. Pietro a' suoi discepoli: Benedictus Deus, qui secundum misericordiam suam magnam regeneravit nos in spem vivam per resurrectionem Iesu Christi ex mortuis1. Ecco come anche scrive s. Paolo al suo discepolo Timoteo per animarlo a propagare la fede: Labora sicut bonus miles Christi Iesu... Memor esto Dominum Iesum Christum resurrexisse a mortuis2. E così parimente parla a' filippensi.3.

§. 2. Dell'ascensione di Gesù Cristo.

8. Il luogo di Gesù risorto era il cielo, ch'è la casa delle anime e dei corpi beati; ma egli volle trattenersi altri quaranta giorni sulla terra, apparendo più volte come abbiamo detto di sopra, a' suoi discepoli per renderli certi della sua risurrezione. Ma siccome volle, che fosse loro palese la sua risurrezione, così volle ancora che fosse palese la sua ascensione al cielo. A tal fine prima di partirsi da questa terra diede a vedersi agli apostoli l'ultima volta in Gerusalemme; dove loro impose che non si partissero di là finché non ricevessero lo Spirito santo. Dopo ciò, stando tutti nel monte Oliveto, ed avendo lor replicate le stesse cose prima imposte, specialmente che andassero per tutto il mondo promulgando il vangelo, alzate le mani, li benedisse, e togliendolo una nube dai loro occhi, si partì, e ascese in cielo, come narra s. Luca negli atti4Et cum haec dixisset, videntibus illis, elevatus est; et nubes suscepit eum ab oculis eorum. E nel suo vangelo5Et factum est, dum benediceret illis, recessit ab eis, et ferebatur in coelum. Allora apparvero due persone vestite di bianco, che loro annunziarono la seconda venuta che in terra dovea fare Gesù Cristo da giudice6. Ed indi i discepoli prostrati a terra, avendolo adorato, ritornarono in Gerusalemme unitamente ad aspettar lo Spirito santo promesso7.

9. Bisogna qui notare tutte le circostanze. Il numero di coloro che videro Gesù Cristo salire in cielo, e che poi tornarono in Gerusalemme, ove si trattennero nel cenacolo, fu di centoventi in circa.8. Gli angioli apparsi nel monte attestarono loro che già il Salvatore era asceso al cielo. Tutti i discepoli restarono colmi di gioia e di speranza, e di là andarono a passare i giorni intieri in orazione. Nel cenacolo ricevettero poi lo Spirito santo, e di là uscendo cominciarono a predicare prima per la Samaria e poi per tutto il mondo la fede di Gesù Cristo, secondo il Signore avea loro ordinato; e cominciarono insieme a far miracoli secondo la potestà promessa. Or poste tutte queste cose, chi mai può dubitare della verità di questa sì gloriosa ascensione di Gesù Cristo?

10. Si aggiunge che tale ascensione fu già predetta prima da Davide in più luoghi. Attollite portas principes vestras, et elevamini portae aeternales, et introibit rex gloriae9. In altro luogo più chiaramente: Ascendisti in altum; coepisti captivitatem; accepisti dona in hominibus10. Il qual testo vien portato da s. Paolo più chiaro: Propter quod dicit: Ascendens in altum captivam duxit captivitatem; dedit dona hominibus11.Captivitatem già s'intende de' santi prigioni che Gesù Cristo salendo in cielo portò seco dal limbo. In altro luogo: Sede a dextris meis, donec ponam inimicos tuos scabellum pedum tuorum12.

11. Ma perché allora Gesù Cristo salendo in cielo non si manifestò a tutti gli ebrei, poiché così gli avrebbe renduti tutti suoi seguaci? Ma primieramente chi sarà così temerario che pretenda saper da Dio le ragioni di tutto ciò che ha fatto? Inoltre dice l'apostolo: Numquid non audierunt? Et quidem in omnem terram exivit sonus eorum, et in fine orbis terrae verba eorum13. E vuol dire s. Paolo: qual necessità vi era che il Signore manifestasse a tutti gli ebrei la sua ascensione per indurli ad abbracciar la fede? Testimonia tua credibilia facta sunt nimis14. Troppo chiari furono i contrassegni dati a' giudei ed a tutto il mondo colle sante scritture e colla predicazione degli apostoli della verità della fede. Onde niuno incredulo potrà scusarsi della sua miscredenza nel giudizio finale, nel quale, se alcuni vorranno incolpar la sua condotta, come fanno al presente, ben saprà Gesù Cristo giustficar la sua giustizia: Ut iustificeris in sermonibus tuis, et vincas cum iudicaris1.

