lunedì 20 giugno 2011

Redemptor hominis - La Prima Enciclica di Giovanni Paolo II - VIII

Continuiamo la lettura della Redemptor hominis, ovvero la Prima Enciclica di Giovanni Paolo II che cerca di rispondere ai dubbi e ai problemi dell'uomo contemporaneo, cercando allo stesso modo di ridare vitalità all'opera della Chiesa. Oggi ci soffermiamo sul rapporto tra la missione della Chiesa e la libertà dell'uomo, vedendo soprattutto di cosa consta tale libertà. Noi sappiamo che la verà libertà è solamente in Cristo perché attraverso Lui possiamo vivere davvero liberi da ogni peso, schiavitù o turbamento: in poche parole, solo in Cristo la vita acquisisce il suo senso compiuto di libertà:

II - Il mistero della redenzione   

12. Missione della Chiesa e libertà dell'uomo

In questa unione nella missione, di cui decide soprattutto Cristo stesso, tutti i cristiani debbono scoprire ciò che già li unisce, ancor prima che si realizzi la loro piena comunione. Questa è l'unione apostolica e missionaria, missionaria e apostolica. Grazie a questa unione possiamo insieme avvicinarci al magnifico patrimonio dello spirito umano, che si è manifestato in tutte le religioni, come dice la Dichiarazione del Concilio Vaticano II Nostra Aetate73. Grazie ad essa, ci accostiamo in pari tempo a tutte le culture, a tutte le concezioni ideologiche, a tutti gli uomini di buona volontà. Ci avviciniamo con quella stima, rispetto e discernimento che, sin dai tempi degli Apostoli, contrassegnava l'atteggiamento missionario e del missionario. Basta ricordare San Paolo e, ad esempio, il suo discorso davanti all'Areopago di Atene74. L'atteggiamento missionario inizia sempre con un sentimento di profonda stima di fronte a ciò che «c'è in ogni uomo»75, per ciò che egli stesso, nell'intimo del suo spirito, ha elaborato riguardo ai problemi più profondi e più importanti; si tratta di rispetto per tutto ciò che in lui ha operato lo Spirito, che «soffia dove vuole»76 . La missione non è mai una distruzione, ma è una riassunzione di valori e una nuova costruzione, anche se nella pratica non sempre vi è stata piena corrispondenza a un ideale così elevato. E la conversione, che da essa deve prendere inizio, sappiamo bene che è opera della grazia, nella quale l'uomo deve pienamente ritrovare se stesso.

Perciò, la Chiesa del nostro tempo dà grande importanza a tutto ciò che il Concilio Vaticano II ha esposto nella Dichiarazione sulla Libertà Religiosa, sia nella prima che nella seconda parte del documento77. Sentiamo profondamente il carattere impegnativo della verità che Dio ci ha rivelato. Avvertiamo, in particolare, il grande senso di responsabilità per questa verità. La Chiesa, per istituzione di Cristo, ne è custode e maestra, essendo appunto dotata di una singolare assistenza dello Spirito Santo, perché possa fedelmente custodirla ed insegnarla nella sua più esatta integrità78. Adempiendo questa missione, guardiamo Cristo stesso, Colui che è il primo evangelizzatore79, e guardiamo anche i suoi Apostoli, Martiri e Confessori. La Dichiarazione sulla Libertà Religiosa ci manifesta, in modo convincente, come Cristo e, in seguito, i suoi Apostoli, nell'annunciare la verità che non proviene dagli uomini, ma da Dio («la mia dottrina non è mia, ma di Colui che mi ha mandato»80, cioè del Padre), pur agendo con tutta la forza dello spirito, conservino una profonda stima per l'uomo, per il suo intelletto, la sua volontà, la sua coscienza e la sua libertà81. In tal modo, la stessa dignità della persona umana diventa contenuto di quell'annuncio, anche se privo di parole, mediante il comportamento nei suoi riguardi. Tale comportamento sembra corrispondere ai bisogni particolari dei nostri tempi. Siccome non in tutto quello che i vari sistemi ed anche singoli uomini vedono e propagano come libertà è la vera libertà dell'uomo, tanto più la Chiesa, in forza della sua divina missione, diventa custode di questa libertà, la quale è condizione e base della vera dignità della persona umana.

Gesù Cristo va incontro all'uomo di ogni epoca, anche della nostra epoca, con le stesse parole: «Conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi»82. Queste parole racchiudono una fondamentale esigenza ed insieme un ammonimento: l'esigenza di un rapporto onesto nei riguardi della verità, come condizione di un'autentica libertà; e l'ammonimento, altresì, perché sia evitata qualsiasi libertà apparente, ogni libertà superficiale e unilaterale, ogni libertà che non penetri tutta la verità sull'uomo e sul mondo. Anche oggi, dopo duemila anni, il Cristo appare a noi come Colui che porta all'uomo la libertà basata sulla verità, come Colui che libera l'uomo da ciò che limita, menoma e quasi spezza alle radici stesse, nell'anima dell'uomo, nel suo cuore, nella sua coscienza, questa libertà. Quale stupenda conferma di ciò hanno dato e non cessano di dare coloro che, grazie a Cristo e in Cristo, hanno raggiunto la vera libertà e l'hanno manifestata perfino in condizioni di costrizione esteriore!

E Gesù Cristo stesso, quando comparve prigioniero dinanzi al tribunale di Pilato e fu da lui interrogato circa l'accusa fattagli dai rappresentanti del Sinedrio, non rispose forse: «Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità»83? Con queste parole pronunciate davanti al giudice, nel momento decisivo, era come se confermasse, ancora una volta, la frase già detta in precedenza: «Conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi».

Nel corso di tanti secoli e di tante generazioni, cominciando dai tempi degli Apostoli, non è forse Gesù Cristo stesso che tante volte è comparso accanto ad uomini giudicati a causa della verità, e non è andato forse alla morte con uomini condannati a causa della verità? Cessa Egli forse di essere continuamente portavoce e avvocato dell'uomo, che vive «in spirito e verità»84? Proprio come non cessa di esserlo davanti al Padre, così lo è anche nei confronti della storia dell'uomo. E la Chiesa, a sua volta, nonostante tutte le debolezze che fanno parte della sua storia umana, non cessa di seguire Colui che ha detto: «È giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità»85.

 

domenica 19 giugno 2011

Il Libro di Giobbe - Trentanovesimo appuntamento

Proseguiamo come ogni domenica la lettura del Libro di Giobbe. Siamo giunti al penultimo capitolo di questo libro sapienziale che si appresta alla conclusione. Oggi come anticipato la scorsa settimana, vedremo parlare interamente del leggendario mostro marino biblico, il Leviatan. Sarà il Creatore a parlare della sua creatura più grande in termini di fisicità e di forza sulla terra. Al termine di questo capitolo mediteremo assieme come consueto:


41

1Ecco, la tua speranza è fallita,
al solo vederlo uno stramazza.
2Nessuno è tanto audace da osare eccitarlo
e chi mai potrà star saldo di fronte a lui?
3Chi mai lo ha assalito e si è salvato?
Nessuno sotto tutto il cielo.
4Non tacerò la forza delle sue membra:
in fatto di forza non ha pari.
5Chi gli ha mai aperto sul davanti il manto di pelle
e nella sua doppia corazza chi può penetrare?
6Le porte della sua bocca chi mai ha aperto?
Intorno ai suoi denti è il terrore!
7Il suo dorso è a lamine di scudi,
saldate con stretto suggello;
8l'una con l'altra si toccano,
sì che aria fra di esse non passa:
9ognuna aderisce alla vicina,
sono compatte e non possono separarsi.
10Il suo starnuto irradia luce
e i suoi occhi sono come le palpebre dell'aurora.
11Dalla sua bocca partono vampate,
sprizzano scintille di fuoco.
12Dalle sue narici esce fumo
come da caldaia, che bolle sul fuoco.
13Il suo fiato incendia carboni
e dalla bocca gli escono fiamme.
14Nel suo collo risiede la forza
e innanzi a lui corre la paura.
15Le giogaie della sua carne son ben compatte,
sono ben salde su di lui, non si muovono.
16Il suo cuore è duro come pietra,
duro come la pietra inferiore della macina.
17Quando si alza, si spaventano i forti
e per il terrore restano smarriti.
18La spada che lo raggiunge non vi si infigge,
né lancia, né freccia né giavellotto;
19stima il ferro come paglia,
il bronzo come legno tarlato.
20Non lo mette in fuga la freccia,
in pula si cambian per lui le pietre della fionda.
21Come stoppia stima una mazza
e si fa beffe del vibrare dell'asta.
22Al disotto ha cocci acuti
e striscia come erpice sul molle terreno.
23Fa ribollire come pentola il gorgo,
fa del mare come un vaso da unguenti.
24Dietro a sé produce una bianca scia
e l'abisso appare canuto.
25Nessuno sulla terra è pari a lui,
fatto per non aver paura.
26Lo teme ogni essere più altero;
egli è il re su tutte le fiere più superbe.


