mercoledì 24 agosto 2011

Verità della Fede - XXX parte

Tornano gli approfondimenti sulle "Verità della Fede" attraverso le attente analisi di Sant'Alfonso Maria de' Liguori. Siamo giunti al Cap. 17 nel quale il Santo Vescovo, Fondatore dei Redentoristi e Dottore della Chiesa ci parla della Provvidenza di Dio, molto spesso negata dai non credenti:




Verità della Fede

di Sant'Alfonso Maria de' Liguori

CAP. XVII.

Della provvidenza di Dio verso le sue creature negata dagl'increduli.

1. Da Democrito e da Epicuro anticamente, ed al presente da' deisti si nega che Dio abbia cura del mondo. Ma costoro per negare la divina provvidenza hanno da dire o ch'egli non è il creatore del mondo, o che opera a caso, imprudentemente e senza fine. Poiché se Dio ha creato il mondo per qualche fine, la prudenza richiede che ne abbia provvidenza, ed ordini tutte le cose da sé create al fine intento. Tanto più che se il Signore, mentre conserva queste creature, continuamente le produce, e tutte le ordina alla gloria sua, ed a manifestare le sue perfezioni. Ciò hanno conosciuto anche i filosofi gentili e tutte le genti, e perciò universalmente le nazioni han venerata la divinità sempre con sacrificj e preghiere.

2. È sciocchezza poi il dire che a Dio non conviene di aver cura de' nostri affari, non avendo alcun bisogno di noi, e che pensi a provvedere tutte le sue creature, anche i moschini e vermi della terra. Sciocchezza, dico, perché Dio nel provvedere alle cose nostre non ha bisogno di affaticarsi: egli colla sua mente infinita tutto vede e comprende, e colla sua infinita sapienza a tutto provvede, e si diffonde secondo la sua natura divina in far bene a tutte le sue creature: ed è suo onore l'aver provvidenza di tutte, acciocché tutte concorrano alla perfezione dell'universo, poiché tutto concorre alla sua gloria. Dobbiam persuaderci che la mente di Dio non è come la nostra, limitata e debole; che in applicarsi a due o tre affari importanti che concorrono, si confonde e s'inquieta: la mente divina è d'infinita sapienza, tutto senza studio intende, e senza confusione o fatica tutto dispone e governa. Ed è certo poi che ogni cosa che accade nel mondo, è disposta da Dio, osservandosi già in ogni cosa un ordine ammirabile, che non può venire dal caso; e quelle stesse cose che a noi sembrano disordinate, quelle maggiormente quest'ordine conservano secondo i divini giudizj che a noi sono ignoti.

3. Oppongono i deisti per 1. Ma se Dio è buono e provvido, come mai si accordano colla sua bontà e provvidenza tanti mali che avvengono nel mondo, tante tempeste importune, tanti calori e siccità straordinarie, alluvioni, terremoti, infermità? «Se l'uomo (dice il signor Bayle) è l'opera di un sol principio sovrannaturale buono, santo e potente, come fia che sia esposto ad infermità, a freddo, a caldo, a fame, a sete, a doglie, a malinconie? E come fia che abbia tante inclinazioni malvage, e commetta tanti peccati? La santità sovrana può ella produrre una creatura peccatrice? La sovrana bontà può ella produrre una creatura infelice? La potenza sovrana congiunta ad una bontà infinita, non colmerà anzi di beni la sua fattura?» Così parla il perverso Bayle, ma egli ben sa come la religione insegna che non già Dio, ma il peccato fu l'autore di tutti questi mali. Dio creò l'uomo retto e felice, ma egli ribellandosi a Dio, si tirò sopra tutti questi danni, de' quali i maggiori sono l'oscurità della mente e l'inclinazione della volontà al male. Ma a ciò il Redentore per eccesso di bontà colla sua passione recò il rimedio per chi vuole valersene. Chi poi lo disprezza e si perde, di chi può lagnarsi, se non solo di se stesso?

4. Ma giacché Gesù Cristo ha amato tanto gli uomini, che per essi ha dato il sangue e la vita, perché non li ha liberati ancora da tante miserie di questa terra? Si risponde che Iddio tutto dispone con altissima sapienza. Egli manda queste calamità o per provare la nostra pazienza, o pure affinché noi dalla cognizione de' mali riconosciamo i beni che ci dispensa, ed anche affinché dalla sperienza di questi mali temporali ci affatichiamo ad evitare gli eterni. Mentre l'unica cagione di questi mali è il peccato, e il Signore per liberarci da' mali eterni qui ci castiga con queste temporali miserie.

5. Oppongono per 2. Se Dio è giusto, perché vediamo tanti poveri che appena vivono alla giornata, e tanti ricchi che abbondano di beni; perché Dio non provvede tutti egualmente? Di più, se Dio è giusto, perché vediamo in questo mondo tanti buoni tribolati e vilipesi, ed all'incontro tanti malvagi contenti ed esaltati? Rispondiamo alla prima obbiezione e poi alla seconda. Perché Dio tanti li vuole ricchi, e tanti altri (che sono la maggior parte) li vuole poveri? Si risponde che la provvidenza divina verso ciascuno degli uomini non tanto riguarda questa vita temporale, quanto riguarda la vita eterna; questo è l'unico fine per cui Dio ci ha creati, acciocché l'amiamo in questa terra e poi lo godiamo nell'eternità: Habetis fructum vestrum in sanctificatione, finem vero vitam aeternam1. Il Signore poi ha posti nel mondo i ricchi, acciocché coi loro beni diano da vivere ai poveri; ed ha posti i poveri, acciocché essi servano ai ricchi. E ciò fa risplendere la divina sapienza e provvidenza; altrimenti, se tutti fossero ricchi, chi coltiverebbe la terra, chi fabbricherebbe le case, o farebbe gli altri mestieri tanto necessarj alla vita umana? All'incontro se tutti fossero poveri, chi potrebbe governar le repubbliche, chi potrebbe studiare per istruire i popoli, o per confutare gli errori, chi potrebbe attendere a decider le liti, a predicare, a prender le confessioni, o ad altri impieghi necessarj alla coltura delle anime? Ognuno dovrebbe stare tutto il giorno occupato in faticare per procacciarsi il vitto. Penso che sia ben sufficiente questa risposta alla prima obbiezione, passiamo alla seconda.

6. E se Dio è giusto, perché tribola tanti buoni e prospera tanti malvagi? Si risponde, e si ripete che quanto Iddio dispone di noi in questa terra, tutto l'ordina alla nostra salute. Egli fa che i suoi servi sian tribolati, acciocché paghino qui la pena de' loro difetti, da' quali non è esente alcun figlio di Adamo, ed insieme acciocché si esercitino nelle virtù della confidenza e della sapienza. Non vi sarebbero i santi, che fan bene a chi li offende, se non vi fossero i persecutori; né vi sarebbero i martiri, se non vi fossero i tiranni; e così Dio per gloria de' santi e de' martiri permette che vi siano i persecutori e i tiranni.

7. Ma perché prospera i malvagi? Questa appunto fu la dimanda, che Geremia fece al Signore: Iustus quidem tu es Domine... quare via impiorum prosperatur2? Ma ecco la risposta che gliene diede Iddio: Congrega eos quasi gregem ad victimam, et sanctifica eos in die occisionis3. Iddio tollera questi empj nella loro vita mortale, ma siccome i capretti chiusi nella rete si riserbano al macello, così egli riserva gli scellerati al castigo eterno come vittime della sua divina giustizia in die occisionis, cioè per quel giorno in cui sarà giunto il tempo della giusta vendetta.

