mercoledì 14 settembre 2011

Verità della Fede - XXXIII parte

Tornano gli approfondimenti sulle "Verità della Fede" attraverso le attente analisi di Sant'Alfonso Maria de' Liguori. Oggi entriamo nella terza e ultima parte dell'opera composta da altri undici capitoli. In questa parte Sant'Alfonso proverà che la Chiesa Cattolica romana è l'unica vera chiesa, mentre le altre religioni ovviamente non possono essere vere. Cominciamo con il primo capitolo della terza parte, contenente due paragrafi che leggeremo nelle prossime settimane:



Verità della Fede

di Sant'Alfonso Maria de' Liguori

TERZA PARTE

PARTE TERZA - CONTRO I SETTARJ CHE NEGANO LA CHIESA CATTOLICA ESSERE L'UNICA VERA

CAP. I.

I caratteri della chiesa cattolica dimostrano evidentemente essere ella la vera chiesa di Dio.

1. Trattandosi di dogmi superiori alla mente umana in quanto alla credenza e di precetti opposti agli appetiti disordinati dell'uomo in quanto a' costumi, era necessaria una scuola sicura di verità, ove si conservassero incorrotte tutte le verità rivelate da Dio sin dal principio del mondo; sì che da quella potessero intendere gli uomini, senza pericolo di errare, tutte le cose che debbono credere, e tutte le altre che debbono osservare; e così il corpo de' fedeli si fosse guardato sempre dal guasto che gli empj avesser potuto dare alla fede o alla morale cristiana. La chiesa appunto di Gesù Cristo è questa scuola e maestra insieme di verità, visibile a tutto il mondo, che ha conservati e conserverà sino alla fine de' secoli uniti i fedeli a ben camminare nella via della salute. Onde disse il Salvatore che chi non ubbidisce alla chiesa, non dee tenersi più per cristiano, ma per infedele: Si autem ecclesiam non audierit, sit tibi sicut ethnicus et publicanus1. Sicché tutti coloro che saran fuori di quest'arca di salute, tutti saranno perduti in eterno.

2. Ora fra tutte le chiese non si ritrova, né potrà mai ritrovarsi altra chiesa che abbia quei caratteri e contrassegni di esser vera, che ha la chiesa cattolica romana. Il fondatore di questa chiesa già sanno tutti che fu Gesù Cristo, il quale fu il vero Messia mandato da Dio a redimere il mondo, ed a stabilire insieme la nuova legge; legge a differenza delle altre leggi insegnate dalle false religioni tutte ingiuste ed empie, intieramente retta e consentanea alla dignità dell'uomo ragionevole che c'istruisce di dare a Dio l'amore e l'onor dovuto, di amare il prossimo come noi stessi, e di amar noi medesimi con vero, non già con falso amore, con osservare i divini precetti, e così sperare finalmente dalla bontà di Dio dopo questa vita la beatitudine eterna.

3. Con questa legge ebbe già la sua perfezione e il suo compimento la legge antica, la quale era solamente esterna. Dimostrava ella solamente gli obblighi dell'uomo, ma non gliene infondea l'amore. Ma la legge nuova di Gesù Cristo è ancora interna, innestata nei nostri cuori, in modo che ci fa amare quello che c'impone. E così poi noi possiamo adempirla non solo esternamente, ma internamente ancora col cuore, come appunto lo predisse Dio per Geremia: Ecce dies venient, dicit Dominus; et feriam domui Israel et domui Iuda foedus novum... Dabo legem meam in visceribus eorum, et in corde eorum scribam eam... Et non docebit ultra vir proximum suum, et vir fratrem suum dicens: Cognosce Dominum; omnes enim cognoscent me2. Queste ultime parole significano che anticamente vi abbisognava una grande istruzione de' maestri circa le cose della legge, ma nella legge nuova l'anima nello stesso battesimo che riceve, riceve ancora la luce interna della mente e la pia affezione della volontà verso la legge. Ciò però non s'intende che non si richieda ben anche l'esterna predicazione, altrimenti sarebbero inutili i pastori ed i dottori; ma s'intende che col battesimo si riceve la grazia, la quale ci fa amare quel che anticamente solo si facea temere: Illa enim (Lex) sine adiuvante spiritu procul dubio est littera occidens; cum vero adest vivificans spiritus, hoc ipsum intus conscriptum facit diligi, quod foris scriptum lex faciebat timeri3.

4. Gli ebrei nell'osservanza della legge, ordinariamente parlando, altro non isperavano e cercavano che premj terreni, ed altro non temeano che mali temporali, riguardando essi Dio con ispirito di timore, senza amarlo di cuore, e cercandolo solamente quando il Signore gli affliggeva: Cum occideret eos, quaerebant eum1. In quanto poi alla carità verso del prossimo, diceano gli scribi esser lecita la legge del taglione, ed adduceano quel passo del Levitico: Oculum pro oculo, dentem pro dente restituet2. Di più ivi si diceva. Non oderis fratrem tuum in corde tuo etc. Diliges amicum tuum sicut teipsum3. Dal che i farisei ricavavano quell'iniqua conseguenza: Et odio habebis inimicum tuum, come sta scritto in s. Matteo4 falsamente argomentando: il Signore ci comanda di amare i nostri amici, dunque dobbiamo odiare i nostri nemici. E perciò gli ebrei moderni si fanno lecito di odiare i cristiani e tutti gli altri che non sono ebrei. Il rabbino Levi Ben-Gerson insegnò che la loro nazione dee procurare agli stranieri tutto il male che può: come in fatti se ne videro gli effetti nella congiura che fecero a tempo di Traiano5. E la preghiera ordinaria che fanno per tutti gli altri che non sono ebrei, è questa: Omnes sectarii pereant. Dice s. Agostino che questa era la giustizia dei farisei. Ma perciò avvertì Gesù Cristo noi suoi discepoli: Quia nisi abundaverit iustitia vestra plus quam scribarum et pharisaeorum, non intrabitis in regnum coelorum6.

5. All'incontro la legge del nostro Salvatore è tutta carità; ella ci comanda di amare anche i nostri nemici. Siccome Iddio è tutto carità, così vuole che la sua legge sia ripiena di carità: Diliges Dominum Deum tuum ex toto corde tuo... Diliges proximum tuum sicut teipsum. In his duobus mandatis universa lex pendet7. E Gesù Cristo, che venne a manifestarci questa legge d'amore, volle darne l'esempio egli stesso morendo per li suoi nemici, come notò l'apostolo: Vix enim pro iusto quis moritur... Commendat autem caritatem suam Deus in nobis: quoniam cum adhuc peccatores essemus, secundum tempus Christus pro nobis mortuus est8. I farisei dicevano: Oculum pro oculo; ma il Signore disse: Audistis quia dictum est: Oculum pro oculo et dentem pro dente. Ego autem dico vobis, non resistere malo: sed si quis te percusserit in dexteram maxillam tuam, praebe illi et alteram9. Soggiunse: Audistis, quia dictum est: Diliges proximum tuum, et odio habebis inimicum tuum. Ego autem dico vobis: Diligite inimicos vestros etc.10. Prima che fosse nota al mondo questa bella legge di carità, non sapeano gli uomini vincere una passione, se non per mezzo di un'altra passione, né rimettere un interesse, se non per procacciarsi un altro interesse. Ma Gesù Cristo condannò questo vizioso amor proprio, e disse che chi voleva essere suo seguace doveva negare se stesso: Si quis vult post me venire, abneget semetipsum11.

6. Un dotto autore nota saggiamente la differenza che vi è tra la morale di un cristiano e la morale di un filosofo. Il filosofo cerca il suo riposo in se stesso, il cristiano in Dio. Il filosofo fa della religione una parte di sua morale, il cristiano ne fa il tutto. Gli stoici faceano che la scienza fosse il loro ultimo fine. Altri metteano l'ultimo fine nella felicità della presente vita. Ma la legge di Gesù Cristo ha posto in ordine ogni cosa; poiché ella c'insegna che il nostro ultimo fine è di piacere a Dio colle virtù in questa vita, per goderlo poi eternamente nell'altra. Ella insieme ci fa sapere quali sono le vere virtù, così le interne, come le esterne; e tutte queste sono ordinate dalla carità, la quale a tutte dà vita e vigore, altrimenti non sarebbero che ombre e cadaveri di virtù. 