COMMENTO

Il Signore parla di questo mostro marino qual è il Leviatano. I motivi per i quali il Signore ne parli a Giobbe, possono essere molteplici: manifestare la Sua immensa Sapienza, mostrare a Giobbe la sua piccolezza, ma soprattutto esaltare la Sua Onnipotenza, soprattutto alla luce delle parole di Giobbe che leggeremo nell'ultimo capitolo la settimana prossima. Dio parla della forza del Leviatano per far intendere a Giobbe che soltanto a Lui è possibile domare o distruggere una creatura tanto potente per manifestargli che nulla è impossibile a Dio (Lc 1,37).

Diamo appuntamento a domenica prossima per il capitolo conclusivo di questo bellissimo libro sapienziale. Vedremo come si comporterà Giobbe davanti all'Onnipotenza del Creatore, quale sarà la reazione del Signore e come si concluderà la vita di Giobbe. Alla prossima domenica!

sabato 18 giugno 2011

Il Sabato dei Salmi - Salmo 58 (57) - Il giudice dei giudici terrestri

Salmo 58   

Il giudice dei giudici terrestri 
[1]Al maestro del coro. Su «Non distruggere».
Di Davide. Miktam. 

[2]Rendete veramente giustizia o potenti,
giudicate con rettitudine gli uomini?
[3]Voi tramate iniquità con il cuore,
sulla terra le vostre mani preparano violenze. 

[4]Sono traviati gli empi fin dal seno materno,
si pervertono fin dal grembo gli operatori di menzogna.
[5]Sono velenosi come il serpente,
come vipera sorda che si tura le orecchie
[6]per non udire la voce dell'incantatore,
del mago che incanta abilmente. 

[7]Spezzagli, o Dio, i denti nella bocca,
rompi, o Signore, le mascelle dei leoni.
[8]Si dissolvano come acqua che si disperde,
come erba calpestata inaridiscano. 

[9]Passino come lumaca che si discioglie,
come aborto di donna che non vede il sole.
[10]Prima che le vostre caldaie sentano i pruni,
vivi li travolga il turbine.
[11]Il giusto godrà nel vedere la vendetta,
laverà i piedi nel sangue degli empi.
[12]Gli uomini diranno: «C'è un premio per il giusto,
c'è Dio che fa giustizia sulla terra!». 


COMMENTO

Il Salmo di oggi ci parla dei giudici terrestri, ovvero di coloro che sono chiamati a fare giustizia nel giusto modo, a far rispettare le leggi, ma non tutti e non sempre sono capaci di farlo. La domanda con la quale esordisce questo Salmo deve raggiungere e scuotere le coscienze di tutti i potenti del mondo, specie di coloro che si sono arrogati il diritto di togliere la vita agli uomini, come accade in vari Stati del mondo dove vige la legge della pene di morte. Leggi ingiuste che non hanno niente a che fare con la vera Legge che è quella dell'Amore, il rispetto degli altri. Tutto il mondo dovrebbe vivere seguendo le Leggi di Dio, ma dove non c'è fede nel Signore, non può esserci nemmeno vera legge e vera giustizia. "Il giudice dei giudici terrestri" è il titolo di questo Salmo: Il Giudice, chi? Dio. I giudici terrestri, quali? I potenti di questo mondo. Quindi Dio vero Giudice che giudica con rettitudine e secondo le opere degli uomini e che giudica anche coloro che in questa vita sono chiamati a giudicare gli altri. I giudici di questa terra saranno anch'essi giudicati, dal vero Giudice che è l'Altissimo, nel bene o nel male. Coloro che decidono della vita degli altri, saranno giudicati dal Giusto Giudice che è Dio.  Nel mondo vediamo fiorire leggi contro la vita quali quelle dell'aborto e dell'eutanasia, contro l'unione ovvero la legge sul divorzio, leggi a favore dell'innaturale che permettono matrimonio e adozione agli omosessuali. Quelli che fanno queste leggi sono i giudici iniqui ai quali deve tuonare la domanda che apre il Salmo che abbiamo letto quest'oggi perché si ravvedano e facciano qualcosa per riparare al danno da loro causato.

Per la restante parte di questo Salmo, pubblichiamo di seguito il commento del compianto Padre Lino Pedron, dal sito: http://www.padrelinopedron.it



Il Sal 58 è una delle pagine più imbarazzanti del salterio. La liturgia cattolica con la riforma del Concilio Vaticano II lo ha escluso dalla preghiera ufficiale della chiesa.


È un canto di gioia selvaggia sulla soluzione finale che Dio eseguirà nei confronti degli empi. "Gioisca il giusto nel vedere la vendetta, lavi i suoi piedi nel sangue degli empi" (v. 11).
Una sana interpretazione di questo salmo e di altri affini può rendere utilizzabile questi testi anche per il cristiano.


Gesù denuncia i giudici corrotti e ingiusti (Lc 18,1-8) e la sua sete di giustizia ha accenti e invettive simili a quelle contenute in questo salmo: "Guai a voi, scribi e farisei ipocriti... Serpenti, razza di vipere, come potrete scampare alla condanna della Geenna?..." (Mt 23). Anche l’Apocalisse usa toni simili contro coloro che hanno ucciso i martiri di Cristo: «Quando l’Agnello aprì il quinto sigillo, vidi sotto l’altare le anime di coloro che furono immolati a causa della parola di Dio e della testimonianza che gli avevano resa. E gridarono a gran voce: "Fino a quando, Sovrano, Tu che sei santo e verace, non farai giustizia e non vendicherai il nostro sangue sopra gli abitanti della terra?"» (Ap 6,9-10).
Questa tonalità truculenta esprime plasticamente l’eterno conflitto tra il bene e il male. "Liberaci dal male" è la preghiera del cristiano che inizia in se stesso, prima ancora che negli altri, l’estirpazione del male e dell’ingiustizia.
Notiamo che il salmista non autorizza la violenza o la vendetta a nessun mortale, ma affida a Dio il compito di compiere la giustizia secondo la sua insindacabile volontà.
Scrive sant’Agostino: "I salmi ci ammaestrano sui moti del nostro spirito. Troviamo in essi le parole che convengono al nostro stato di sofferenza e di tentazione. In tal modo le parole dei salmi non soltanto non ci vengono rivolte senza frutto, ma ci ammaestrano su ciò che bisogna dire e fare nel tempo della persecuzione e come ringraziare Dio, cessata l’afflizione".


Commento dei padri della Chiesa


v. 2 "Per parlare di giustizia bisogna partecipare alla vita del Cristo" (Origene).
«Il profeta, sempre più vicino a Dio, vede le cose dall’alto. Grida, come dal cielo, a quanti abitano nella valle di questa vita: "Che fate? Che cosa chiamate giustizia? I vostri cuori sono pieni di pensieri terreni; il male nasce nel vostro cuore e nel vostro pensiero, e subito le vostre mani lo eseguono" »(Gregorio di Nissa).
"Rimprovero ai giudici empi che condannarono il Cristo" (Atanasio).
"È la voce del Cristo e la voce della Chiesa pellegrina tra i pericoli di quanti la benedicono e di quanti la maledicono" (Agostino).
v. 3 "Il cuore dei malvagi concepisce l’ingiustizia; le loro mani la eseguono" (Origene).
v. 5 "Il serpente del paradiso terrestre ha parole lusinghiere che conducono alla morte" (Atanasio).
v. 6 "La voce dell’incantatore può far sì che i serpenti buttino fuori il loro veleno, se ascoltano. Allora cessano di essere pericolosi" (Eusebio).
v. 7 "È un atto di misericordia di Dio il fatto che siano spezzati loro i denti in bocca, così che non diventino ancora più colpevoli" (Origene).
"I denti rievocano le beffe contro il Cristo in croce" (Atanasio).
v. 10 "Prima che i vostri peccati raggiungano il culmine e che le spine dei vostri pensieri germoglino e diventino un albero di peccato, Dio vi correggerà" (Girolamo).
"Non passerà molto tempo prima che il giudizio scenda su di voi come un fuoco" (Ilario).
v. 11 "Nel giorno del giudizio i giusti gioiranno per il giusto giudizio di Dio" (Atanasio).
«"Laverà i piedi nel sangue degli empi". È un modo di parlare figurato. I vincitori, abitualmente, sporcano di sangue i loro piedi camminando sui cadaveri; il salmista rappresenta Dio come un guerriero vincitore che trionfa sul nemico e libera gli oppressi» (Cirillo di Alessandria).
"Il giusto è il Cristo sulla croce. Lava i peccatori nel suo sangue" (Arnobio il giovane).
v. 12 "Gli uomini comprendono che il giudizio di Dio è giusto" (Atanasio).
"C’è un Dio che scruta l’uomo anche prima del giudizio finale" (Eusebio).

venerdì 17 giugno 2011

Siracide - Trentaseiesimo appuntamento

Come ogni venerdì torna l'appuntamento con il Libro del Siracide: siamo giunti al trentaseiesimo capitolo:

35
 
1Abbi pietà di noi, Signore Dio di tutto, e guarda,
infondi il tuo timore su tutte le nazioni.
2Alza la tua mano sulle nazioni straniere,
perché vedano la tua potenza.
3Come ai loro occhi ti sei mostrato santo in mezzo a noi,
così ai nostri occhi mòstrati grande fra di loro.
4Ti riconoscano, come noi abbiamo riconosciuto
che non c'è un Dio fuori di te, Signore.
5Rinnova i segni e compi altri prodigi,
glorifica la tua mano e il tuo braccio destro.
6Risveglia lo sdegno e riversa l'ira,
distruggi l'avversario e abbatti il nemico.
7Affretta il tempo e ricòrdati del giuramento;
si narrino le tue meraviglie.
8Sia consumato dall'ira del fuoco chi cerca scampo;
gli avversari del tuo popolo vadano in perdizione.
9Schiaccia le teste dei capi nemici
che dicono: "Non c'è nessuno fuori di noi".
10Raduna tutte le tribù di Giacobbe,
rendi loro il possesso come era al principio.
11Abbi pietà, Signore, del popolo chiamato con il tuo nome,
di Israele che hai trattato come un primogenito.
12Abbi pietà della tua città santa, di Gerusalemme
tua stabile dimora.
Riempi Sion della tua maestà
il tuo popolo della tua gloria.
14Rendi testimonianza alle creature che sono tue fin dal principio,
adempi le profezie fatte nel tuo nome.
15Ricompensa coloro che sperano in te,
i tuoi profeti siano degni di fede.
16Ascolta, Signore, la preghiera dei tuoi servi,
secondo la benedizione di Aronne sul tuo popolo.
17Sappiano quanti abitano sulla terra
che tu sei il Signore, il Dio dei secoli.

18Il ventre consuma ogni cibo,
eppure un cibo è preferibile a un altro.
Il palato distingue al gusto la selvaggina,
così una mente assennata distingue i discorsi bugiardi.
20Un cuore perverso causerà dolore,
un uomo dalla molta esperienza saprà ripagarlo.

21Una donna accetterà qualsiasi marito,
ma una giovane è migliore di un'altra.
22La bellezza di una donna allieta il volto;
e sorpassa ogni desiderio dell'uomo;
23se vi è poi sulla sua lingua bontà e dolcezza,
suo marito non è più uno dei comuni mortali.
24Chi si procura una sposa, possiede il primo dei beni,
un aiuto adatto a lui e una colonna d'appoggio.
25Dove non esiste siepe, la proprietà è saccheggiata,
ove non c'è moglie, l'uomo geme randagio.
26Chi si fida di un ladro armato
che corre di città in città?
27Così dell'uomo che non ha un nido
e che si corica là dove lo coglie la notte

COMMENTO

Il passo che abbiamo appena letto presenta una tripartizione argomentativa: la prima parte è infatti una forma di inno al Signore Iddio affinché si desti nel salvare il popolo d'Israele, esattamente come fatto in passato; la seconda parte contiene un breve aiuto nel discernimento e l'ultima parte si sofferma invece sull'importanza della scelta della donna.
Partendo dal principio, vediamo come buona parte del passo di oggi è una richiesta di aiuto, proveniente dal popolo d'Israele che sente la necessità di rivolgersi nuovamente a Dio per ottenere la liberazione e per poter quindi rinascere. Se da un lato questo dimostra come solo in Dio possiamo trovare rifugio e vero aiuto, dall'altro dimostra la nostra natura infedele e incoerente: infatti, gli ebrei si rivolgono a Dio nel momento del bisogno, esattamente come fa buona parte dei cristiani di oggi. Poi, una volta ottenuto ciò che si voleva, si finisce con il dimenticare Dio. L'analogia della nostra condotta con quella ebraica è ben fondata: noi, come gli ebrei, siamo un popolo di dura cervice, capace di avvicinarsi a Dio nel bisogno e capace di voltare le spalle a  Dio nei momenti di non necessità. Dobbiamo invece imparare ad avere un rapporto con Dio: dobbiamo imparare ad amarLo sempre, nel bene e nel male, nella gioia e nel dolore; questo è il vero amore, quello incondizionato ed eterno, provato da tutti i Santi di Dio che hanno amato il Signore in povertà e fame.

Nel proseguo della lettura troviamo prima un interessante intervento riguardante la pratica del discernimento (Il ventre consuma ogni cibo, eppure un cibo è preferibile a un altro. [19]Il palato distingue al gusto la selvaggina, così una mente assennata distingue i discorsi bugiardi. [20]Un cuore perverso causerà dolore, un uomo dalla molta esperienza saprà ripagarlo) ed infine troviamo un riferimento sull'importanza di avere una donna al proprio fianco: le parole usate dall'autore (chi si procura una sposa, possiede il primo dei beni, un aiuto adatto a lui e una colonna d'appoggio. [25]Dove non esiste siepe, la proprietà è saccheggiata, ove non c'è moglie, l'uomo geme randagio. [26]Chi si fida di un ladro armato che corre di città in città? [27]Così dell'uomo che non ha un nido e che si corica là dove lo coglie la notte) ci fanno capire quanto importante sia per un uomo avere una moglie al proprio fianco e con essa una famiglia salda e amorevole. Un uomo che trova una donna giusta, avrà davvero trovato un tesoro prezioso perché l'accompagnerà lungo il cammino della vita, sostenendolo nei momenti di dolore e allietandolo nei momenti di gioia: e da questa meravigliosa unione, prima o poi scocca la scintilla della vita!

giovedì 16 giugno 2011

Catechismo della Chiesa Cattolica - XXX parte

Proseguiamo il nostro percorso volto alla conoscenza del Catechismo della Chiesa Cattolica. Concludiamo la lettura del Capitolo Secondo con l'Articolo 7:


ARTICOLO 7 
«DI LÀ VERRÀ A GIUDICARE I VIVI E I MORTI»

I. « Di nuovo verrà, nella gloria »

Cristo regna già attraverso la Chiesa...

668 « Per questo Cristo è morto e ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi » (Rm 14,9). L'ascensione di Cristo al cielo significa la sua partecipazione, nella sua umanità, alla potenza e all'autorità di Dio stesso. Gesù Cristo è Signore: egli detiene tutto il potere nei cieli e sulla terra. Egli è « al di sopra di ogni principato e autorità, di ogni potenza e dominazione » perché il Padre «tutto ha sottomesso ai suoi piedi » (Ef 1,21-22). Cristo è il Signore del cosmo 603 e della storia. In lui la storia dell'uomo come pure tutta la creazione trovano la loro « ricapitolazione», 604 il loro compimento trascendente.

669 Come Signore, Cristo è anche il Capo della Chiesa che è il suo corpo. 605 Elevato al cielo e glorificato, avendo così compiuto pienamente la sua missione, egli permane sulla terra, nella sua Chiesa. La redenzione è la sorgente dell'autorità che Cristo, in virtù dello Spirito Santo, esercita sulla Chiesa, 606 la quale è « il regno di Cristo già presente in mistero ». 607 La Chiesa « di questo regno costituisce in terra il germe e l'inizio ». 608

670 Dopo l'ascensione, il disegno di Dio è entrato nel suo compimento. Noi siamo già nell'« ultima ora » (1 Gv 2,18). 609 « Già dunque è arrivata a noi l'ultima fase dei tempi e la rinnovazione del mondo è stata irrevocabilmente fissata e in un certo modo è realmente anticipata in questo mondo; difatti la Chiesa già sulla terra è adornata di una santità vera, anche se imperfetta ». 610 Il regno di Cristo manifesta già la sua presenza attraverso i segni miracolosi 611 che ne accompagnano l'annunzio da parte della Chiesa. 612

...nell'attesa che tutto sia a lui sottomesso

671 Già presente nella sua Chiesa, il regno di Cristo non è tuttavia ancora compiuto « con potenza e gloria grande » (Lc 21,27) 613 mediante la venuta del Re sulla terra. Questo regno è ancora insidiato dalle potenze inique, 614 anche se esse sono già state vinte radicalmente dalla pasqua di Cristo. Fino al momento in cui tutto sarà a lui sottomesso, 615 « fino a che non vi saranno i nuovi cieli e la terra nuova, nei quali la giustizia ha la sua dimora, la Chiesa pellegrinante, nei suoi sacramenti e nelle sue istituzioni, che appartengono all'età presente, porta la figura fugace di questo mondo, e vive tra le creature, le quali sono in gemito e nel travaglio del parto sino ad ora e attendono la manifestazione dei figli di Dio ». 616 Per questa ragione i cristiani pregano, soprattutto nell'Eucaristia, 617 per affrettare il ritorno di Cristo 618 dicendogli: « Vieni, Signore » (Ap 22,20). 619

672 Prima dell'ascensione Cristo ha affermato che non era ancora giunto il momento del costituirsi glorioso del regno messianico atteso da Israele, 620 regno che doveva portare a tutti gli uomini, secondo i profeti, 621 l'ordine definitivo della giustizia, dell'amore e della pace. Il tempo presente è, secondo il Signore, il tempo dello Spirito e della testimonianza, 622 ma anche un tempo ancora segnato dalla necessità 623 e dalla prova del male, 624 che non risparmia la Chiesa 625 e inaugura i combattimenti degli ultimi tempi. 626 È un tempo di attesa e di vigilanza. 627