8. Ciò però non ostante Iddio contro alcuni enormi scellerati ben ha fatto conoscere anche nella presente vita la sua mano vendicatrice. Erode, colui che spregiò il Salvatore, e poi in Cesarea fecesi dare gli onori divini, fu percosso dall'angelo, come narra san Luca4, e morì consumato da' vermi. A Nestorio eresiarca, dopo esser egli stato molto maltrattato da' barbari nell'Egitto, ove fu rilegato, narra Cedreno5 che dalla gola gli si staccò fracida la lingua, ed Evagrio6 aggiunge che dalla lingua gli scaturirono fetidissimi vermi, da' quali a poco a poco gli fu corrosa tutta la bocca (pena condegna alle sue esecrande bestemmie contro la Madre di Dio), cominciando sin da questa vita, come scrive Teodoreto7, a patire il castigo riservato agli empj nella vita eterna, e poco appresso morì l'infelice ostinato qual sino ad allora era vivuto. Diocleziano, che fra tutti gl'imperatori fu il maggior persecutore de' cristiani, avendo inteso che Costantino avea fatto trionfare in Roma la religion cristiana, ch'esso Diocleziano avea proposto di sterminare dal mondo, fu tanta la pena che ne provò, che per la rabbia non volle prender più cibo, e nell'anno 313. volle morir da disperato di pura fame. Massimino imperatore, che ancora con molta crudeltà perseguitò la chiesa colla morte di tanti martiri, essendo stato disfatto il suo esercito da Licinio, si prese per disperazione il veleno, che non lo tolse subito di vita, ma gli cagionò un'infermità orribile, che lo facea bruciare di giorno e di notte con dolori di viscere insoffribili, e lo gittava in tale smania, che battea la testa per le mura in modo che gli saltarono gli occhi dalle loro cavità, pena già data da lui a molti innocenti confessori di Cristo. Finalmente chiamando egli la morte, e confessando da sé che degnamente era così da Dio castigato, fra queste terribili agitazioni spirò l'anima infelice. Zenone parimente imperatore, il quale dopo una vita scandalosa, essendo stato assunto all'imperio, si pose a proteggere gli eretici, ecco come da Dio fu punito. Attestano Evagrio1 e Zonara2 ch'essendo egli caduto tramortito di mal caduco, fu seppellito come morto. Ed aggiunge Cedreno3 che gridando Zenone, che lo cavassero da quel sepolcro, risposero le guardie che lo custodivano, essergli inutile il gridare, mentre un altro già imperava; e soggiunge che essendosi aperto il sepolcro dopo alcuni giorni, ritrovarono il misero Zenone colle braccia rose, ch'egli per la fame si avea mangiate. Del resto sebbene in questa vita appariscono felici e prosperati alcuni empj, nondimeno, se si vedessero i loro cuori, vedrebbesi ch'eglino sono i più infelici di tutti.

9. Oppone per 3. Pietro Bayle, e dice così: ma come s'accorda colla bontà di Dio il permettere tanti peccati e la dannazione di tanti? O Dio non può impedirli, e non è onnipotente; o non vuole impedirli, ed è un maligno. Rispondiamo. Non si nega che Iddio poteva impedire tutti i peccati, potea togliere all'uomo la libertà di peccare, creandolo confermato in grazia, sì che l'avesse perseverantemente amato, senza poterlo offendere; potea, ma Iddio non ha fatto così, e mentre non l'ha fatto, è segno che ciò non conveniva alla sua maggior gloria. Ma che lasciar l'uomo nella sua libertà d'operare bene o male a suo arbitrio convenisse alla maggior gloria di Dio, la stessa ragion naturale ce lo dimostra. Primieramente chi non vede esser maggior gloria d'un principe, essere amato ed ubbidito da' sudditi spontaneamente, che per mera necessità? Secondariamente il permettere i peccati conviene alla maggior gloria di Dio per la manifestazione della sua divina giustizia, ed anche della sua misericordia.

10. Qual misericordia divina è stata quella di vedere che un Dio mandò il suo proprio figlio a redimere l'uomo perduto per lo peccato? Tutto il genere umano dopo il peccato non era che oggetto dell'ira divina e della pena eterna. Se Dio avesse voluto egualmente dar luogo alla giustizia, come avea dato luogo alla sua misericordia in creare l'uomo ornato di tanti pregi e doni, avrebbe dovuto lasciar tutti gli uomini condannati per sempre ad esser privi della divina grazia e del paradiso. Ma no, volle egli mandare in terra il suo unigenito a farsi uomo, e così salvare l'uomo dalla morte eterna colla morte del figlio. Con ciò fece conoscere da una parte la sua infinita giustizia, condannando il suo figliuolo alla morte, che aveasi addossate le colpe degli uomini; all'incontro fece con ciò conoscere la sua infinita bontà, con dimostrare l'amore che portava all'uomo, ed insieme fece conoscere la sua infinita sapienza, trovando un modo così ammirabile per rendere pienamente soddisfatta la sua giustizia, e contentato il suo amore verso dell'uomo riparando colla morte di Gesù Cristo a tutta la ruina cagionata all'uomo dal peccato. Anzi, come parla s. Leone4, ci ha apportato più bene Gesù Cristo colla sua morte, che non ci recò di danno il demonio col peccato di Adamo: Ampliora adepti sumus per Christi gratiam, quam per diaboli amiseramus invidiam. E ciò lo disse chiaramente anche l'apostolo: Non sicut delictum, ita et donum... Ubi abundavit delictum, superabundavit gratia5. Fu grande il delitto di Adamo, ma è stata molto più grande la grazia che ci ha meritata G. Cristo; il quale ben anche lo dichiarò, quando disse: Ego veni, ut vitam habeant, et abundantius habeant1.

11. Or dopo un'opera di tanto amore e misericordia, chi mai può dire che non si accorda colla bontà di Dio la permissione de' peccati e della dannazione degli uomini? Qual maggior prova del suo amore e della sua bontà potea darci il Verbo eterno, che di venire in terra a farsi uomo, e dopo una vita così umile, povera e tribolata lasciar la vita su d'una croce, a fin di liberarci dalla morte eterna e condurci seco in paradiso? O ingratitudine degli uomini, che dopo esser morto un Dio per loro amore, e dopo tanti testimonj e prove di tal verità, si ritrovi chi temerariamente voglia mormorare della sua bontà!

12. Ma se Dio è morto per salvar tutti, dicono i deisti, perché poi anche dopo il beneficio della redenzione permette che tanti si dannino? Chi parla così, non intende la gran ruina che ha recata al genere umano il peccato di Adamo; ma bisogna intender che per il peccato la mente dell'uomo è rimasta ottenebrata a conoscer la ragione e la verità, e la volontà è rimasta talmente disordinata, ch'ella si sente continuamente inclinata al male dalla concupiscenza. Ciascheduno dovrebbe usare gran diligenza per distinguere le massime vere dalle false, così circa la fede, come verso i costumi; dovrebbe ancora attendere a servirsi de' mezzi che ci ha lasciati Gesù Cristo per viver bene, e principalmente dell'orazione e de' sacramenti; altrimenti non avrà forza di resistere alle suggestioni della carne e del demonio. Ma gli uomini per non privarsi de' loro brutali piaceri, chiudono gli occhi alla luce, e trascurano di valersi dei mezzi dati per salvarsi, e così si rilasciano nei vizj, e si dannano: Lux venit in mundum, et dilexerunt homines magis tenebras quam lucem2. Gl'infedeli chiudono gli occhi al lume della ragion naturale, e così restano privi del lume della fede. Gli eretici chiudono gli occhi al lume del vangelo, e così restano segregati dalla vera chiesa, fuori di cui non v'è salute. I cattolici peccatori chiudono gli occhi al lume della grazia, e così s'immergono ne' peccati. Ed ecco come avviene che tanti si dannano. Ma con tutto che gli uomini sono così perversi ed ingrati a Dio, chi può comprendere le grazie che Dio continuamente loro dispensa? Quanti lumi dona agl'infedeli ed agli eretici, ed internamente, e per mezzo de' missionarj che manda loro a predicare! Quante misericordie usa coi peccatori! Quanto tempo gli aspetta! Quante volte li chiama a penitenza! E chi mai si è trovato fra gli uomini così misericordioso cogli altri, come Dio è con noi? Eh se la misericordia di Dio non fosse infinita, come potrebbe sopportarci? Chi può spiegare poi l'amore che porta Iddio, e le grazie immense che fa alle anime che l'amano? Cessino dunque gl'increduli almeno di negare, se non la vogliono amare, l'immensa bontà del nostro Dio.

