giovedì 18 agosto 2011

Catechismo della Chiesa Cattolica - XXXIX parte


Proseguiamo il nostro appuntamento volto alla conoscenza del Catechismo della Chiesa Cattolica. Sempre restando nell'Articolo 9, leggiamo oggi il Paragrafo 5 incentrato sul Credo nella Comunione dei Santi:


CAPITOLO TERZO: CREDO NELLO SPIRITO SANTO

Articolo 9

Paragrafo 5 LA COMUNIONE DEI SANTI

946 Dopo aver confessato “la santa Chiesa cattolica”, il Simbolo degli Apostoli aggiunge “la comunione dei santi”. Questo articolo è, per certi aspetti, una esplicitazione del precedente: “Che cosa è la Chiesa se non l'assemblea di tutti i santi?” [Niceta, Explanatio symboli, 10: PL 52, 871B]. La comunione dei santi è precisamente la Chiesa.

947 “Poiché tutti i credenti formano un solo corpo, il bene degli uni è comunicato agli altri. . . Allo stesso modo bisogna credere che esista una comunione di beni nella Chiesa. Ma il membro più importante è Cristo, poiché è il Capo. . . Pertanto, il bene di Cristo è comunicato a tutte le membra; ciò avviene mediante i sacramenti della Chiesa” [San Tommaso d'Aquino, Expositio in symbolum apostolicum, 10]. “L'unità dello Spirito, da cui la Chiesa è animata e retta, fa sì che tutto quanto essa possiede sia comune a tutti coloro che vi appartengono” [Catechismo Romano, 1, 10, 24].

948 Il termine “comunione dei santi” ha pertanto due significati, strettamente legati: “comunione alle cose sante ["sancta"]” e “comunione tra le persone sante ["sancti"]”.

“Sancta sanctis!” - le cose sante ai santi - viene proclamato dal celebrante nella maggior parte delle liturgie orientali, al momento dell'elevazione dei santi Doni, prima della distribuzione della Comunione. I fedeli ["sancti"] vengono nutriti del Corpo e del Sangue di Cristo ["sancta"] per crescere nella comunione dello Spirito Santo ["koinonia"] e comunicarla al mondo.

I. La comunione dei beni spirituali

949 Nella prima comunità di Gerusalemme, i discepoli “erano assidui nell'ascoltare l'insegnamento degli Apostoli e nell'unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere” (⇒ At 2,42).

La comunione nella fede. La fede dei fedeli è la fede della Chiesa ricevuta dagli Apostoli, tesoro di vita che si accresce mentre viene condiviso.

950 La comunione dei sacramenti. “Il frutto di tutti i sacramenti appartiene così a tutti i fedeli, i quali per mezzo dei sacramenti stessi, come altrettante arterie misteriose, sono uniti e incorporati in Cristo. Soprattutto il Battesimo è al tempo stesso porta per cui si entra nella Chiesa e vincolo dell'unione a Cristo. . . La comunione dei santi significa questa unione operata dai sacramenti. . . Il nome di "comunione" conviene a tutti i sacramenti in quanto ci uniscono a Dio. . . ; più propriamente però esso si addice all'Eucaristia che in modo affatto speciale attua questa intima e vitale comunione soprannaturale” [Catechismo Romano, 1, 10, 24].

951 La comunione dei carismi. Nella comunione della Chiesa, lo Spirito Santo “dispensa pure tra i fedeli di ogni ordine grazie speciali” per l'edificazione della Chiesa [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 12]. Ora “a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l'utilità comune” (⇒ 1Cor 12,7).

952 “ Ogni cosa era fra loro comune ” (⇒ At 4,32). “Il cristiano veramente tale nulla possiede di così strettamente suo che non lo debba ritenere in comune con gli altri, pronto quindi a sollevare la miseria dei fratelli più poveri” [Catechismo Romano, 1, 10, 27]. Il cristiano è un amministratore dei beni del Signore [Cf ⇒ Lc 16,1-3 ].

953 La comunione della carità. Nella “comunione dei santi” “nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso” (⇒ Rm 14,7). “Se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui. Ora voi siete corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte” (⇒ 1Cor 12,26-27). “La carità non cerca il suo interesse” (⇒ 1Cor 13,5) [Cf ⇒ 1Cor 10,24 ]. Il più piccolo dei nostri atti compiuto nella carità ha ripercussioni benefiche per tutti, in forza di questa solidarietà con tutti gli uomini, vivi o morti, solidarietà che si fonda sulla comunione dei santi. Ogni peccato nuoce a questa comunione.

II. La comunione della Chiesa del cielo e della terra

954 I tre stati della Chiesa. “ Fino a che il Signore non verrà nella sua gloria e tutti gli angeli con lui e, distrutta la morte, non gli saranno sottomesse tutte le cose, alcuni dei suoi discepoli sono pellegrini sulla terra, altri che sono passati da questa vita stanno purificandosi, altri infine godono della gloria contemplando "chiaramente Dio uno e trino, qual è"”: [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 49]

Tutti però, sebbene in grado e modo diverso, comunichiamo nella stessa carità di Dio e del prossimo e cantiamo al nostro Dio lo stesso inno di gloria. Tutti quelli che sono di Cristo, infatti, avendo il suo Spirito formano una sola Chiesa e sono tra loro uniti in lui [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 49].

955 “L'unione. . . di coloro che sono in cammino coi fratelli morti nella pace di Cristo non è minimamente spezzata, anzi, secondo la perenne fede della Chiesa, è consolidata dalla comunicazione dei beni spirituali” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 49].

956 L'intercessione dei santi. “A causa infatti della loro più intima unione con Cristo i beati rinsaldano tutta la Chiesa nella santità. . . non cessano di intercedere per noi presso il Padre, offrendo i meriti acquistati in terra mediante Gesù Cristo, unico Mediatore tra Dio e gli uomini. . . La nostra debolezza quindi è molto aiutata dalla loro fraterna sollecitudine”: [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 49]

Non piangete. Io vi sarò più utile dopo la mia morte e vi aiuterò più efficacemente di quando ero in vita [San Domenico morente ai suoi frati, cf Giordano di Sassonia, Libellus de principiis Ordinis praedicatorum, 93].

Passerò il mio cielo a fare del bene sulla terra [Santa Teresa di Gesù Bambino, Novissima verba].

957 La comunione con i santi. “Non veneriamo la memoria dei santi solo a titolo d'esempio, ma più ancora perché l'unione di tutta la Chiesa nello Spirito sia consolidata dall'esercizio della fraterna carità. Poiché come la cristiana comunione tra coloro che sono in cammino ci porta più vicino a Cristo, così la comunione con i santi ci unisce a Cristo, dal quale, come dalla fonte e dal capo, promana tutta la grazia e tutta la vita dello stesso Popolo di Dio”: [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 50]

Noi adoriamo Cristo quale Figlio di Dio, mentre ai martiri siamo giustamente devoti in quanto discepoli e imitatori del Signore e per la loro suprema fedeltà verso il loro re e maestro; e sia dato anche a noi di farci loro compagni e condiscepoli [San Policarpo di Smirne, in Martyrium Polycarpi, 17].