§. 3. Della venuta dello Spirito Santo.

12. Ecco che, compiendosi i giorni della Pentecoste, e trovandosi tutti uniti nel cenacolo quei santi discepoli colla madre di Dio, intesero il rumore come d'un gran vento, che riempì tutta la casa, ed apparvero molte lingue di fuoco sopra ciascuno di loro, e così furono tutti ripieni di Spirito santo: Factus est repente de coelo sonus, tanquam advenientis spiritus vehementis, et replevit totam domum ubi erant sedentes. Et apparuerunt illis dispertitae linguae tanquam ignis, seditque supra singulos eorum; et repleti sunt omnes Spiritu sancto, et coeperunt loqui variis linguis, prout Spiritus sanctus dabat eloqui illis2Dispertitae linguae, volta il greco: linguae dissectae, cioè che spargeano varie fiammelle, le quali indicavano il dono della varietà de' linguaggi, conceduto agli apostoli per farsi intendere da tutte le nazioni. Questa profezia dello Spirito santo fu già ancor predetta da' profeti: Et erit post haec: Effundam spiritum meum super omnem carnem, et prophetabunt filii vestri etc.3. Lo stesso predisse Isaia: Effundam spiritum meum super semen tuum4. E ciò s. Pietro volle dichiarare agli ebrei: Sed hoc est, quod dictum est per prophetam Ioel: Et erit in novissimis diebus, dicit Dominus: Effundam de spiritu meo super omnem carnem etc.5.

13. Indi avendo gli apostoli secondo la promessa di Gesù Cristo ricevuto lo Spirito santo, escono subito a predicare il vangelo. Parlano in diverse lingue, e ben si fanno intendere dalla gente d'ogni nazione che trovavasi allora in Gerusalemme, e questo miracolo fa tutti stupire. Or questa fortezza degli apostoli in porsi a predicar la nuova legge in Gerusalemme in mezzo a' giudei loro nemici, fa ben conoscere la venuta dello Spirito santo sopra di loro e il battesimo di fuoco da essi ricevuto, e promesso loro già prima dal Battista: Ipse vos baptizabit in Spiritu sancto et igni6. Questo battesimo, come scrivono s. Girolamo e s. Cirillo, adempissi appunto nella Pentecoste, quando gli apostoli ricevettero lo Spirito santo. Essi predicarono in pubblico a vista di tutti, anche di coloro che aveano tramata la morte di Gesù Cristo. Né si astennero di dire che Gesù risuscitato era quel medesimo ch'eglino avean fatto morir crocifisso. Tutti allora conobbero la scienza che questi poveri pescatori aveano acquistata delle scritture. Ecco come s. Pietro parla con franchezza della profezia avverata di Gioele e della profezia di Davide, che Gesù dovea morire e risorgere: Nec dabis Sanctum tuum videre corruptionem7. Onde tutti, e gli stessi ebrei non poteano non ammirare tanta costanza e tanta scienza: Videntes autem Petri constantiam et Ioannis, comperto quod homines essent sine litteris et idiotae, admirabantur etc.8. In un sermone s. Pietro convertì tremila persone ed in un altro cinquemila9. E ciò in un popolo che ancor ritenea l'idea di Gesù Cristo come d'un infame malfattore. Ma come poterono avvenire conversioni sì grandi, quando Gesù medesimo predicando ne avea convertiti tanto pochi? Ma ciò ben era stato predetto dal Signore: Qui crediti in me, opera quae ego facto, et ipse faciet, et maiora horum faciet10. Si aggiunge che quei primi fedeli convertiti dagli apostoli, per seguire il loro esempio tutti si diedero ad una vita perfetta, vendendo anche i loro beni, come riferisce s. Luca11 non attendendo ad altro che al culto divino, all'orazione ed alla carità col prossimo: tutti effetti della grazia dello Spirito santo.