13. Ma replicano i deisti che ben potrebbe Iddio impedir la dannazione di tanti, se volesse. Sì potrebbe; ma si risponde che il castigo de' rei, se non è utile per essi, è utile ed anche necessario per il bene comune. Nel mondo certamente pochi sono quei che si salvano: ma se non vi fosse l'inferno per li cattivi, quanti meno si salverebbero? Se col vedere che tanti uomini pel viver male si perdono, pure tanto pochi vivono bene; quanto meno sarebbero i buoni, se Dio non castigasse molti di coloro che vivono male, con permettere che muoiano nel loro peccato, e col mandarli all'inferno? Ma potrebbe il Signore impedire i peccati, se volesse; perché non gl'impedisce? Perché Dio non vuol togliere agli uomini la libertà che loro ha donata. Se impedisse i peccati, gl'increduli si potrebbero lamentare di Dio, che dopo averli fatti liberi a peccare e ad operare a loro arbitrio, voglia poi privarli della libertà concessa. Ma senza toglier la libertà non potrebbe Iddio dare una grazia più abbondante ad ognuno, sì che lo rimovesse dal peccare? Perché negare a Giuda la grazia data a s. Pietro? Perché negare al mal ladrone la grazia data al buono? Ma è forse tenuto Iddio di dare a tutti le grazie soprabbondanti che dona ad alcuni? Se sono grazie, Iddio non è obbligato a dispensarle. Basta a giustificar la divina bontà il sapere che Dio dà a ciascuno gli aiuti sufficienti a potersi salvare, se vuole. Chi da un principe è stato provveduto del vitto bastante, potrà lagnarsi che non gli abbia date ricchezze maggiori?

14. Ma perché più ad uno, che ad un altro? Se un padre, dice Bayle, potesse liberar dalla morte tutti i suoi figli, non sarebbe egli un parziale ed un crudele, se volesse alcuni salvarne ed altri no? Ma si risponde al signor Bayle che vi è gran differenza tra la bontà increata ed infinita e tra la creata e la finita. La bontà creata è necessariamente dipendente dal suo creatore, onde dee comunicarsi secondo la legge dal creatore prescritta. E perciò un padre è obbligato a liberare, potendo, tutti i suoi figli dalla morte; poiché la legge divina gl'impone che usi egualmente verso di loro la pietà e l'amore dovuto. Ma Dio, che è bontà increata ed indipendente, non ha legge che gli prescriva il quanto debba comunicarsi alle sue creature. Egli si comunica quando vuole e quanto vuole, secondo conviene alla sua gloria. A noi dee bastare il sapere che Dio è infinitamente giusto e retto, per venerare i suoi giudizj, né dobbiamo pretendere di saperne la ragione. Nelle scienze umane vi sono i loro principj certi, ma alle volte s'incontrano difficoltà insolubili. Forse perché non le sappiamo sciogliere, potremo negare i principj che sono certi? E poi le disposizioni della divina provvidenza fatte da una mente infinita, perché non sappiamo noi indagarne la ragione, potremmo dire che sono ingiuste, senza esser temerarj ed iniqui? Se un ignorante, dice s. Agostino, entrasse in una bottega in cui si lavorano i ferri, non sarebb'egli un temerario, se volesse riprendere il fabbro che inutilmente tenga quei martelli, quelle incudini e quei mantici? Sicché concludiamo il punto: Iddio vuole che tutti si salvino, ed a tal fine Gesù Cristo è morto per tutti, ed a ciascuno dà la grazia sufficiente, colla quale può osservare la legge e salvarsi, se vuole. All'incontro lascia a ciascuno la libertà di peccare, se vuole. Posto ciò, chi non vede che coloro i quali si dannano, si dannano perché vogliono dannarsi; e se vogliono dannarsi, è giusto che restino dannati; ma tutto avviene per colpa loro.

15. Ma dirà l'incredulo: voi, teologi, dite che per osservare in atto la divina legge non basta la grazia sufficiente, ma è necessaria la grazia intrinsecamente efficace: ma questa grazia efficace Iddio non la dona a tutti, perché se l'avessero tutti, tutti si salverebbero (mentre l'esser efficace questo importa, l'avere il suo effetto); ma il fatto è che la maggior parte degli uomini si perdono. Or come può Dio giustamente esiger l'osservanza della sua legge da coloro a cui nega la grazia efficace, e castigarli poi coll'inferno, se non l'osservano?

16. Altri a ciò risponderebbero, secondo la loro sentenza, che la grazia si rende efficace dal consenso della volontà, sì che l'osservanza de' precetti dipende dall'arbitrio dell'uomo in volere o in non voler consentire all'impulso della grazia ordinaria, che dal Signore a tutti si concede. Io all'incontro non rispondo così, perché tengo la sentenza contraria: che per osservare attualmente i divini precetti è necessaria la grazia efficace da sé edab intrinseco: questa oggidì è la sentenza più comune fra i teologi, e questa apparisce più conforme alla sacra scrittura, la quale in più luoghi abbastanza dichiara che Dio è quello che colla sua onnipotenza muove la volontà umana a voler liberamente ciò ch'egli vuole. Cor regis in manu Domini: quocunque voluerit, inclinabit illud1. Spiritum meum ponam in medio vestri, et faciam ut in praeceptis meis ambuletis2. Onde disse poi s. Agostino: Ille facit ut faciamus, praebendo vires efficacissimas voluntati qui dixit: Faciam ut in iustificationibus meis ambuletis3. E s. Tommaso l'Angelico scrisse: Deus movet immutabiliter voluntatem propter efficaciam virtutis4.

17. Dunque, mi dirà l'incredulo, giacché secondo la sentenza più comune l'osservare in atto la divina legge dipende dall'efficacia intrinseca della grazia, come mai quegli a cui questa grazia manca, può osservare attualmente la legge? E come può essere punito, se in atto non l'osserva, non avendo l'aiuto necessario per osservarla in atto? Ma io rispondo che se Iddio non concede a tutti la grazia efficace di operare il bene, dà nondimeno a tutti il mezzo certo per ottenerla, se vogliono. E questo mezzo è la santa preghiera; e così tutti possono, col chiedere a Dio la grazia efficace, osservare la legge, perseverare e salvarsi. È pieno il vecchio e il nuovo testamento delle promesse che fa Dio di esaudir chi lo prega: Clama ad me, et exaudiam te5. Invoca me... eruam te6. Petite, et dabitur vobis: quaerite, et invenietis: Pulsate, et aperietur vobis7. Omnis enim qui petit, accipit, et qui quaerit, invenit8. Omnia quaecumque orantes petitis, credite quia accipietis, et evenient vobis9. Tralasciamo gli altri testi che sono innumerabili.

18. Quindi il cardinal Gotti, parlando della grazia della perseveranza (e lo stesso corre per la grazia efficace) scrisse: In potestate hominis dicitur esse, quod ipse per Dei gratiam potest ab eo petere, et obtinere; et hoc modo in hominis potestate dici potest esse, ut habeat auxilium ad perseverandum necessarium, illud impetrando orationibus10. Lo stesso scrisse il cardinal de Noris, dicendo che coll'aiuto SINE QUO, ch'è la grazia ordinaria comune a tutti, la quale ci fa pregare, si ottiene l'aiuto QUO, ch'è la grazia efficace, con cui si adempiscono i precetti: Etiam in statu naturae lapsae datur adiutorium SINE QUO, secus ac Iansenius contendit; quod quidem adiutorium efficit in nobis actus debiles, nempe orationes minus fervidas pro adimplendis mandatis; in ordine ad quorum executionem adiutorium SINE QUO est tantum auxilium remotum, impetratorium tamen auxilii QUO, sive gratiae efficacis, qua mandata implentur11. Dice ancora che la potenza a pregare data ad ogni fedele, non è già rimota, sicché vi bisogni altra potenza per poter pregare, ma è prossima in modo che ognuno può attualmente pregare colla sola grazia ordinaria: Manifestum est, potentiam ad orandum, debere esse proximam in iusto, sive fideli, nam si fidelis sit in potentia remota ad simpliciter orandum (non enim hic loquor de fervida oratione), non habebit aliam potentiam proximam pro impetranda oratione, alias procederetur in infinitum12.

