sabato 10 dicembre 2011

Il Sabato dei Salmi - Salmo 82 - Contro i principi pagani

Salmo 82   

Contro i principi pagani 
[1]Salmo. Di Asaf. 

Dio si alza nell'assemblea divina,
giudica in mezzo agli dei. 

[2]«Fino a quando giudicherete iniquamente
e sosterrete la parte degli empi?
[3]Difendete il debole e l'orfano,
al misero e al povero fate giustizia.
[4]Salvate il debole e l'indigente,
liberatelo dalla mano degli empi». 

[5]Non capiscono, non vogliono intendere,
avanzano nelle tenebre;
vacillano tutte le fondamenta della terra.
[6]Io ho detto: «Voi siete dei,
siete tutti figli dell'Altissimo».
[7]Eppure morirete come ogni uomo,
cadrete come tutti i potenti. 

[8]Sorgi, Dio, a giudicare la terra,
perché a te appartengono tutte le genti. 




Commento dal sito http://www.padrelinopedron.it



È un attacco contro le magistrature corrotte. Dio pronuncia un’aspra requisitoria contro i giudici responsabili di corruzione e di ingiustizia. La sentenza pronunciata da Dio è severissima e nessuno può rifugiarsi nell’immunità e nell’impunità.


Il salmo finisce con una speranza: che Dio, il vero Altissimo, prenda in mano la situazione e ponga tutta l’umanità sotto la sua diretta giurisdizione.


Commento dei Padri della Chiesa


v. 1 "Nel salmo precedente era il popolo giudeo ad essere accusato; qui, i suoi capi" (Eusebio).
«Senza dubbio è il Salvatore che qui è chiamato Dio. È il suo vero nome, è dire di lui ciò che egli è per natura (cfr. 1Cor 8,5-6). È dunque il Verbo, l’unigenito Figlio di Dio, che si alza nell’assemblea degli dèi; questi, secondo At 23,5, sono i sacerdoti: "Non insulterai il principe del tuo popolo"» (Cirillo di Alessandria).


«Gli dèi sono i capi dei giudei: "Non insulterai gli dèi e il capo del tuo popolo" (Es 22,27). Il giusto Giudice rimprovera loro di non tenere equamente la bilancia della giustizia e annuncia loro il giudizio futuro» (Teodoreto).


«Dio è in mezzo a loro: è il Dio fatto uomo, divenuto simile a loro. La Scrittura chiama dèi coloro ai quali è stata rivolta la parola di Dio. Il Cristo cita il versetto del salmo in Gv 10,34... Il Verbo di Dio in persona, che prese la forma di schiavo e fu trovato simile a un uomo, è stato in piedi nella stessa sinagoga di questi dèi: ritto in mezzo a questi uomini che sono detti dèi, li giudicava dicendo loro: "La parola che ho detto, quella vi giudicherà" (Gv 12,48)» (Eusebio).


"Gli dèi sono i capi dei giudei. Dio è venuto in mezzo a loro all’avvento del Cristo, li ha giudicati e dichiarati colpevoli" (Atanasio).


v. 2 «Con le parole "fino a quando", Dio ci avverte della nostra morte vicina» (Eusebio).


vv. 3-4 "Indigente, orfano, umile e povero è il Cristo. Orfano, perché non aveva padre sulla terra" (Cassiodoro).


«Il Cristo ha detto: "Io sono umile di cuore" (Mt 11,29): Salvate colui che per voi si è fatto povero» (Beda).


«O scribi e farisei, egli conosce bene la vostra fallace sinagoga e lo sventurato popolo che è stato ingannato da voi, quando per ingannarlo avete finto un timore ingiustificato dicendo: "Verranno i romani e distruggeranno il nostro luogo santo e la nostra nazione" (Gv 11,48). Certo, la sua sapienza conosce tutto questo. Giacché voi avete finto di temere un pericolo immaginario, i romani sono veramente venuti: e questo vi è accaduto non per aver rimandato libero il Cristo, ma per non averlo rimandato libero» (Ruperto).


v. 5 «Non hanno compreso che essi pure saranno soggetti al giudizio di Dio: "Non giudicate per non essere giudicati" (Mt 7,1)» (Eusebio).


"Hanno rifiutato la luce, che è il Cristo. A causa del loro rifiuto, la loro vita è piena di turbamento e di tumulto, di mali che fanno tremare e scuotono la terra" (Teodoreto).


"Non capiscono, non vogliono comprendere. Se l’avessero conosciuto, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria (cfr. 1Cor 2,8)" (Agostino).


"Le fondamenta della terra sono il principe di questo mondo e il suo esercito" (Atanasio).


v. 6 "Il Figlio non è geloso, li chiama a condividere la filiazione divina" (Eusebio).