7. Ma, dicono i deisti, la legge evangelica si oppone alla natura: ella toglie la legge del taglione di poter accusare chi ci offende e ci dice: Non resistere malo: sed si quis te percusserit in dexteram maxillam tuam, praebe illi et alteram1; ella vuole che ci spogliamo de' proprj beni: Vade, vende quae habes, et da pauperibus2; ella preferisce il celibato alle nozze, secondo scrive l'apostolo: Noli quaerere uxorem3. Ma si risponde che bisogna distinguere i precetti da' consigli. Quando taluno ci offende, è precetto il non odiarlo e l'amarlo; è consiglio poi il non accusarlo, ed offerirgli l'altra guancia. Del resto l'accusarlo al giudice, affinché esso sia punito come merita, non è vietato, purché ciò facciasi senza animo di vendetta. Benché bisogna qui avvertire, esser molto difficile che l'offeso, accusando l'offensore sia esente da ogni desiderio di vendicarsi. Lo spogliarsi dei suoi beni parimente non è precetto, ma solamente è consiglio per la perfezione. Onde Gesù Cristo disse a quel giovane del vangelo: Si autem vis ad vitam ingredi, serva mandata4. E poi soggiunse: Si vis perfectus esse, vade, vende quae habes, et da pauperibus5. Consiglio ancora è il celibato; onde s. Paolo disse nello stesso luogo: Porro hoc ad utilitatem vestram dico, non ut laqueum vobis iniiciam6. Soggiungono: la legge di Gesù Cristo non solo consiglia, ma comanda di perdere la vita: Qui enim voluerit animam suam salvam facere, perdet eam7. Ci comanda di odiare noi stessi con negarci ogni piacere, e di odiare anche i nostri genitori, la moglie, i figli, i fratelli: Si quis venit ad me, et non odit patrem suum et matrem et uxorem et filios et fratres etc., non potest meus esse discipulus8. Ma s'intende d'odiare in noi quella vita ch'è opposta alla divina legge, e di odiare i nostri parenti in ciò che si oppongono al bene dell'anima. Sicché tutto quello che ci è vietato, ridonda in nostro danno; e tutto quello che ci viene imposto, ridonda in nostro bene.

8. E bisogna persuaderci che nella sola osservanza della divina legge si ritrova anche in questa vita la vera pace. È vero che la cristiana morale non è soave a riguardo degli appetiti del senso, anzi è lor dichiarata nemica; mentre questo è il suo officio di sempre lor contraddire: Qui autem sunt Christi carnem suam crucifixerunt cum vitiis et concupiscentiis9; ma bisogna persuadersi che non può trovarsi pace nel soddisfare i sensi col peccato. Non vi è pace per chi resiste a Dio: Quis restitit ei et pacem habuit10? La vera pace del cuore non si ritrova se non da chi nega a se stesso le proprie soddisfazioni per piacere a Dio. L'amore che pretendono da noi le creature, che non sono altro che loto, vanità e sozzure, convertiamolo a Dio, e troveremo quella pace e quel contento che supera tutti i diletti del senso. Se noi amiamo la libertà, non amiamo quella libertà che ci fa schiavi delle nostre passioni e del demonio, ma quella che ci rende figli di Dio e padroni di noi stessi. Perciò l'apostolo esortava: Vos enim in libertatem vocati estis fratres: tantum ne libertatem in occasionem detis carnis11. E per carne non solo s'intendono le impudicizie, ma ancora le crapole, le ambizioni, le invidie, le risse, che tutte son figlie della concupiscenza nostra nemica.

9. Ma, replicano: non può negarsi che la legge è dura, ed è contraria alla natura. Rispondo: è contraria alla natura corrotta, ed è dura a chi vuole osservar la legge fidato solamente alle sue forze; ma a chi confida in Dio e gli domanda il suo aiuto, la legge non è dura, ma facile e soave. Questo è il privilegio singolare della legge di Gesù Cristo, ch'ella dà la facilità di osservarla a chi prega. E perciò il Signore ci ammonisce: Venite ad me omnes, qui laboratis, et onerati estis, et ego reficiam vos1. E promette di donarci quanto noi gli cerchiamo per quel che spetta al nostro ultimo fine, ch'è la salute eterna: Petite, et dabitur vobis2. Nel che ci fa vedere il Signore l'affetto che ci porta, e 'l desiderio che ha del nostro bene. Quale offerta maggiore può far un uomo ad un suo amico che dirgli: cercami quanto vuoi, e sarai contentato?

10. Sicché solamente nella nostra chiesa ritrovasi la vera carità verso Dio e verso il prossimo, il vero spirito di propagar la fede, la vigilanza de' pastori in conservarla. Qui solo si ritrova la vittoria degl'insulti diabolici, l'uso delle sante preghiere, la sorte d'una beata morte, e qui un saggio delle innocenti dolcezze del paradiso. E benché queste siano una manna nascosta a tutti coloro che sono divisi dalla chiesa cattolica, ben però dovrebbon essi credere alle anime sante che le provano, essere elleno mille volte maggiori de' piaceri terreni, e che essi per loro colpa restano privi di sperimentarle.

11. Il gran carattere poi il quale fa chiaramente conoscere che la nostra chiesa è quel felice ovile piantato da Gesù Cristo, e che la di lei religione è l'unica vera, è il vedere ch'ella sin dal tempo che fu propagata dagli apostoli è stata sempre uniforme e costante nell'insegnare i dogmi che dobbiamo credere, ed i precetti divini che dobbiamo osservare. Dicea s. Ireneo che l'unità della fede è quella prerogativa la quale rende la nostra chiesa un sole che risplende per tutto il mondo. E quindi si conosce che quei paesi ove s'insegnano cose diverse da quel che insegna la chiesa cattolica, sono fuori della vera chiesa. Questa è stata la massima cura degli apostoli e de' pastori, il conservare sempre illesa l'antica dottrina. Ciò appunto incaricò Gesù Cristo agli apostoli: Docentes eos servare omnia quaecunque mandavi vobis3. E ciò incaricarono sempre gli apostoli ai loro discepoli. S. Pietro: Verbum autem Domini manet in aeternum: hoc est autem verbum quod evangelizatum est in vos4. S. Giovanni: Vos quod audistis ab initio, in vobis permaneat5. S. Giuda: Deprecans (vos) supercertari semel traditae sanctis fidei6. S. Paolo: Solliciti servare unitatem spiritus... Donec occurramus omnes in unitatem fidei7. Ed in altro luogo: Non sint in vobis schismata. sitis autem perfecti in eodem sensu et in eadem sententia8. E così, dice s. Agostino, han praticato i buoni pastori della chiesa: Quod invenerunt in ecclesia, tenuerunt; quod a patribus acceperunt, filiis tradiderunt9.

12. Le altre sette all'incontro tutte col tempo han variato ne' loro dogmi: i giudei furon costanti a seguir i dogmi della chiesa antica, che fu vera chiesa sino alla venuta del Messia; ma dopo la venuta del Messia, non avendo essi voluto abbracciare la legge evangelica, accecati dalla loro ostinazione hanno deturpata anche la loro antica legge, ed al presente non sieguono (come appresso vedremo) che una religione mista di sciocchezze, errori e bestemmie. I maomettani abbracciarono a principio gl'insegnamenti del lor capo Maometto; ma dopo la di lui morte gli hanno talmente variati, che delle loro sette se ne contano sino a sessanta. Dei luterani poi si sa che tra lo spazio di cinquant'anni si divisero in tre sette di luterani, semiluterani e antiluterani. Indi i luterani si suddivisero in undici altre sette, i semiluterani in altre undici, e gli antiluterani in cinquantasei come rapporta il Lindano10. La scuola similmente de' calvinisti presto si divise in più sette, e di queste se ne numerano più di cento. Si osservi Natale Alessandro11. In quante sette specialmente in Inghilterra non son divisi i calvinisti? Vi sono i puritani, che seguitano la dottrina pura di Calvino: i piscatoriani, che furono dichiarati eretici da' calvinisti di Francia: gli anglocalviniani, che consacrano i vescovi, ed ordinano i sacerdoti, cose rigettate dagli altri calvinisti: gl'indipendenti, che non riconoscono superiore né ecclesiastico, né politico: gli antiscritturiani, che rifiutano tutte le scritture: i quakeri, che vantano continue estasi e rivelazioni: i ranteri, che stimano lecita ogni cosa, a cui si sente incitata la natura corrotta. L'Olanda poi si trovò un tempo divisa in due fazioni di arminiani e di gomaristi; benché appresso in un certo loro conciliabolo dell'anno 1618. fu condannato Arminio capo di una setta, come scismatico; e perché Grozio e il cancelliere Barnebeldo non vollero ubbidire, Grozio fu carcerato e Barnebeldo decapitato. Ecco la bella costanza e uniformità di fede che hanno queste società de' novatori! Questo fa lo spirito della superbia; fa che siccome gli eresiarchi si distaccano dall'ubbidienza della chiesa, così i loro seguaci si distacchino poi dalla soggezione dei loro stessi maestri, e formino nuovi sistemi e nuove sette.