958 La comunione con i defunti. “La Chiesa di quelli che sono in cammino, riconoscendo benissimo questa comunione di tutto il corpo mistico di Gesù Cristo, fino dai primi tempi della religione cristiana ha coltivato con una grande pietà la memoria dei defunti e, poiché "santo e salutare è il pensiero di pregare per i defunti perché siano assolti dai peccati" (⇒ 2Mac 12,45), ha offerto per loro anche i suoi suffragi” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 50]. La nostra preghiera per loro può non solo aiutarli, ma anche rendere efficace la loro intercessione in nostro favore.

959 Nell'unica famiglia di Dio. Tutti noi che “siamo figli di Dio e costituiamo in Cristo una sola famiglia, mentre comunichiamo tra di noi nella mutua carità e nell'unica lode della Trinità santissima, corrispondiamo all'intima vocazione della Chiesa” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 50].

IN SINTESI

960 La Chiesa è “comunione dei santi”: questa espressione designa primariamente le “cose sante” ["sancta"], e innanzi tutto l'Eucaristia con la quale “viene rappresentata e prodotta l'unità dei fedeli, che costituiscono un solo corpo in Cristo” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 50].

961 Questo termine designa anche la comunione delle “persone sante” ["sancti"] nel Cristo che è “morto per tutti”, in modo che quanto ognuno fa o soffre in e per Cristo porta frutto per tutti.

962 “Noi crediamo alla comunione di tutti i fedeli di Cristo, di coloro che sono pellegrini su questa terra, dei defunti che compiono la loro purificazione e dei beati del cielo; tutti insieme formano una sola Chiesa; noi crediamo che in questa comunione l'amore misericordioso di Dio e dei suoi santi ascolta costantemente le nostre preghiere” [Paolo VI, Credo del popolo di Dio, 30].

mercoledì 17 agosto 2011

Verità della Fede - XXIX parte

Tornano gli approfondimenti sulle "Verità della Fede" attraverso le attente analisi di Sant'Alfonso Maria de' Liguori. Siamo giunti al sedicesimo capitolo nel quale il Santo Vescovo, Fondatore dei Redentoristi e Dottore della Chiesa proverà la verità della religione cristiana attraverso i miracoli operati dagli apostoli:




Verità della Fede

di Sant'Alfonso Maria de' Liguori

PARTE SECONDA

CONTRO I DEISTI CHE NEGANO LA RELIGIONE RIVELATA

CAP. XVI.

Quanto inoltre vien confermata la religion cristiana da' miracoli degli apostoli.

1. Gesù Cristo mandando i suoi discepoli a predicar la fede prima per la Giudea, e poi per tutto il mondo, comunicò loro la potestà di far miracoli: Infirmos curate, mortuos suscitate, leprosos mundate, daemones eiicite5. E sin dal tempo che il Signore era in vita, cominciarono gli apostoli ad esperimentare una tal potestà, come scrive s. Marco6, sanando infermi, e liberando ossessi dovunque predicavano. Ma più ammirabili furono i miracoli che fecero dopo la morte di Gesù Cristo. Di questi ne noteremo qui alcuni prodigiosi, che molto confermano la verità del vangelo a confusione degli increduli. Prodigioso in primo luogo fu il guarimento operato da s. Pietro d'uno zoppo, cui stando alla porta del tempio a chieder limosina, s. Pietro disse: Io non ho né oro, né argento, ma ti do quello che ho. In nome di Gesù Cristo alzati e cammina. E presolo per la mano, quegli si trovò talmente sano, ch'entrò cogli stessi apostoli nel tempio, saltando e lodando Dio. Onde tutto il popolo si affollò nell'atrio intorno ad essi ed allora s. Pietro si pose a predicar Gesù Cristo, non ostante che i giudei strepitassero tanto, che dopo la predica li posero in prigione; in quella predica fu che si convertirono cinquemila persone7. Nel giorno seguente i giudei congregati fecero chiamare gli apostoli, e gli interrogarono con quale autorità avessero predicato. Ed allora s. Pietro con maggior costanza disse che l'infermo era stato sanato in nome di Gesù Cristo da loro crocifisso, e che fuori di Gesù Cristo non vi era salute: Non est in alio aliquo salus. I sacerdoti fremevano di rabbia, ma sapendo che il miracolo era notorio a tutti, non vollero dar altro castigo agli apostoli; solamente proibirono loro di predicare più Gesù Cristo. Ma gli apostoli risposero che doveano ubbidire a Dio, e non agli uomini, onde, licenziati che furono, seguirono con maggior calore a predicar la fede8.

2. Ora, considerate tutte le circostanze di questo miracolo, chi potrà mettere in dubbio la verità della fede? Quell'uomo sin dalla nascita per 40 anni era stato inabile a camminare: tanti testimonj presenti: la conversione di cinquemila persone: la carcerazione degli apostoli, e dello stesso zoppo rendettero più certo il prodigio: di più i giudei confessarono che il miracolo non potea negarsi: Notum signum factum est per eos omnibus habitantibus Ierusalem: manifestum est, et non possumus negare1. E perciò, affinché il miracolo non si facesse più noto nel popolo, si contentarono di solo proibire agli apostoli il predicare, e li mandarono liberi. Ma d'allora di giorno in giorno la fede sempre più andavasi propagando: Magis autem augebatur credentium in Domino multitudo virorum ac mulierum2. Il pontefice di nuovo pose in carcere gli apostoli, ma venne l'angelo del Signore, e liberandoli, disse loro: Ite, et stantes loquimini in templo plebi omnia verba vitae huius3. Onde la mattina si videro di nuovo nel tempio a predicare, ed essendo andati i ministri a riconoscere il carcere, dissero poi a' sacerdoti: Carcerem quidem invenimus clausum... aperientes autem neminem intus invenimus4. Il capitano delle guardie andò al tempio, e ritrovandovi gli apostoli, li condusse al principe de' sacerdoti, il quale disse loro: Noi vi abbiamo comandato di non predicare più la vostra dottrina, e voi tuttavia seguite? E s. Pietro rispose: Obedire oportet Deo magis quam hominibus. I giudici, come narra s. Luca, disseccabantur, et cogitabant interficere illos. Allora Gamaliele disse loro: Israeliti, considerate che Teoda, benché si avesse acquistati 400 uomini di seguito alle sue prediche, egli è stato ucciso, ed è finito tutto: lo stesso è succeduto a Giuda galileo. Onde udite il mio consiglio: Sinite illos (parlando degli apostoli): quoniam si est ex hominibus consilium hoc, aut opus, dissolvetur; si vero ex Deo est, non poteritis dissolvere illud5. E così licenziarono gli apostoli, ma prima li fecero battere, rinnovando loro il comando di non predicare. Quelli non però omni... die non cessabant in templo et circa domos docentes et evangelizantes Christum Iesum6. Onde si moltiplicò tanto il numero de' fedeli, che anche molti de' sacerdoti abbracciarono la fede: Multa etiam turba sacerdotum obediebat fidei7.