19. Non osta perciò il dire che l'orazione per impetrar la grazia efficace dee esser fervorosa. Poiché risponde lo stesso autore che coll'orazione tepida almeno si ottiene la più fervente, e con questa poi s'ottiene la grazia efficace: Colligo ipsammet tepidam orationem fieri a nobis cum adiutorio SINE QUO NON ac ordinario concursu Dei, cum sint actus debiles etc., et tamen tepida oratione impetramus spiritum ferventioris orationis, qui nobis adiutorio QUO donatur13. E ciò lo conferma coll'autorità di s. Agostino, che sopra il salmo 17 scrisse: Quoniam ut hanc habere possem, exaudisti me infirmius orantem.

20. Ma niuno lo spiega più chiaro di s. Agostino, che colla preghiera otteniamo la grazia di osservare i precetti: Ideo (Deus) iubet aliqua, quae non possumus, ut noverimus quid ab illo petere debeamus. E poi dice: Nulli enim homini oblatum est scire utiliter quaerere. Ma il testo più espressivo di s. Agostino è quello, il quale è stato poi autorizzato dal concilio di Trento1: Deus impossibilia non iubet, sed iubendo monet et facere quod possis, et petere quod non possis, et adiuvat ut possis2. E lo conferma in altro luogo: Eo ipso quo firmissime creditur Deus impossibilia non potuisse praecipere, admonemur et in facilibus quid agamus, et in difficilibus quid petamus3. Iddio è fedele, dice l'apostolo, non mai permetterà che siamo tentati oltre le nostre forze, senza aver l'aiuto bastante a resistere: Fidelis Deus, qui non patietur vos tentari supra id quod potestis, sed faciet etiam cum tentatione proventum, ut possitis sustinere4. Giansenio, a cui dà fastidio questo testo, dice che s'intende de' soli predestinati. Ma s. Paolo scrive a tutti i fedeli di Corinto, che certamente non potea supporre tutti predestinati: onde giustamente s. Tommaso l'intende generalmente per tutti gli uomini, e dice che Dio non sarebbe fedele, se non ci concedesse (in quanto a sé spetta) quelle grazie, per cui possiamo conseguir la salute: Non autem videtur (Deus) esse fidelis, si nobis denegaret, in quantum in ipso est, ea per quae pervenire ad eum possemus5.

21. Ma se altro non vi fosse, basta la parola di Dio, il quale ha detto, Petite, et accipietis, a farci star sicuri che se noi preghiamo, egli ci esaudisce. Quis falli metuit, dice s. Agostino, dum promittit veritas? E posto che per mezzo della preghiera possiamo ottenere da Dio la grazia efficace, la perseveranza, la salute eterna e tutto quanto cerchiamo, mentre il Signor ha promesso di donarci senza limitazione quanto noi vogliamo, purché glielo domandiamo: Quodcunque volueritis, petetis, et fiet vobis6; quale scusa possono addurre i peccatori, se si perdono? Diranno: ma Dio non ci ha data la grazia efficace. Ma Dio lor risponderà: se voi me l'aveste domandata, ben l'avreste ricevuta; onde non vi lamentate di me ma lamentatevi solo di voi. Replicherà l'incredulo: ma Dio potea darmi la grazia più abbondante, senza che gliel'avessi richiesta. Ma a far questo è forse tenuto Iddio? La grazia si chiama grazia, perché non è dovuta. Sarà forse Dio obbligato di usare questa pietà con tutti, anche coi negligenti e cogli ostinati? E salvare ancora chi non vuole salvarsi? Dunque dovrà sempre usar misericordia co' suoi ribelli, e non mai giustizia? Ma no, che questa temerità che al presente avesse un deista parlando così: Perché Dio non mi salva senza le mie preghiere? non l'avranno i reprobi nel divino giudizio; lo stesso peccato otturerà loro la bocca: Omnis iniquitas oppilabit os suum7.

_______
1 Rom. 6. 22.

2 Ier. 12. 1.

3 Ib. v. 3.

4 Act. 12. 23.

5 In comprehend. hist.

6 L. 1. c. 7.

7 L. 4. in Nest.

1 L. 3. c. 29.

2 Ann. t. 3.

3 In cit. compend. Hist.

4 Serm. 1. de Ascens.

5 Rom. 5. 16. et 20.

1 Ioan. 10. 1.

2 Ioan. 3. 19.

1 Prov. 21. 1.

2 Ezech. 36. 27.

3 S. Aug. de grat. et l. arb.

4 S. Thom. de Malo quaest. 6.

5 Ier. 33. 3.

6 Ps. 49. 15.

7 Matth. 7. 7.

8 Luc. 11. 10.

9 Marc. 11. 24.

10 Tract. 6. de grat. 9. 1. §. 3. n. 19.

11 Op. Iansen. error. calumnia sublata c. 1. §. 1.

12 Vide ib. c. 1. et 2.

13 Noris eod. loc. c. 2. §. 1. p. mihi 129.

1 Sess. 6. c. 13.

2 S. Aug. de Nat. et grat. c. 44. n. 50.

3 Ibid. c. 69. n. 83.

4 1. Cor. 10. 13.

5 S. Thom. lect. 1. in c. 1. epist. 1. ad Cor.

6 Ioan. 15. 7.

7
 Ps. 106. 42. 

martedì 23 agosto 2011

La Città di Dio - XXXI parte

Riprendiamo la lettura dell'opera di Sant'Agostino nota come "La città di Dio": continuiamo a vedere le sciagure che hanno colpito Roma tra le quali spiccano oggi le sedizioni dei Gracchi e varie guerre civili:


24. Inizio dei mali civili furono le sedizioni dei Gracchi suscitate dalle leggi agrarie. Volevano distribuire al popolo i terreni che la nobiltà possedeva illegalmente. Ma osare di eliminare una ingiustizia ormai vecchia fu molto pericoloso e, come il fatto dimostrò, veramente deleterio. Molte uccisioni furono eseguite quando fu ucciso il primo dei Gracchi; così pure quando, non molto tempo dopo, fu ucciso il fratello. Infatti tanto nobili che popolani venivano giustiziati non in base alle leggi e col mandato dei magistrati ma durante le turbolenze e nei conflitti armati. Dopo l'uccisione del secondo Gracco il console Lucio Opimio, che aveva incitato alle armi contro di lui la città, dopo averlo abbattuto e ucciso assieme ai compagni, ordinò una grande strage di cittadini. Avendo poi fra mano l'inchiesta e perseguendo gli altri gregari col processo giudiziario, ne fece condannare a morte, come si racconta, tremila 98. Si può congetturare il numero delle esecuzioni di un cieco conflitto armato se l'informazione dovuta alla procedura ha fornito un sì gran numero di sentenze. L'uccisore del Gracco ne vendette la testa al console avendo in cambio il peso corrispondente in oro. Era un contratto stipulato prima dell'eccidio. Fu ucciso in quel caso con i figli anche l'ex console Marco Fulvio.