«Il figlio di Dio rimane tale immutabilmente; quanto a noi, siamo figli di adozione, dèi per grazia. Adottati per sua benignità, riceviamo come una grazia questa parole: "Io ho detto: Voi siete dèi, siete tutti figli dell’Altissimo". Noi non siamo più figli della carne, ma discendenza adottiva di Dio"» (Cirillo di Alessandria).


"Vi ho onorati, vi ho dato di partecipare al mio nome, vi ho chiamato figli" (Teodoreto).


v. 7 "Non avete riconosciuto il vostro onore e per questo avete subìto la stessa decadenza del diavolo: io gli avevo affidato un impero, ma non ha voluto godere nella giustizia i beni che gli avevo dato, ed è caduto dal suo onore. E voi morirete come gli altri uomini. Dopo aver così convinto i giudici iniqui, il profeta supplica Dio di esercitare il suo giudizio su tutta la terra (cfr. v. 8)" (Teodoreto).


"Adamo, per tutto il tempo in cui aveva osservato il precetto, era come un Dio e non moriva. Come il vostro padre Adamo non ha voluto ascoltare il comando ed è caduto, così voi morirete" (Girolamo).


v. 8 "Il salmista invoca la venuta del Signore la riconciliazione di tutte le nazioni... Invoca la risurrezione del Cristo, che comporterà tutte le risurrezioni" (Eusebio).


"Sorgi il terzo giorno e salva il mondo. Col tuo sangue tu riscatti tutte le nazioni" (Atanasio).
"Il profeta annuncia la risurrezione del Cristo perché prevede che il Cristo sarà messo a morte" (Cassiodoro).


giovedì 8 dicembre 2011

Quanto è buona l'Immacolata

Sospendiamo il consueto appuntamento settimanale con il Catechismo della Chiesa Cattolica per lasciare spazio a una breve esortazione-meditazione di San Massimiliano Maria Kolbe, fondatore della Milizia dell'Immacolata, oggi nel giorno in cui la Santa Chiesa Cattolica venera solennemente l'Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria. In tempi in cui siamo continuamente tentati dallo scoramento, accogliamo con speranza le parole di San Massimiliano e ricorriamo con fiducia alla Madonna Immacolata come ci insegna il santo della Milizia:



Carissimi figlioli, come desidererei dirvi, ripetervi, quanto è buona l’Immacolata, per poter allontanare per sempre dai vostri piccoli cuori la tristezza, l’abbattimento interiore e lo scoraggiamento.

La sola invocazione ‘Maria’, magari con l’animo immerso nelle tenebre, nelle aridità e perfino nella disgrazia del peccato, quale eco produce nel Suo cuore che tanto ci ama!

E quanto più l’anima è infelice, sprofondata nelle colpe, tanto più questo rifugio di noi poveri peccatori la circonda di amorevole e sollecita protezione.

Ma non affliggetevi affatto se non sentite tale amore. Se volete amare, questo è già un segno sicuro che state amando; ma si tratta solo di un amore che procede dalla volontà.

mercoledì 7 dicembre 2011

Verità della Fede - XLV

Tornano gli approfondimenti sulle "Verità della Fede" attraverso le attente analisi di Sant'Alfonso Maria de' Liguori. Concludiamo la lettura del sesto capitolo nel quale si prova la falsità della religione riformata e lo facciamo con il quarto paragrafo:





Verità della Fede

di Sant'Alfonso Maria de' Liguori

PARTE TERZA


CONTRO I SETTARJ CHE NEGANO LA CHIESA CATTOLICA ESSERE L'UNICA VERA


CAP. VI. 


Falsità della religione pretesa riformata.

§. 4. Dell'infallibilità delle tradizioni approvate dalla chiesa.

30. Qui non parliamo delle tradizioni ecclesiastiche che riguardano i riti e le consuetudini antiche, le quali sono state introdotte dalla chiesa, e dai fedeli accettate; ma parliamo delle tradizioni divine, che riguardano i dogmi della fede, la notizia delle quali è pervenuta a noi per mezzo degli apostoli e degli altri pastori della chiesa: e perciò chiamansi tradizioni, mentre sono verità che prima sono state comunicate da Gesù Cristo e dallo Spirito santo agli apostoli e dagli apostoli ai loro discepoli, e così da mano in mano colla direzione dello Spirito santo sono state senza interruzione tramandate e comunicate insino ai nostri tempi.