3. Dopo ciò avvenne il martirio di s. Stefano; ma in vece di mancare le conversioni colla morte del santo martire, più si accrebbero. Poiché gli apostoli uscendo dalla Giudea si sparsero prima nella Samaria, e poi passarono ne' luoghi de' gentili, ove fece gran progresso la fede cogl'innumerabili miracoli per mezzo di loro operati. Anche i gentili fecero menzione di tali miracoli. Flegonte8, fa espressa memoria de' miracoli di s. Pietro, come porta Origene9. Così anche Porfirio presso s. Cirillo10, fa memoria de' miracoli che avvenivano ai sepolcri degli apostoli. Di tali prodigj furono piene le apologie presentate agli imperatori ed a' presidi romani da Tertulliano, da Origene, da s. Giustino, da Arnobio. E d'indi in poi perseverò sempre nella chiesa la grazia de' miracoli. S. Ireneo attesta più miracoli di morti risuscitati11. E s. Agostino scrive essere stato egli stesso testimonio di vista di cinque morti risorti per miracolo12. Si legga quel che sta scritto nella parte III. al capo 1. §. 1. dei miracoli operati da Dio nella chiesa cattolica per mezzo degli altri suoi servi.

4. Fu celebre ancora ne' primi tempi il risorgimento operato per s. Pietro della donna Tabita morta in Ioppe. Essendo s. Pietro ivi giunto, dopo avere alquanto orato, rivolto alla donna defunta disse: Tabita, levati; ed ella aperti gli occhi si alzò a mezza vita sul cataletto, e dandole poi la mano l'apostolo, la fece levare intieramente. E con tal miracolo molti si convertirono alla fede13. A tali prodigj si aggiunge la morte repentina di Anania e Safira in castigo della loro menzogna detta a san Pietro1. Si aggiunge la miracolosa liberazione dello stesso s. Pietro dalla carcere2. Si aggiunge il prodigioso avvenuto allorché s. Paolo con una parola fece restar cieco il mago Elimas, in pena di aver voluto pervertire dalla fede il proconsolo Sergio Paolo, onde l'apostolo gl'intimò: Eris caecus, et non videns solem usque ad tempus, e quegli subito perdette la vista, e con ciò il proconsolo compì di convertirsi3.

5. Si aggiunge il miracolo che operò s. Paolo in Listria, simile a quello di s. Pietro. Era ivi uno stroppiato sino dalla sua nascita, a cui dicendo l'apostolo: Alzati, quegli si trovò sano e cominciò a camminare. Di ciò rimanendo stupito il popolo, fece il bello onore a s. Paolo di chiamarlo Mercurio, e fece apparecchiare il sacerdote con i tauri e corone per fargli un sacrificio, onde l'apostolo lacerandosi le vesti si pose ad esclamare: Uomini, che cosa volete fare? Noi siamo semplici uomini mortali, che siamo venuti ad annunziarvi il vero e solo Dio che dovete adorare. E così li fece astenere dal sacrificio. Ma essendo venuti poi alcuni giudei da Iconio, persuasero quella gente a lapidar s. Paolo, e quella dove poco prima voleva onorarlo come Dio, appresso lo lapidò, ed il santo apostolo fu vicino a morirne. Onde gli amici lo trassero come morto fuori della città, dalla quale si partì subito ch'ebbe forza di camminare4.

6. Si aggiunge il miracolo, che fece lo stesso s. Paolo in Troade, dove essendo caduto un giovane per nome Eutica da una finestra del terzo piano della casa, ed essendo già morto, l'apostolo con solamente abbracciarlo, lo ritornò in vita5. Tutti questi miracoli furono operati non in segreto, ma alla presenza di gran moltitudine di gente: e quando furono scritti da s. Luca, non mancavano molti che n'erano stati testimonj di vista; onde se mai fossero stati falsamente scritti, ben quegli stessi che vi erano stati presenti, ne avrebbero scoperta la falsità.

7. Or da questi miracoli operati così da Gesù Cristo, come si disse nel capo XIV., come da' suoi apostoli, si fa un dilemma contro gl'increduli, e si dice: o Gesù Cristo e i suoi discepoli fecero veramente tali miracoli, e dobbiamo credere ch'egli fu il vero Messia, e vera la legge da Gesù pubblicata: o non li fecero, e ciò sarebbe stato un maggior miracolo, che il mondo l'abbia creduto per vero Messia e Dio, ed abbia abbracciata una legge così difficile al senso, dopo essere stato egli così ignominiosamente crocifisso da' giudei.

8. Che cosa mai potranno dire i deisti? Ecco quel che dice il calvinista Rousseau: Ma io non ho veduto alcun miracolo, né ho udita alcuna profezia. Dunque perché il signor Rousseau non ha veduto alcun miracolo, e non ha udita alcuna profezia, perciò tutti i miracoli di Gesù Cristo e degli altri suoi discepoli e tutte le profezie sono false e bugiarde? Bel modo di argomentare! Diranno forse quel che diceano i giudei ed anche i gentili, come Celso e Porfirio, non avendo altro che opporre, che i cristiani operavan tali miracoli per arte magica? Ma questa calunnia si smentisce da se stessa, perché lo stesso vangelo che predicavano gli apostoli, proibisce severamente ogni sorta di comunicazione cogli spiriti infernali. E questo fu uno de' loro impieghi più premurosi, l'estirpare tutti gli oracoli, sortilegi, auspicj e superstizioni diaboliche; e i demonj contro lor voglia furono obbligati di ubbidire agli apostoli. Narra s. Luca6, che nella città di Filippi si trovò una fanciulla ossessa da uno spirito Pitone (cioè demonio che faceva l'indovino). Questa donzella co' vaticinj che faceva, portava molto guadagno alla casa ove serviva. Ella vedendo gli apostoli, si pose a gridare: Questi uomini sono buoni servi di Dio, venuti a predicare la via della salute. Con tutto ciò s. Paolo ordinò allo spirito che uscisse da quella figliuola, e lo spirito fu costretto ad ubbidire. Ma i padroni della serva, avendo perduto il loro guadagno, accusarono gi apostoli come perturbatori della pace, e tanto si adoperarono, che furono i medesimi da' giudici flagellati colle verghe, e posti in carcere co' ceppi. Ecco l'aversione che sempre i discepoli di Gesù Cristo hanno avuto co' demonj e colle loro operazioni1.