25. Con opportuna delibera del senato, nel luogo in cui avvenne il fatale tumulto, in cui tanti cittadini di qualsiasi classe caddero, fu eretto il tempio a Concordia, perché testimone della pena dei Gracchi, colpisse la vista dei comizianti e ne stimolasse la memoria. Ma costruire un tempio a quella dea fu unicamente uno scherno contro gli dèi. Sembra quasi che se fosse stata in città, questa non sarebbe andata in rovina benché disgregata da tanti dissensi. Ma forse Concordia, colpevole del delitto di avere abbandonato la coscienza dei cittadini, meritò di essere rinchiusa in quel tempio come in un carcere. E per quale motivo, se volevano adeguarsi ai fatti, in quel posto non costruirono un tempio a Discordia? E si può dare una ragione per cui la concordia è una dea e la discordia no, in maniera che secondo la distinzione di Labeone una sia buona, l'altra cattiva? Anche egli, come sembra, aveva questa opinione perché nota che a Roma era stato eretto il tempio tanto a Febbre che a Salute. Per lo stesso motivo doveva essere eretto non solo a Concordia ma anche a Discordia. I Romani dunque scelsero di vivere con grave rischio irritando una dea così malvagia e non ricordarono che la fine di Troia ebbe inizio con il suo sdegno. Non essendo stata invitata con gli altri dèi, suscitò col pretesto di una mela d'oro la lite di tre dee e da qui la rissa delle divinità, la vittoria di Venere, il rapimento di Elena e la distruzione di Troia. Pertanto se, eventualmente sdegnata perché a Roma non meritò di avere un tempio come gli altri dèi, turbava per questo la città con tante sommosse, è probabile che si sia sdegnata più aspramente nel vedere che nel luogo di quella strage, quanto dire della sua opera, era stato eretto un tempio alla sua rivale. I dotti e i sapienti masticano bile quando schernisco queste sciocche credenze. Prestando tuttavia il culto a divinità buone e cattive, non escono dal dilemma di Concordia e Discordia, sia che abbiano trascurato il culto a queste dee e abbiano loro preferito Febbre e Bellona, alle quali hanno costruito templi fin dall'antichità, sia che avessero adorato anche esse, perché quando si è allontanata Concordia, Discordia ha infierito trascinandoli fino alle guerre civili.

26. Pensarono dunque di porre davanti ai comizianti come eccellente salvaguardia dalle sommosse il tempio di Concordia, testimone della strage e del supplizio dei Gracchi. Quale profitto ne ricavarono lo indica il peggiorarsi degli avvenimenti che seguirono. In seguito gli oratori si affaticarono non ad evitare l'esempio dei Gracchi ma a superarne l'intento, come il tribuno della plebe Lucio Saturnino, il pretore Gaio Servilio e più tardi Marco Druso. In seguito alle loro sommosse si ebbero dapprima delle stragi fin d'allora gravissime e poi scoppiarono le guerre sociali. L'Italia ne fu spaventosamente danneggiata e ridotta in uno stato d'incredibile desolazione e spopolamento. Seguirono la guerra servile e le guerre civili. Si ebbero molti combattimenti, fu versato molto sangue, tanto che le popolazioni italiche da cui era rinvigorita la dominazione romana, furono trattate come barbari. Soltanto gli storiografi 99 poi sono riusciti ad esporre in che modo fosse preparata da pochissimi gladiatori, meno di settanta, la guerra servile, a qual numero giungessero gli insorti e come fossero decisi ed energici, quali condottieri del popolo romano gli insorti sconfiggessero e quali città e regioni devastassero e in che modo. E non fu la sola guerra servile. Gli schiavi devastarono anche la provincia della Macedonia e poi anche la Sicilia e il litorale. E chi, data la proporzione degli avvenimenti, potrebbe parlare delle tante e orribili razzie operate dai pirati e delle loro coraggiose guerre?

27. Mario, già macchiato del sangue dei concittadini per averne uccisi molti del partito avverso, vinto a sua volta, era fuggito da Roma. La città respirò appena un po' quando, per usare le parole di Cicerone, vinse il partito di Cinna e Mario. In quella circostanza con l'uccisione di uomini illustri si spensero gli occhi della città. In seguito Silla punì la crudeltà di questa vittoria e non c'è bisogno di dire con quale diminuzione di cittadini e con quanto danno per lo Stato 100. Di questa vendetta, la quale fu più dannosa che se i delitti puniti fossero rimasti impuniti, ha detto Lucano: Il rimedio non rispettò la misura e andò troppo al di là del punto in cui le malattie guidarono la mano del medico. Morirono i colpevoli, ma perché soltanto altri colpevoli poterono sopravvivere. Fu data libertà agli odi e l'ira, sciolta dai freni delle leggi, infierì 101. Nella guerra civile fra Mario e Silla, senza considerare quelli che erano morti in combattimento, le strade, le piazze, i fori, i teatri, i templi nella città stessa erano pieni di cadaveri. Era difficile giudicare quando i vincitori avessero causato un numero più alto di morti, se prima per vincere o dopo perché avevano vinto. Dapprima con la vittoria di Mario, quando tornò dall'esilio, a parte le uccisioni avvenute dovunque, la testa del console Ottavio fu posta sui rostri, i Cesari furono uccisi da Fimbria nelle proprie case, i due Crassi, padre e figlio, furono sgozzati l'uno di fronte all'altro, Bebio e Numitorio trascinati con un arpione morirono spargendo gli intestini per la strada, Catulo si sottrasse alle mani dei nemici prendendo il veleno, Merula, flamine diale, tagliandosi le vene sacrificò a Giove col proprio sangue. Davanti agli occhi dello stesso Mario venivano uccisi cittadini soltanto se al loro saluto egli non porgeva loro la mano.

 

lunedì 22 agosto 2011

Redemptor hominis - La Prima Enciclica di Giovanni Paolo II - XV

Continuiamo la lettura della Redemptor hominis, ovvero la Prima Enciclica di Giovanni Paolo II che cerca di rispondere ai dubbi e ai problemi dell'uomo contemporaneo, cercando allo stesso modo di ridare vitalità all'opera della Chiesa. Oggi in particolare continuiamo a scoprire il legame tra la Chiesa e l'uomo: 

La Chiesa vive queste realtà, vive di questa verità sull'uomo, che le permette di varcare le frontiere della temporaneità e, simultaneamente, di pensare con particolare amore e sollecitudine a tutto ciò che, nelle dimensioni di questa temporaneità, incide sulla vita dell'uomo, sulla vita dello spirito umano, in cui si esprime quella perenne inquietudine, secondo le parole di S. Agostino: «Ci hai fatto, o Signore, per te ed è inquieto il nostro cuore, finché non riposa in te»125. In questa inquietudine creativa batte e pulsa ciò che è più profondamente umano: la ricerca della verità, l'insaziabile bisogno del bene, la fame della libertà, la nostalgia del bello, la voce della coscienza. La Chiesa, cercando di guardare l'uomo quasi con «gli occhi di Cristo stesso», si fa sempre più consapevole di essere la custode di un grande tesoro, che non le è lecito sciupare, ma deve continuamente accrescere. Infatti, il Signore Gesù ha detto: «Chi non raccoglie con me, disperde»126. Quel tesoro dell'umanità, arricchito dall'ineffabile mistero della figliolanza divina127, della grazia di «adozione a figli»128 nell'unigenito Figlio di Dio, mediante il quale diciamo a Dio «Abbà, Padre»129, è insieme una forza potente che unifica la Chiesa soprattutto dal di dentro e dà senso a tutta la sua attività. Per tale forza la Chiesa si unisce con lo Spirito di Cristo, con quello Spirito Santo che il Redentore aveva promesso, che comunica continuamente, e la cui discesa, rivelata il giorno della Pentecoste, perdura sempre. Così negli uomini si rivelano le forze dello Spirito130, i doni dello Spirito131, i frutti dello Spirito Santo132. E la Chiesa del nostro tempo sembra ripetere con sempre maggior fervore e con santa insistenza: «Vieni, o Santo Spirito!». Vieni! Vieni! «Lava ciò che è sordido! Feconda ciò che è arido! Risana ciò che è ferito! Piega ciò che è rigido! Riscalda ciò che è gelido! Raddrizza ciò che è sviato!»133.