31. Or queste tradizioni, che sono la parola di Dio non iscritta, hanno la stessa autorità che la parola scritta, qual'è la sacra bibbia. I novatori negano, come negavano anche gli antichi eretici, cioè gli eutichiani, nestoriani, pelagiani ecc. (e con ragione secondo il loro intento le negano), e, disprezzando il giudizio della chiesa, che giusta quelle ha definite più cose, dicono che la sola scrittura è regola di fede, perché dalla scrittura essi traggono poi i loro errori, storcendo il senso de' testi a lor capriccio; onde a tal riguardo non incongruamente la scrittura vien chiamata anche da Lutero Liber haereticorum. Ma noi non sappiamo intendere come possan negarsi le tradizioni, mentr'è certo che nella legge di natura da Adamo sino a Mosè non vi fu altra regola di fede che la tradizione, non essendovi stata per tutto quel tempo alcuna legge scritta. Inoltre le stesse scritture dell'uno e dell'altro testamento approvano le tradizioni. Mosè rimise i giudei alle tradizioni dei maggiori: Memento dierum antiquorum, cogita generationes singulas, interroga patrem tuum, et annuntiabit tibi, maiores tuos, et dicent tibi1. E s. Paolo scrisse a' suoi discepoli: State et tenete traditiones, quas didicistis sive per sermonem, sive per epistolam nostram2. Si notino le parole sive per sermonem, sive per epistolam, per cui l'apostolo dà ad intendere che tanto valea la dottrina non iscritta, che la scritta. In altro luogo loda i suoi discepoli: Et, sicut tradidi vobis, praecepta mea tenetis3. San Giovanni scrisse che Cristo multa dixit et fecit, quae scripta non sunt4. Sicché più cose egli a voce spiegò agli apostoli, da' quali noi per tradizione le abbiam poi ricevute. Inoltre Gesù Cristo impose agli apostoli non già di scrivere, ma di predicare la divina parola:Praedicate evangelium omni creaturae5. Falsamente poi dicono gli eretici che gli apostoli appresso compresero nelle loro scritture tutto ciò che aveano insegnato colla voce. Poiché essi medesimi eretici ammettono più cose di fede, che non si trovano espresse nelle loro scritture, come sono il numero dei sacramenti, che debba darsi il battesimo ai bambini, all'incontro che non vi sia obbligo di dar loro l'eucaristia. Di più essi credono esser tre persone distinte nella natura divina contro i sabelliani: la divinità di Gesù Cristo e l'eguaglianza col Padre contro gli ariani: la divinità dello Spirito santo e la sua processione dal Padre e dal Figlio contro i macedoniani ed i greci: le due nature in Cristo divina ed umana contro gli eutichiani: la perpetua verginità della B. V. Maria contro Elvidio. Or di questi articoli altri con la sola tradizione, ed altri con la scrittura e la divina tradizione gli ha definiti la chiesa.

32. Inoltre le tradizioni sono approvate da più concilj. Il niceno I. per la tradizione condannò Ario, come già avvertì Teodoreto6. Il niceno II. per la tradizione approvò la venerazione delle sacre immagini7, e poi8 definì: Si quis omnem traditionem ecclesiasticam, sive scriptam, sive non scriptam irritam facit, anathema sit. Ai quali concilj poi si uniformò il Tridentino1 dicendo: Traditiones tam ad fidem, quam ad mores pertinentes, tanquam ore tenus a Christo vel a Spiritu sancto per apostolos dictatas pari pietatis affectu ac reverentia veneratur s. synodus. Così anche da' santi padri le tradizioni apostoliche sono state sempre venerate. S. Basilio scrisse: Dogmata quae in ecclesia praedicantur, quaedam habemus ex doctrina scripto prodita, quaedam rursus ex apostolorum traditione2. Origene: Servetur ecclesiastica praedicatio per successionis ordinem ab apostolis tradita etc. Illa sola credenda est veritas, quae in nullo ab ecclesiastica discordat traditione3. S. Epifanio: Oportet autem et traditione uti: non enim omnia a divina scriptura possunt accipi4. S. Agostino: Quod universa tenet ecclesia, nec conciliis institutum, sed semper retentum est, nonnisi ab auctoritate apostolica traditum rectissime creditur5. S. Giovanni Grisostomo: Patet quod non omnia per epistolam tradiderint apostoli, sed multa sine literis; eadem vero fide digna sunt tam ista, quam illa6. Ed altrove scrive così: Est traditio: nil quaeras amplius; non codices prophetarum, non epistolas apostolorum, non libros evangelistarum7. E così gli altri santi padri, come s. Dionisio, s. Giustino, s. Atanasio, s. Gregorio Nazianzeno, s. Giovanni Damasceno, Tertulliano, s. Cipriano, s. Ilario, s. Ambrogio, s. Girolamo ed altri, dei quali il Bellarmino8 riferisce i luoghi e le parole.

33. Ma sopra tutto si conosce la necessità della tradizione da considerare che senza la tradizione non avrebbe potuto accertarsi la chiesa che vi sia la scrittura, quali siano i veri suoi libri, quale la sua legittima versione e quale il vero senso de' testi. Sicché tolta di mezzo la tradizione non possiamo aver più alcuna certezza delle scritture e del loro vero senso.