La venuta gloriosa di Cristo, speranza di Israele

673 Dopo l'ascensione, la venuta di Cristo nella gloria è imminente, 628 anche se non spetta a noi « conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta » (At 1,7). 629 Questa venuta escatologica può compiersi in qualsiasi momento 630 anche se essa e la prova finale che la precederà sono « impedite ». 631

674 La venuta del Messia glorioso è sospesa in ogni momento della storia 632 al riconoscimento di lui da parte di « tutto Israele » (Rm 11,26) 633 a causa dell'indurimento di una parte 634 nella « mancanza di fede » (Rm 11,20) verso Gesù. San Pietro dice agli Ebrei di Gerusalemme dopo la pentecoste: « Pentitevi dunque e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati e così possano giungere i tempi della consolazione da parte del Signore ed egli mandi quello che vi aveva destinato come Messia, cioè Gesù. Egli dev'essere accolto in cielo fino ai tempi della restaurazione di tutte le cose, come ha detto Dio fin dall'antichità, per bocca dei suoi santi profeti » (At 3,19-21). E san Paolo gli fa eco: « Se infatti il loro rifiuto ha segnato la riconciliazione del mondo, quale potrà mai essere la loro riammissione se non una risurrezione dai morti? » (Rm 11,15). La partecipazione totale degli Ebrei 635 alla salvezza messianica a seguito della parte cipazione totale dei pagani 636 permetterà al popolo di Dio di arrivare « alla piena maturità di Cristo » (Ef 4,13) nella quale « Dio sarà tutto in tutti » (1 Cor 15,28).

L'ultima prova della Chiesa

675 Prima della venuta di Cristo, la Chiesa deve passare attraverso una prova finale che scuoterà la fede di molti credenti. 637 La persecuzione che accompagna il suo pellegrinaggio sulla terra 638 svelerà il « mistero di iniquità » sotto la forma di una impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell'apostasia dalla verità. La massima impostura religiosa è quella dell'Anti-Cristo, cioè di uno pseudo-messianismo in cui l'uomo glorifica se stesso al posto di Dio e del suo Messia venuto nella carne. 639

676 Questa impostura anti-cristica si delinea già nel mondo ogniqualvolta si pretende di realizzare nella storia la speranza messianica che non può essere portata a compimento se non al di là di essa, attraverso il giudizio escatologico; anche sotto la sua forma mitigata, la Chiesa ha rigettato questa falsificazione del regno futuro sotto il nome di millenarismo, 640 soprattutto sotto la forma politica di un messianismo secolarizzato « intrinsecamente perverso ». 641 

677 La Chiesa non entrerà nella gloria del Regno che attraverso quest'ultima pasqua, nella quale seguirà il suo Signore nella sua morte e risurrezione. 642 Il Regno non si compirà dunque attraverso un trionfo storico della Chiesa 643 secondo un progresso ascendente, ma attraverso una vittoria di Dio sullo scatenarsi ultimo del male 644 che farà discendere dal cielo la sua Sposa. 645 Il trionfo di Dio sulla rivolta del male prenderà la forma dell'ultimo giudizio 646 dopo l'ultimo sommovimento cosmico di questo mondo che passa. 647

II. Per giudicare i vivi e i morti

678 In linea con i profeti 648 e con Giovanni Battista 649 Gesù ha annunziato nella sua predicazione il giudizio dell'ultimo giorno. Allora saranno messi in luce la condotta di ciascuno 650 e il segreto dei cuori. 651 Allora verrà condannata l'incredulità colpevole che non ha tenuto in alcun conto la grazia offerta da Dio. 652 L'atteggiamento verso il prossimo rivelerà l'accoglienza o il rifiuto della grazia e dell'amore divino. 653 Gesù dirà nell'ultimo giorno: « Ogni volta che avete fatto queste cose ad uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me » (Mt 25,40).

679 Cristo è Signore della vita eterna. Il pieno diritto di giudicare definitivamente le opere e i cuori degli uomini appartiene a lui in quanto Redentore del mondo. Egli ha « acquisito » questo diritto con la sua croce. Anche il Padre « ha rimesso ogni giudizio al Figlio » (Gv 5,22). 654 Ora, il Figlio non è venuto per giudicare, ma per salvare 655 e per donare la vita che è in lui. 656 È per il rifiuto della grazia nella vita presente che ognuno si giudica già da se stesso, 657 riceve secondo le sue opere 658 e può anche condannarsi per l'eternità rifiutando lo Spirito d'amore. 659

In sintesi

680 Cristo Signore regna già attraverso la Chiesa, ma tutte le cose di questo mondo non gli sono ancora sottomesse. Il trionfo del regno di Cristo non avverrà senza un ultimo assalto delle potenze del male.

681 Nel giorno del giudizio, alla fine del mondo, Cristo verrà nella gloria per dare compimento al trionfo definitivo del bene sul male che, come il grano e la zizzania, saranno cresciuti insieme nel corso della storia.

682 Cristo glorioso, venendo alla fine dei tempi a giudicare i vivi e i morti, rivelerà la disposizione segreta dei cuori e renderà a ciascun uomo secondo le sue opere e secondo l'accoglienza o il rifiuto della grazia.

mercoledì 15 giugno 2011

Verità della Fede - XXI parte

Tornano gli approfondimenti sulle "Verità della Fede" attraverso le attente analisi di Sant'Alfonso Maria de' Liguori. Siamo giunti al Cap. VIII nel quale il Santo Vescovo, Fondatore dei Redentoristi e Dottore della Chiesa si sofferma sui grandi dolori che il Messia doveva patire predetti nell'Antico Testamento a conferma che Gesù è il vero e unico Cristo. Il capitolo di oggi sarà seguito da due paragrafi che approfondiranno il tema dell'ottavo capitolo:



Verità della Fede

di Sant'Alfonso Maria de' Liguori

SECONDA PARTE

Cap. VIII.

CAP. VIII. Predizioni degli estremi dolori e delle ignominie con cui dovea morire il Messia.

5. Fu già troppo chiaramente da' profeti scritto che il Messia dovea morire per liberare gli uomini dalla morte eterna, e renderli immortali: De manu mortis (disse il Signore per Osea) liberabo eos; de morte redimam eos. Ero mors tua, o mors; morsus tuus ero, inferne1. Non potrebbe mai intendersi come Cristo avesse uccisa la morte, se non si fosse veduto un oggetto, in cui la morte fosse stata estinta, cioè se l'uomo, ch'era condannato alla morte eterna per la sua colpa, non avesse ricevuta la grazia dal Redentore di risorgere a vita immortale.

6. Ben anche lo stesso Messia predisse per bocca di Davide, come lo riferisce s. Paolo2. ch'egli dovea prender corpo umano e dar la vita per li peccati degli uomini: Hostiam et oblationem noluisti, corpus autem aptasti mihi. Holocaustomata pro peccato non tibi placuerunt. Tunc dixi: Ecce venio, in capite libri scriptum est de me, ut faciam Deus voluntatem tuam. Se dunque il Messia doveva esser sostituito alle vittime prescritte dalla legge, esso dovea esser la vittima da immolarsi, e spargere il sangue in vece degli animali, de' quali Iddio non più si compiaceva. E perciò il Verbo divino venne al mondo, e prese un corpo atto alle pene ed alla morte, per esser sacrificato per la salute degli uomini.

§. 1. Figure dell'antica legge ch'esprimevano questa morte del Messia.

7. Espressero già tanti secoli prima la morte di Gesù Cristo le tante figure premesse nell'antica legge, affinché gli uomini aspettassero con ansia questo gran sacrificio, che dovea recare a tutti la salute. Speciale fu la figura del testamento suggellato col sangue degli animali. La cerimonia fu questa: Mosè prese mezza parte del sangue dell'animale destinato per vittima, e la sparse sopra l'altare e sopra i dodici mucchi di pietre, che rappresentavano le dodici tribù d'Israele, dicendo: Hic est sanguis foederis, quod pepigit Dominus vobiscum super cunctis sermonibus his3. Questo, disse, è il sangue del patto fatto da Dio con voi sopra tutte le cose stabilite in questo volume. Ora in quel volume vi erano promesse e minaccie. Il popolo promettea l'ubbidienza a tutte le cose ordinate da Dio: Omnia quae locutus est Dominus, faciemus, et erimus obedientes4. All'incontro il Signore con tal cerimonia preparava per mezzo del sangue del venturo Messia la remissione de' peccati e il rimedio alle infermità del popolo. E per ciò scrive l'apostolo che Mosè ipsum quoque librum et omnes populum aspersit, dicens: Hic sanguis testamenti, quod mandavit ad vos Deus... Et omnia pene in sanguine secundum legem mundantur, et sine sanguinis effusionem non fit remissio5.