Questa supplica allo Spirito, intesa appunto ad ottenere lo Spirito, è la risposta a tutti i «materialismi» della nostra epoca. Sono essi che fanno nascere tante forme di insaziabilità del cuore umano. Questa supplica si fa sentire da diverse parti e sembra che fruttifichi anche in modi diversi. Si può dire che in questa supplica la Chiesa non sia sola? Sì, si può dire, perché «il bisogno» di ciò che è spirituale è espresso anche da persone che si trovano al di fuori dei confini visibili della Chiesa134. Non è ciò confermato forse da quella verità sulla Chiesa, messa in evidenza con tanta acutezza dal recente Concilio nella Costituzione dogmatica Lumen Gentium, laddove insegna che la Chiesa è «sacramento, o segno e strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano»?135 Questa invocazione allo Spirito e per lo Spirito non è altro che un costante introdursi nella piena dimensione del mistero della Redenzione, in cui Cristo, unito al Padre e con ogni uomo, ci comunica continuamente quello Spirito che mette in noi i sentimenti del Figlio e ci orienta verso il Padre136. È per questo che la Chiesa della nostra epoca - epoca particolarmente affamata di Spirito, perché affamata di giustizia, di pace, di amore, di bontà, di fortezza, di responsabilità, di dignítà umana - deve concentrarsi e riunirsi intorno a quel mistero, ritrovando in esso la luce e la forza indispensabili per la propria missione. Se infatti - come è stato detto in precedenza - l'uomo è la via della vita quotidiana della Chiesa, è necessario che la stessa Chiesa sia sempre consapevole della dignità dell'adozione divina che l'uomo ottiene, in Cristo, per la grazia dello Spirito Santo137, e della destinazione alla grazia e alla gloria138. Riflettendo sempre di nuovo su tutto questo, accettandolo con una fede sempre più cosciente e con un amore sempre più fermo, la Chiesa si rende, al tempo stesso, più idonea a quel servizio dell'uomo, a cui Cristo Signore la chiama, quando dice: «Il Figlio dell'uomo... non è venuto per essere servito, ma per servire»139. La Chiesa esplica questo suo ministero, partecipando al «triplice ufficio» ch'è proprio dello stesso suo Maestro e Redentore. Questa dottrina, appoggiata sul suo fondamento biblico, è stata messa in piena luce dal Concilio Vaticano II, con grande vantaggio per la vita della Chiesa. Quando, infatti, diventiamo consapevoli della partecipazione alla triplice missione del Cristo, al suo triplice ufficio - sacerdotale, profetico e regale140 - diventiamo parimenti più consapevoli di ciò a cui deve servire tutta la Chiesa, come società e comunità del Popolo di Dio sulla terra, comprendendo, altresì, quale debba essere la partecipazione di ognuno di noi a questa missione e servizio.

 

domenica 21 agosto 2011

Filotea: Introduzione alla vita devota - VIII

Proseguiamo la lettura di una delle opere più celebre scritte dai santi: "Filotea: Introduzione alla vita devota" di San Francesco di Sales. La settimana scorsa abbiamo letto il capitolo sulla purificazione dagli affetti al peccato, cioè dal desiderio o nostalgia del peccato che si è lasciato. Oggi San Francesco ci dice come fare e ci rimanda al prossimo capitolo che leggeremo nella prossima domenica:




FILOTEA
Introduzione alla vita devota
(San Francesco di Sales)

PRIMA PARTE

Contiene consigli ed esercizi necessari per condurre l'anima dal primo desiderio della vita devota fino alla ferma risoluzione di abbracciarla

Capitolo VIII


COME FARE LA SECONDA PURIFICAZIONE




La prima ragione che deve spingerci ad operare questa seconda purificazione, è la coscienza viva e nitida del male enorme che ci causa il peccato; riusciremo, in tal modo, ad entrare in una contrizione profonda e travolgente: infatti la contrizione, per piccola che sia, se è sincera, e soprattutto se congiunta alla forza dei Sacramenti, ci purifica sufficientemente dal peccato; se poi la contrizione è profonda e travolgente, ci purifica anche da tutti gli affetti che derivano dal peccato.

Un odio e un astio debole e fiacco ci permette di sopportare, anche se di malanimo, colui che odiamo; se poi ci è possibile, ne stiamo lontani; ma se il nostro odio è mortale e violento, non solo fuggiamo e troviamo insopportabile colui che odiamo, ma ci ripugna e non possiamo soffrire nemmeno la compagnia di coloro che la pensano come lui, dei suoi amici, dei suoi parenti. Non sopportiamo nemmeno la vista del suo ritratto e delle cose che gli appartengono.

Similmente, se il penitente odia il peccato solo leggermente, benché sinceramente, è vero che fa il proposito di non peccare più, ma non è come quando lo odia con una contrizione forte e vigorosa; in tal caso, non solo detesterà il peccato, ma anche tutti gli affetti, le conseguenze e i sentieri del peccato.

E’ per questo, Filotea, che dobbiamo rendere la nostra contrizione e il pentimento più profondi possibile, perché tutto ciò che appartiene al peccato sia travolto. Così fece la Maddalena che, convertendosi, perse talmente il gusto del peccato e dei piaceri che non ci pensò più; e Davide, che protestava di odiare non soltanto il peccato, ma anche le sue vie e i suoi sentieri: questo è il ringiovanimento dell’anima, che lo stesso Profeta paragona a quello dell’aquila che muta le penne.

Ora per giungere a questa presa di coscienza ed alla contrizione, devi immergerti con cura nelle meditazioni che qui di seguito ti propongo; se ti ci impegnerai con serietà, con l’aiuto della grazia di Dio, strapperai dal tuo cuore il peccato e i principali affetti al peccato; le ho impostate proprio a questo scopo.

Le farai una dopo l’altra, nell’ordine che te le propongo, una al giorno, di mattino, se ti è possibile; perché è il tempo più adatto alle operazioni dello spirito; e ci rifletterai sopra per tutta la giornata.

Se poi non hai dimestichezza con le meditazioni, leggi quello che ne dico nella seconda parte di questo libretto.

sabato 20 agosto 2011

Il Sabato dei Salmi - Salmo 66 (65) - Ringraziamento pubblico


Salmo 66


Ringraziamento pubblico 
[1]Al maestro del coro. Canto.Salmo. 

Acclamate a Dio da tutta la terra,
[2]cantate alla gloria del suo nome,
date a lui splendida lode.
[3]Dite a Dio: «Stupende sono le tue opere!
Per la grandezza della tua potenza
a te si piegano i tuoi nemici.
[4]A te si prostri tutta la terra,
a te canti inni, canti al tuo nome». 

[5]Venite e vedete le opere di Dio,
mirabile nel suo agire sugli uomini.
[6]Egli cambiò il mare in terra ferma,
passarono a piedi il fiume;
per questo in lui esultiamo di gioia.
[7]Con la sua forza domina in eterno,
il suo occhio scruta le nazioni;
i ribelli non rialzino la fronte. 

[8]Benedite, popoli, il nostro Dio,
fate risuonare la sua lode;
[9]è lui che salvò la nostra vita
e non lasciò vacillare i nostri passi. 

[10]Dio, tu ci hai messi alla prova;
ci hai passati al crogiuolo, come l'argento.
[11]Ci hai fatti cadere in un agguato,
hai messo un peso ai nostri fianchi.
[12]Hai fatto cavalcare uomini sulle nostre teste;
ci hai fatto passare per il fuoco e l'acqua,
ma poi ci hai dato sollievo. 

[13]Entrerò nella tua casa con olocausti,
a te scioglierò i miei voti,
[14]i voti pronunziati dalle mie labbra,
promessi nel momento dell'angoscia.
[15]Ti offrirò pingui olocausti
con fragranza di montoni,
immolerò a te buoi e capri. 

[16]Venite, ascoltate, voi tutti che temete Dio,
e narrerò quanto per me ha fatto.
[17]A lui ho rivolto il mio grido,
la mia lingua cantò la sua lode.
[18]Se nel mio cuore avessi cercato il male,
il Signore non mi avrebbe ascoltato.
[19]Ma Dio ha ascoltato,
si è fatto attento alla voce della mia preghiera. 