34. Oppongono gli eretici: ma la tradizione è parola degli uomini, non di Dio. Si risponde che gli uomini sono stati bensì strumenti, per mezzo di cui è pervenuta a noi la parola divina: siccome Iddio si è servito delle mani degli uomini in iscrivere, così ancora si è servito delle loro bocche per istruirci delle verità della fede. Ma le tradizioni sono sempre soggette a potersi corrompere? Ma la divina provvidenza, che assiste alla sua chiesa, non ha permesso, né mai permetterà che la sua parola resti corrotta in mano della chiesa, che ne conserva il deposito.

35. Acciocché poi la tradizione sia regola certa di fede, dee infallibilmente constare ch'ella sia divina; e ciò non può constare che per l'autorità della chiesa, la quale coll'assistenza dello Spirito santo, attesa la promessa di G. Cristo, ben sa discernere le vere dalle false tradizioni; ed in ciò non può errare, e noi siamo tenuti a credere tutto ciò ch'ella c'insegna, se non vogliamo esser posti nel numero degl'infedeli, giusta il detto di Gesù Cristo: Si autem ecclesiam non audierit, sit tibi sicut ethnicus et publicanus9. Avendoci all'incontro il medesimo Signore assicurati che la sua chiesa non può errare, e che chi ascolta i ministri della sua chiesa, ascolta lui stesso:Qui vos audit, me audit; et qui vos spernit me spernit10. È falsissimo dunque quel che dicono gli eretici, non esservi obbligo di credere, o fare se non quello ch'è scritto particolarmente nella scrittura. È certo che quelli, a cui predicavano gli apostoli, prima di scriversi le verità della fede negli evangelj, eran tenuti a crederle; e come? Per la sola tradizione delle cose predicate dagli apostoli. Sicché la tradizione e la chiesa furono prima della scrittura.

36. Dicono gli eretici non esser necessario che ogni cosa sia espressa nella scrittura, ma bastare che sia dedotta da quella per legittima conseguenza senza che siamo tenuti ad ammettere le tradizioni. Ma si risponde che la conseguenza dedotta dalla divina parola non è già parola divina, ma parola umana; mentr'è dedotta dall'intelletto umano, il quale è soggetto a fallire. Oltreché per trarre dalla scrittura una legittima e certa conseguenza, dovremmo esser certi del senso di quella; ma questa certezza non può aversi senza la dichiarazione della chiesa, per mezzo della quale Iddio ci parla più chiaramente, che per mezzo della scrittura; giacché egli con segni molto più evidenti ci ha renduti certi della verità della chiesa, che dell'esistenza delle scritture. Onde di molti dogmi noi non potremmo esser certi, se non avessimo le tradizioni.

37. Ma replicheranno: dato che il saper la verità delle scritture e delle tradizioni dipenda dal giudizio della chiesa, chi è nella chiesa romana che formi un tal giudizio? Rispondiamo ch'è il sommo pontefice, allorché parla ex cathedra, cioè come dottore universale della chiesa, e come successore di san Pietro, che fu da Gesù Cristo costituito per capo supremo di quella e per suo vicario immediato.

________

1 Deut 32. 7. 



2 2. Thess. 2. 2. 

3 1. Cor. 11. 2. 

4 Io. 20. 30. 

5 Marc. 16. 

6 Hist. l. 1. c. 8. con Bellarm. t. 1. l. 4. c. 6. 

7 Act. 2. 6. 

8 Atto 7. 

1 Sess. 4. 

2 L. de Spir. sanct. c. 27. 

3 In prooemio l. 1. de princip.

4 Haeres. 61. 

5 L. 4. de Bapt. c. 24. contra Donat.

6 In 2. Thess. 2. 

7 In ep. 2. ad Tim.

8 T. 1. l. 4. c. 7. 

9 Matth. 18. 17. 

10 Luc. 10. 16. 

martedì 6 dicembre 2011

La Città di Dio - XLIII parte

Riprendiamo la lettura dell'opera di Sant'Agostino nota come "La città di Dio": concludiamo la lettura del libro quarto dell'opera che si è soffermato sull'imperialismo romano; oggi Sant'Agostino ci ricorda l'Unico Vero Dio, attraverso anche la rievocazione di alcuni eventi della storia ebraica:

Libro quarto
IMPERIALISMO ROMANO E POLITEISMO


32. Varrone afferma anche che per quanto riguarda le teogonie i cittadini si rivolsero più ai poeti che ai naturalisti e che quindi i suoi antenati, cioè gli antichi Romani, hanno creduto al sesso, alla generazione degli dèi e ne hanno determinato gli accoppiamenti. Il fatto, come sembra, ha quest'unica spiegazione, che fu preoccupazione degli uomini della politica e della cultura ingannare il popolo in materia di religione e indurlo pertanto non solo ad adorare ma anche ad imitare i demoni. E costoro hanno una gran voglia di farlo. E come i demoni possono rendere sottomessi soltanto coloro che abbiano ingannato con la menzogna, così i capi, certo non giusti ma simili ai demoni, col pretesto della religione, convincevano i cittadini sulla verità delle credenze che essi ritenevano una impostura. In questo modo li tenevano sottomessi vincolandoli al vivere associato in forma apparentemente più conveniente. E quale individuo debole e ignorante poteva liberarsi dai capi dello Stato e dai demoni che insieme li ingannavano?.