8. Le promesse e le minaccie nell'antica legge erano di beni e mali temporali, ma tutte adombravano le promesse e le minaccie eterne, espresse nella legge nuova; e per tanto soggiunge s. Paolo: Necesse est ergo exemplaria quidem coelestium his mundari, ipsa autem coelestia melioribus hostiis, quam istis6. Con quelle carnali e legali vittime bisognava che fossero mondati gli esemplari delle cose celesti, cioè del tabernacolo e del testamento e di tutte le cose che in quello si conteneano, le quali erano esemplari, cioè figure della chiesa di Cristo e del nuovo testamento: e perciò l'apostolo le chiama celesti per ragion della celeste vittima ed eredità promessa nella nuova legge: e tutto poi dovea mondarsi melioribus hostiis, cioè colla carne e col sangue di Gesù Cristo, che fu offerto un giorno sulla croce, ed ogni giorno si offerisce nell'eucaristia. E si noti che lo stesso volume della legge aspergeasi di sangue; con che significavasi il valore del sangue di Gesù Cristo, che solo può santificare le nostre buone opere, altrimenti senza i meriti di questo divino agnello elle non potrebbero esser meritorie di vita eterna.

9. Fu anche figura del sacrificio offerto da Gesù Cristo sulla croce il serpente di bronzo. Tumultuando il popolo ebreo contro Mosè e contro lo stesso Dio, fu già castigato colla morte di molti per mezzo di certi serpi infocati, che mordendo uccideano. Ma, interponendosi poi Mosè, il Signore ordinò che sopra d'un legno fosse affisso un serpente di bronzo, affinché i morsicati guardandolo restassero guariti1. È chiaro che questo serpente fu figura di Gesù Cristo, che prese la figura di peccatore, ma immune dal peccato, e colla sua morte recò a noi il rimedio per non morire. Onde chi lo guarda colla fede e coll'amore sacrificato sulla croce, ben trova la sua salute. Sicut Moyses exaltavit serpentem in deserto, ita exaltari oportet Filium hominis, ut omnis qui credit in ipsum, non pereat, sed habeat vitam aeternam2.

10. L'altra figura era quel sacrificio che si faceva in espiazione de' peccati quando il delitto era pubblico a rispetto del sacerdote, o era generale di tutto il popolo. Allora il sacerdote sacrificante insieme cogli anziani del popolo metteano le mani sul capo della vittima che dovea essere offerta in loro nome. Il sacerdote, intingendo il dito nel sangue di quella, ne spruzzava sette volte il velo, che stava avanti il Sancta Sanctorum sempre calato3. L'imposizione delle mani significava che tutti gli astanti erano degni della morte, e pregavano Dio che trasferisse in quella vittima la pena da loro meritata. Il sacerdote poi intanto non penetrava di là dal velo nel santuario, contenendosi in solamente spruzzar le stille di quel sangue contro del velo, in quanto ciò significava che Dio non potea placarsi col sangue di quella vittima, e che per tal mezzo altro loro non si promettea che la speranza d'una remissione futura per mezzo d'un sangue più salutare e d'un sacerdote più santo.

11. L'altra figura fu del Capro emissario. Nel giorno dell'espiazione generale ai dieci del settimo mese, chiamato Tisri, tutto il popolo ebreo si accusava con afflizione pubblicamente colpevole a nome suo e di tutti i suoi padri dal principio del mondo; ed era delitto di morte il non essere a parte di tale afflizione, secondo la legge: Omnis anima, quae afflicta non fuerit die hac, peribit de populis suis4. Uno de' sacrificj che si facea per questa penitenza, era il prender un irco, chiamato irco, o sia capro emissario, sulla testa del quale il sommo pontefice imponea le mani in nome di tutto il popolo, e tenendole così stese, si accusava di tutti i peccati d'Israele, cercando a Dio la grazia d'imputarli a quell'animale abbandonato all'ira divina; e dopo ciò mandava quell'irco a perdersi in un deserto, caricandolo prima di tutti gli anatemi che il popolo meritava5. Ecco come quel capro figurava Gesù Cristo, il quale, benché innocente, dovea per li nostri peccati esser caricato di obbrobrj e maledizioni (factus pro nobis maledictum6) per ottenere agli uomini la benedizione, in vece della maledizione da essi meritata.

§. 2. Della passione del Messia predetta apertamente da Isaia nel capo LIII.

12. Giustamente scrisse s. Geronimo nella sua prefazione in Isaia che questo profeta non tam propheta dicendus sit, quam evangelista rispetto a quanto disse del nostro Redentore. In effetto in Isaia si legge la nascita del Messia da una vergine, 7. 14. ; l'oblazione de' Magi, 60. 6. ; l'andata di Gesù in Egitto, 19. 1. ; la gloria del sepolcro, 11. 10. ; lo stabilimento della chiesa cristiana sulle rovine dell'idolatria, 2. 17. et 18. Ma specialmente si leggono con chiarezza nel capo LIII. i dolori, le ignominie e la morte di Gesù Cristo. Ivi comincia la profezia dal predire la poca credenza che avrebbe ritrovata fra gli uomini un'opera di tanta misericordia: Quis credidit auditui nostro, et brachium Domini cui revelatum est? Ibid. v. 1. E chi mai crederà a questa mia profezia ch'io ho udita da Dio? E chi giungerà a capire la virtù del braccio divino in operare la salute degli uomini? Quindi scrisse s. Giovanni che ben si avverò questo primo detto del profeta, allorché gli ebrei videro tanti miracoli di Gesù Cristo, e con tutto ciò non vollero crederlo: Cum autem tanta signa fecisset (Iesus) coram eis, non credebant in eum; ut sermo Isaiae prophetae impleretur, qui dixit: Domine, quis credidit auditui nostro? et brachium Domini cui revelatum est1?

13. Siegue a parlare il profeta: Non est species ei, neque decor: et vidimus eum, et non erat aspectus, et desideravimus eum: despectum et novissimum virorum, virum dolorum et scientem infirmitatem; et quasi absconditus vultus eius et despectus, unde nec reputavimus eum2. Egli è senza bellezza, ed ha perduto ogni splendore. L'abbiam veduto, ma non abbiam potuto riconoscerlo, e perciò abbiamo desiderato di mirarlo in miglior comparsa. Egli ci è sembrato spregevole ed il più vile degli uomini; ci apparisce come un uomo di dolori che patisce quanto si può patire in questa terra. La sua faccia è nascosta (il testo ebreo dice, abscondens faciem a se, come dicesse, egli nasconde la faccia da se stesso, quasi si vergognasse di sé) e perciò noi non l'abbiam riputato per quello che era.

14. Vere languores nostros ipse tulit, et dolores nostros ipse portavit; et nos putavimus eum quasi leprosum et percussum a Deo et humiliatum3. Egli veramente sopra di sé ha prese le nostre debolezze, e si ha addossati i dolori che a noi toccavano; e noi l'abbiamo stimato come un lebbroso (per le tante piaghe che gli han fatte) ed un uomo castigato ed umiliato da Dio. Ipse autem vulneratus est propter iniquitates nostras, attritus est propter scelera nostra; disciplina pacis nostrae super eum et livore eius sanati sumus. Omnes nos quasi oves erravimus, unusquisque in viam suam declinavit, et posuit Dominus in eo iniquitatem omnium nostrum4. Egli ha voluto essere impiagato per li nostri peccati, e lacerato per le nostre scelleraggini. Egli ha fatta de' nostri peccati la penitenza, che dovea riconciliarci con Dio, e noi siamo rimasti sanati colle sue lividure. Miseri! noi tutti come pecore avevamo errato, ognuno avea smarrita la via, andando dietro a' proprj appetiti, e Dio ha imposto a lui il peso di soddisfare per tutti questi delitti.

15. Oblatus est, quia ipse voluit, et non aperuit os suum: sicut ovis ad occisionem ducetur, et quasi agnus coram tondente se obmutescet, et non aperiet os suum5. Lo stesso testo sta citato da s. Luca negli atti degli apostoli6. Egli volontariamente si è offerto a patire e morire per noi, senza aprire la bocca nei tormenti che ha sofferti; e si è fatto condurre alla morte, come una pecorella si fa condurre al macello; ed è stato muto innanzi a' suoi carnefici come tace un agnello innanzi a chi lo tosa. Qui si aggiunga quel che disse il Messia per bocca dello stesso Isaia in altro luogo7Corpus meum dedi percutientibus et genas meas vellentibus: faciem meam non averti ab increpantibus et conspuentibus in me. Voltano i settanta: Dorsum meum dedi in flagello et maxillas meas in alapas. Io ho dato il corpo mio a' percussori e le mie guancie a coloro che me le hanno strappate; e non ho rimossa la mia faccia da coloro che mi hanno ingiuriato ed insultato ancora cogli sputi; come dicesse (comenta s. Geronimo): io non ho risparmiato fatiche e dolori, per redimere gli uomini. Il suddetto testo allude a quel che scrisse poi s. Matteo8Tunc expuerunt in faciem eius, et colaphis eum caeciderunt, alii autem palmas in faciem eius dederunt.