[20]Sia benedetto Dio che non ha respinto la mia preghiera,
non mi ha negato la sua misericordia. 


COMMENTO

Il Salmo odierno è tutto un canto di lode e gratitudine. Il salmista nel suo canto di giubilo invita tutti i popoli della terra ad acclamare e benedire il Signore. Più che invito, queste parole risuonano profetiche poiché oggi il Dio vero di Israele si è rivelato al mondo intero in Gesù Cristo e viene acclamato e benedetto in tutto il mondo. Detto questo, soffermiamoci sulla parte finale del Salmo: Se nel mio cuore avessi cercato il male, il Signore non mi avrebbe ascoltato. Ciascuno di noi avrà fatto esperienza di chiedere a Dio ciò che non conveniva alla nostra salvezza e non siamo stati esauditi. Invece nel chiedere ciò che è veramente buono per l'anima nostra, siamo stati accolti ed esauditi dal Signore. Perché? Perché Dio vuole il nostro vero bene! E infine volgiamo lo sguardo sulle ultime righe del Salmo: non mi ha negato la sua misericordia. Parole significative, portatrici di speranza. Il Signore non nega mai la Sua misericordia a chi gli chiede perdono con cuore sincero per i suoi peccati. Le braccia di Dio sono aperte a tutti. E' l'uomo che decide di non cogliere questa grande opportunità che gli viene data dal Signore. Ricordiamoci spesso delle parole di Gesù sulla misericordia di Dio nei riguardi dei peccatori: "Che ve ne pare? Se un uomo ha cento pecore e ne smarrisce una, non lascerà forse le novantanove sui monti, per andare in cerca di quella perduta? Se gli riesce di trovarla, in verità vi dico, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite" (Mt 18,12-13). Nella parabola del figliol prodigo, che belle parole quelle di Gesù, parole rivelatrici della Misericordia di Dio: Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l'anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa (Lc 15, 21-24).
Ogni peccatore può andare dal Padre e pentirsi come il figliol prodigo, e come il figliol prodigo riceverà il perdono gioioso del Padre. E allora dovrà ringraziare il Signore come il salmista ha fatto nel presente Salmo.

venerdì 19 agosto 2011

Siracide - Quarantaquattresimo appuntamento

Proseguiamo la lettura del Siracide con il quarantaquattresimo capitolo:
 
44 
 

1Facciamo dunque l'elogio degli uomini illustri,
dei nostri antenati per generazione.
2Il Signore ha profuso in essi la gloria,
la sua grandezza è apparsa sin dall'inizio dei secoli.
3Signori nei loro regni,
uomini rinomati per la loro potenza;
consiglieri per la loro intelligenza
e annunziatori nelle profezie.
4Capi del popolo con le loro decisioni
e con l'intelligenza della sapienza popolare;
saggi discorsi erano nel loro insegnamento.
5Inventori di melodie musicali
e compositori di canti poetici.
6Uomini ricchi dotati di forza,
vissuti in pace nelle loro dimore.
7Tutti costoro furono onorati dai contemporanei,
furono un vanto ai loro tempi.
8Di loro alcuni lasciarono un nome,
che ancora è ricordato con lode.
9Di altri non sussiste memoria;
svanirono come se non fossero esistiti;
furono come se non fossero mai stati,
loro e i loro figli dopo di essi.
10Invece questi furono uomini virtuosi,
i cui meriti non furono dimenticati.
11Nella loro discendenza dimora
una preziosa eredità, i loro nipoti.
12La loro discendenza resta fedele alle promesse
e i loro figli in grazia dei padri.
13Per sempre ne rimarrà la discendenza
e la loro gloria non sarà offuscata.
14I loro corpi furono sepolti in pace,
ma il loro nome vive per sempre.
15I popoli parlano della loro sapienza,
l'assemblea ne proclama le lodi.

16Enoch piacque al Signore e fu rapito,
esempio istruttivo per tutte le generazioni.

17Noè fu trovato perfetto e giusto,
al tempo dell'ira fu riconciliazione;
per suo mezzo un resto sopravvisse sulla terra,
quando avvenne il diluvio.
18Alleanze eterne furono stabilite con lui,
perché non fosse distrutto ogni vivente con il diluvio.

19Abramo fu grande antenato di molti popoli,
nessuno ci fu simile a lui nella gloria.
20Egli custodì la legge dell'Altissimo,
con lui entrò in alleanza.
Stabilì questa alleanza nella propria carne
e nella prova fu trovato fedele.
21Per questo Dio gli promise con giuramento
di benedire i popoli nella sua discendenza,
di moltiplicarlo come la polvere della terra,
di innalzare la sua discendenza come gli astri
e di dar loro un'eredità da uno all'altro mare,
dal fiume fino all'estremità della terra.

22Anche a Isacco fu fatta la stessa promessa
a causa di Abramo suo padre.
23Dio fece posare sulla testa di Giacobbe
la benedizione di tutti gli uomini e l'alleanza;
lo confermò nelle sue benedizioni,
a lui diede il paese in eredità e lo divise in varie parti,
 assegnandole alle dodici tribù.
 
COMMENTO

Anche questa settimana vi è poco da aggiungere se non alcune brevi riflessioni: l'autore si sofferma, infatti, sui personaggi storici del passato e cioè su coloro che hanno lasciato un segno nella storia per via della loro intelligenza, sapienza o talento. E' in sostanza la stessa cosa che facciamo noi quando ripercorriamo la vita di uomini che hanno davvero dato un contributo importante alla nostra società: basti pensare a tutti i letterati, ai musicisti, ai poeti ecc... 
Di essi il nome rimane in eterno perché non si può dimenticare chi ha lasciato un'impronta di sé al servizio della comunità e della cultura o della scienza: invece, svanisce il nome di coloro che sfruttano il proprio talento solo per vantaggio personale...
L'autore comincia oggi un elenco di questi nomi eccellenti, i quali sono tutti nomi appartenenti alla storia biblica: questo elenco comincia con Enoch, bisnonno di Noè, il quale non conobbe la morte perché fu rapito dal Signore; prosegue poi con Noé il quale fu visto giusto dal Signore e per questo risparmiato dall'ira divina che si produsse con il diluvio universale. L'autore ci ricorda l'alleanza stipulata da Dio con Noé affinché nessun essere vivente fosse distrutto a causa di un diluvio. Dopo Noé ci vengono ricordati i tre grandi patriarchi della storia d'Israele: Abramo, Isaccio e Giacobbe. Essi furono molto graditi al Signore il quale li ricolmò di numerose benedizioni a causa della loro profonda fede (ricordiamo come Abramo fu disposto a sacrificare il suo unico figlio Isacco solo per obbedienza e fedeltà al Signore) e proprio grazie ai loro meriti, la Sua misericordia ricolmò più volte il popolo israelita nonostante le numerose infedeltà perpetrate. Nelle prossime settimane quest'elenco continuerà e ci riporterà alla mente numerosi uomini di fede tra i quali spicca il profeta Mosé!

giovedì 18 agosto 2011

Catechismo della Chiesa Cattolica - XXXIX parte


Proseguiamo il nostro appuntamento volto alla conoscenza del Catechismo della Chiesa Cattolica. Sempre restando nell'Articolo 9, leggiamo oggi il Paragrafo 5 incentrato sul Credo nella Comunione dei Santi:


CAPITOLO TERZO: CREDO NELLO SPIRITO SANTO

Articolo 9

Paragrafo 5 LA COMUNIONE DEI SANTI

946 Dopo aver confessato “la santa Chiesa cattolica”, il Simbolo degli Apostoli aggiunge “la comunione dei santi”. Questo articolo è, per certi aspetti, una esplicitazione del precedente: “Che cosa è la Chiesa se non l'assemblea di tutti i santi?” [Niceta, Explanatio symboli, 10: PL 52, 871B]. La comunione dei santi è precisamente la Chiesa.