33. Il Dio dunque, che è autore e datore della felicità, poiché egli solo è il vero Dio, dà il dominio terreno ai buoni e ai cattivi, e non per sprovvedutezza e quasi sbadataggine, perché è Dio, e non obbedendo al destino ma mediante un ordinamento, a noi occulto e a lui noto, dei fatti nel tempo. Ed egli non obbedisce come suddito all'ordinamento dei tempi ma lo regge come signore e lo regola come sovrano e dà la felicità soltanto ai buoni. E la felicità, la possono avere e non avere i sudditi, la possono avere e non avere i reggitori ma essa sarà piena soltanto in quella vita in cui non vi saranno più sudditi. E per questo il dominio terreno è dato da lui ai buoni e ai cattivi, affinché i suoi adoratori, ancor fanciulli nel profitto spirituale, non desiderino questi onori come qualche cosa di grande. Ed è nel simbolismo della vecchia alleanza, nella quale era nascosta la nuova, che furono promessi anche doni terreni. Soltanto gli spirituali anche allora comprendevano, sebbene non lo svelassero apertamente, l'eternità che era significata dai beni temporali e i doni di Dio nei quali era la vera felicità.

34. Quindi affinché si comprendesse che anche i beni terreni, i soli desiderati da coloro che non sono capaci di pensare ai più perfetti, sono posti nel potere dell'unico vero Dio e non dei molti falsi dèi che i Romani di prima hanno ritenuto di dover adorare, Dio da pochi individui fece crescere in numero il suo popolo in Egitto e in seguito lo liberò con mirabili prodigi. Le donne ebree non invocarono Lucina quando dalle mani degli Egiziani che li perseguitavano e volevano uccidere tutti i loro bimbi Dio salvò i loro figli perché aumentassero straordinariamente e il popolo crescesse in maniera incredibile. Essi poppavano senza la dea Rumina, furono posti nelle culle senza Cunina, mangiarono e bevvero senza Educa e Potina; furono allevati senza tanti dèi protettori dell'infanzia, si sposarono senza gli dèi delle nozze, si accoppiarono senza adorare Priapo, senza che invocassero Nettuno il mare si aprì al loro passaggio e sommerse con le acque che rifluirono i loro nemici che li inseguivano. Non invocarono una qualche dea Mannia quando ricevettero la manna dal cielo e quando la rupe percossa zampillò acqua per la loro sete non adorarono le ninfe delle acque. Fecero delle guerre senza i pazzeschi riti di Marte e di Bellona e non vinsero, è vero, senza la vittoria, però non la considerarono una dea ma un favore del loro Dio. Ricevettero inoltre con molto maggiore felicità dal loro Dio le messi senza Segezia, i buoi senza Bovona, il miele senza Mellona, i frutti senza Pomona e in definitiva tutti i beni per i quali i Romani ritennero di dover propiziare la folta schiera dei falsi dèi. E se non avessero peccato contro di lui cadendo per empia curiosità, come stregati da arti magiche, nel politeismo e nell'idolatria e infine uccidendo il Cristo, sarebbero rimasti nel loro regno, anche se non molto esteso ma certamente più felice. Che ora siano dispersi per quasi tutti i popoli della terra è provvidenza dell'unico vero Dio. Così si può appunto provare dalle loro scritture che la distruzione, in ogni parte, degli idoli, altari, boschetti e templi e la proibizione dei sacrifici in onore dei falsi dèi furono preannunziate molto tempo avanti. Altrimenti se fosse scritto nei nostri libri, si potrebbe pensare a una nostra mistificazione. Il seguito si esaminerà nel volume seguente. A questo punto si deve porre un limite alla lunghezza di questo libro.

domenica 4 dicembre 2011

Filotea: Introduzione alla vita devota - XXIII

Proseguiamo l'appuntamento domenicale con Filotea di San Francesco di Sales. L'argomento proposto dal capitolo 23 ci aiuta a comprendere la nocività e la pericolosità dell'affetto alle cose pur determinate cose non siano in sé dannose:




FILOTEA
Introduzione alla vita devota

(San Francesco di Sales)

PRIMA PARTE


Contiene consigli ed esercizi necessari per condurre l'anima dal primo desiderio della vita devota fino alla ferma risoluzione di abbracciarla

CAPITOLO XXIII


BISOGNA LIBERARSI DALL’AFFETTO ALLE COSE INUTILI E PERICOLOSE

I giochi, i balli, i banchetti, le feste, gli spettacoli, in sé non sono cose cattive, ma indifferenti, e possono essere vissute in bene o in male. Sono tuttavia sempre pericolose e ancor più pericoloso è attaccarsi ad esse. Anche se è permesso giocare, danzare, agghindarsi, assistere a spettacoli onesti, fare banchetti; esserci attaccati è contrario alla devozione e può nuocere e costituire pericolo. Il male non è farli, ma affezionarsi.