9. Per raccogliere finalmente in breve tutto ciò che si è detto circa la verità del nuovo testamento, a chi dicesse: come si prova che il nuovo testamento sia libro divino? Si prova dalla tradizione costante: dall'attestazione degli stessi scrittori, che sono stati testimonj oculari degli eventi che scrivono: dall'essersi predicate queste cose scritte agli stessi testimonj de' fatti che si narrano: dal contesto d'altri autori contemporanei; dalla cautela dei fedeli in conservare i libri santi sin dal principio, fino a patir la morte per non consegnarli a' tiranni, e in rigettare le scritture non ricevute da mano degli apostoli: dalla sincerità con cui gli apostoli scrittori confessano le loro debolezze, le ambizioni, la fuga quando fu preso il lor maestro, l'incredulità quando risorse: dalla conformità de' fatti e della dottrina, benché scrivessero in differenti tempi e luoghi. Tutte queste circostanze formano tal certezza ch'elle sieno scritture divine, che non lasciano luogo di dubitare. Niuno dubita che Scipione distrusse Cartagine, che Cesare fu ucciso nel senato, che Nerone si tolse da se stesso la vita, perché più scrittori uniformemente lo dicono, e non vi è dubbio ragionevole in contrario. E come poi può dubitarsi che gli evangeli non sieno veri, essendovi tante circostanze che lo accertano?

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5 Matth. 10. 8.

6 6. 12.

7 Act. c. 3.

8 Act. c. 4.

1 Act. 4. 16.

2 Act. 5. 14.

3 Act. 5. 20.

4 Act. 5. 23.

5 Act. 5. 38. et 39.

6 Act. 5. 42.

7 Act. 6. 7.

8 Annal. l. 13.

9 L. 2. contra Celsum.

10 L. 10. contr. Iul.

11 L. 2. adv. Dei l. 22.

12 De civit. Dei l. 22. c. 8.

13 Act. 9. 40. ad 42.

1 Act. 5. 3. et 11.

2 Act. c. 12.

3 Act. 13. 8. - Quindi l'apostolo lasciò il suo nome di Saulo, e volle chiamarsi Paolo, siccome poi scrisse a' corinti. 1. Cor. 16. 21.

4 Act. 14. 7.

5 Act. 20. 9.

6 Act. 16. 16.

1 Alcuni tengono per certo esservi l'arte magica, per cui si ottengono molte operazioni diaboliche. Altri per opposto affatto la negano, e negano ancora ogni operazione esterna de' demonj, almeno sopra de' cristiani dopo la venuta di Gesù Cristo. E di questa opinione fu anche il letterato signor marchese Maffei nella sua lettera dell'arte magica dileguata, fondato su quel passo dell'Apocalisse (20. 1. et 2. ): Et vidi Angelum discendentem de coelo, habentem clavem abyssi et catenam magnam in manu sua, et apprehendit draconem, serpentem antiquum, qui est diabolus et satanas, et ligavit eum per mille annos. Da ciò ne ricava che dopo la Redenzione è stato legato il demonio a non poter fare più prodigi perniciosi agli uomini per mille anni, si intende sino al tempo dell'Anticristo, in cui tali prodigi di nuovo si vedranno. Quello ch'è certo, è che in questa nera professione non si dà arte vera e regolare, né osservanza di patti espressi o taciti col demonio, perché tutti sono fallibili, e per lo più sono falsità ed inganni. Del resto non si può negare che il demonio anche a tempo del cristianesimo opera molte cose entro la sfera del suo poter naturale, siccome s. Ireneo, s. Giustino, s. Cirillo, s. Epifanio, Tertulliano e Teodoreto scrivono più cose in tal materia di Simone mago, e più cose ancora di Apollonio Tianeo scrivono Origene, Lattanzio, Eusebio ed altri. Io non mi fiderei, senza esser temerario, di asserire che tutti questi uomini dotti e santi si sieno in ciò ingannati. Tanto più che dagli stessi evangeli abbiamo, che Iddio permette per suoi giusti fini tal diabolici prestigi. Ecco quel che ne disse lo stesso nostro Salvatore: Surgent enim pseudochristi et pseudoprophetae, et dabunt signa magna, et prodigia, ita ut in errorem inducantur (si fieri potest) etiam electi. Matth. 24. 24. E dell'Anticristo scrisse l'apostolo: Cuius est adventus secundum operationem satanae, in omni virtute et signis et prodigiis mendacibus. 2. ad Thes. 2. 9. In quanto poi al testo dell'Apocalisse addotto dal signor Maffei, si risponde col Tostato, Maldonato, Calmet, Du-Hamel ed altri, che oggi non ha il demonio tanta forza, quanta prima ne avea sul genere umano, ma non gli è stata tolta in tutto la potenza di adoperare le sue magiche illusioni. A superventu Salvatoris (scrisse s. Atanasio) daemones non eodem modo... magicis fraudibus imposturas facere. De Humanit. Verbi etc. Sicché il nemico anche al presente può, ma con meno forza, cercare d'illudere gli uomini con tali prodigi di magia, per quanto da Dio gli vien permesso. E di questo sentimento fu ancora il celebre Ludovico Muratori nella sua opera della Fantasia: al quale par che avesse appresso aderito lo stesso signor Maffei, come scrive l'autor della vita del Muratori. Iddio non però sempre farà ben chiara la differenza, che passa fra i prodigi diabolici, che sono meramente apparenti, e per lo più diretti a qualche peccato degli operanti, ed i veri miracoli divini, che sono sempre utili o al corpo, o almeno all'anima di alcuno, o all'edificazione degli altri; e perciò vanno sempre congiunti colla vera religione e vera dottrina. Se poi vi siano veri ossessi tra' fedeli, ne parlammo al capo 14. nella nota al num 3. 

martedì 16 agosto 2011

La Città di Dio - XXX parte

Riprendiamo la lettura dell'opera di Sant'Agostino nota come "La città di Dio": continuiamo a vedere le sciagure che hanno colpito Roma ed in particolare quelle seguenti le due guerre puniche:  