14. E così ebbe allora compimento e perfezione la legge, che non è più esteriore, come l'antica, la quale dimostrava gli obblighi dell'uomo, ma non gliene infondeva l'amore; ma è interiore che fa amare ciò che impone: Dabo legem meam, così già lo predisse Geremia1in visceribus eorum, et in corde eorum scribam eam. E poi soggiunge: Et non docebit ultra vir proximum suum... dicens: cognosce Dominum: omnes enim cognoscent me2. Con ciò vuol dire il profeta, che anticamente i fedeli per sapere la legge doveano essere istruiti da' dottori, ma nella legge nuova ognuno nello stesso battesimo che riceve, riceve ancora una luce interna ed una pia affezione della volontà verso la legge, che fa amare la legge. È vero che anche è necessaria l'istruzione esterna de' pastori, altrimenti inutilmente sarebbero stati essi posti dal Signore nella sua chiesa; ma l'affezione interna è quella che opera, ed ottiene il frutto per mezzo della grazia divina. Dice s. Agostino che anticamente, perché mancava l'aiuto divino, la legge era una lettera che uccideva; ma oggi nella legge nuova lo Spirito santo fa che quel che prima stando scritto di fuori si facea temere, al presente stando scritto nel cuore si fa amare: Illa enim (lex) sine adiuvante Spiritu procul dubio est littera occidens; cum vero adest vivificans Spiritus, hoc ipsum intus conscriptum facit diligi, quod foris scriptum lex faciebat timere3. L'antico patto era figura del presente, e perciò dovette terminare quando fu scritto il nuovo, non in tabulis lapideis, scrive l'apostolo, sed in tabulis cordis carnalibus4.

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1 Luc. 24. 9. et 11. 

2 Luc. 24. 21. 

3 Luc. ib. v. 25. 

4 Luc. 24. 39. 

5 Ib. v. 41. 

6 Ioan. 20. 25. 

7 Ioan. 20. 27. 

8 Ib. 28. 

9 1. Cor. 15. 6. 

10 Act. 1. 3. 

11 Ioan. 16. 12. 

1 Marc. 16. 14. 

2 Ioan. 20. 29. 

3 1. Petr. 2. 1. 

4 Ephes. 4. 25. 

5 Act. c. 5. 1. 

6 1. Cor. 15. 14. 

1 1. Petr. 1. 3. 

2 2. Ad Timot. 2. 3. et 8. 

3 C. 3. ver. 8. et 20.

4 C. 1. v. 9. 

5 C. 24. v. 51. 

6 Act. c. 1. v. 10. et 11. 

7 Ibid. v. 52. 

8 Act. 1. 12. ad 15. 

9 Ps. 23. 7. 

10 Psal. 67. 19. 

11 Ephes. 4. 8. 

12 Psal. 109. 1. 

13 - Rom. 10. 18. 

14 Ps. 92. 5. 

1 Psal. 50. 6.

2 Act. 2. 2. ad 4. 

3 Ioel. 2. 28. 

4 Isa. 44. 3. 

5 Act. 2. 16. 

6 Luc. 3. 16. 

7 Ps. 15. 10. 

8 Act. 4. 13. 

9 Act. c. 2. v. 41. et c. 4. v. 4. 

10 Ioan. 14. 12. 

11 Act. 2. 44. 

1 31. 33. 

2 Ibid. v. 34. 

3 S. Aug. de Spir. et lit. c. 19. 

4 2. Cor. 3. 3.

martedì 9 agosto 2011

La Città di Dio - XXIX parte

Riprendiamo la lettura dell'opera di Sant'Agostino nota come "La città di Dio": continuiamo a vedere le sciagure che hanno colpito Roma; il periodo che oggi viene preso in considerazione è quello a cavallo tra le due celebri guerre puniche:
 

Libro terzo

LA STORIA DI ROMA IN UNA VISIONE CRITICA


18. 1. Con le due guerre puniche poi, dato che fra i due domini la vittoria rimase a lungo incerta con alterne possibilità e due popoli forti si sferravano attacchi violentissimi e con molti mezzi, i regni più piccoli furono abbattuti. Molte città illustri per fama furono distrutte, molte travagliate, molti Stati mandati in rovina. Molte regioni e paesi furono interamente devastati. Molte volte i vinti divennero vincitori dall'una e dall'altra parte. Molte persone furono uccise tanto fra i combattenti che fra la popolazione civile. Una enorme quantità di navi fu distrutta nelle guerre navali o colata a picco nelle numerose tempeste. Se mi sforzassi di esporre o richiamare, anche io sarei soltanto uno storiografo 85. In quell'occasione la città di Roma presa da grande timore ricorse a rimedi vani e ridicoli. Furono ripresi per ordine dei libri sibillini i giochi secolari, la cui celebrazione era stata stabilita ogni cento anni e che era stata sospesa per dimenticanza in tempi più tranquilli. I pontefici ristabilirono anche gli spettacoli sacri agli dèi inferi anche essi aboliti negli anni migliori del passato. Quando furono ristabiliti, infatti, era un gran divertimento rappresentare anche scenicamente che l'Ade si arricchiva di tanti morti. I poveri disgraziati appunto rappresentavano come spettacoli dei demoni e come lauti banchetti dell'Ade le guerre rabbiose, le sanguinose inimicizie, le funeste vittorie dell'una e dell'altra parte. Niente di più degno di compassione si ebbe durante la prima guerra punica della sconfitta subita dai Romani tanto duramente che fu fatto prigioniero anche Regolo. Ne ho parlato nel primo e nel secondo libro. Uomo veramente grande e in un primo tempo vincitore e soggiogatore dei Cartaginesi avrebbe portato a termine definitivamente la prima guerra punica se per eccessivo desiderio di lode e di gloria non avesse imposto agli stanchi Cartaginesi condizioni più pesanti di quanto essi potessero sopportare. Se l'imprevedibile sconfitta, la schiavitù indecorosa, il giuramento fedele e la morte veramente crudele di quell'uomo grande non costringe gli dèi ad arrossire, si vede proprio che sono fatti d'aria e che non hanno sangue.