E’ da insensati seminare nella terra del nostro cuore affetti così vuoti e insulsi: occupano lo spazio destinato ai buoni sentimenti, e impediscono che la linfa della nostra anima nutra buone tendenze.

Gli antichi Nazirei non solo si astenevano dal vino e da tutto ciò che poteva ubriacarli, ma anche dall’uva, sia matura che acerba, non perché l’uva, magari acerba, ubriachi, ma perché c’era pericolo che mangiando uva acerba venisse la voglia di mangiarne di matura, e mangiandone poi di matura nascesse il desiderio di assaggiare il mosto e bere vino. Non dico che non dobbiamo fare uso di queste cose pericolose, ma insisto che non dobbiamo impegnarvi l’affetto se non vogliamo rovinare la devozione.

I cervi che hanno messo su troppo grasso, si ritirano in disparte e si nascondono nei cespugli, sapendo che, se per caso dovessero essere attaccati, il grasso non permetterebbe loro di correre agilmente: il cuore dell’uomo, quando si carica di affetti inutili, superflui o pericolosi, non riesce più a correre con prontezza, agilità e facilità dietro al suo Dio, che è il centro della devozione.

Ai bambini piacciono farfalle e le inseguono; nessuno trova da ridire perché sono bambini. Ma vedere uomini maturi attaccarsi a simili cose e correre dietro a tali bagatelle, sarebbe davvero uno spettacolo non solo ridicolo, ma penoso. Lo stesso si deve dire di quelle cose che ho detto sopra, perché, non soltanto sono inutili, ma inseguendole rischiamo di diventare degli originali e dei disordinati.

Ecco perché, cara Filotea, ti dico che bisogna liberarsi da quegli affetti e ti ripeto che, se anche le relative azioni non sono sempre contrarie alla devozione, di sicuro gli affetti a tali azioni le recano sempre danno.

sabato 3 dicembre 2011

Il Sabato dei Salmi - Salmo 81 - Per la festa delle capanne

Salmo 81   

Per la festa delle capanne 
[1]Al maestro del coro. Su «I torchi...». Di Asaf. 

[2]Esultate in Dio, nostra forza,
acclamate al Dio di Giacobbe.
[3]Intonate il canto e suonate il timpano,
la cetra melodiosa con l'arpa.
[4]Suonate la tromba
nel plenilunio, nostro giorno di festa. 

[5]Questa è una legge per Israele,
un decreto del Dio di Giacobbe.
[6]Lo ha dato come testimonianza a Giuseppe,
quando usciva dal paese d'Egitto.
Un linguaggio mai inteso io sento: 

[7]«Ho liberato dal peso la sua spalla,
le sue mani hanno deposto la cesta.
[8]Hai gridato a me nell'angoscia
e io ti ho liberato,
avvolto nella nube ti ho dato risposta,
ti ho messo alla prova alle acque di Meriba. 

[9]Ascolta, popolo mio, ti voglio ammonire;
Israele, se tu mi ascoltassi!
[10]Non ci sia in mezzo a te un altro dio
e non prostrarti a un dio straniero.
[11]Sono io il Signore tuo Dio,
che ti ho fatto uscire dal paese d'Egitto;
apri la tua bocca, la voglio riempire. 

[12]Ma il mio popolo non ha ascoltato la mia voce,
Israele non mi ha obbedito.
[13]L'ho abbandonato alla durezza del suo cuore,
che seguisse il proprio consiglio. 

[14]Se il mio popolo mi ascoltasse,
se Israele camminasse per le mie vie!
[15]Subito piegherei i suoi nemici
e contro i suoi avversari porterei la mia mano. 

[16]I nemici del Signore gli sarebbero sottomessi
e la loro sorte sarebbe segnata per sempre;
[17]li nutrirei con fiore di frumento,
li sazierei con miele di roccia». 


Commento dal sito: http://proposta.dehoniani.it

A proposito di questo salmo, Agostino scrive: "Ogni coscienza cristiana si riconosca qui, dopo aver devotamente passato il mar Rosso... e si ricordi di essere stata esaudita nella tribolazione. Perché è una grande tribolazione l’essere schiacciati sotto il peso dei peccati. Quale gioia per la coscienza l’esserne sollevata! Ecco, tu sei stato battezzato: ieri la tua coscienza affondava sotto il peso, oggi è nella gioia... Ricordati della tua passata tribolazione".

La parte innica del salmo ci ricorda che la solennità liturgica comporta un "rallegrarsi al cospetto di Dio". Se al posto della partecipazione gioiosa subentra un faticoso senso del dovere, questo non è più servizio di Dio come il Signore lo vuole: "Dio ama chi dona con gioia" (2Cor 9,7).