13. Ma qual maraviglia è che i discepoli di Lutero e di Calvino siano così discrepanti tra loro ne' dogmi della fede, quando essi medesimi maestri sono così contrarj a loro stessi? Leggasi la storia delle Variazioni delle chiese protestanti scritta da mons. Bossuet vescovo di Meaux, ed osservinsi le diversità di dottrine e le contraddizioni che dissero e scrissero contro loro medesimi Lutero e Calvino. Le sole contraddizioni che Lutero pronunciò e scrisse da tempo in tempo circa gli articoli della fede (Lutero, dico, confessato da tutti i protestanti come la prima fonte della fede pura, e chiamato apostolo da Calvino, che non dubitò di scrivere: Res ipsa clamat non Lutherum initio locutum, sed Deum per os eius) bastano a far vedere la falsità della sua credenza. Egli mentre visse, non fece altro che contraddirsi, sempre contrario a se medesimo, oppugnando la sua stessa dottrina. Prima disse che le buone opere non erano necessarie alla salute: appresso le confessò necessarie. Mille contraddizioni disse poi intorno alla giustificazione, al valor della fede ed al numero de' sacramenti. Nel solo articolo dell'eucaristia si notano da trenta sue contraddizioni. Onde il cattolico principe Giorgio di Sassonia ai tempi di Lutero solea saggiamente dire che i luterani non sapeano oggi quel che avessero a credere il domani. Calvino poi circa l'eucaristia quante sentenze mutò! Possono vedersi presso il mentovato monsignor Bossuet nell'opera citata. Ma io dissi male che tante contraddizioni bastavano a dimostrare la falsa credenza di questi empj maestri di fede, quandoché bastava una sola contraddizione a far conoscere che essi non eran già investiti dallo spirito di Dio; poiché qui semel mentitur ex Deo non est, come confessava lo stesso Lutero. Lo Spirito santo è uno, ed è immutabile; ond'è che negare seipsum non potest, secondo scrive l'apostolo1. Troppo falsamente dunque vantavasi Lutero d'aver lo spirito di Gesù Cristo nel propagare la dottrina che insegnava, dicendo investito dalla sua superbia: Certissimus sum, quod doctrina mea, non sit mea, sed Christi; meglio avrebbe detto:sed diaboli.

14. All'incontro ben si prova la verità della chiesa cattolica dal vedere la sua costanza ed uniformità di dottrina ne' dogmi della fede tenuti sin dal principio, in cui fu fondata da Gesù Cristo. Ella è stata la stessa in tutti i tempi; sicché quelle verità che oggi noi crediamo, furono già credute ne' primi secoli.

15. Ma, dicono, la chiesa romana da tempo in tempo ha definite di fede più cose che prima non erano di fede; dunque ella non è stata sempre uniforme ne' dogmi. Si risponde che l'aver la chiesa definiti successivamente nel decorso de' tempi più dogmi prima non definiti non fa ch'ella non sia stata sempre uniforme negli articoli di fede, perché ciò non fa che la chiesa abbia mutato i dogmi, ma dimostra solamente che ella sul fondamento della scrittura e della tradizione abbia da tempo in tempo dichiarati più articoli, che prima non erano stati dichiarati, ma che per altro ben erano di fede prima di essere stati dalla chiesa definiti.

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1 Matth. 18. 17.

2 Ier. 31. 31. 33. et 34.

3 S. Aug. de spir. et lit. c. 19.

1 Ps. 77. 34.

2 Lev. 24. 20.

3 Lev. 19. 17. et 18.

4 C. 5. v. 45.

5 Euseb. l. 4. Hist. c. 2.

6 Matth. 5. 20.

7 Matth. 22. 37. 39 et 40.

8 Rom. 5. 7.

9 Matth. 5. 38. et 39.

10 Matth. 5. 43. et 44.

11 Matth. 16. 24.

1 Matth. 5. 39.

2 Matth. 19. 21.

3 1. Cor. 7. 27.

4 Matth. 19. 17.

5 Ibid. vers. 21.

6 1. Cor. 7. 35.

7 Matth. 16. 25.

8 Luc. 14. 26.

9 Gal. 5. 24.

10 Iob. 9. 4.

11 Gal. 5. 13.

1 Matth. 11. 28.

2 Matth. 7. 7.

3 Matth. 28. 20.

4 1. Petr. 1. 25.

5 1. Ioan. 2. 24.

6 Iud. ep. v. 3.

7 Eph. 4. 3. et 13.

8 1. Cor. 1. 10.

9 L. 2. contra Iulian. c. 10.

10 Ep. Rertem. in Luth.

11 Hist. sec. 15. et 16. c. 2. a. 17. §. 3.

1 2. Tim. 2. 13. 

martedì 13 settembre 2011

La Città di Dio - XXXIII parte

Riprendiamo la lettura dell'opera di Sant'Agostino nota come "La città di Dio": inizia oggi la lettura del libro quarto dell'opera che si apre con un sunto sulle conclusioni a cui il Santo d'Ippona è giunto nei precedenti lavori: 

Libro quarto
IMPERIALISMO ROMANO E POLITEISMO

1. All'inizio del mio discorso sulla città di Dio ho pensato prima di tutto di dover ribattere i suoi nemici che, inseguendo le gioie terrene e anelando ai beni fugaci, rinfacciano alla religione cristiana, l'unica apportatrice di salvezza e di verità, tutte le sventure che, per quanto riguarda quei beni, subiscono più per la bontà di Dio nell'ammonire che per la sua severità nel punire. V'è fra di loro anche la massa ignorante che è stimolata più gravemente, all'odio contro di noi, dall'autorità delle cosiddette persone colte. Gli illetterati infatti ritengono che gli avvenimenti insoliti verificatisi ai loro giorni non si verificavano di solito nei tempi passati; ed anche quelli i quali sanno che questa loro opinione è falsa, per dare a credere che hanno dei motivi giusti per dire insolenze contro di noi, la confermano facendo finta di ignorare i fatti. Per questo si doveva dimostrare, mediante i libri scritti dai loro autori per narrare la storia dei tempi passati, che le cose sono ben diverse da come essi pensano. Nello stesso tempo si doveva segnalare che gli dèi, da loro adorati prima in pubblico e tuttora in privato, sono spiriti immondi e demoni malvagi e impostori al punto che traggono vanto dai propri delitti o veri o perfino immaginari. Ed essi vollero che fossero ricordati solennemente nelle loro feste affinché la debolezza umana non si ritraesse dal commettere azioni riprovevoli, dato che l'esempio divino si offriva all'imitazione. Non ho prodotto queste argomentazioni da una mia congettura ma in parte dai fatti recenti perché io stesso ho visto simili riti in onore di simili dèi, in parte dalle opere di autori che hanno tramandato ai posteri questi fatti, non certo per infamare ma per onorare i propri dèi. Lo stesso Varrone, il più colto della loro letteratura e di grandissima autorità, nel comporre in varie parti i libri sulla cultura e la religione, assegnandone alcuni alla cultura, altri alla religione secondo la particolare importanza di ciascun argomento, non attribuì i libri sugli spettacoli alla cultura ma alla religione 1. Che se nella città vi fossero stati soltanto uomini buoni e onesti, gli spettacoli non avrebbero dovuto essere assegnati neanche alla cultura. Non lo fece certamente di suo arbitrio ma perché, nato ed educato a Roma, li trovò nella religione. Ho esposto in breve alla fine del primo libro gli argomenti da trattare in seguito e di essi alcuni ne ho esposti nei due libri seguenti. Comprendo che adesso si devono restituire all'attesa dei lettori gli altri argomenti.

2. Avevo promesso dunque che avrei trattato alcuni temi in risposta a coloro i quali riversano contro la nostra religione le sciagure dello Stato romano e che avrei ricordato i vari e gravi mali che mi potessero venire in mente o mi sembrassero sufficienti all'argomentazione e che la città e le province appartenenti al suo impero hanno dovuto subire prima che i loro sacrifici fossero proibiti. L'avrebbero comunque attribuiti alla nostra religione anche gli antichi se pure a loro fosse stata nota o avesse loro vietato come oggi il culto pagano. Ho già svolto sufficientemente, a mio parere, questi argomenti nel secondo e terzo libro. Nel secondo ho trattato dei mali morali che si devono ritenere i soli o i più grandi mali; nel terzo, di quei mali, i soli da cui gli insipienti rifuggono, cioè dei mali fisici e materiali che spesso subiscono anche le persone dabbene, mentre posseggono, non dico con pazienza ma con soddisfazione, quei mali con cui essi stessi divengono malvagi. E ho detto poche cose della città e del suo impero e neppure tutte dal suo inizio fino a Cesare Augusto. Non ho voluto poi indicare nella loro gravità i disastri non provocati da alcuni uomini contro altri, quali sono le devastazioni e i saccheggi dei belligeranti, ma che si verificano in natura dalle perturbazioni degli elementi del mondo. Apuleio li ricorda molto brevemente in una pagina del suo piccolo libro intitolato Il mondo, affermando che tutte le cose naturali subiscono alterazione, trasformazione e cessazione. A causa di fortissimi terremoti, egli dice, tanto per usare le sue parole, si è spaccato il suolo e sono state inghiottite città con gli abitanti; per nubifragi sono state allagate intere regioni; zone di terraferma sono divenute isole perché invase dalle acque ed altre per regressione del mare sono divenute accessibili anche per terra; città sono state distrutte dai cicloni e dalle tempeste; sono scoppiati dei fulmini per cui alcune regioni dell'Oriente sono state distrutte dagli incendi e in alcune zone dell'Occidente alcune strane sorgenti e polle hanno causato i medesimi disastri ; allo stesso modo una volta dalla cima dell'Etna, spaccatisi dei crateri a causa del fuoco del titano, lungo i versanti a guisa di torrente colarono fiumi di lave incandescenti 2. Se dunque avessi voluto raccogliere da dove mi era possibile questi avvenimenti e altri simili contenuti nella storia, non avrei mai finito di elencare gli eventi di quei tempi, prima che il nome di Cristo facesse cessare alcune loro pratiche inutili e contrarie alla vera salvezza. Avevo promesso anche che avrei mostrato i loro istituti civili e la ragione vera per cui il Dio vero, giacché in suo potere sono tutti gli Stati, si è degnato di favorirli per l'accrescimento dell'impero; e che per nulla li hanno aiutati quelli che essi ritengono dèi, anzi li hanno danneggiati con l'inganno e con l'errore. Di questo ora, a mio avviso, devo parlare e soprattutto delle conquiste dell'impero romano. Sono state già dette parecchie cose, soprattutto nel secondo libro, sul grave loro malcostume introdotto dalla dannosa arte d'ingannare dei demoni che essi adoravano come dèi. Attraverso i tre libri precedenti, dove mi è sembrato opportuno, ho fatto rilevare il grande soccorso che anche nei disastri militari, nel nome di Cristo al quale i barbari hanno mostrato tanto rispetto contrariamente all'uso della guerra, Dio ha accordato ai buoni e ai cattivi. Ma egli fa sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti 3.