18. 2. Non mancarono in quel periodo sventure gravissime nella città. In una straordinaria inondazione del Tevere quasi tutte le parti pianeggianti della città furono battute perché alcune furono travolte dalla violenza come di un torrente, altre rimasero inondate e sommerse per lungo tempo come in uno stagno. A questa calamità seguì il fuoco, ancor più pericoloso. Dopo avere invaso alcuni edifici più illustri attorno al foro, non risparmiò neanche il tempio di Vesta. D'altronde gli era molto familiare perché in esso le vestali, non tanto onorate quanto condannate, avevano la mansione di mantenergli quasi una vita perpetua con l'assidua sostituzione delle legna da bruciare. In quel caso il fuoco non solo si mantenne in vita ma incrudelì anche. Le vestali atterrite dalla sua violenza non riuscirono a salvare dall'incendio gli oggetti fatali che avevano già procurato la rovina delle tre città in cui avevano dimorato. Allora il pontefice Metello, dimentico in certo senso della propria incolumità, si precipitò e sebbene mezzo abbruciacchiato li mise in salvo 86. Il fuoco non riconobbe neanche lui, oppure vi era in quel posto una divinità che, anche se lo fosse stata, non riusciva a fuggire da sola. Quindi un uomo poté aiutare le insegne divine di Vesta anziché esse l'uomo. E se non erano capaci di respingere da se stessi il fuoco, in che cosa potevano aiutare la città contro le acque e le fiamme? Eppure si pensava che ne proteggessero l'incolumità. Il fatto in sé dimostrò che non potevano proprio un bel niente. Non farei certamente queste obiezioni se dicessero che quegli oggetti sacri non erano destinati a difendere i beni temporali ma a significare gli eterni; perciò se eventualmente venivano distrutti, perché corporali e visibili, non veniva tolto nulla a quei significati, cui erano destinati, e potevano essere riacquistati per i medesimi usi. Invece essi con incredibile cecità ritengono possibile il fatto che in virtù di quegli oggetti, che potevano essere distrutti, la salvezza terrena e il benessere temporale della patria non potevano essere distrutti. Pertanto, quando si dimostra loro che malgrado l'incolumità degli oggetti sacri sono sopravvenute o la perdita della salvezza o la sciagura, si vergognano di mutare un parere che non sono capaci di difendere.


19. Per quanto riguarda la seconda guerra punica, sarebbe troppo lungo rammentare le stragi dei due popoli che combatterono per tanto tempo e su un vasto territorio. Per confessione stessa di coloro che hanno inteso non tanto di narrare le guerre romane quanto piuttosto di esaltare la dominazione romana, il vincitore fu pari al vinto 87. Infatti quando Annibale, partendo dalla Spagna, superò i Pirenei, attraversò la Gallia, valicò le Alpi devastando e sottomettendo tutte le regioni con le forze aumentate lungo il tragitto e precipitò come torrente nel valico verso l'Italia, si ebbero molti sanguinosi combattimenti, molte volte i Romani furono sconfitti, molti paesi passarono al nemico, molti furono presi e distrutti, si ebbero dure battaglie il più delle volte gloriose per Annibale data la sconfitta romana. Che dire del disastro di Canne, tremendo oltre ogni pensare? Dopo di esso si dice che Annibale, per quanto molto crudele ma saziato dell'enorme massacro dei suoi più spietati nemici, abbia comandato di risparmiarli. Dopo la strage mandò a Cartagine tre moggi di anelli d'oro per far capire che in quella battaglia era caduta molta nobiltà romana e che la segnalava meglio la misura che il numero 88. Si doveva da ciò dedurre che il massacro del resto dell'esercito, tanto più numeroso quanto più povero che giaceva senza anelli, era più da congetturarsi che da segnalarsi. Ne seguì una così forte carenza di soldati che i Romani coscrissero i delinquenti dopo aver assicurato loro l'impunità ed emanciparono gli schiavi per costituire e non solo per redintegrare un esercito che era così un disonore. Mancavano le armi per gli schiavi, o meglio tanto per non far torto per gli ormai liberti destinati a combattere per lo Stato romano. Le armi furono detratte dai templi come se i Romani volessero dire ai propri dèi: "Deponete le armi che avete tenuto in mano inutilmente, perché i nostri schiavi forse possono fare qualche cosa di utile con quei mezzi con cui voi nostre divinità non siete state capaci". Non bastando più l'erario per corrispondere lo stipendio, le ricchezze private divennero di pubblico uso. Ciascuno pose in comune il proprio avere al punto che oltre tutti gli anelli e le bolle, pietosi simboli di nobiltà, il senato stesso e a più forte ragione gli altri ceti e classi non si lasciarono alcun oggetto d'oro 89. Chi sopporterebbe i nostri avversari se in questi tempi fossero costretti a tanta povertà? Li sopportiamo appena adesso che in vista di un superfluo divertimento si dà più denaro agli attori di quanto ne fu ammassato allora per le legioni in vista di un disperato tentativo di salvezza.