20. Ma fra tutti i disastri della seconda guerra punica il più degno di pietà e di deplorazione fu il massacro di quei di Sagunto. Questa città della Spagna, amicissima del popolo romano, fu distrutta perché gli si mantenne fedele. Annibale, violato il patto con i Romani, proprio da questa circostanza cercava il pretesto per provocarli alla guerra. Dunque assediava con ferocia Sagunto. Appena si seppe a Roma, furono mandati degli ambasciatori ad Annibale per indurlo ad abbandonare l'assedio. Non tenuti in alcun conto, essi andarono a Cartagine e lamentarono la violazione del patto ma tornarono a Roma senza aver concluso nulla. Durante questi indugi la disgraziata città molto ricca e molto cara alla Spagna e a Roma fu distrutta dai Cartaginesi all'ottavo o nono mese d'assedio. Fa raccapriccio leggerne e tanto più narrarne la fine. La ricorderò comunque brevemente giacché è molto pertinente all'argomento. Dapprima fu straziata dalla fame; si narra da alcuni che i cittadini si cibarono perfino dei cadaveri dei caduti. Infine stremati, per evitare almeno di cadere prigionieri nelle mani di Annibale, allestirono pubblicamente un grande rogo, nelle cui fiamme, dopo essersi anche trafitti di spada assieme ai propri familiari, tutti si abbandonarono. In questo caso avrebbero dovuto far qualche cosa gli dèi ghiottoni e ciarlatani nebulosi che bramano il grasso delle vittime e ingannano con la foschia di presagi ambigui; in questo caso avrebbero dovuto far qualche cosa, soccorrere una città molto amica del popolo romano e non permettere che subisse la catastrofe perché la subiva per aver mantenuta la fedeltà. Essi certamente intervennero quando si alleò mediante un patto allo Stato romano. Dunque perché mantenne fedelmente il patto, che sotto la loro protezione aveva stretto mediante delibera, che aveva reso vincolante con la fedeltà e indissolubile col giuramento, è stata assediata, schiacciata, distrutta da un uomo sleale. Se è vero che in seguito sono stati gli dèi ad atterrire e allontanare con temporali e fulmini Annibale vicinissimo alle mura di Roma, l'avrebbero dovuto fare anche prima. Oso dire appunto che sarebbero stati più onesti se avessero infuriato col temporale in favore degli amici dei Romani, i quali erano in pericolo proprio per non tradire la fedeltà ai Romani e non avevano mezzi di difesa, anziché in favore dei Romani che combattevano per se stessi ed erano ricchi di mezzi nel fronteggiare Annibale. Se fossero perciò difensori del benessere e dell'onore di Roma, ne avrebbero stornato la grave imputazione della rovina di Sagunto. Stoltamente dunque ora si crede che in virtù della loro protezione Roma non è andata in rovina malgrado la vittoria di Annibale, giacché non furono capaci di soccorrere la città di Sagunto affinché non andasse in rovina nel mantenere l'amicizia per Roma. Supponiamo che il popolo saguntino fosse cristiano e subisse tale sventura per la fede nel Vangelo, a parte che non si sarebbe data la morte con la spada o nel rogo, supponiamo comunque che subisse lo sterminio per la fede nel Vangelo. Avrebbe sofferto nella speranza per cui aveva creduto in Cristo, cioè non per la ricompensa di un tempo molto breve ma di una eternità senza fine. Ma a proposito di codesti dèi che, come si afferma, sono adorati o se ne va in cerca per adorarli al solo scopo che sia assicurato il benessere del mondo che fugge velocemente; che cosa mi risponderanno nei confronti dello sterminio di Sagunto coloro che li difendono e li scolpano? Faranno certamente lo stesso discorso che sulla fine di Regolo. Ma c'è una differenza. Quegli era un individuo, questa un'intera cittadinanza, sebbene causa della fine dell'uno e dell'altra sia stata la conservazione della fedeltà. Proprio per essa Regolo volle tornare ai nemici e Sagunto non volle passare ai nemici. Dunque il mantenimento della fedeltà provoca lo sdegno degli dèi? Ed è possibile che nonostante la protezione degli dèi siano perduti non solo individui ma intere città? Scelgano fra le due cose quella che preferiscono. Se gli dèi si sdegnano contro la fedeltà mantenuta, scelgano i rinnegati per essere onorati. Se poi è possibile che, malgrado il loro favore individui e città, colpiti da molti e gravi tormenti, vadano in rovina, gli dèi sono adorati senza il risultato del benessere terreno. La smettano dunque di arrabbiarsi coloro che pensano di essere divenuti disgraziati con la perdita dei misteri dei propri dèi. Anche se fossero rimasti e gli dèi li avessero aiutati, potevano non soltanto, come avviene adesso, lamentarsi del disastro avvenuto ma anche andare completamente in rovina dopo essere stati orrendamente straziati come Regolo e quelli di Sagunto.

Dalle guerre civili all'impero (21-31)

21. Tratto brevemente del periodo fra la seconda e la terza guerra punica, quando, come dice Sallustio, i Romani vissero con la più alta moralità e con la massima concordia 90. Tralascio molti fatti pensando ai limiti della mia opera. In quel tempo dunque di alta moralità e di massima concordia, Scipione, il liberatore di Roma e dell'Italia, stratega egregio e ammirevole della seconda guerra punica tanto orribile, tanto disastrosa e pericolosa, vincitore di Annibale e trionfatore di Cartagine, sebbene la sua vita fin dall'adolescenza, come si narra 91, fosse dedicata agli dèi e cresciuta nei templi, fu vittima delle accuse dei rivali. Esiliato dalla patria, che aveva salvata e liberata col proprio valore, passò il resto della vita e la finì nella cittadina di Literno. Nonostante il suo insigne trionfo, non fu mai preso dal desiderio di rivedere Roma, ordinò anzi, come si narra 92, che dopo la morte nemmeno il funerale si celebrasse nell'ingrata patria. Subito dopo per la prima volta a mezzo del proconsole Gneo Manlio, vincitore dei Galati, s'introdusse a Roma la dissolutezza asiatica peggiore di ogni nemico. Si racconta 93 che per la prima volta si cominciarono a vedere divani guarniti di bronzo e tappeti preziosi; furono introdotte le suonatrici durante i conviti e altre forme di depravazione. Ma mi sono prefisso di parlare per ora di quei mali che gli uomini subiscono contro voglia e non di quelli che compiono volontariamente. E perciò attiene a questo discorso soprattutto l'episodio che ho citato di Scipione, che, cioè, vittima dei rivali, morì fuori della patria che aveva liberata, poiché le divinità di Roma, dai cui templi aveva allontanato Annibale, non lo ricambiarono, sebbene siano onorate soltanto per il benessere terreno. Ma appunto perché Sallustio ha affermato che in quei tempi esisteva la più alta moralità, ho pensato che si dovesse ricordare l'episodio della frivolezza asiatica, affinché s'intenda che Sallustio ha parlato così nel confronto con altri tempi, in cui la moralità, a causa di gravissime discordie, fu certamente peggiore. Proprio allora, cioè fra la seconda e l'ultima guerra punica fu anche promulgata la legge Voconia perché non fosse costituita erede una donna, neanche se figlia unica 94. Non so che cosa si può prescrivere o pensare di più ingiusto che una legge simile. Comunque nell'intermezzo fra le due guerre puniche il decadimento fu più sopportabile. L'esercito si logorava soltanto con guerre esterne ma si consolava con le vittorie; in città non si avevano le discordie avutesi in altri tempi. Ma nell'ultima guerra punica con un solo attacco dell'altro Scipione, che per questo ebbe anche egli il soprannome di Africano, la rivale della dominazione romana fu letteralmente estirpata. Ma lo Stato romano fu oppresso da un peso grave di mali. Data infatti la sicurezza nel benessere, da cui con l'eccessiva corruzione morale furono accumulati quei mali, si può affermare che fu più di danno la rapida distruzione che la lunga rivalità di Cartagine. Tralascio tutto il periodo fino a Cesare Augusto il quale, come è noto, sottrasse del tutto ai Romani la libertà che, anche secondo la loro opinione, non era più apportatrice di gloria ma di lotte e disastri e ormai completamente priva di nerbo e vigore, richiamò tutti i poteri all'illimitata autorità regale, rinvigorì e ringiovanì, per così dire, lo Stato quasi cadente per decrepitezza. Di tutto questo periodo tralascio dunque le varie stragi militari dovute a cause diverse e il patto con Numanzia che è una macchia d'infamia. Erano fuggiti da una gabbia alcuni galli ed erano stati, a sentir loro, di malaugurio per il console Mancino 95, come se in tanti anni, durante i quali la piccola città cinta d'assedio aveva logorato l'esercito di Roma e cominciava a sbigottire lo stesso Stato romano, gli altri comandanti l'avessero attaccata con auspicio favorevole.