3. Ora esaminiamo dunque il motivo per cui osano accreditare la grande estensione e la lunga durata dell'impero romano agli dèi che sostengono di avere onorato onestamente, sebbene mediante tributi di spettacoli disonesti e attraverso l'ufficio di individui disonesti. Ma prima vorrei per un po' esaminare quale ragionevolezza e saggezza essi hanno nel volersi vantare dell'estensione e grandezza dell'impero, quando è impossibile mostrare il benessere degli individui che, in preda al timore della morte e a una sanguinaria cupidigia, erano sempre occupati nelle imprese guerresche a spargere sangue o dei cittadini o dei nemici, che è comunque sangue umano. È un benessere cui si può paragonare una gioia di vetro splendida nella sua fragilità perché si teme più angosciosamente che da un momento all'altro vada in frantumi. Per giudicare meglio queste cose non ci si deve lasciar trascinare scioccamente da una vuota millanteria e non si deve rendere ottusa la facoltà di valutare a causa di altisonanti concetti, come popoli, Stati, province. Prendiamo piuttosto in considerazione due individui. Infatti ogni individuo, come una lettera in un discorso, è per così dire un elemento di una società civile e di uno Stato, anche se molto estesi come territorio. Supponiamo dunque che dei due individui uno sia povero o meglio del ceto medio, l'altro ricco sfondato. Il ricco è sempre angosciato dai timori, disfatto dalle preoccupazioni, bruciato dall'ambizione, mai sereno, sempre inquieto, angustiato da continue liti con i rivali; accresce, è vero, con queste angustie il proprio patrimonio a dismisura ma con questi accrescimenti accumula anche le più spiacevoli seccature. Il povero, al contrario, basta a sé col modesto patrimonio disponibile, è benvoluto, gode una serena pace con parenti, vicini e amici, è piamente devoto, spiritualmente umanitario, fisicamente sano, eticamente temperante, moralmente onesto, consapevolmente tranquillo. Non so se si trova un tizio tanto insulso da dubitare chi preferire. E come per i due individui la regola dell'equità si applica a due famiglie, a due popoli, a due Stati. E se con l'applicazione consapevole di quella regola si rettifica il nostro giudizio, vedremo facilmente in quale dei due si trova la vuota millanteria e in quale il benessere. Pertanto, se si adora il vero Dio e gli si presta servizio con un culto autentico e con onesti costumi, è utile che i buoni abbiano il potere dovunque e a lungo e non è tanto utile per loro quanto per gli amministrati. Infatti per quanto li riguarda, la pietà e la moralità, che sono grandi doni di Dio, bastano loro per il vero benessere perché con esse si conduce una vita onesta e si consegue poi la vita eterna. In questa terra dunque il governo dei buoni non è concesso a loro favore ma dell'umanità; al contrario, il potere dei malvagi è un male più per i governanti che distruggono la propria coscienza con la più facile sfrenatezza al delitto che per i sudditi per i quali soltanto la loro individuale disonestà è il loro male. Qualsiasi male poi si infligge dai potenti ingiusti non è per i giusti pena di un delitto ma prova della virtù. Quindi la persona onesta, anche se è schiava, è libera; il malvagio, anche se ha il potere, è schiavo e non di un solo individuo ma, che è più grave, di tanti padroni quante sono le passioni. Parlando di queste passioni ha detto la sacra Scrittura: L'uomo è consegnato come schiavo a colui da cui è stato sconfitto 4.

lunedì 12 settembre 2011

Redemptor hominis - La Prima Enciclica di Giovanni Paolo II - XVIII

Continuiamo la lettura della Redemptor hominis, ovvero la Prima Enciclica di Giovanni Paolo II che cerca di rispondere ai dubbi e ai problemi dell'uomo contemporaneo, cercando allo stesso modo di ridare vitalità all'opera della Chiesa. Oggi, continuiamo a leggere il profondo discorso del Beato Giovanni Paolo II concernente l'importanza vitale rappresentata dal Corpo Eucaristico:
 
IV - La missione della chiesa e la sorte dell'uomo

20. Eucaristia e penitenza 

Questo invito dell'Apostolo indica, almeno indirettamente, lo stretto legame fra l'Eucaristia e la Penitenza. Difatti, se la prima parola dell'insegnamento di Cristo, la prima frase del VangeloBuona Novella, era «Convertitevi e credete al Vangelo» (metanoèite)172, il Sacramento della Passione, della Croce e Risurrezione sembra rafforzare e consolidare in modo del tutto speciale questo invito nelle nostre anime. L'Eucaristia e la Penitenza diventano così, in un certo senso, una dimensione duplice e, insieme, intimamente connessa dell'autentica vita secondo lo spirito del Vangelo, vita veramente cristiana. Cristo, che invita al banchetto eucaristico, è sempre lo stesso Cristo che esorta alla penitenza, che ripete il «Convertitevi»173. Senza questo costante e sempre rinnovato sforzo per la conversione, la partecipazione all'Eucaristia sarebbe priva della sua piena efficacia redentrice, verrebbe meno o, comunque, sarebbe in essa indebolita quella particolare disponibilità di rendere a Dio il sacrificio spirituale174, in cui si esprime in modo essenziale e universale la nostra partecipazione al sacerdozio di Cristo. In Cristo, infatti, il sacerdozio è unito col proprio sacrificio, con la sua donazione al Padre; e tale donazione, appunto perché è illimitata, fa nascere in noi - uomini soggetti a molteplici limitazioni - il bisogno di rivolgerci verso Dio in forma sempre più matura e con una costante conversione, sempre più profonda.

Negli ultimi anni è stato fatto molto per mettere in evidenza - in conformità, del resto, alla più antica tradizione della Chiesa - l'aspetto comunitario della penitenza e, soprattutto, del sacramento della Penitenza nella pratica della Chiesa. Queste iniziative sono utili e serviranno certamente ad arricchire la prassi penitenziale della Chiesa contemporanea. Non possiamo, però, dimenticare che la conversione è un atto interiore di una profondità particolare, in cui l'uomo non può essere sostituito dagli altri, non può farsi «rimpiazzare» dalla comunità. Benché la comunità fraterna dei fedeli, partecipanti alla celebrazione penitenziale, giovi grandemente all'atto della conversione personale, tuttavia, in definitiva, è necessario che in questo atto si pronunci l'individuo stesso, con tutta la profondità della sua coscienza, con tutto il senso della sua colpevolezza e della sua fiducia in Dio, mettendosi davanti a Lui, come il Salmista, per confessare: «Contro di te ho peccato»175. La Chiesa, quindi, osservando fedelmente la plurisecolare prassi del sacramento della Penitenza - la pratica della confessione individuale, unita all'atto personale di dolore e al proposito di correggersi e di soddisfare - difende il diritto particolare dell'anima umana. È il diritto ad un più personale incontro dell'uomo con Cristo crocifisso che perdona, con Cristo che dice, per mezzo del ministro del sacramento della Riconciliazione: «Ti sono rimessi i tuoi peccati»176; «Va', e d'ora in poi non peccare più»177. Come è evidente, questo è nello stesso tempo il diritto di Cristo stesso verso ogni uomo da lui redento. È il diritto ad incontrarsi con ciascuno di noi in quel momento-chiave della vita dell'anima, che è quello della conversione e del perdono. La Chiesa, custodendo il sacramento della Penitenza, afferma espressamente la sua fede nel mistero della Redenzione, come realtà viva e vivificante, che corrisponde alla verità interiore dell'uomo, corrisponde all'umana colpevolezza ed anche ai desideri della coscienza umana. «Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati»178. Il sacramento della Penitenza è il mezzo per saziare l'uomo con quella giustizia, che proviene dallo stesso Redentore.