 

lunedì 8 agosto 2011

Redemptor hominis - La Prima Enciclica di Giovanni Paolo II - XIV

Continuiamo la lettura della Redemptor hominis, ovvero la Prima Enciclica di Giovanni Paolo II che cerca di rispondere ai dubbi e ai problemi dell'uomo contemporaneo, cercando allo stesso modo di ridare vitalità all'opera della Chiesa. Oggi scopriamo in particolare il legame tra la Chiesa e l'uomo:

 III - L'uomo redento e la sua situazione nel mondo contemporaneo   

IV - La missione della chiesa e la sorte dell'uomo

18. La Chiesa sollecita della vocazione dell'uomo in Cristo

Questo sguardo, necessariamente sommario, alla situazione dell'uomo nel mondo contemporaneo ci fa indirizzare ancor più il pensiero e il cuore a Gesù Cristo, al mistero della Redenzione, in cui il problema dell'uomo è inscritto con una speciale forza di verità e di amore. Se Cristo «si è unito in certo modo ad ogni uomo»115, la Chiesa, penetrando nell'intimo di questo mistero, nel suo ricco e universale linguaggio, vive anche più profondamente la propria natura e missione. Non invano l'Apostolo parla del Corpo di Cristo, che è la Chiesa116. Se questo Corpo mistico di Cristo è Popolo di Dio - come dirà in seguito il Concilio Vaticano II, basandosi su tutta la tradizione biblica e patristica - ciò significa che ogni uomo è in esso penetrato da quel soffio di vita che proviene da Cristo. In questo modo anche il volgersi verso l'uomo, verso i suoi reali problemi, verso le sue speranze e sofferenze, conquiste e cadute, fa sì che la Chiesa stessa come corpo, come organismo, come unità sociale, percepisca gli stessi impulsi divini, i lumi e le forze dello Spirito che provengono da Cristo crocifisso e risorto, ed è proprio per questo che essa vive la sua vita. La Chiesa non ha altra vita all'infuori di quella che le dona il suo Sposo e Signore. Difatti, proprio perché Cristo nel mistero della sua Redenzione si è unito ad essa, la Chiesa deve essere saldamente unita con ciascun uomo.

Questa unione del Cristo con l'uomo è in se stessa un mistero, dal quale nasce «l'uomo nuovo», chiamato a partecipare alla vita di Dio117, creato nuovamente in Cristo alla pienezza della grazia e della verità118. L'unione del Cristo con l'uomo è la forza e la sorgente della forza, secondo l'incisiva espressione di S. Giovanni nel prologo del suo Vangelo: «Il Verbo ha dato potere di diventare figli di Dio»119. Questa è la forza che trasforma interiormente l'uomo, quale principio di una vita nuova che non svanisce e non passa, ma dura per la vita eterna120. Questa vita, promessa e offerta a ciascun uomo dal Padre in Gesù Cristo, eterno ed unigenito Figlio, incarnato e nato «quando venne la pienezza del tempo»121 dalla Vergine Maria, è il compimento finale della vocazione dell'uomo. È in qualche modo compimento di quella «sorte», che dall'eternità Dio gli ha preparato. Questa «sorte divina» si fa via, al di sopra di tutti gli enigmi, le incognite, le tortuosità, le curve della «sorte umana» nel mondo temporale. Se, infatti, tutto ciò porta, pur con tutta la ricchezza della vita temporale, per inevitabile necessità, alla frontiera della morte ed al traguardo della distruzione del corpo umano, appare a noi il Cristo oltre questo traguardo: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me..., non morrà in eterno»122. In Gesù Cristo crocifisso, deposto nel sepolcro e poi risorto, «rifulge per noi la speranza della beata risurrezione, la promessa dell'immortalità futura»123, verso la quale l'uomo va attraverso la morte del corpo, condividendo con tutto il creato visibile questa necessità, alla quale è soggetta la materia. Noi intendiamo e cerchiamo di approfondire sempre di più il linguaggio di questa verità, che il Redentore dell'uomo ha racchiuso nella frase: «È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla»124. Queste parole, malgrado le apparenze, esprimono la più alta affermazione dell'uomo: l'affermazione del corpo, che lo Spirito vivifica!