22. Ometto, ripeto, questi fatti, sebbene non vorrei passare sotto silenzio che Mitridate, un re dell'Asia, diede ordine che in un solo giorno fossero uccisi i Romani che soggiornavano in qualsiasi posto dell'Asia e che attendevano con molte ricchezze ai propri affari. Così fu fatto 96. Fu uno spettacolo raccapricciante che un individuo, dovunque fosse stato trovato, in un campo, in una via, in un castello, nella casa, in un borgo, in piazza, in un tempio, a letto, a mensa, senza che se l'aspettasse e contro ogni diritto venisse ucciso. Grande fu il lamento di coloro che venivano uccisi, grande il pianto dei presenti e forse anche di coloro che uccidevano. Dura fu la condizione degli ospitanti non solo nel vedere a casa propria quelle stragi ma anche nel doverle compiere, costretti come erano a cambiare improvvisamente il viso da una gentile espressione di cortesia a un gesto da nemico compiuto in tempo di pace e, direi, con ferite d'ambo le parti, perché il ferito era colpito nel corpo e chi colpiva nella coscienza. Tutti quei Romani non si erano curati degli àuspici? Non avevano forse gli dèi domestici e pubblici da consultare, quando dalle loro case partirono per quel viaggio senza ritorno? Se non li hanno consultati, i nostri contemporanei non hanno motivo per lamentarsi della nostra civiltà, giacché da tempo i Romani disprezzano queste inutili pratiche. Se poi li hanno consultati, mi si dica quale profitto hanno dato dette pratiche quando erano ammesse dalle leggi umane senza alcuna restrizione.

23. Ma ormai devo far menzione, nei limiti delle mie possibilità, dei mali che furono tanto più disastrosi perché interni: discordie civili o piuttosto incivili, che non erano più sedizioni ma vere guerre in città durante le quali fu versato molto sangue e le passioni di parte non si limitarono alle polemiche e alle varie voci della pubblica opinione ma inferocivano ormai apertamente con le armi. Le guerre sociali, le guerre servili, le guerre civili fecero versare molto sangue romano e produssero l'immiserimento e lo spopolamento dell'Italia. Infatti prima che si organizzasse contro Roma la lega laziale, tutti gli animali addomesticati, cani, cavalli, asini, buoi e tutte le altre bestie di proprietà dell'uomo, tornate rapidamente allo stato selvaggio e dimentiche dell'addomesticamento, abbandonate le case, vivevano brade e aborrivano l'avvicinarsi non solo degli estranei ma anche dei padroni, con la morte o il pericolo di chi osava molestarli da vicino 97. E fu segno di un grande male se fu segno, ma fu un gran male se non fu anche segno. Se fosse avvenuto ai nostri giorni, vedremmo i nostri contemporanei più rabbiosi di quel che gli uomini di allora videro i propri animali.

 

lunedì 15 agosto 2011

Il dogma dell’Assunta

In onore della solennità dell'Assunzione di Maria Santissima, meditiamo attraverso le parole dell'allora cardinale Joseph Ratzinger, oggi Papa Benedetto XVI: 

Il grado più elevato di canonizzazione (Lc 1,48)

Il dogma dell'Assunta è semplicemente il grado supremo della canonizzazione nella quale il titolo « santo » viene attribuito nel senso più stretto, volendo significare cioè : interamente e totalmente nel compimento escatologico. Con ciò si dischiude ormai il contesto biblico fondamentale, che garantisce tutta l'affermazione. Noi possiamo cioè asserire che il dogma dell'Assunta non fa che descrivere nel suo contenuto ciò che è stato interiormente presupposto ed affermato nel grado supremo del culto; nel medesimo istante ci si può e ci si deve allora ricordare che il vangelo stesso profetizza ed esige il culto di Maria:

« D'ora in poi tutte le generazioni mi cm ameranno beata » (Lc 1,48)

- è un compito assegnato alla chiesa e la registrazione di Luca presuppone che la glorificazione di Maria già esiste nella chiesa del suo tempo e che egli la ritiene un dovere della chiesa per tutte le generazioni. Egli vede incominciare questa lode di Maria col saluto di Elisabetta:

« Beata colei che ha creduto... » (Lc 1,45).


Un elogio legato alla Risurrezione (Mc 12,18-27)


In questa primissima forma di culto di Maria si riflette nuovamente l'unità dei Testamenti, quell'unità che è caratteristica di tutto il tema mariano : il Dio d'Israele viene chiamato tramite uomini ai quali egli si è dimostrato grande, nella vita dei quali egli si rende visibile e presente. Essi sono, per così dire, il suo nome nella storia, grazie a loro egli stesso ha un nome, per loro ed in loro egli diventa accessibile. Si chiama il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe; chiamarlo significa chiamare i padri, così come, viceversa, chiamare i padri significa ricordarsi di lui e riconoscerlo. Non invocare gli uomini, nei quali egli stesso si rende visibile, è ingratitudine, smemoratezza -per la fede d'Israele però è anche caratteristico che essa abbia memoria e sia memoria.

La glorificazione di Maria si congiunge quindi all'idea di Dio che collega i padri col nome di Dio e sa che nella glorificazione dei padri c'è l'esaltazione di Dio. Se si tiene bene presente questo fatto, non si può non prendere in considerazione nel nostro contesto l'interpretazione di Dio Padre che Gesù ha dato in Mc 12,18-27. 

Salita al cielo col suo corpo e la sua anima. (Ef 2,6)

« Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio ».