Nella Chiesa che, soprattutto nei nostri tempi, si raccoglie specialmente intorno all'Eucaristia, e desidera che l'autentica comunità eucaristica diventi segno dell'unità di tutti i cristiani, unità che sta gradualmente maturando, deve essere vivo il bisogno della penitenza, sia nel suo aspetto sacramentale179, come anche in quello concernente la penitenza come virtù. Questo secondo aspetto fu espresso da Paolo VI nella Costituzione Apostolica Paenitemini180. Uno dei compiti della Chiesa è di mettere in pratica l'insegnamento in essa contenuto; si tratta di argomento che dovrà esser di certo da noi approfondito ancora nella riflessione comune, e fatto oggetto di molte ulteriori decisioni, in spirito di collegialità pastorale, rispettando le diverse tradizioni a questo proposito e le diverse circostanze della vita degli uomini del nostro tempo. Tuttavia, è certo che la Chiesa del nuovo Avvento, la Chiesa che si prepara di continuo alla nuova venuta del Signore, deve essere la Chiesa dell'Eucaristia e della Penitenza. Soltanto sotto questo profilo spirituale della sua vitalità e della sua attività, essa è la Chiesa della missione divina, la Chiesa in statu missionis, così come ce ne ha rivelato il volto il Concilio Vaticano II.

domenica 11 settembre 2011

Filotea: Introduzione alla vita devota - XI

Proseguiamo l'appuntamento domenicale con "Filotea: Introduzione alla vita devota" di San Francesco di Sales. Continuiamo la lettura dell'opera con la Terza Meditazione incentrata sui Benefici di Dio:



FILOTEA
Introduzione alla vita devota
(San Francesco di Sales)

PRIMA PARTE

Contiene consigli ed esercizi necessari per condurre l'anima dal primo desiderio della vita devota fino alla ferma risoluzione di abbracciarla



CAPITOLO XI


Terza Meditazione: I BENEFICI DI DIO


Preparazione

  • Mettiti alla presenza di Dio.
  • Pregalo di ispirarti.


Considerazioni

  • Considera i doni corporali che Dio ti ha dato: il corpo, i mezzi per sostentarlo, la salute, le soddisfazioni legate a lui, gli amici, i beni materiali.
  • Considera tutto ciò che ha dato a te e mettilo a confronto con ciò che hanno le altre persone che valgono più di te e che non hanno quello che hai tu: gli uni sono di debole costituzione, altri malfermi di salute, difettosi nelle membra; altri sono oggetto di insulti, di disprezzo e di disonore; altri ancora oppressi dalla povertà. E Dio non ha voluto che tu fossi così.
  • Considera i doni dello spirito: quanta gente c’è al mondo ebete, pazza furiosa, mentecatta; perché non sei anche tu di quelli? Dio ti ha favorito. Quanti altri hanno avuto scarsa possibilità di istruirsi, o addirittura nessuna; per te, invece, la Provvidenza divina ha voluto un’educazione civile e onorata.
  • Considera le grazie spirituali: tu sei figlia della Chiesa, Filotea; Dio si è fatto conoscere a te fin dalla tua infanzia. Quante volte ti ha visitato con i sacramenti? E le ispirazioni, le illuminazioni interiori, le correzioni per richiamarti? E quante volte ti ha perdonato? E non ricordi quante volte ti ha liberato dalle occasioni in cui ti saresti perduta? E gli anni passati non sono stati forse un tempo prezioso che Dio ti ha offerto per camminare verso il bene della tua anima?


Fermati a considerare anche i dettagli, e vedrai quanto buono e generoso sia stato Dio con te!

Affetti e propositi

  1. Ammira la bontà di Dio. Dio è veramente buono nei miei confronti. O Signore, quanto è ricco di misericordia e grande in bontà il tuo cuore! Anima mia, canta in eterno le innumerevoli grazie di cui ti ha colmata.
  2. Pensa ora alla tua ingratitudine. Chi sono io, Signore, perché ti ricordi di me? Com’è grande la mia indegnità. Ho calpestato i tuoi benefici, ho disonorato le tue grazie, ho abusato della tua somma bontà e l’ho disprezzata! Ho contrapposto la voragine della mia ingratitudine all’abisso della tua grazia e del tuo favore.
  3. Muoviti a riconoscenza. Orsù, cuor mio, basta con le infedeltà, l’ingratitudine e la slealtà verso questo grande Benefattore. Non Avverrà più che la mia anima rifiuti di essere sottomessa a Dio, che ha operato in me tante meraviglie e mi ha colmato di tanti doni.
  4. Filotea, sii decisa e sottrai il tuo corpo alle voluttà. Mettilo al servizio di Dio che ha operato cose stupende in suo favore; impegna seriamente la tua anima a conoscerlo a fondo per renderlo suo, con quegli esercizi propri ad ottenere questo risultato. Impiega con cura i mezzi che la Chiesa ti offre per la salvezza tua e per amare Dio. Sì, sono decisa a fare regolarmente orazione, a ricevere i sacramenti, ad ascoltare la sua santa Parola; metterò in pratica le sue ispirazioni e i suoi consigli.


Conclusioni

  1. Ringrazia Dio che ti ha fatto conoscere i tuoi doveri e tutti i benefici da Lui ricevuti.
  2. Offrigli il tuo cuore con tutti i buoni propositi.
  3. Pregalo che ti renda forte per tradurre in atto i propositi, per i meriti della morte di suo Figlio; chiedi l’intercessione della Vergine e dei Santi.


Padre nostro, ecc.

Intreccia il mazzetto spirituale.

sabato 10 settembre 2011

Il Sabato dei Salmi - Salmo 69 (68) - Lamento

Salmo 69

Lamento 
[1]Al maestro del coro. Su «I gigli». Di Davide. 

[2]Salvami, o Dio:
l'acqua mi giunge alla gola.
[3]Affondo nel fango e non ho sostegno;
sono caduto in acque profonde
e l'onda mi travolge.
[4]Sono sfinito dal gridare,
riarse sono le mie fauci;
i miei occhi si consumano
nell'attesa del mio Dio.
[5]Più numerosi dei capelli del mio capo
sono coloro che mi odiano senza ragione.
Sono potenti i nemici che mi calunniano:
quanto non ho rubato, lo dovrei restituire? 

[6]Dio, tu conosci la mia stoltezza
e le mie colpe non ti sono nascoste.
[7]Chi spera in te, a causa mia non sia confuso,
Signore, Dio degli eserciti;
per me non si vergogni
chi ti cerca, Dio d'Israele. 

[8]Per te io sopporto l'insulto
e la vergogna mi copre la faccia;
[9]sono un estraneo per i miei fratelli,
un forestiero per i figli di mia madre. 

[10]Poiché mi divora lo zelo per la tua casa,
ricadono su di me gli oltraggi di chi ti insulta.
[11]Mi sono estenuato nel digiuno
ed è stata per me un'infamia. 

[12]Ho indossato come vestito un sacco
e sono diventato il loro scherno.
[13]Sparlavano di me quanti sedevano alla porta,
gli ubriachi mi dileggiavano. 

[14]Ma io innalzo a te la mia preghiera,
Signore, nel tempo della benevolenza;
per la grandezza della tua bontà, rispondimi,
per la fedeltà della tua salvezza, o Dio.
[15]Salvami dal fango, che io non affondi,
liberami dai miei nemici
e dalle acque profonde.
[16]Non mi sommergano i flutti delle acque
e il vortice non mi travolga,
l'abisso non chiuda su di me la sua bocca. 

[17]Rispondimi, Signore, benefica è la tua grazia;
volgiti a me nella tua grande tenerezza.
[18]Non nascondere il volto al tuo servo,
sono in pericolo: presto, rispondimi. 

[19]Avvicinati a me, riscattami,
salvami dai miei nemici.
[20]Tu conosci la mia infamia,
la mia vergogna e il mio disonore;
davanti a te sono tutti i miei nemici.
[21]L'insulto ha spezzato il mio cuore e vengo meno.
Ho atteso compassione, ma invano,
consolatori, ma non ne ho trovati.
[22]Hanno messo nel mio cibo veleno
e quando avevo sete mi hanno dato aceto. 

[23]La loro tavola sia per essi un laccio,
una insidia i loro banchetti.
[24]Si offuschino i loro occhi, non vedano;
sfibra per sempre i loro fianchi. 

[25]Riversa su di loro il tuo sdegno,
li raggiunga la tua ira ardente.
[26]La loro casa sia desolata,
senza abitanti la loro tenda;
[27]perché inseguono colui che hai percosso,
aggiungono dolore a chi tu hai ferito.
[28]Imputa loro colpa su colpa
e non ottengano la tua giustizia.
[29]Siano cancellati dal libro dei viventi
e tra i giusti non siano iscritti. 

[30]Io sono infelice e sofferente;
la tua salvezza, Dio, mi ponga al sicuro.
[31]Loderò il nome di Dio con il canto,
lo esalterò con azioni di grazie,
[32]che il Signore gradirà più dei tori,
più dei giovenchi con corna e unghie. 