domenica 7 agosto 2011

Filotea: Introduzione alla vita devota - VI

Proseguiamo la lettura di Filotea: Introduzione alla vita devota di San Francesco di Sales, giunta al sesto capitolo dedicato al primo passo da compiere per purificarsi dal peccato mortale nel quale si è caduti. Questo passo da compiere è la partecipazione al Sacramento della Riconciliazione o comunemente chiamato Confessione. Leggiamo di seguito i consigli di San Francesco di Sales per una buona confessione dei peccati:




FILOTEA
Introduzione alla vita devota
(San Francesco di Sales)

PRIMA PARTE

Contiene consigli ed esercizi necessari per condurre l'anima dal primo desiderio della vita devota fino alla ferma risoluzione di abbracciarla

Capitolo VI

PRIMA PURIFICAZIONE: DAL PECCATO MORTALE

La prima purificazione è quella dal peccato; il mezzo: il sacramento della penitenza. Cercati il miglior confessore che puoi; serviti anche di qualche libretto scritto a questo scopo; leggi con attenzione e nota, punto per punto, dove hai mancato, cominciando da quando hai avuto l’uso di ragione fino a oggi. Se ti fidi poco della memoria, metti per iscritto quello che hai trovato. Una volta trovate e messe insieme le brutture peccaminose della tua coscienza, detestale e respingile con una contrizione e un dispiacere grande quanto il tuo cuore riesce a concepire, prendendo in considerazione questi quattro punti: per il peccato tu hai perso la grazia di Dio, hai perso il diritto al paradiso, hai accettato i tormenti eterni dell’inferno, hai rinunciato all’eterno amore di Dio.

Hai capito, Filotea, che ti parlo della confessione generale di tutta la vita che, lo so bene anch’io, fortunatamente, non sempre è necessaria; ma io la considero molto utile in questo inizio, per cui te la consiglio vivamente.

Capita spesso che le confessioni abituali di coloro che conducono una vita ordinaria di cristiani comuni, siano piene di difetti: per lo più si prepara poco o per niente, non si ha la contrizione richiesta, anzi capita addirittura che molte volte ci si vada a confessare con il segreto proposito di tornare a peccare, visto che non si ha alcuna intenzione di evitare l’occasione, né di prendere gli opportuni accorgimenti per correggersi; in tutti questi casi la confessione generale è necessaria per dare una scossa all’anima.

Inoltre la confessione generale ci porta a conoscere noi stessi, ci provoca a una salutare vergogna del nostro passato, ci fa ammirare la misericordia di Dio, che ci ha atteso con tanta pazienza; porta la pace nel cuore, la serenità nello spirito, suscita buoni propositi, offre l’occasione al nostro padre spirituale di darci consigli più adatti alla nostra reale situazione e ci apre il cuore alla semplicità fiduciosa che ci farà essere molto sinceri nelle confessioni che seguiranno.

E poiché parliamo di un rinnovamento generale del cuore e della conversione totale dell’anima a Dio, per mezzo della vita devota, mi sembra, o Filotea, di avere ragione nel consigliarti questa confessione generale.

sabato 6 agosto 2011

Il Sabato dei Salmi - Salmo 64 (63) - Preghiera contro il terrore del nemico

Salmo 64 (63)

1Salmo. Di Davide. Al maestro del coro.

2Ascolta, Dio, la voce, del mio lamento,
dal terrore del nemico preserva la mia vita.
3Proteggimi dalla congiura degli empi
dal tumulto dei malvagi.

4Affilano la loro lingua come spada,
scagliano come frecce parole amare
5per colpire di nascosto l'innocente;
lo colpiscono di sorpresa e non hanno timore.
6Si ostinano nel fare il male,
si accordano per nascondere tranelli;
dicono: "Chi li potrà vedere?".
7Meditano iniquità, attuano le loro trame:
un baratro è l'uomo e il suo cuore un abisso.

