giovedì 4 agosto 2011

Catechismo della Chiesa Cattolica - XXXVII parte

Proseguiamo il nostro appuntamento volto alla conoscenza del Catechismo della Chiesa Cattolica. Continuiamo la lettura dell'Articolo 9 sul Credo nella Santa Chiesa Cattolica, mediante il Paragrafo 3:
 
CAPITOLO TERZO: CREDO NELLO SPIRITO SANTO

 Articolo 9 

Paragrafo 3 LA CHIESA È UNA, SANTA, CATTOLICA E APOSTOLICA

811 “Questa è l'unica Chiesa di Cristo, che nel Simbolo professiamo una, santa, cattolica e apostolica” [ Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 4]. Questi quattro attributi, legati inseparabilmente tra di loro, [Cf Congregazione per la Dottrina della Fede, Lettera ai vescovi d'Inghilterra del 16 settembre 1864: Denz. -Schönm., 2888] indicano tratti essenziali della Chiesa e della sua missione. La Chiesa non se li conferisce da se stessa; è Cristo che, per mezzo dello Spirito Santo, concede alla sua Chiesa di essere una, santa, cattolica e apostolica, ed è ancora lui che la chiama a realizzare ciascuna di queste caratteristiche.

812 Soltanto la fede può riconoscere che la Chiesa trae tali caratteristiche dalla sua origine divina. Tuttavia le loro manifestazioni storiche sono segni che parlano chiaramente alla ragione umana. “La Chiesa”, ricorda il Concilio Vaticano I, “a causa della sua eminente santità, . . . della sua cattolica unità, della sua incrollabile stabilità, è per se stessa un grande e perenne motivo di credibilità e una irrefragabile testimonianza della sua missione divina” [Concilio Vaticano I: Denz. -Schönm., 3013].

I. La Chiesa è una

“Il sacro Mistero dell'unità della Chiesa”

[Conc. Ecum. Vat. II, Unitatis redintegratio, 2]

813 La Chiesa è una per la sua origine: “Il supremo modello e il principio di questo Mistero è l'unità nella Trinità delle Persone di un solo Dio Padre e Figlio nello Spirito Santo” [Conc. Ecum. Vat. II, Unitatis redintegratio, 2]. La Chiesa è una per il suo Fondatore: “Il Figlio incarnato, infatti,... per mezzo della sua croce ha riconciliato tutti gli uomini con Dio,... ristabilendo l'unità di tutti i popoli in un solo Popolo e in un solo corpo” [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 78]. La Chiesa è una per la sua anima: “Lo Spirito Santo, che abita nei credenti e tutta riempie e regge la Chiesa, produce quella meravigliosa comunione dei fedeli e tanto intimamente tutti unisce in Cristo, da essere il principio dell'unità della Chiesa” [Conc. Ecum. Vat. II, Unitatis redintegratio, 2]. È dunque proprio dell'essenza stessa della Chiesa di essere una:

Che stupendo mistero! Vi è un solo Padre dell'universo, un solo Logos dell'universo e anche un solo Spirito Santo, ovunque identico; vi è anche una sola vergine divenuta madre, e io amo chiamarla Chiesa [Clemente d'Alessandria, Paedagogus, 1, 6].

814 Fin dal principio, questa Chiesa “una” si presenta tuttavia con una grande diversità, che proviene sia dalla varietà dei doni di Dio sia dalla molteplicità delle persone che li ricevono. Nell'unità del Popolo di Dio si radunano le diversità dei popoli e delle culture. Tra i membri della Chiesa esiste una diversità di doni, di funzioni, di condizioni e modi di vita; “nella comunione ecclesiastica vi sono legittimamente delle Chiese particolari, che godono di proprie tradizioni” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 13]. La grande ricchezza di tale diversità non si oppone all'unità della Chiesa. Tuttavia, il peccato e il peso delle sue conseguenze minacciano continuamente il dono dell'unità. Anche l'Apostolo deve esortare a “conservare l'unità dello Spirito per mezzo del vincolo della pace” (⇒ Ef 4,3).

815 Quali sono i vincoli dell'unità? “Al di sopra di tutto... la carità, che è il vincolo di perfezione” (⇒ Col 3,14). Ma l'unità della Chiesa nel tempo è assicurata anche da legami visibili di comunione:

- la professione di una sola fede ricevuta dagli Apostoli;

- la celebrazione comune del culto divino, soprattutto dei sacramenti;

- la successione apostolica mediante il sacramento dell'Ordine, che custodisce la concordia fraterna della famiglia di Dio [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Unitatis redintegratio, 2; Id., Lumen gentium, 14; ⇒ Codice di Diritto Canonico, 205].

816 “L'unica Chiesa di Cristo. . . ” è quella “che il Salvatore nostro, dopo la sua Risurrezione, diede da pascere a Pietro, affidandone a lui e agli altri Apostoli la diffusione e la guida. . . Questa Chiesa, in questo mondo costituita e organizzata come una società, sussiste ["subsistit in"] nella Chiesa cattolica, governata dal successore di Pietro e dai vescovi in comunione con lui”: [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 8]

Il decreto sull'Ecumenismo del Concilio Vaticano II esplicita: “Solo per mezzo della cattolica Chiesa di Cristo, che è lo strumento generale della salvezza,si può ottenere tutta la pienezza dei mezzi di salvezza. In realtà al solo Collegio apostolico con a capo Pietro crediamo che il Signore ha affidato tutti i beni della Nuova Alleanza, per costituire l'unico Corpo di Cristo sulla terra, al quale bisogna che siano pienamente incorporati tutti quelli che già in qualche modo appartengono al Popolo di Dio” [Conc. Ecum. Vat. II, Unitatis redintegratio, 3].