[33]Vedano gli umili e si rallegrino;
si ravvivi il cuore di chi cerca Dio,
[34]poiché il Signore ascolta i poveri
e non disprezza i suoi che sono prigionieri.
[35]A lui acclamino i cieli e la terra,
i mari e quanto in essi si muove. 

[36]Perché Dio salverà Sion,
ricostruirà le città di Giuda:
vi abiteranno e ne avranno il possesso.
[37]La stirpe dei suoi servi ne sarà erede,
e chi ama il suo nome vi porrà dimora.

COMMENTO

Anche per questo sabato lasciamo il commento alle parole del compianto Padre Lino Pedron tratte dal sito a lui dedicato: http://www.padrelinopedron.it

Il salmo 69 è tra i più citati del Nuovo Testamento. Il salmista vede se stesso in quella tipica situazione del perseguitato seguace di Dio, nella quale si continua a intravedere il destino del Salvatore futuro (cfr. Is 53; Sal 22). È questo il motivo per cui il salmo si presta a molte citazioni nel Nuovo Testamento. Con immagini eloquenti, il salmista descrive il pericolo che sovrasta la sua vita. Ma, per quanto si senta innocente nei suoi rapporti con gli uomini, sa di essere peccatore davanti a Dio, nel suo intimo. Egli è stato un difensore zelante dell’onore di Dio e del suo tempio. Ora che le cose vanno così male per lui, gli dispiace perché ciò va a scapito dell’onore e del credito di Dio e della fede dei suoi compagni che la pensano come lui. La sua sorte alimenta le mormorazioni sulla pubblica piazza e nelle bettole (v. 13). Egli auspica che tutto quanto gli avversari meditano e tramano contro di lui ricada su di loro. Per sé il salmista non vuole solo la salvezza dal pericolo mortale, ma la vita per lodare Dio, insieme con quelli che come lui riceveranno la grazia, in una Gerusalemme riedificata e nel restaurato regno di Giuda.
Commento dei padri della Chiesa
v. 2 "Questo salmo contiene la preghiera del Signore offerta a nome dell’umanità, le cause e le circostanze della sua passione, i castighi che saranno mandati ai giudei e infine annuncia il culto in spirito e verità" (Atanasio).
«Salmo della passione del Cristo. Parla il Cristo caricato dei nostri peccati. Dicendo che il Cristo ha bevuto l’aceto per compiere le Scritture e ricordando il versetto: "Lo zelo della tua casa mi ha divorato" (Gv 2,17), Giovanni elimina tutti i dubbi che potrebbero sorgere: afferma che tutto il salmo deve essere riferito al Cristo. È il Cristo che parla, conformandosi alla nostra infermità, avendo preso su di sé tutto il carico della miseria umana: è dolente, lui che, come Dio, è estraneo ad ogni necessità, dolore, timore. Si è fatto uomo di carne come noi e parla coi lamenti e le suppliche dei nostri dolori» (Ilario).
"Tutto il salmo parla del Signore nella sua infermità umana. La tempesta è la passione" (Arnobio il giovane)
v. 3 "Il Verbo parla al Padre dal soggiorno dei morti ove è disceso" (Origene).
"Chi dunque chiede di non morire? Colui che ha preso su di sé l’infermità per salvare. Chiede che la morte non lo trattenga prigioniero. I dolori della crocifissione e la malvagità umana penetrano in lui. La causa di questi dolori è nella carne che ha assunto. Dio non poteva attirare a sé dolore e terrore che nella carne del nostro corpo... Discende non solo fino alla carne, ma fino al regno della morte. Tutto il terrore della tempesta che infuria su di noi penetra in lui" (Ilario).
v. 4 "Il Cristo si è estenuato nel gridare. Gesù gridò a gran voce: Chi ha sete venga a me! (Gv 7,37); Gesù gridò: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? (Mt 27,46); dopo aver di nuovo gridato con gran voce, rese lo spirito (Mt 27,50)" (Eusebio).
«Sono i rimproveri che il Cristo ha rivolto ai giudei, ad alta voce, e le suppliche che rivolge al Padre: "Se è possibile, passi da me questo calice" (Mt 26,39)» (Cassiodoro).
v. 5 "Non era debitore né del peccato né della morte" (Ilario).
"Il ladro era Adamo. Il Cristo per annullare il nostro debito ha pagato personalmente" (Cassiodoro).
"Era necessario che la morte del benedetto pagasse quella dei maledetti. La sua grazia avrebbe cancellato i nostri peccati, perché egli pagava il furto di un altro. L’altro era Adamo: di fronte a lui, al frutto rubato, al comando trasgredito, alle alleanze e ai raggiri sacrileghi, il Cristo offriva se stesso, espiazione unica e soddisfacente, prezzo regale che avrebbe riscattato il colpevole fino a giustificarlo" (Ildeberto di Lavardens).
v. 6 "Di quale stoltezza si tratti, non è importante. Il Cristo si è fatto stolto per gli stolti, senza legge per i senza legge, debole per i deboli (cfr. 1Cor 9,19 ss.). E ancora è stato fatto maledizione (Gal 3,13) e ha detto: Le mie colpe non ti sono nascoste" (Origene).
"La mia stoltezza è la follia della croce" (Cirillo di Alessandria).
"La follia della passione è scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani (1Cor 1,23). Ma tu, Padre, conosci l’economia della croce e il mistero della croce... Dio lo ha fatto peccato per noi, lui che non conosceva il male" (Atanasio).
"Il Cristo parla come capo, per le sue membra" (Cassiodoro).
v. 7 "Ti prego di custodire nella fedeltà e nella perseveranza quelli che credono in me. Non arrossiscano di me. Quanti sperano in me e ti attendono, non restino confusi" (Eusebio).
"Poiché ho accettato di gustare la morte per loro, chiedo che sia abolita l’infamia di questa morte che essi soffrivano. Infatti era un’infamia del regno della morte sull’uomo, creato a immagine di Dio. Con questo il Cristo preannuncia la distruzione della morte con la sua risurrezione" (Atanasio).
"La speranza dei fedeli non venga meno a causa della mia passione, ma sappiamo che sono venuto per far la tua volontà" (Girolamo).
v. 8 "Gli uomini sono umiliati per i loro peccati, ma io sono umiliato per aver fatto la tua volontà" (Eusebio).
"I miei avversari attribuiscono la mia sconfitta alla tua debolezza" (Teodoreto).
"Per volontà del Padre sopporta le ingiurie dei malvagi e anche l’abbandono da parte degli apostoli" (Girolamo).
v. 9 "Il primo obbrobrio è la separazione dai fratelli e dai vicini" (Teodoreto).
"I loro occhi erano incapaci di riconoscerlo... Tu solo sei così forestiero... ? (Lc 24,16-18)" (Girolamo).
v. 10 "Non solo sono diventato un estraneo per loro, ma ho dovuto sopportare oltraggi da parte di uomini le cui opere sono per te un oltraggio" (Atanasio).
"Mi consumo per la tua casa e per la vergogna in cui è caduta" (Teodoreto).
"Ne hanno fatto una spelonca di ladri (cfr. Lc 19,46)" (Girolamo).
"Ciò che accade non è una novità: hanno disprezzato te, Padre, nell’Antico Testamento e ora disprezzano il Figlio" (Origene).
"Il Cristo vendicò le offese fatte a Dio dai cattivi insegnamenti e dai cattivi esempi degli scribi e dei farisei che chiudono il regno dei cieli in faccia agli uomini (cfr. Mt 23,13)" (Eusebio).
"Mi si rimprovera come se fossero miei i peccati dei tuoi nemici. Quando il Cristo è divorato dallo zelo per Dio, è accusato di bestemmia" (Ilario).
v. 11 "Inquieto per la rovina delle anime, digiunavo per loro, ma non ricevevo che ingiurie" (Atanasio).
"Il suo digiuno gli attira questa ingiuria: la tentazione da parte di satana; piange per la mancanza di fede degli uomini, e le sue lacrime sembrano un segno di debolezza; gli ubriaconi si beffano di lui perché generalmente si beffano di qualunque infermità umana: infatti il Cristo prende su di sé tutta l’infermità dell’uomo" (Ilario).
"Il Cristo ha avuto fame e sete della fede dei credenti: ha chiesto da bere alla samaritana" (Agostino).
"Ho da mangiare un cibo che voi non conoscete (Gv 4,32). Il Cristo aveva fame della salvezza del genere umano e aveva fame della fede della chiesa: non trovava nulla presso i giudei" (Girolamo).
v. 12 "Indossare un sacco significa tristezza e lacrime. Il Cristo e tutti i suoi gesti sono stati come una parabola che spiega un mistero" (Cassiodoro).
v. 13 "Un tempo era alla porta che si tenevano le riunioni" (Teodoreto).
v. 14 "Si prendevano gioco di me, ma io continuavo a offrirti la mia preghiera" (Eusebio).
"Nell’attesa che tutto ciò si compia, i miei occhi sono rivolti a te e attendo il tuo aiuto. Anche se mi insultano e mi rendono male per bene, non cesserò mai di offrirti le mie preghiere per loro (cfr. Lc 23,34)" (Cirillo di Alessandria).
«Non cesso di pregare per loro: "Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno "(Lc 23,34)» (Atanasio).
v. 15 "Che io non cada nella corruzione come tutto il genere umano che ritorna nel fango e nella polvere" (Girolamo).
v. 17 "Accogliendo pienamente l’economia del mistero, il Cristo gridò con gran voce (cfr. Lc 23,46) e, in preda a sudori, lacrime e gocce di sangue, ricevette la consolazione di un angelo, benché egli fosse il Figlio di Dio (cfr. Lc 22,43-44)" (Atanasio).
"Tu che riscatti gli altri per mezzo della mia passione, china lo sguardo su di me!" (Girolamo).
v. 18 "Nascondere il volto è il gesto degli uomini in collera. Il tuo sguardo basta per dissipare la nube dell’infelicità" (Teodoreto).
"Il tempo incalza ogni uomo" (Cirillo di Alessandria).
v. 19 "Liberami dalla morte che mi tiene prigioniero. I nemici spirituali hanno commesso una ingiustizia contro di noi; il Cristo ci attira la misericordia del Padre" (Atanasio).
v. 20 "Dio era il solo a conoscere" (Ilario).
"L’opera della redenzione, mistero dello Spirito della Sapienza, restava nascosta nel momento in cui si compiva, cosicché nessuno la conobbe fino al tempo fissato. C’era allora un solo uomo, in questo mondo, che conoscesse la Sapienza: il Cristo, che era la sapienza di Dio in persona. E come all’inizio della prima creazione la terra era una cosa deserta e vacua e le tenebre erano sopra la faccia dell’abisso (Gen 1,2), così, in questo inizio della nuova creazione, il mondo intero era informe e vuoto in rapporto alla conoscenza della sapienza e le tenebre dell’ignoranza coprivano il cuore di tutto il genere umano. Tuttavia, senza esitare, consideriamo come un’eccezione la beata Madre di Dio, che era allora tra i viventi. Certamente la sapienza non si era nascosta ai suoi occhi perché lei era profetessa in modo unico: lo Spirito santo aveva fatto confluire nel santuario del suo cuore tutte le profezie" (Ruperto).
v. 21 "Ne ho sfamati a migliaia, ne ho salvati a migliaia, ma non c’è stato nessuno che mi difendesse quando mi hanno dato il fiele e l’aceto" (Arnobio il giovane).
v. 22 "Profezia che si è compiuta al momento della crocifissione" (Origene).
«Dicendo: "Ho sete", Gesù chiedeva la fede. I giudei non gli offrirono che la loro amarezza» (Cassiodoro).
v. 23 "La loro mensa è la sacra Scrittura, che è pane e banchetto. Questa mensa profetizza il Cristo crocifisso, scandalo per i giudei e follia per i gentili (1Cor 1,23). La mensa della Scrittura è divenuta un laccio per i giudei, ma non per le genti. Il Cristo, Sapienza incarnata, è lui stesso mensa: Venite, mangiate il mio pane (Pr 9,5). Ma per i giudei è divenuto laccio, scandalo e castigo, cosicché è stato chiesto conto a questa generazione di tutto il sangue versato da Abele a Zaccaria" (Origene).
"La sacra Scrittura, mensa del popolo ebreo, è divenuta un laccio per loro perché ne sviano il senso: a sua volta, la Scrittura, così stravolta, li distoglie dal credere al Cristo. I loro occhi sono accecati perché rifiutano la luce che illumina ogni uomo che viene in questo mondo (Gv 1,9)" (Eusebio).
«La loro mensa: la legge e i profeti, di cui si nutrivano. È uno scandalo che non comprendano che il Signore vi è annunciato. Egli stesso aveva detto loro: "Vostro accusatore è lo stesso Mosè nel quale riponete ogni speranza... poiché egli ha scritto di me" (Gv 5,45-46)» (Girolamo).
v. 24 "L’oscuramento del sole che avvenne alla morte del Cristo fu un segno dell’accecamento del popolo ebreo" (Cirillo di Alessandria).
"Accecàti, i giudei non video il vero sole" (Cassiodoro).
"Immagine della schiavitù che toccherà in sorte ai giudei dopo la presa di Gerusalemme" (Cirillo di Alessandria).
v. 25 "Questa profezia si è compiuta con la rovina di Gerusalemme" (Ilario).
v. 26 "Il salmista predice la distruzione del tempio e della città di Gerusalemme" (Origene).
"Con la rovina di Gerusalemme, le case divennero deserte e il tempio di Dio rimase senza culto" (Cassiodoro).
v. 27 "Poiché il Padre ha permesso che il Figlio soffrisse, si dice che l’ha consegnato. E lui, che si è sottoposto volontariamente alla croce, non è stato accolto: non hanno accettato la sua salvezza. Che il Padre l’abbia consegnato per compiere il suo disegno, non libera dalla colpa gli esecutori di questa volontà divina, perché non hanno agito per piacere a Dio, ma per impulso del loro animo empio e pieno d’invidia. Lui si è umiliato, ma essi lo hanno condannato a morte; e, non contenti della sua morte, hanno rinnegato e attaccato la sua risurrezione" (Cirillo di Alessandria).
"Fu colpito per rialzarci, ferito per guarirci; il sangue e l’acqua che uscirono dal suo costato annunciarono il battesimo per mezzo del quale si va in paradiso. I giudei aggiungono dolore al Cristo perseguitando la chiesa e gli apostoli" (Girolamo).
v. 28 "Non abbiano parte alla giustizia del Cristo, non abbiano parte al suo regno di giustizia" (Cassiodoro).
v. 29 "Non sono scritti nel libro dei viventi, non entrano nella giustizia giustificante, non hanno parte col Cristo che è la nostra giustizia e la nostra giustificazione" (Ilario).
v. 30 "Povero e dolente è colui che si è fatto povero essendo ricco (2Cor 8,9) e colui che si è addossato i nostri dolori (Is 53,4). La salvezza, che è il volto di Dio, ha soccorso questo povero. Il povero è l’uomo assunto dal Figlio unigenito di Dio, che è la forma di Dio, l’immagine del Dio invisibile. Questo uomo è stato posto nella salvezza che è la vita nell’eternità di Dio" (Ilario).
vv. 31-32 "Il Cristo segna la fine dei sacrifici: non si offrono più vittime, si preferisce l’azione di grazie e la lode" (Ilario).
v. 33-34 "Gioite, poveri: perché non è necessario essere ricchi per offrire a Dio il sacrificio di lode. Il povero può essere ricchissimo quanto all’affetto dell’animo. E voi ricchi, non gloriatevi delle vostre ricchezze perché se vi occupaste di queste, esse vi impediranno di avere il cuore puro. Ricchi e poveri, cercate Dio, desiderate il pane degli angeli a preferenza del cibo che perisce (cfr. Gv 6,27). La vostra anima vivrà nella gioia della beatitudine" (Cassiodoro).
v. 35 "La venuta del Signore ci ha portato anche questa benedizione: che gli uomini siano uniti agli angeli perché una sola e medesima adorazione salga a Dio da parte di tutti" (Cirillo di Alessandria).
"Se si gioisce in cielo per un solo peccatore che si pente, quanto più si gioirà allorché il mondo intero sarà liberato!" (Atanasio).
vv. 36-37 «Sion è una piccolissima montagna, ma è grande per il suo nome che significa "contemplazione". È la sola che possa vedere Dio, l’unica felicità di tutte le creature ragionevoli» (Cassiodoro).
"I prigionieri, il cui ritorno è ora assicurato, costruiranno le loro città e le abiteranno: non solo loro, ma anche i loro figli e nipoti. La discendenza dei suoi servi sono quanti hanno creduto per la parola degli apostoli" (Atanasio).
"Gli amanti del nome del Signore: è la carità che conta, non la razza. Il Signore rivolse una sola domanda a Pietro: Mi ami tu? (Gv 21,16)" (Ilario).