8Ma Dio li colpisce con le sue frecce:
all'improvviso essi sono feriti,
9la loro stessa lingua li farà cadere;
chiunque, al vederli, scuoterà il capo.
10Allora tutti saranno presi da timore,
annunzieranno le opere di Dio
e capiranno ciò che egli ha fatto.

11 Il giusto gioirà nel Signore
e riporrà in lui la sua speranza,
 i retti di cuore ne trarranno gloria.
 
COMMENTO
 
Il Salmo di oggi è un breve passo in cui il salmista denuncia la persecuzione psicologica di cui è vittima. Infatti, non vi è solo la persecuzione fisica che nuoce al giusto, ma anche quella psicologica: non a caso, il detto afferma che le parole feriscono più di una spada. Vediamo chiaramente come il salmista sia proprio ferito dal comportamento persecutorio di uomini empi che congiurano contro di lui. 
Nel leggere le prime righe sembra quasi che la disperazione si è impossessata del salmista, ma subito dopo vediamo che egli non è affatto finito perché ha Qualcuno in cui rifugiarsi e quel Qualcuno è il Signore Dio. Non è solo contro il male dei congiurati, ma ha accanto a sé il Signore che disperde e fa cadere gli empi, dalle loro stesse parole!! 
Carissimi, è meraviglioso vedere che il giusto e il debole non sono mai soli, ma c'è Qualcuno su cui si può sempre contare: il solo pensiero che la giustizia sarà fatta, è un forte antidoto contro la disperazione e la depressione di chi cammina al buio, da solo, quale preda di uomini malvagi. Ecco dunque la conclusione speranzosa del salmista: Il giusto gioirà nel Signore e riporrà in lui la sua speranza, i retti di cuore ne trarranno gloria. Sì, i giusti riposeranno e gioiranno nel Signore e i retti di cuore trarranno gloria proprio da questo; la vita eterna rappresenta per noi la speranza della vittoria contro il male e contro ogni empietà che domina il mondo terreno.

venerdì 5 agosto 2011

Siracide - Quarantaduesimo appuntamento

Proseguiamo la lettura del Siracide con il capitolo quarantadue:


42

1Non ti vergognare delle cose seguenti
e non peccare per rispetto umano:
2della legge dell'Altissimo né dell'alleanza,
della sentenza per assolvere l'empio,
3dei conti con il socio e con i compagni di viaggio,
del dono di un'eredità agli amici,
4dell'esattezza della bilancia e dei pesi,
dell'acquisto di molte o poche cose,
5della contrattazione sul prezzo con i commercianti,
della frequente correzione dei figli
e del far sanguinare i fianchi di uno schiavo pigro.
6Con una moglie malvagia è opportuno il sigillo,
dove ci sono troppe mani usa la chiave.
7Qualunque cosa depositi, contala e pesala;
il dare e l'avere sia tutto per iscritto.
8Non vergognarti di correggere l'insensato e lo stolto
e il vecchio decrepito che disputa con i giovani;
sarai così veramente assennato
e approvato da ogni vivente.

9Una figlia è per il padre un'inquietudine segreta,
la preoccupazione per lei allontana il sonno:
nella sua giovinezza, perché non sfiorisca,
una volta accasata, perché non sia ripudiata.
10Finché è ragazza, si teme che sia sedotta
e che resti incinta nella casa paterna;
quando è con un marito, che cada in colpa,
quando è accasata, che sia sterile.
11Su una figlia indocile rafforza la vigilanza,
perché non ti renda scherno dei nemici,
oggetto di chiacchiere in città e favola della gente,
sì da farti vergognare davanti a tutti.

12Non mostri la sua bellezza a qualsiasi uomo,
non segga a ciarlare insieme con le altre donne,
13perché dagli abiti esce fuori la tignola
e dalla donna malizia di donna.
14Meglio la cattiveria di un uomo che la bontà di una donna,
una donna che porta vergogna fino allo scherno.