Commento dei padri della chiesa

v. 2 «Il salmo precedente diceva: "Perché hai abbattuto la siepe della tua vigna?" Questo risponde: "Se il mio popolo mi avesse ascoltato! Ma il mio popolo non ha ascoltato la mia voce e io li ho abbandonati alle inclinazioni del loro cuore"» (Eusebio).

"Il Dio che si mostrò a Giacobbe in forma di uomo: è il Salvatore" (Eusebio).

v. 4 "La tromba del novilunio è per gli ebrei il ricordo dell’uscita dall’Egitto. Ai cristiani essa ricorda che sono stati liberati dal demonio e dal potere delle tenebre" (Origene).

v. 6 «Quando fu data la legge sul Sinai, Israele udì una lingua che non conosceva. Si ebbe là una profezia del Salvatore, poiché Dio discese sotto l’apparenza del fuoco e disse: "Ascolta, Israele" (Dt 6,4), e il popolo pieno di paura disse a Mosè: Parla tu a noi e noi ascolteremo, ma non ci parli Dio, altrimenti moriremo (cfr. Dt 5,24 ss.): domandava un mediatore. Così il profeta aggiunge subito: "Io susciterò loro in mezzo ai loro fratelli un profeta come te e gli porrò in bocca le mie parole..." (Dt 18,18). E il Figlio si è fatto mediatore fra Dio e noi. Il Figlio dice in Gv 12,49: "Io non ho parlato da me, ma colui che mi ha mandato, il Padre, egli stesso mi ha comandato che cosa devo dire e annunziare"» (Cirillo di Alessandria).

v. 7 "Mosè fu ministro della liberazione carnale e il Cristo ministro della liberazione spirituale" (Cirillo di Alessandria).

"C’è un legame misterioso tra i cesti della schiavitù d’Egitto e quelli che il Signore riempì di pani" (Origene).

v. 8 "I figli d’Israele, oppressi in Egitto, gridarono al Signore. Egli ascoltò il loro pianto e inviò loro il suo Verbo per mezzo di Mosè, per farli uscire dall’Egitto. E noi, noi eravamo in Egitto, cioè nelle tenebre dell’errore e dell’ignoranza. Il Signore ha avuto pietà della nostra afflizione ed ha inviato il suo Verbo, il suo Figlio unigenito, per strapparci dall’ignoranza e condurci alla luce" (Origene).

v. 9 "Tu che hai sperimentato la mia potenza, accetta le mie leggi" (Teodoreto).

v. 11 «"Io sono il Signore tuo Dio": sono le prime parole della legge» (Teodoreto).

"Tutti siamo stati tratti dalla terra d’Egitto, abbiamo attraversato il mare col battesimo" (Agostino).

"Signore, ecco, la bocca del tuo servo è aperta, come il suo cuore: riempili, affinché sempre io ti benedica, Cristo Salvatore. Versa nel mio cuore la rugiada della tua grazia. Come la terra seminata non può produrre frutto se la tua bontà non la visita, così il mio cuore" (Efrem).

"Apri la tua bocca per confessare, per amare e io la riempirò perché in me è la sorgente della vita (cfr. Sal 36,10)" (Agostino).

"Egli stesso è il maestro e il pane" (Girolamo).

"Apri la tua bocca per diffondere e confessare le lodi di Dio" (Cassiodoro).

vv. 12-13 "Il popolo non ha obbedito, per questo l’ho privato della cura che avevo per lui: l’ho lasciato andare alla deriva, come una nave senza timone" (Teodoreto).

v. 16 "Quando la pienezza dei gentili sarà entrata, tutto Israele sarà salvato; leggiamo nell’Apocalisse che saranno salvati a centinaia di migliaia" (Girolamo).

v. 17 "Annuncio della moltiplicazione dei pani e dell’eucaristia" (Eusebio).

"Il miele è la sapienza" (Cassiodoro).

"La roccia è il Cristo" (Origene).


giovedì 1 dicembre 2011

Catechismo della Chiesa Cattolica - LIV

Proseguiamo l'appuntamento volto alla conoscenza del Catechismo della Chiesa Cattolica. Anche per questa settimana continuiamo la lettura dell'Articolo 1 della Parte Seconda:

PARTE SECONDA  
LA CELEBRAZIONE DEL MISTERO CRISTIANO

SEZIONE PRIMA 
L'ECONOMIA SACRAMENTALE

CAPITOLO SECONDO 
LA CELEBRAZIONE SACRAMENTALE DEL MISTERO PASQUALE

ARTICOLO 1 
CELEBRARE LA LITURGIA DELLA CHIESA

III. Quando celebrare?

Il tempo liturgico

1163 « La santa Madre Chiesa considera suo dovere celebrare con sacra memoria, in determinati giorni nel corso dell'anno, l'opera salvifica del suo Sposo divino. Ogni settimana, nel giorno a cui ha dato il nome di domenica, fa memoria della risurrezione del Signore, che una volta all'anno, unitamente alla sua beata passione, celebra a Pasqua, la più grande delle solennità. Nel ciclo annuale poi presenta tutto il mistero di Cristo [...]. Ricordando in tal modo i misteri della redenzione, essa apre ai fedeli le ricchezze delle azioni salvifiche e dei meriti del suo Signore, così che siano resi in qualche modo presenti in ogni tempo, perché i fedeli possano venirne a contatto ed essere ripieni della grazia della salvezza ». 101

1164 Fin dalla Legge mosaica il popolo di Dio ha conosciuto feste in data fissa, a partire dalla Pasqua, per commemorare le stupende azioni del Dio Salvatore, rendergliene grazie, perpetuarne il ricordo e insegnare alle nuove generazioni a conformare ad esse la loro condotta di vita. Nel tempo della Chiesa, posto tra la pasqua di Cristo, già compiuta una volta per tutte, e la sua consumazione nel regno di Dio, la liturgia celebrata in giorni fissi è totalmente impregnata della novità del mistero di Cristo.

1165 Quando la Chiesa celebra il mistero di Cristo, una parola scandisce la sua preghiera: « Oggi! », come eco della preghiera che le ha insegnato il suo Signore 102 e dell'invito dello Spirito Santo. 103 Questo « oggi » del Dio vivente in cui l'uomo è chiamato ad entrare è l'« Ora » della pasqua di Gesù, che attraversa tutta la storia e ne è il cardine:

« La vita si è posata su tutti gli esseri e tutti sono investiti da una grande luce; l'Oriente degli orienti ha invaso l'universo, e colui che era prima della stella del mattino e prima degli astri, immortale e immenso, il grande Cristo, brilla su tutti gli esseri più del sole. Perciò, per noi che crediamo in lui, sorge un giorno di luce, lungo, eterno, che non si spegnerà più: la Pasqua mistica ». 104

Il giorno del Signore

1166 « Secondo la Tradizione apostolica, che trae origine dal giorno stesso della risurrezione di Cristo, la Chiesa celebra il mistero pasquale ogni otto giorni, in quello che si chiama giustamente giorno del Signore o domenica ». 105 Il giorno della risurrezione di Cristo è ad un tempo il « primo giorno della settimana », memoriale del primo giorno della creazione, e l'« ottavo giorno » in cui Cristo, dopo il suo « riposo » del grande Sabato, inaugura il giorno « che il Signore ha fatto » (Sal 118,24), il « giorno che non conosce tramonto ». 106 La « Cena del Signore » ne costituisce il centro, poiché in essa l'intera comunità dei fedeli incontra il Signore risorto che la invita al suo banchetto: 107

« Il giorno del Signore, il giorno della risurrezione, il giorno dei cristiani, è il nostro giorno. È chiamato giorno del Signore proprio per questo: perché in esso il Signore è salito vittorioso presso il Padre. I pagani lo chiamano giorno del sole: ebbene, anche noi lo chiamiamo volentieri in questo modo: oggi infatti è sorta la luce del mondo, oggi è apparso il sole di giustizia i cui raggi ci portano la salvezza ». 108

1167 La domenica è per eccellenza il giorno dell'assemblea liturgica, giorno in cui i fedeli si riuniscono « perché, ascoltando la Parola di Dio e partecipando all'Eucaristia, facciano memoria della passione, della risurrezione e della gloria del Signore Gesù, e rendano grazie a Dio che li ha rigenerati per una speranza viva per mezzo della risurrezione di Gesù Cristo dai morti »: 109

« O Cristo, quando contempliamo le meraviglie compiute in questo giorno della domenica della tua santa risurrezione, noi diciamo: Benedetto il giorno di domenica, perché in esso ha avuto inizio la creazione, [...] la salvezza del mondo, [...] il rinnovamento del genere umano [...]. In esso il cielo e la terra si sono rallegrati e l'universo intero si è riempito di luce. Benedetto il giorno di domenica, perché in esso furono aperte le porte del paradiso in modo che Adamo e tutti coloro che ne furono allontanati vi possano entrare senza timore ». 110

L'anno liturgico

1168 A partire dal Triduo pasquale, come dalla sua fonte di luce, il tempo nuovo della risurrezione permea tutto l'anno liturgico del suo splendore. Progressivamente, da un versante e dall'altro di questa fonte, l'anno è trasfigurato dalla liturgia. Esso costituisce realmente l'anno di grazia del Signore. 111 L'Economia della salvezza è all'opera nello svolgersi del tempo, ma dopo il suo compimento nella pasqua di Gesù e nell'effusione dello Spirito Santo, la conclusione della storia è anticipata, « pregustata », e il regno di Dio entra nel nostro tempo.