venerdì 9 settembre 2011

Siracide - Penultimo appuntamento

Proseguiamo la lettura del Siracide con i capitoli antecedenti (48-50) la conclusione finale dell'opera che leggeremo settimana prossima. Oggi, intanto, prosegue il ricordo glorioso di personaggi storici di elevata caratura, compresi quelli aventi una ammirabile ispirazione profetica:  

Capitolo 48 

Elia

[1]Allora sorse Elia profeta, simile al fuoco;
la sua parola bruciava come fiaccola.
[2]Egli fece venire su di loro la carestia
e con zelo li ridusse a pochi.
[3]Per comando del Signore chiuse il cielo,
fece scendere così tre volte il fuoco.
[4]Come ti rendesti famoso, Elia, con i prodigi!
E chi può vantarsi di esserti uguale?
[5]Risvegliasti un defunto dalla morte
e dagli inferi, per comando dell'Altissimo;
[6]tu che spingesti re alla rovina,
uomini gloriosi dal loro letto.
[7]Sentisti sul Sinai rimproveri,
sull'Oreb sentenze di vendetta.
[8]Ungesti re come vindici
e profeti come tuoi successori.
[9]Fosti assunto in un turbine di fuoco
su un carro di cavalli di fuoco,
[10]designato a rimproverare i tempi futuri
per placare l'ira prima che divampi,
per ricondurre il cuore dei padri verso i figli
e ristabilire le tribù di Giacobbe.
[11]Beati coloro che ti videro
e che si sono addormentati nell'amore!
Perché anche noi vivremo certamente.
 