16. De angustia, et de iudicio sublatus est; generationem eius quis enarrabit? quia abscissus est de terra viventium; propter scelus populi mei percussi eum9. Egli è stato tolto dal mondo, essendo stato condannato alla morte con una iniquissima sentenza. Chi potrà narrare la nobiltà della sua stirpe? Se si riguarda la sua natura divina, egli è consostanziale al Padre; se l'umana, egli avanza la nobiltà di tutti gli uomini, essendo il re del cielo e della terra. E pure un tal Uomo-Dio per iniquità è stato privato di vita. Ma come voi, eterno Padre, l'avete permesso? Risponde il Padre: io per la malvagità del popol mio l'ho percosso, cioè ho permesso che i suoi nemici lo straziassero e l'uccidessero. Et dabit impios pro sepultura, et divitem pro morte sua; eo quod iniquitatem non fecerit, neque dolus fuerit in ore eius. Et Dominus voluit conterere eum in infirmitate1. Ma la conversione degli empj sarà il frutto della sua morte e sepoltura, ed egli colla virtù della sua morte renderà ricco il suo popolo, poiché è stato innocente, né mai ha ingannato alcuno, eppure il Signore l'ha voluto veder consumato da' patimenti.

17. Si posuerit pro peccato animam suam, videbit semen longaevum, et voluntas Domini in manu eius dirigetur. Pro eo quod laboravit anima eius, videbit, et saturabitur. In scientia sua iustificabit ipse iustus servus meus multos, et iniquitates eorum ipse portabit. Ideo dispertiam ei plurimos, et fortium dividet spolia, pro eo quod tradidit in mortem animam suam; et cum sceleratis reputatus est; et ipse peccata multorum tulit, et pro transgressoribus rogavit2. Avendo egli data la vita per gli altrui peccati, vedrà che la sua morte sarà feconda d'una discendenza di santi, e per opera sua si adempirà la volontà divina. Vedrà il frutto di quel che ha sofferto l'anima sua, e ne rimarrà contento e satollo. Il mio giusto servo, dice Dio, renderà giusti molti colla sua dottrina, ed egli pagherà le loro colpe. Perciò io lo colmerò di molta gente, ed egli acquisterà le spoglie de' forti (cioè de' demonj, che pria dominavano sopra il genere umano) per aver sacrificata la sua vita, e permesso d'esser annoverato tra gli scellerati, prendendo sopra di sé i peccati di molti, e pregando per li peccatori.

18. Il signor Voltaire, benché in altro luogo si unisce col sentimento comune, nondimeno nel comento che scrisse in Isaia al detto capo LIII. si sforzò di tirar tutto il senso in persona, non del Messia, ma di Geremia; ma ben è stato confutato da altri da parte in parte. I mali di Geremia si ridussero solamente ad una prigionia3, dalla quale finalmente fu liberato4; onde non poté esser chiamato Novissimus virorum, come fu chiamato il Messia. Né fu egli tolto di vita per violenza, come Isaia predisse di Cristo: Abscissus est de terra viventium. Geremia non patì certamente per soddisfare i peccati del suo popolo, e molto meno di tutti gli uomini; all'incontro Isaia dice di Cristo: Et posuit Deus in eo iniquitatem omnium nostrum. Geremia non liberò già noi da' nostri mali, ma bensì siamo stati noi guariti colle pene di Gesù Cristo, Livore eius sanati sumus. Geremia pregava il re Sedecia:Domine mi rex, ne remittas me in domum Ionatham scribae, ne moriar ibi5. Ma il Messia si offerì egli stesso alla morte: Oblatus est quia ipse voluit, ed altrove: Tradidit in mortem animam suam. Ma è possibile che un cristiano abbia a preferire la sua interpretazione a' vangelisti, agli apostoli e ad altri discepoli di Gesù Cristo? Già di sopra abbiam riferito il testo di Isaia: Quis credidit auditui nostro? etc. rapportato poi da s. Giovanni6 per descrivere l'incredulità degli ebrei. S. Matteo cita lo stesso capo d'Isaia in persona di Cristo: Ut adimpleretur quod dictum est per Isaiam prophetam dicentem: Ipse infirmitates nostras accepit, et aegrotationes nostras portavit7. S. Marco scrisse: Et impleta est scriptura, quae dicit: Et cum iniquis reputatus est8. S. Paolo scrisse: Christus mortuus est pro peccatis nostris secundum scripturas9. S. Pietro scrisse: Qui peccatum non fecit, nec inventus est dolus in ore eius (ch'è secondo l'altro passo d'Isaia riferito di sopra10). Ma più espresso è il testo che abbiamo negli atti degli apostoli1, dove si narra che il discepolo s. Filippo fu condotto dallo Spirito santo ad istruire l'eunuco della regina Candace, il quale appunto l'interrogò di chi intendesse parlare Isaia in questa profezia: Obsecro te de quo propheta dicit hoc? E s. Filippo (narra s. Luca nel luogo citato), aperiens os suum, et incipiens a scriptura ista, evangelizavit illi Iesum. Dice incipiens, perché poi in conferma di ciò gli addusse le altre scritture.

19. Alcuni giudei han detto che nel citato capo LIII. d'Isaia parlavasi, non già del Messia, ma del popolo ebraico e de' maltrattamenti a lui fatti da' romani. Ma troppo inettamente ciò han pensato; mentre ivi si parla d'un solo uomo di dolori, giusto e senza peccato. Convengono forse queste condizioni al popolo degli ebrei? Di più ivi si dice: Propter scelus populi mei percussi eum. Come può intendersi che il popolo è stato percosso per li peccati del popolo? Dicesi di più: Quasi agnus coram tondente se, obmutescet. Come può intendersi ciò del popolo ebreo che adoperò le violenze più strepitose contro i romani, che volean soggiogarlo? Ugone Grozio nella sua celebre opera De vera relig. christ. lib. 5. § 19. porta che gli stessi ebrei antichi non poterono negare che Isaia in questo capo LIII. parlò del Messia; solamente procurarono di stravolgere il senso, attribuendo inettamente i dolori e le ignominie che Isaia predisse del Messia agl'inimici degli ebrei medesimi, senza perdere però il Messia di vista. Ma gli ebrei moderni, vedendo che tale interpretazione era tutta opposta al vero senso, hanno scioccamente imitato il signor Voltaire, togliendo di mezzo il Messia, ed attribuendo tutto a Geremia; con che altro non han fatto, che maggiormente dimostrare il lor astio contro di Gesù Cristo e degli apostoli; mentre, come abbiam veduto, è troppo chiaro che Isaia in quel testo non parla che di Cristo. Onde loro sta bene ciò che disse ad essi l'imperator Costantino in quella celebre disputa tenuta in Roma coi rabbini da s. Silvestro papa, come riferisce il Cedreno: Si haec vestris continentur libris, frustra, iudaei, contradicitis, ob ea quae passus est Christus: quae, quo ordine praedicta, in Christo completa sunt. Grozio per altro, benché quest'eretico ha cercato più volte di stravolgere le profezie che parlano del Messia, in altre persone, parlando di questo capo LIII. d'Isaia, non ha potuto lasciar di scrivere che non può intendersi d'altri che di Cristo, dicendo: Quis potest nominari aut regum aut prophetarum, in quem haec congruant? Nemo sane2.

20. Che nel mentovato capo LIII. Isaia parlasse del Messia, costa ancora da' due capi antecedenti, poiché nel LII. parlò certamente del Messia, dicendo: Sciet populus meus nomen meum in die illa, quia ego ipse qui loquebar, ecce adsum etc. Quia consolatus est Dominus populum suum, redemit Ierusalem. Isa. 52. 6. et 9. E nel verso 10 soggiunse: Videbunt omnes fines terrae salutare Dei nostri. E nel verso 4. parla più particolarmente: Sic inglorius erit inter viros aspectus eius. Inoltre nel capo LI. disse: Prope est iustus meus, egressus est Salvator meus3. Or se non può riferirsi ad altri quel che dice Isaia nei due capi LI. e LII., così non può dirsi, che nel cap. LIII. non parli del Messia.

21. Abbiamo poi da Davide già predetto che il nostro Salvatore dovea essere spogliato delle sue vesti, e ignudo inchiodato alla croce nelle mani e piedi: Foderunt manus meas et pedes meos: dinumeraverunt omnia ossa mea. Ipsi vero consideraverunt, et inspexerunt me: diviserunt sibi vestimenta mea, et super vestem meam miserunt sortem4. Il qual testo di Davide sta appunto mentovato da s. Matteo 27. 35. e da s. Giovanni 19. 23. , dove essi vangelisti narrano la morte di Gesù Cristo. Alcuni giudei han cercato di stravolgere la parola foderunt, spiegandola in altro senso diverso; ma noi abbiamo che, oltre la volgata, così la spiegarono ancora la versione de' Settanta e quella di s. Geronimo e di Origene, e così anche le versioni araba, siriaca ed etiopica. La caldaica volta momorderunt, ch'è quasi lo stesso. Di più lo conferma la profezia di Zaccaria1.

1. Fu anche predetto da Davide nel citato salmo XXI2 che Gesù Cristo dovea morire deriso e bestemmiato dai giudei e dai soldati: Omnes videntes me deriserunt me: locuti sunt labiis, et moverunt caput: Speravit in Domino, eripiat eum: salvum faciat eum, quoniam vult eum. Al che allude quel che poi riferisce s. Matteo: Praetereuntes autem blasphemabant eum moventes capita sua, et dicentes: Vah qui destruis templum Dei, et in triduo illud reaedificas, salva temetipsum, si Filius Dei es, descende de cruce. Similiter et principes sacerdotum illudentes cum scribis et senioribus, dicebant: Alios salvos fecit, seipsum non potest salvum facere. Si rex Israel est, descendat nunc de cruce, et credimus ei. Confidit in Deo; liberet nunc, si vult, eum; dixit enim: quia Filius Dei sum3. Fu predetto ancora da Daniele e da Davide che il Messia doveva morire abbandonato da tutti, senza trovare chi lo consolasse; Daniele scrisse: Occidetur Christus, et non erit eius populus, qui eum negaturus est4. Volta l'ebreo: Et nemo ipsius. E Davide scrisse: Et sustinui qui simul contristaretur, et non fuit; et qui consolaretur, et non inveni5.