15Ricorderò ora le opere del Signore
e descriverò quanto ho visto.
Con le parole del Signore sono state create le sue opere.
16Il sole con il suo splendore illumina tutto,
della gloria del Signore è piena la sua opera.
17Neppure i santi del Signore sono in grado
di narrare tutte le sue meraviglie,
ciò che il Signore onnipotente ha stabilito
perché l'universo stesse saldo a sua gloria.
18Egli scruta l'abisso e il cuore
e penetra tutti i loro segreti.
L'Altissimo conosce tutta la scienza
e osserva i segni dei tempi,
19annunziando le cose passate e future
e svelando le tracce di quelle nascoste.
20Nessun pensiero gli sfugge,
neppure una parola gli è nascosta.
21Ha ordinato le meraviglie della sua sapienza,
poiché egli è da sempre e per sempre.
Nulla può essergli aggiunto e nulla tolto,
non ha bisogno di alcun consigliere.
22Quanto sono amabili tutte le sue opere!
E appena una scintilla se ne può osservare.
23Tutte queste cose vivono e resteranno per sempre
in tutte le circostanze e tutte gli obbediscono.
24Tutte sono a coppia, una di fronte all'altra,
egli non ha fatto nulla di incompleto.
25L'una conferma i meriti dell'altra,
chi si sazierà nel contemplare la sua gloria?


COMMENTO

La Bibbia CEI suddivide questo capitolo in quattro parti. La prima parte non è altro che la prosecuzione della parte conclusiva del capitolo precedente. Nella seconda parte viene dato un titolo introduttivo, così come nella terza e nella quarta, quest'ultima si differenzia dalle altre tre poiché apre come una sorta di paragrafo che continuerà all'interno del presente e dei seguenti capitoli, seguito da alcuni sottoparagrafi. Focalizziamo l'attenzione sul capitolo di oggi suddiviso nelle seguenti parti, esclusa la prima: Affanni di un padre per sua figlia, Le donne, II. La Gloria di Dio: 1. Nella natura.

La prima parte sembra contenere delle indicazioni: innanzitutto non vergognarsi della Legge di Dio: vergognarsi in questo caso sarebbe un errore di grave entità, questo perché la vergogna di ciò che è giusto, spinge a fare ciò che è sbagliato e il peccato conduce a conseguenze devastanti. In secondo luogo sembra di intravedere una serie di norme di comportamento da applicare nella vita sociale.

Nella seconda parte sono elencate una serie di motivazioni per le quali un padre si preoccupa per la figlia. La terza parte sembra il proseguimento della seconda, ma in realtà si estende a tutte le donne, non solo alle figlie.

Ben Sira, l'autore del Siracide, insegna una serie di comportamenti da assumere, applicabili perfettamente anche ai giorni nostri. Una mancata educazione di una figlia o il cattivo comportamento di una donna (sempre dovuto a mancata educazione) crea una serie di situazioni spiacevoli, non solo per la famiglia di origine, ma anche nella vita sociale come in quella coniugale.

Una donna poco istruita o educata può causare delle fratture non di poco conto, e tuttavia questo discorso può applicarsi anche per la persona maschile. Infatti all'inizio di questo capitolo abbiamo letto anche di una frequente correzione dei figli da applicare. La società nasce dagli insegnamenti impartiti sui figli dai genitori. Un bambino sarà un futuro uomo e una buona educazione si trasformerà in una convivenza civile nella società.

Infine l'ultima parte del capitolo odierno è incentrato sulla Gloria di Dio, nella natura. Come abbiamo letto, ogni cosa creata è uscita dalla bocca del Signore e cioè dalla Sua Parola, il Verbo, fattosi poi carne nel grembo della Beata Vergine Maria prendendo il nome di Gesù Cristo. L'eternità di Dio si può appena comprendere leggendo quanto è contenuto in questa parte conclusiva del capitolo. Innanzitutto perché dice che neppure i santi del Signore possono raccontare tutte le cose di Dio proprio perché Egli è infinitamente grande ed eterno e per una mente umana è impossibile raccontare la Sua infinità e la moltitudine delle Sue opere. A conferma di questo più avanti è scritto: "Quanto sono amabili tutte le sue opere!  E appena una scintilla se ne può osservare". Le opere poi non sono che immagine dell'infinita grandezza di Dio. L'universo materiale è sconfinato, ancor più grande è il suo Autore. Sempre restando nella parte conclusiva, viene raccontata di Dio, l'Onnipotenza come si legge in tutta la quarta parte e in particolare nel versetto 17 nel quale viene chiamato "Signore onnipotente", l'Onniscienza (si veda il versetto 18), l'Onnipresenza (versetto 20), e la Sua Volontà (versetto 23). Possiamo sintetizzare il contenuto di questa ultima parte con il Salmo 19 nel quale è scritto: I cieli narrano la gloria di Dio; è un po' quello che Ben Sira vuole dirci terminando il capitolo che abbiamo letto quest'oggi. Tutto ciò che è presente nel mondo racconta la Sua Gloria, la Sua infinita grandezza e potenza.