947 “Poiché tutti i credenti formano un solo corpo, il bene degli uni è comunicato agli altri. . . Allo stesso modo bisogna credere che esista una comunione di beni nella Chiesa. Ma il membro più importante è Cristo, poiché è il Capo. . . Pertanto, il bene di Cristo è comunicato a tutte le membra; ciò avviene mediante i sacramenti della Chiesa” [San Tommaso d'Aquino, Expositio in symbolum apostolicum, 10]. “L'unità dello Spirito, da cui la Chiesa è animata e retta, fa sì che tutto quanto essa possiede sia comune a tutti coloro che vi appartengono” [Catechismo Romano, 1, 10, 24].

948 Il termine “comunione dei santi” ha pertanto due significati, strettamente legati: “comunione alle cose sante ["sancta"]” e “comunione tra le persone sante ["sancti"]”.

“Sancta sanctis!” - le cose sante ai santi - viene proclamato dal celebrante nella maggior parte delle liturgie orientali, al momento dell'elevazione dei santi Doni, prima della distribuzione della Comunione. I fedeli ["sancti"] vengono nutriti del Corpo e del Sangue di Cristo ["sancta"] per crescere nella comunione dello Spirito Santo ["koinonia"] e comunicarla al mondo.

I. La comunione dei beni spirituali

949 Nella prima comunità di Gerusalemme, i discepoli “erano assidui nell'ascoltare l'insegnamento degli Apostoli e nell'unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere” (⇒ At 2,42).

La comunione nella fede. La fede dei fedeli è la fede della Chiesa ricevuta dagli Apostoli, tesoro di vita che si accresce mentre viene condiviso.

950 La comunione dei sacramenti. “Il frutto di tutti i sacramenti appartiene così a tutti i fedeli, i quali per mezzo dei sacramenti stessi, come altrettante arterie misteriose, sono uniti e incorporati in Cristo. Soprattutto il Battesimo è al tempo stesso porta per cui si entra nella Chiesa e vincolo dell'unione a Cristo. . . La comunione dei santi significa questa unione operata dai sacramenti. . . Il nome di "comunione" conviene a tutti i sacramenti in quanto ci uniscono a Dio. . . ; più propriamente però esso si addice all'Eucaristia che in modo affatto speciale attua questa intima e vitale comunione soprannaturale” [Catechismo Romano, 1, 10, 24].

951 La comunione dei carismi. Nella comunione della Chiesa, lo Spirito Santo “dispensa pure tra i fedeli di ogni ordine grazie speciali” per l'edificazione della Chiesa [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 12]. Ora “a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l'utilità comune” (⇒ 1Cor 12,7).

952 “ Ogni cosa era fra loro comune ” (⇒ At 4,32). “Il cristiano veramente tale nulla possiede di così strettamente suo che non lo debba ritenere in comune con gli altri, pronto quindi a sollevare la miseria dei fratelli più poveri” [Catechismo Romano, 1, 10, 27]. Il cristiano è un amministratore dei beni del Signore [Cf ⇒ Lc 16,1-3 ].

953 La comunione della carità. Nella “comunione dei santi” “nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso” (⇒ Rm 14,7). “Se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui. Ora voi siete corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte” (⇒ 1Cor 12,26-27). “La carità non cerca il suo interesse” (⇒ 1Cor 13,5) [Cf ⇒ 1Cor 10,24 ]. Il più piccolo dei nostri atti compiuto nella carità ha ripercussioni benefiche per tutti, in forza di questa solidarietà con tutti gli uomini, vivi o morti, solidarietà che si fonda sulla comunione dei santi. Ogni peccato nuoce a questa comunione.

II. La comunione della Chiesa del cielo e della terra

954 I tre stati della Chiesa. “ Fino a che il Signore non verrà nella sua gloria e tutti gli angeli con lui e, distrutta la morte, non gli saranno sottomesse tutte le cose, alcuni dei suoi discepoli sono pellegrini sulla terra, altri che sono passati da questa vita stanno purificandosi, altri infine godono della gloria contemplando "chiaramente Dio uno e trino, qual è"”: [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 49]

Tutti però, sebbene in grado e modo diverso, comunichiamo nella stessa carità di Dio e del prossimo e cantiamo al nostro Dio lo stesso inno di gloria. Tutti quelli che sono di Cristo, infatti, avendo il suo Spirito formano una sola Chiesa e sono tra loro uniti in lui [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 49].

955 “L'unione. . . di coloro che sono in cammino coi fratelli morti nella pace di Cristo non è minimamente spezzata, anzi, secondo la perenne fede della Chiesa, è consolidata dalla comunicazione dei beni spirituali” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 49].

956 L'intercessione dei santi. “A causa infatti della loro più intima unione con Cristo i beati rinsaldano tutta la Chiesa nella santità. . . non cessano di intercedere per noi presso il Padre, offrendo i meriti acquistati in terra mediante Gesù Cristo, unico Mediatore tra Dio e gli uomini. . . La nostra debolezza quindi è molto aiutata dalla loro fraterna sollecitudine”: [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 49]

Non piangete. Io vi sarò più utile dopo la mia morte e vi aiuterò più efficacemente di quando ero in vita [San Domenico morente ai suoi frati, cf Giordano di Sassonia, Libellus de principiis Ordinis praedicatorum, 93].

Passerò il mio cielo a fare del bene sulla terra [Santa Teresa di Gesù Bambino, Novissima verba].

957 La comunione con i santi. “Non veneriamo la memoria dei santi solo a titolo d'esempio, ma più ancora perché l'unione di tutta la Chiesa nello Spirito sia consolidata dall'esercizio della fraterna carità. Poiché come la cristiana comunione tra coloro che sono in cammino ci porta più vicino a Cristo, così la comunione con i santi ci unisce a Cristo, dal quale, come dalla fonte e dal capo, promana tutta la grazia e tutta la vita dello stesso Popolo di Dio”: [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 50]

Noi adoriamo Cristo quale Figlio di Dio, mentre ai martiri siamo giustamente devoti in quanto discepoli e imitatori del Signore e per la loro suprema fedeltà verso il loro re e maestro; e sia dato anche a noi di farci loro compagni e condiscepoli [San Policarpo di Smirne, in Martyrium Polycarpi, 17].

958 La comunione con i defunti. “La Chiesa di quelli che sono in cammino, riconoscendo benissimo questa comunione di tutto il corpo mistico di Gesù Cristo, fino dai primi tempi della religione cristiana ha coltivato con una grande pietà la memoria dei defunti e, poiché "santo e salutare è il pensiero di pregare per i defunti perché siano assolti dai peccati" (⇒ 2Mac 12,45), ha offerto per loro anche i suoi suffragi” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 50]. La nostra preghiera per loro può non solo aiutarli, ma anche rendere efficace la loro intercessione in nostro favore.

959 Nell'unica famiglia di Dio. Tutti noi che “siamo figli di Dio e costituiamo in Cristo una sola famiglia, mentre comunichiamo tra di noi nella mutua carità e nell'unica lode della Trinità santissima, corrispondiamo all'intima vocazione della Chiesa” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 50].

IN SINTESI

960 La Chiesa è “comunione dei santi”: questa espressione designa primariamente le “cose sante” ["sancta"], e innanzi tutto l'Eucaristia con la quale “viene rappresentata e prodotta l'unità dei fedeli, che costituiscono un solo corpo in Cristo” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 50].

961 Questo termine designa anche la comunione delle “persone sante” ["sancti"] nel Cristo che è “morto per tutti”, in modo che quanto ognuno fa o soffre in e per Cristo porta frutto per tutti.

962 “Noi crediamo alla comunione di tutti i fedeli di Cristo, di coloro che sono pellegrini su questa terra, dei defunti che compiono la loro purificazione e dei beati del cielo; tutti insieme formano una sola Chiesa; noi crediamo che in questa comunione l'amore misericordioso di Dio e dei suoi santi ascolta costantemente le nostre preghiere” [Paolo VI, Credo del popolo di Dio, 30].