2. Così parimente fu predetto da Davide l'abbandono che sentì Gesù Cristo sulla croce, come scrive s. Matteo6Clamavit Iesus voce magna, dicens: Eli, Eli lammasabacthani? hoc est: Deus meus, Deus meus, ut quid dereliquisti me? E prima fu scritto da Davide in nome del Messia: Deus, Deus meus, respice in me; quare me dereliquisti? Longe a salute mea verba delictorum meorum7. Come dicesse: Dio mio, voi mi avete privato d'ogni consolazione, perché i delitti degli uomini, ch'io, per soddisfarli, li ho fatti miei, mi impediscono la salute, cioè l'esser liberato da questi dolori che mi opprimono. Onde poi scrisse s. Ambrogio8Pro me dolebit Christus, qui pro se nihil habuit, quod doleret? Et sequestrata delectatione divinitatis aeternae, taedio meae infirmitatis afficitur. E s. Agostino9Seponit divinitatem, idest quodammodo sequestrat, hoc est occultat quod suum erat, apparet quod acceperat, cioè il peso di pagare per li nostri peccati.

3. I giudei hanno orrore di riconoscere, e adorar Gesù Cristo per loro Salvatore, vedendolo morto giustiziato con una morte così acerba e obbrobriosa. Ma se Gesù Cristo fosse morto con una morte placida ed onorata da tutti, non potremmo noi sperar la salute da un tal Salvatore; perché il Salvatore a noi promesso dalle scritture dovea morire sazio di vituperj e di dolori, e trattato come l'ultimo degli uomini: Saturabitur opprobriis10Et vidimus eum... despectum et novissimum virorum, virum dolorum11. E tale appunto la nostra santa chiesa co' sacri vangelisti ce lo presenta, morto in un mare di dolori e d'ignominie: onde a questo solo Salvatore possiamo e dobbiamo confidare la nostra salute.

4. Prima che gli ebrei avessero veduto adempite le predizioni già fatte da' profeti circa la venuta, le opere e la morte del Messia, par che fossero più degni di scusa; ma dopo aver veduto avverato tutto con tutte le circostanze prenunziate, ben doveano rendersi alla verità conosciuta, come già si rendettero quei discepoli, di cui parla s. Giovanni1Haec non cognoverunt discipuli eius primum, sed quando glorificatus est Iesus, tunc recordati sunt, quia haec erant scripta de eo etc. Ma per gli ebrei che ostinati voglion seguire ad esser ciechi, la croce di Gesù Cristo siegue ad essere scandalo, come un tempo fu stoltezza pei gentili. Al presente però l'idolatria quasi da per tutto è distrutta, e per tutto il mondo ben si adora la croce, e non si attende, né si ammette altro Messia che il crocifisso aspettato e predetto da' profeti.

___________

1 Os. 13. 14. 

2 Hebr. 10. 5. 

3 Exod. 24. 8. 

4 Ibid. v. 7. 

5 Hebr. 9. 19. et 22. 

6 Hebr. 9. 23. 

1 Num. 21. 8. 

2 Ioan. 3. 14. 

3 Levit. 4. 5. 

4 Levit. 23. 29. 

5 Lev. 16. 5. 

6 Gal. 3. 13. 

1 Ioan. 12. 37. et 38. 

2 Isa. 53. 2. et 3. 

3 Ibid. vers. 4. 

4 Ib. v. 5. et 6. 

5 Ibid. v. 7. 

6 8. 52. 

7 50. 6. 

8 27. 67. 

9 Isa. 53. 8. 

1 Ib. v. 9. et 10. 

2 Isa. 53. v. 10. 11. et 12. 

3 Ier. 37. 14. 

4 Ier. 40. 1. et 6. 

5 Isaiae 37. 19. 

6 12. 38. 

7 Matth. 8. 17. 

8 Marc. 15. 28. 

9 1. Cor. 15. 3. 

10 1. Petr. 2. 22. 

1 10. 34. et 35. 

2 De ver. Christ. rel. l. 5. §. 19. 

3 Isa. 51. 5. 

4 Psal. 21. 18. et 19. 

1 Nel salmo 95 al verso 10. si legge: Dicite in gentibus, quia Dominus regnavit; aggiungono i settanta a ligno. Questa parola per altro non si trova nel testo Ebreo, ma gli antichi Padri, come s. Giustino, Tertulliano, s. Cipriano, s. Agostino, s. Leone, Lattanzio, Arnobio, Cassiodoro e l'antico Salterio Romano così lessero il testo citato; e scrive s. Giustino (contra Tryphon.) che gli Ebrei, o altri nemici della croce di Gesù Cristo tolsero da' nostri esemplari della versione de' Settanta la riferita parola, la quale si ritrova ben anche espressa nell'Inno del Vespro della Domenica di passione: Impleta sunt, quae concinit David fideli carmine, dicendo nationibus: Regnavit a ligno Deus.

2 V. 8. et 9. 

3 Matth. 27. 39. ad 45. 

4 9. 26. 

5 Psal. 68. 21. 

6 27. 46. 

7 Psal. 21. 2. 

8 L. 10. in Luc.

9 Serm. 77. n. 11. 

10 Thren. 3. 30. 

11 Isa. 53. 2. et 3. 

1 12. 16. 

martedì 14 giugno 2011

La Città di Dio - XXII parte

 Riprendiamo la lettura dell'opera di Sant'Agostino nota come "La città di Dio". Oggi termina la lettura del secondo libro dell'opera agostiniana: la parte conclusiva contiene un'esplicita esortazione del santo d'Ippona rivolta a Roma, affinché abbandoni l'immoralità e il culto di dei pagani e osceni per abbracciare Cristo e vivere onestamente secondo moralità, per guadagnarsi la patria celeste:


26. 1. Le cose stanno dunque così. Apertamente in pubblico sconcezze mischiate a crudeltà, azioni disonorevoli e delitti delle divinità, compiuti o inventati, divennero celebri perché furono loro consacrati e dedicati in determinate solennità fisse dietro loro richiesta e col rischio della loro collera se non si eseguivano. Si affermarono così come spettacolo agli occhi di tutti per essere proposti all'imitazione. Dunque i demoni rivelano con piaceri di tal fatta di essere spiriti immondi, con le proprie dissolutezze e malvagità tanto vere che simulate confermano di esser fautori di scelleratezze e disonestà chiedendo agli svergognati la celebrazione di fatti simili ed estorcendola ai timorati. Perché dunque si dice che nei recessi dei loro templi danno a individui iniziati dei buoni comandamenti relativi a determinati settori della morale 61? Se è vero, si deve rilevare e denunziare una più ammaliziata astuzia degli spiriti cattivi. Tanta è appunto la forza della rettitudine e dell'onestà che tutto o quasi tutto il genere umano è compreso del loro valore e non diviene scostumato al punto di aver perso completamente il senso dell'onestà. Per questo motivo la malvagità dei demoni, a meno che in qualche caso, come leggiamo nella sacra Scrittura, non si modellino in angeli di luce 62, non riesce a condurre a termine l'opera d'inganno. Quindi esteriormente l'oscena empietà giunge rintronando alle masse con grandioso strepito e interiormente la castità nascosta appena si fa udire a pochi; la pubblicità è concessa alle opere disonorevoli, la segretezza alle opere lodevoli; la dignità è nascosta, l'indegnità palese; un'azione cattiva richiama tutti a osservarla, la parola buona trova appena alcuni ad ascoltarla, come se ci si debba vergognare dell'onestà e gloriare della disonestà. E questo dove se non nei templi dei demoni, dove se non nei convegni d'inganno? Avviene così che le persone oneste, che sono poche, siano ingannate senza che i più, i quali sono veramente dissoluti, si ravvedano.