Ciò significa: esiste come una sorta di « ascensione » del battezzato, della quale parla in termini del tutto espliciti Ef 2,6:

« Con lui ci ha anche risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli, in Cristo Gesù ».

Stando a questo testo, il battesimo è partecipazione non soltanto alla risurrezione, ma anche all'ascensione di Cristo. Il battezzato, in quanto battezzato e nella misura in cui là, nel Signore glorificato, la sua vita nascosta (la sua vera vita! ).

La formula dell' « assunzione » di Maria in corpo ed anima perde, sulla base di questo testo, ogni carattere speculativo ed arbitrario: essa, infatti, è solamente la forma suprema di canonizzazione: si dice che in colei che ha generato il Signore « prima col cuore che secondo il corpo » (Agostino ), della quale la fede, cioè il contenuto interiore del battesimo, può essere asserita illimitatamente, conformemente a Lc 1,45, nella quale si è quindi realizzata tutta l'essenza del battesimo, in lei la morte è stata inghiottita nella vittoria di Cristo.[...] 

Il culto di Maria è l'oscillare beato nella gioia del Magnificat e, perciò, nella lode di colui verso il quale è debitrice la figlia di Sion e di colui che lei porta come la vera, non deperibile, indistruttibile arca dell'alleanza. 
 
Cardinal J. Ratzinger

Joseph RATZINGER, La figlia di Sion, Jaca Book, Milano 1979, p.69-79

Estratti scelti da F.Breynaert


domenica 14 agosto 2011

Filotea: Introduzione alla vita devota - VII

Proseguiamo la lettura di una delle opere più celebri scritte dai santi: Filotea: Introduzione alla vita devota di San Francesco di Sales. La scorsa settimana abbiamo letto cosa fare per il primo passo verso la conversione: purificarsi dal peccato mortale mediante il Sacramento della Confessione. Oggi San Francesco ci parla della seconda purificazione che consiste in una rinuncia del peccato non solo materiale ma anche e soprattutto spirituale. In poche parole è importante rinunciare non solo alle cose cattive ma anche al desiderio di commetterle. Di seguito vediamo le direttive di San Francesco di Sales per tal proposito:




FILOTEA
Introduzione alla vita devota
(San Francesco di Sales)

PRIMA PARTE

Contiene consigli ed esercizi necessari per condurre l'anima dal primo desiderio della vita devota fino alla ferma risoluzione di abbracciarla

Capitolo VII


SECONDA PURIFICAZIONE: DAGLI AFFETTI AL PECCATO

Tutti gli Israeliti uscirono materialmente dall’Egitto, ma non tutti ne uscirono con il cuore; ecco perché, nel deserto, molti di essi rimpiangevano le cipolle e la carne d’Egitto.

Allo stesso modo ci sono dei peccatori che escono materialmente dal peccato, ma non ne abbandonano l’affetto: ossia, fanno il proposito di non peccare più, ma si privano e si astengono dai piaceri del peccato con una certa malavoglia e con rimpianto; il loro cuore rinuncia al peccato e se ne allontana, ma non per questo smette di volgersi in continuazione da quella parte, come la moglie di Lot verso Sodoma.

Si tengono lontani dal peccato come fanno i malati con i cocomeri quando il medico li ha minacciati di pericolo di morte se ne dovessero mangiare; ci stanno male a non poterne mangiare, ne parlano e mercanteggiano la possibilità di superare il divieto, almeno per assaggiarne, e giudicano fortunati quelli che possono mangiarne.

Fanno la stessa cosa quei penitenti deboli e fiacchi che si astengono un po’ dal peccato, a malincuore; vorrebbero poter peccare senza andare all’inferno, parlano con rimpianto e compiacimento del peccato e giudicano fortunati quelli che lo fanno. Un uomo deciso a vendicarsi, cambierà proposito nella confessione, ma subito dopo lo travi tra gli amici, felice di poter parlare della sua lite: e dice che, se non fosse per il timor di Dio, farebbe questo e quest’altro, e aggiunge che, su questo punto, la legge di Dio, che impone il perdono, è molto dura; volesse Dio che fosse permesso vendicarsi!

Chi non vede che questo Tizio, anche se legalmente fuori dal peccato, è ancora tutto preso dall’affetto al peccato e, mentre fisicamente è uscito dall’Egitto, vi abita ancora con il desiderio, bramandone le carni e le cipolle. Lo stesso si dica di quella donna che, dopo aver detestato i suoi amori perversi, si compiace di essere civetta e ricercata. Tale gente è in grande pericolo!

Filotea, poiché vuoi dare inizio alla vita devota, non deve bastarti di abbandonare il peccato, ma devi sbarazzare il tuo cuore da tutti gli affetti legati al peccato; perché, oltre al pericolo di ricadere, questi miserabili affetti renderebbero perpetuamente malato e intorpidito il tuo spirito, a tal punto che non riuscirebbe a compiere il bene con prontezza, diligenza e di frequente. Mentre proprio in questo consiste l’essenza della devozione.

Le anime uscite dallo stato di peccato, ma che hanno ancora questi affetti e debolezze, io le assomiglio alle ragazze che hanno un colore pallido: non sono malate, ma tutto il loro comportamento è da malati: mangiano senza gusto, dormono senza riposare, ridono senza gioia, si trascinano invece di camminare; allo stesso modo tali anime fanno il bene con una tale stanchezza spirituale, che tolgono ogni grazia ai loro esercizi di pietà, che poi, oltre tutto, sono pochi di numero e poveri di risultati.

sabato 13 agosto 2011

Il Sabato dei Salmi - Salmo 65 (64) - Ringraziamento a Dio per la sua bontà

 Salmo 65


Al maestro del coro. Saldo. Di Davide. Canto

Per te il silenzio è lode, o Dio, in Sion,
a te si sciolgono i voti.

A te, che ascolti la preghiera,
viene ogni mortale.

Pesano su di noi le nostre colpe,
ma tu perdoni i nostri delitti.

Beato chi hai scelto perché ti stia vicino:
abiterà nei tuoi atri.
Ci sazieremo dei beni della tua casa,
delle cose sacre del tuo tempio.

Con i prodigi della tua giustizia,
tu ci rispondi, o Dio, nostra salvezza,
fiducia degli estremi confini della terra
e dei mari più lontani.

Tu rendi saldi i monti con la tua forza,
cinto di potenza.

Tu plachi il fragore del mare
il fragore dei suoi flutti,
il tumulto dei popoli.

Gli abitanti degli estremi confini
sono presi da timore davanti ai tuoi segni:
tu fai gridare di gioia
le soglie dell'oriente e dell'occidente.

Tu visiti la terra e la disseti,
la ricolmi di ricchezze.

Il fiume di Dio è gonfio di acque;
tu prepari il frumento per gli uomini.