Eliseo

[12]Appena Elia fu avvolto dal turbine,
Eliseo fu pieno del suo spirito;
durante la sua vita non tremò davanti ai potenti
e nessuno riuscì a dominarlo.
[13]Nulla fu troppo grande per lui; nel sepolcro il suo corpo profetizzò.
[14]Nella sua vita compì prodigi
e dopo la morte meravigliose furono le sue opere.
Infedeltà e castigo

[15]Con tutto ciò il popolo non si convertì
e non rinnegò i suoi peccati,
finché non fu deportato dal proprio paese
e disperso su tutta la terra.
[16]Rimase soltanto un popolo poco numeroso
con un principe della casa di Davide.
Alcuni di costoro fecero ciò che è gradito a Dio,
ma altri moltiplicarono i peccati. 

Ezechia

[17]Ezechia fortificò la sua città
e condusse l'acqua nel suo interno;
scavò con il ferro un canale nella roccia
e costruì cisterne per l'acqua.
[18]Nei suoi giorni Sennàcherib fece una spedizione
e mandò il gran coppiere;
egli alzò la mano contro Sion
e si vantò spavaldamente con superbia.
[19]Allora si agitarono loro il cuore e le mani,
soffrirono come le partorienti.
[20]Invocarono il Signore misericordioso,
stendendo le mani verso di lui.
Il Santo li ascoltò subito dal cielo
e li liberò per mezzo di Isaia.
[21]Egli colpì l'accampamento degli Assiri,
 e il suo angelo li sterminò,  

Isaia

[22]perché Ezechia aveva fatto quanto è gradito al Signore,
e seguito con fermezza le vie di Davide suo antenato,
come gli additava il profeta Isaia,
grande e verace nella visione.
[23]Nei suoi giorni retrocedette il sole,
egli prolungò la vita del re.
[24]Con grande ispirazione vide gli ultimi tempi,
e consolò gli afflitti di Sion.
[25]Egli manifestò il futuro sino alla fine dei tempi,
le cose nascoste prima che avvenissero.

Capitolo 49 

Giosia

[1]Il ricordo di Giosia è una mistura di incenso,
preparata dall'arte del profumiere.
In ognibocca è dolce come il miele,
come musica in un banchetto.
[2]Egli si dedicò alla riforma del popolo
e sradicò i segni abominevoli dell'empietà.
[3]Diresse il suo cuore verso il Signore,
in un'epoca di iniqui riaffermò la pietà.
Ultimi re e ultimi profeti

[4]Se si eccettuano Davide, Ezechia e Giosia,
tutti commisero peccati;
poiché avevano abbandonato la legge dell'Altissimo,
i re di Giuda scomparvero.
[5]Lasciarono infatti la loro potenza ad altri,
la loro gloria a una nazione straniera.
[6]I nemici incendiarono l'eletta città del santuario,
resero deserte le sue strade,
[7]secondo la parola di Geremia, che essi maltrattarono
benché fosse stato consacrato profeta nel seno materno,
per estirpare, distruggere e mandare in rovina,
ma anche per costruire e piantare.
[8]Ezechiele contemplò una visione di gloria,
che Dio gli mostrò sul carro dei cherubini.
[9]Si ricordò dei nemici nel vaticinio dell'uragano,
beneficò quanti camminavano nella retta via.
[10]Le ossa dei dodici profeti rifioriscano dalle loro tombe,
poiché essi consolarono Giacobbe,
lo riscattarono con una speranza fiduciosa. 

Zorobabele e Giosuè

[11]Come elogiare Zorobabele?
Egli è come un sigillo nella mano destra.
[12]Così anche Giosuè figlio di Iozedèk;
essi nei loro giorni riedificarono il tempio
ed elevarono al Signore un tempio santo,
destinato a una gloria eterna.
Neemia

[13]Anche la memoria di Neemia durerà a lungo;
egli rialzò le nostre mura demolite
e vi pose porte e sbarre; fece risorgere le nostre case.
Ricapitolazione

[14]Nessuno fu creato sulla terra eguale a Enoch;
difatti egli fu rapito dalla terra.
[15]Non nacque un altro uomo come Giuseppe,
capo dei fratelli, sostegno del popolo;
perfino le sue ossa furono onorate.
[16]Sem e Set furono glorificati fra gli uomini,
ma superiore a ogni creatura vivente è Adamo.

Capitolo 50 

Il sacerdote Simone

[1]Simone, figlio di Onia, sommo sacerdote,
nella sua vita riparò il tempio,
e nei suoi giorni fortificò il santuario.
[2]Da lui furon poste le fondamenta del doppio rialzo,
l'alto contrafforte della cinta del tempio.
[3]Ai suoi tempi fu scavato il deposito per le acque,
un serbatoio ampio come il mare.
[4]Premuroso di impedire la caduta del suo popolo,
fortificò la città contro un assedio.
[5]Come era stupendo quando si aggirava fra il popolo,
quando usciva dal santuario dietro il velo.
[6]Come un astro mattutino fra le nubi,
come la luna nei giorni in cui è piena,
[7]come il sole sfolgorante sul tempio dell'Altissimo,
come l'arcobaleno splendente fra nubi di gloria,
[8]come il fiore delle rose nella stagione di primavera,
come un giglio lungo un corso d'acqua,
come un germoglio d'albero d'incenso nella stagione estiva
[9]come fuoco e incenso su un braciere,
come un vaso d'oro massiccio,
ornato con ogni specie di pietre preziose,
[10]come un ulivo verdeggiante pieno di frutti,
e come un cipresso svettante tra le nuvole.
[11]Quando indossava i paramenti solenni,
quando si rivestiva con gli ornamenti più belli,
salendo i gradini del santo altare dei sacrifici,
riempiva di gloria l'intero santuario.
[12]Quando riceveva le parti delle vittime
dalle mani dei sacerdoti,
mentre stava presso il braciere dell'altare,
circondato dalla corona dei fratelli
come fronde di cedri nel Libano,
e lo circondavano come fusti di palme,
[13]mentre tutti i figli di Aronne nella loro gloria,
con le offerte del Signore nelle mani,
stavano davanti a tutta l'assemblea di Israele,
[14]egli compiva il rito liturgico sugli altari,
preparando l'offerta all'Altissimo onnipotente.
[15]Egli stendeva la mano sulla coppa
e versava succo di uva,
lo spargeva alle basi dell'altare
come profumo soave all'Altissimo, re di tutte le cose.
[16]Allora i figli di Aronne alzavano la voce,
suonavano le trombe di metallo lavorato
e facevano udire un suono potente
come richiamo davanti all'Altissimo.
[17]E subito tutto il popolo insieme
si prostrava con la faccia a terra,
per adorare il Signore, Dio onnipotente e altissimo.
[18]I cantori intonavano canti di lodi,
il loro canto era addolcito da una musica melodiosa.
[19]Il popolo supplicava il Signore altissimo
in preghiera davanti al Misericordioso,
finché fosse compiuto il servizio del Signore
e terminasse la funzione liturgica.
[20]Allora, scendendo, egli alzava le mani
su tutta l'assemblea dei figli di Israele
per dare con le sue labbra la benedizione del Signore,
gloriandosi del nome di lui.
[21]Tutti si prostravano di nuovo
per ricevere la benedizione dell'Altissimo.

[22]Ora benedite il Dio dell'universo,
che compie in ogni luogo grandi cose,
che ha esaltato i nostri giorni fino dalla nascita,
che ha agito con noi secondo la sua misericordia.
[23]Ci conceda la gioia del cuore e ci sia pace nei nostri giorni
in Israele, per tutti i giorni futuri.
[24]La sua misericordia resti fedelmente con noi
e ci riscatti nei nostri giorni.  

[25]Contro due popoli sono irritato,
il terzo non è neppure un popolo:
[26]quanti abitano sul monte Seir e i Filistei
e lo stolto popolo che abita in Sichem.



Conclusione


[27]Una dottrina di sapienza e di scienza 
ha condensato in questo libro 
Gesù figlio di Sirach, figlio di Eleàzaro, di Gerusalemme, 
che ha riversato come pioggia la sapienza dal cuore. 
[28]Beato chi mediterà queste cose; 
le fissi bene nel cuore e diventerà saggio; 
[29]se le metterà in pratica, sarà forte in tutto, 
perché la luce del Signore è la sua strada.