26. 2. Non sappiamo dove e quando gli individui consacrati a Celeste 63 ascoltavano precetti di castità. Noi profani comunque ci radunavamo da ogni parte davanti al suo tempietto, dove potevamo osservare la sua statua ivi collocata. In piedi, dovunque ci si poteva sistemare, assistevamo con molta attenzione agli spettacoli che vi si eseguivano, osservando, col muovere lo sguardo, da una parte una parata lasciva, dall'altra la dea vergine, notando che lei era adorata con religioso rispetto e che davanti a lei si celebravano riti osceni. Non abbiamo visto in quel luogo mimi pudorati o un'attrice più costumata, tutte le parti erano colme di spudoratezza. Si sapeva ciò che era gradito alla divinità vergine e le si offriva ciò che rendeva una donna onesta più informata nel tornare dal tempio alla casa. Alcune più vergognose voltavano la faccia dai gesti osceni degli attori e imparavano con intenzione nascosta la prassi della colpa. Si vergognavano infatti degli uomini e per questo non osavano guardare a viso aperto gesti osceni, ma molto meno osavano condannare con cuore onesto i riti della dea che adoravano. E si dava ad apprendere pubblicamente in un tempio un'azione, per compiere la quale si cercava per lo meno l'intimità nella casa. E il pudore umano, se pur c'era in quel luogo, si meravigliava non poco che gli uomini non commettessero quelle colpe liberamente perché le apprendevano perfino con un rito religioso presso gli dèi col rischio di irritarli se non provvedevano a offrire quel rito. E quale altro spirito, muovendo con segreta istigazione coscienze veramente disoneste, stimola a commettere adulteri e gode di quelli commessi, se non quello che si diletta di riti sacri di quella specie, giacché fa innalzare nei templi le statue dei demoni, ama le rappresentazioni dei vizi negli spettacoli, bisbiglia in privato parole di onestà per ingannare anche le poche persone dabbene, ripropone in pubblico le attrattive della dissolutezza per accalappiare le innumerevoli persone cattive?

27. Cicerone, uomo autorevole e mediocre filosofo, quando stava per divenire edile, informa la cittadinanza che fra le altre mansioni del suo incarico v'era anche quella di placare con la celebrazione di spettacoli Flora dea madre 64. E questi spettacoli di solito si celebravano con riti altrettanto religiosi che osceni. Divenuto console in momenti estremamente difficili per lo Stato, dice in un altro passo che furono dati spettacoli per dieci giorni e che non fu tralasciato provvedimento alcuno destinato a rendere propizi gli dèi 65. Era preferibile irritare dèi di quella specie con la morigeratezza anziché renderli propizi con la dissolutezza, stimolarli perfino all'odio con l'onestà anziché lusingarli con azioni veramente indecorose. Infatti avrebbero recato minor danno con una spietata efferatezza gli uomini, per i quali gli dèi venivano resi propizi, che gli stessi dèi giacché erano resi propizi con atti di oscena immoralità. Per stornare il pericolo materiale dei nemici, si rendevano benevoli gli dèi con atti da cui era abbattuta la virtù morale ed essi non si opponevano a coloro che assediavano le mura se prima non demolivano i buoni costumi. Tutta la cittadinanza dunque, in onore di divinità siffatte, imparava in pubblico con la vista e l'udito questo rito propiziatorio veramente sfacciato, impudico, sfrontato, disonesto e sconcio, anche se la nobile tempra della moralità romana aveva considerato inabili alle cariche, estromesso dalla tribù, ritenuto privi di onore e dichiarato infami coloro che lo eseguivano. Intendo parlare del vergognoso rito propiziatorio, che la vera religione deve aborrire ed esecrare, offerto a divinità di quella specie, delle rappresentazioni delittuosamente oscene contro gli dèi, delle gesta ignominiose degli dèi compiute per scelleratezza o disonestà ovvero immaginate con maggiore scelleratezza e disonestà. La cittadinanza osservava che quelle esecuzioni erano gradite agli dèi e credeva quindi che non solo doveva loro offrirle ma anche imitarle. Non conosceva però quel non so che di moralmente onesto che si insegnava, seppure si insegnava, a così pochi e in forma così esoterica, perché si temeva di più che fosse divulgato che non venisse osservato 66.


28. Individui ingiusti, ingrati e posseduti con vincoli più stretti dallo spirito iniquo lamentano e brontolano che gli uomini mediante il nome di Cristo siano liberati dal giogo infernale e dalla comunanza nelle pene con le potenze del male e trasferiti dalle tenebre di una dannosissima empietà alla luce di una salutare pietà. E si lamentano perché le masse confluiscono nella chiesa in onesto assembramento, in una onorata distinzione dei due sessi, perché nella chiesa ascoltano come devono vivere moralmente nel tempo per meritare di vivere dopo questa vita in una perenne felicità, perché nella chiesa mediante le parole della sacra Scrittura, che è insegnamento di giustizia, rivolte da un luogo elevato alla presenza di tutti, gli osservanti ascoltino per la ricompensa, i trasgressori per la condanna. Che se nella chiesa vengono anche alcuni motteggiatori di questi insegnamenti, la loro sfrontatezza o viene abbandonata per improvviso ravvedimento o frenata dal timore e dal rispetto. Infatti non si propone alla loro attenzione e imitazione un rito delittuosamente sconcio, giacché in quel luogo si propongono gli insegnamenti o si narrano i miracoli o si riconoscono i doni o si invoca la bontà del Dio vero.

29. 1. Desidera piuttosto questi beni, o nobile tempra romana o progenie dei Regoli, degli Scevola, degli Scipioni, dei Fabrizi ; desidera questi beni piuttosto e riconosci che sono diversi dalla oscena frivolezza e ingannevole malvagità dei demoni. Se qualche cosa in te di nobile risalta per naturale disposizione, soltanto con la vera pietà è nobilitato fino alla compiutezza, con l'empietà è sprecato e avvilito. Scegli ormai che cosa devi seguire per ottenere di essere lodata senza errore, non in te ma nel Dio vero. Nei tempi andati avesti la gloria tra i popoli ma per un occulto giudizio della divina provvidenza ti mancò la vera religione da scegliere. Svegliati, è giorno, come ti sei svegliata in alcuni dei tuoi, della cui virtù perfetta e perfino del martirio per la vera religione noi cristiani ci gloriamo. Essi combattendo con le potenze nemiche e vincendole con una morte eroica hanno fondato per noi col loro sangue questa patria 67. E a questa patria noi ti invitiamo e sproniamo perché tu sia aggiunta al numero dei cittadini, la cui città di rifugio è in certo senso la vera remissione dei peccati. Non ascoltare i tuoi cittadini degeneri che infamano Cristo o i cristiani accusandoli delle calamità dei tempi perché vorrebbero tempi, in cui non si abbia la vita tranquilla ma la malvagità garantita. Neanche per la patria terrena ti furono graditi tempi simili. È tempo che afferri la patria celeste, giacché per averla non dovrai certamente affannarti e in essa dominerai in una verace perennità. In essa non il fuoco di Vesta, non il Giove di pietra del Campidoglio 68, ma il Dio uno e vero non pone i limiti delle cose e dei tempi ma darà un dominio senza fine 69.

29. 2. Non andare in cerca di dèi falsi e bugiardi, rigettali piuttosto con disprezzo lanciandoti verso la vera libertà. Non sono dèi, sono spiriti malvagi, per i quali è tormento la tua felicità eterna. Si ritiene che Giunone invidiasse ai Troiani, dai quali derivi la stirpe, l'insediamento sui colli di Roma 70. Molto di più questi demoni, che tuttora consideri dèi, invidiano a tutto il genere umano la patria eterna. E tu stessa hai giudicato in gran parte questi spiriti, perché li hai resi propizi con spettacoli, ma hai deciso che fossero infami gli individui, dai quali hai fatto eseguire gli spettacoli medesimi. Permetti che si affermi la tua libertà contro spiriti immondi che avevano imposto sul tuo collo il peso di celebrare con rito sacro in loro onore la propria ignominia. Hai reso inabili alle cariche gli attori dei delitti divini, supplica il vero Dio ché allontani da te gli dèi che si vantano dei propri delitti, o veri, e questo è estremamente vergognoso, o inventati, e questo è estremamente malizioso. Hai fatto bene nel decidere di tua iniziativa che la comunanza dei diritti civili non fosse accessibile a istrioni e attori. Svégliati pienamente. In nessuna maniera si placa la maestà divina con arti, da cui è macchiata la dignità umana. Con quale criterio ritieni che si devono annoverare fra le sante potenze celesti gli dèi che si dilettano di simili ossequi, se hai ritenuto che gli individui, per mezzo dei quali si presentano questi ossequi, non si devono annoverare fra i cittadini romani di qualunque ceto siano? Senza confronto più illustre è la città dell'alto perché in essa la vittoria è verità, la dignità è santità, la pace è felicità, la vita è eternità. A minor ragione essa ha nella sua società dèi di quella specie, se tu ti sei vergognata di avere nella tua individui della medesima specie. Quindi se desideri giungere alla città felice, evita il rapporto con i demoni. È indignitoso che siano onorati dagli onesti coloro che sono resi propizi per mezzo di individui indegni. Siano dunque rimossi dal tuo religioso ossequio mediante la purificazione cristiana come gli attori furono rimossi dalla dignità di tuoi cittadini con nota del censore. Si crede poi che i demoni abbiano poteri sui beni temporali, i soli di cui i malvagi vogliono godere, e sui mali temporali, i soli che gli iniqui non vogliono subire. Comunque se avessero tale potere, a più forte ragione dovremmo disprezzare i beni del mondo anziché a causa loro adorare i demoni e adorandoli non riuscire a raggiungere quei beni che essi ci invidiano. Tuttavia esamineremo in seguito che essi non hanno potere neanche nelle cose del mondo, come pensano coloro i quali si affannano a dimostrare che in vista di esse bisogna adorarli. Perciò qui ha termine il presente volume.