Così prepari la terra:
ne irrighi i solchi, ne spiani le zolle,
la bagni con le piogge e benedici i suoi germogli.

Coroni l'anno con i tuoi benefici,
i tuoi solchi stillano abbondanza.

Stillano i pascoli del deserto
e le colline si cingono di esultanza.

I prati si coprono di greggi,
le valli si ammantano di messi:
gridano e cantano di gioia!

COMMENTO 


Il Salmo odierno è un inno di ringraziamento a Dio, di respiro universalistico, per la Sua infinità bontà. Infatti, il salmista non fa riferimento solo al popolo d'Israele, ma a tutte le genti, da ogni confine della terra: tutti i popoli si stupiscono dinanzi ai prodigi del Signore ed esultano in Lui. Beati sono coloro che sono chiamati dal Signore  e che vivono nei suoi atrii. Questo respiro universalistico è la previsione del messaggio universale che porterà il Messia: Gesù, infatti, viene non per un solo popolo, ma per tutti i popoli della terra che esultano di gioia celebrando il Padre con la Sua voce.  

E' meraviglioso quest'ampio respiro ed è meraviglioso vedere come il Padre si prende cura dei Suoi figli su tutto il pianeta: infatti, Egli alimenta la vita in ogni parte del mondo e rinnova le stagioni in tutti i paesi della Terra. Nessuno viene escluso, anche se lontano da Lui perché Egli è misericordioso e si prende cura delle Sue creature. 

venerdì 12 agosto 2011

Siracide - Quarantatreesimo appuntamento

Proseguiamo la lettura del Siracide con il quarantatreesimo capitolo:


43

1Orgoglio dei cieli è il limpido firmamento,
spettacolo celeste in una visione di gloria!
2Il sole mentre appare nel suo sorgere proclama:
"Che meraviglia è l'opera dell'Altissimo!".
3A mezzogiorno dissecca la terra,
e di fronte al suo calore chi può resistere?
4Si soffia nella fornace per ottenere calore,
il sole brucia i monti tre volte tanto;
emettendo vampe di fuoco,
facendo brillare i suoi raggi, abbaglia gli occhi.
5Grande è il Signore che l'ha creato
e con la parola ne affretta il rapido corso.

6Anche la luna sempre puntuale nelle sue fasi
regola i mesi e determina il tempo.
7Dalla luna dipende l'indicazione delle feste,
luminare che decresce fino alla sua scomparsa.
8Da essa il mese prende nome,
mirabilmente crescendo secondo le fasi.
È un'insegna per le milizie nell'alto
splendendo nel firmamento del cielo.

9Bellezza del cielo la gloria degli astri,
ornamento splendente nelle altezze del Signore.
10Si comportano secondo gli ordini del Santo,
non si stancano al loro posto di sentinelle.

11Osserva l'arcobaleno e benedici colui che l'ha fatto,
è bellissimo nel suo splendore.
12Avvolge il cielo con un cerchio di gloria,
l'hanno teso le mani dell'Altissimo.

13Con un comando invia la neve,
fa guizzare i fulmini del suo giudizio.
14Così si aprono i depositi
e le nubi volano via come uccelli.
15Con potenza condensa le nubi,
che si polverizzano in chicchi di grandine.
16(a)Al suo apparire sussultano i monti;
17(a)il rumore del suo tuono fa tremare la terra.
16(b)Secondo il suo volere soffia lo scirocco,
17(b)così anche l'uragano del nord e il turbine di vento.
18Fa scendere la neve come uccelli che si posano,
come cavallette che si posano è la sua discesa;
l'occhio ammira la bellezza del suo candore
e il cuore stupisce nel vederla fioccare.
19Riversa sulla terra la brina come il sale,
che gelandosi forma come tante punte di spine.
20Soffia la gelida tramontana,
sull'acqua si condensa il ghiaccio;
esso si posa sull'intera massa d'acqua,
che si riveste come di corazza.
21Inaridisce i monti e brucia il deserto;
divora l'erba come un fuoco.
22Il rimedio di tutto, un annuvolamento improvviso,
l'arrivo della rugiada ristora dal caldo.
23Dio con la sua parola ha domato l'abisso
e vi ha piantato isole.
24I naviganti parlano dei pericoli del mare,
a sentirli con i nostri orecchi restiamo stupiti;
25là ci sono anche cose singolari e stupende,
esseri viventi di ogni specie e mostri marini.
26Per lui il messaggero cammina facilmente,
tutto procede secondo la sua parola.
27Potremmo dir molte cose e mai finiremmo;
ma per concludere: "Egli è tutto!".
28Come potremmo avere la forza per lodarlo?
Egli, il Grande, al di sopra di tutte le sue opere.
29Il Signore è terribile e molto grande,
e meravigliosa è la sua potenza.
30Nel glorificare il Signore esaltatelo
quanto potete, perché ancora più alto sarà.
Nell'innalzarlo moltiplicate la vostra forza,
non stancatevi, perché mai finirete.
31Chi lo ha contemplato e lo descriverà?
Chi può magnificarlo come egli è?
32Ci sono molte cose nascoste più grandi di queste;
noi contempliamo solo poche delle sue opere.
33Il Signore infatti ha creato ogni cosa,
ha dato la sapienza ai pii.


COMMENTO

Questo capitolo non ha bisogno di molti commenti; in poche parole tutto quello che c'è da dire lo ha già detto l'autore del testo: il Signore è grande. Aggiungiamo soltanto una piccola riflessione:

In questo capitolo viene raccontata la gloria del Signore nella natura. Nell'ammirare il creato, c'è chi ha dimenticato che dietro tanta meraviglia si cela la mano creatrice del Signore. Quando il cuore è chiuso si fa a fatica a rendersene conto, per questo abbiamo bisogno dei due occhi per eccellenza: la ragione e la fede. Questi due occhi ci sono stati dati per vedere con la mente e con il cuore la realtà spirituale a noi nascosta altrimenti. Nel contemplare il Creatore attraverso il creato, è possibile percepire la sua armonia nel fare tutte queste cose. Una foglia mossa dal vento ad esempio esprime la delicatezza del Signore, o un vulcano che erutta ne racconta la potenza. Il creato è un libro vivente che ci racconta la grandezza e la bellezza del Signore. Sappiamo cogliere l'occasione che ci viene data giorno per giorno per contemplare l'infinito amore, l'infinita provvidenza e potenza e scienza del Signore, la Sua santità infinita.

Conclude questo capitolo con una frase molto bella oltre che vera: Il Signore ha creato ogni cosa, ha dato la sapienza ai pii. Solo i puri di cuore potranno contemplare le grandi cose fatte dal Signore. La purezza è un dono inestimabile da conservare, purtroppo però oggi viene venduta per qualche momento di piacere, piacere che porta alla rovina. Torniamo a dar valore alla purezza poiché con questa cammineremo accanto al Signore.