Le ferite dell'unità

817 Di fatto, “in questa Chiesa di Dio una e unica sono sorte fino dai primissimi tempi alcune scissioni, che l'Apostolo riprova con gravi parole come degne di condanna; ma nei secoli posteriori sono nati dissensi più ampi e comunità non piccole si sono staccate dalla piena comunione della Chiesa cattolica, talora non senza colpa di uomini d'entrambe le parti” [Conc. Ecum. Vat. II, Unitatis redintegratio, 3]. Le scissioni che feriscono l'unità del Corpo di Cristo (cioè l'eresia, l'apostasia e lo scisma) [Cf ⇒ Codice di Diritto Canonico, 751] non avvengono senza i peccati degli uomini:

Ubi peccata sunt, ibi est multitudo, ibi schismata, ibi haereses, ibi discussiones. Ubi autem virtus, ibi singularitas, ibi unio, ex quo omnium credentium erat cor unum et anima una - Dove c'è il peccato, lì troviamo la molteplicità, lì gli scismi, lì le eresie, lì le controversie. Dove, invece, regna la virtù, lì c'è unità, lì comunione, grazie alle quali tutti i credenti erano un cuor solo e un'anima sola [Origene, Homiliae in Ezechielem, 9, 1].

818 Coloro che oggi nascono in comunità sorte da tali scissioni “e sono istruiti nella fede di Cristo. . . non possono essere accusati del peccato di separazione, e la Chiesa cattolica li abbraccia con fraterno rispetto e amore. . . Giustificati nel Battesimo dalla fede, sono incorporati a Cristo e perciò sono a ragione insigniti del nome di cristiani e dai figli della Chiesa cattolica sono giustamente riconosciuti come fratelli nel Signore” [Conc. Ecum. Vat. II, Unitatis redintegratio, 3].

819 Inoltre, “parecchi elementi di santificazione e di verità” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 8] “si trovano fuori dei confini visibili della Chiesa cattolica, come la Parola di Dio scritta, la vita della grazia, la fede, la speranza e la carità, e altri doni interiori dello Spirito Santo ed elementi visibili” [Conc. Ecum. Vat. II, Unitatis redintegratio, 3; cf Id. , Lumen gentium, 15]. Lo Spirito di Cristo si serve di queste Chiese e comunità ecclesiali come di strumenti di salvezza, la cui forza deriva dalla pienezza di grazia e di verità che Cristo ha dato alla Chiesa cattolica. Tutti questi beni provengono da Cristo e a lui conducono [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Unitatis redintegratio, 3] e “spingono verso l'unità cattolica” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 8].

Verso l'unità

820 L'unità, Cristo l'ha donata alla sua Chiesa fin dall'inizio. Noi crediamo che sussista, “senza possibilità di essere perduta, nella Chiesa cattolica e speriamo che crescerà ogni giorno più sino alla fine dei secoli” [Conc. Ecum. Vat. II, Unitatis redintegratio, 4]. Cristo fa sempre alla sua Chiesa il dono dell'unità, ma la Chiesa deve sempre pregare e impegnarsi per custodire, rafforzare e perfezionare l'unità che Cristo vuole per lei. Per questo Gesù stesso ha pregato nell'ora della sua Passione e non cessa di pregare il Padre per l'unità dei suoi discepoli: “. . . Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (⇒ Gv 17,21). Il desiderio di ritrovare l'unità di tutti i cristiani è un dono di Cristo e un appello dello Spirito Santo [Cf ibid., 1].

821 Per rispondervi adeguatamente sono necessari:

- un rinnovamento permanente della Chiesa in una accresciuta fedeltà alla sua vocazione. Tale rinnovamento è la forza del movimento verso l'unità; [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Unitatis redintegratio, 6]

- la conversione del cuore per “condurre una vita più conforme al Vangelo”, [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Unitatis redintegratio, 6] poiché è l'infedeltà delle membra al dono di Cristo a causare le divisioni;

- la preghiera in comune; infatti la “conversione “conversione del cuore” e la “santità della vita, insieme con le preghiere private e pubbliche per l'unità dei cristiani, si devono ritenere come l'anima di tutto il movimento ecumenico e si possono giustamente chiamare ecumenismo spirituale”; [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Unitatis redintegratio, 6]

- la reciproca conoscenza fraterna; [Cf ibid.,9]

- la formazione ecumenica dei fedeli e specialmente dei preti; [Cf ibid., 10]

- il dialogo tra i teologi e gli incontri tra i cristiani delle differenti Chiese e comunità; [Cf ibid., 4; 9; 11]

- la cooperazione tra cristiani nei diversi ambiti del servizio agli uomini [Cf ibid., 12].

822 La cura di ristabilire l'unione “riguarda tutta la Chiesa, sia i fedeli che i pastori” [Cf ibid. , 12]. Ma bisogna anche essere consapevoli “che questo santo proposito di riconciliare tutti i cristiani nell'unità della Chiesa di Cristo, una e unica, supera le forze e le doti umane”. Perciò riponiamo tutta la nostra speranza “nell'orazione di Cristo per la Chiesa, nell'amore del Padre per noi e nella forza dello Spirito Santo” [Cf ibid., 12

II. La Chiesa è santa

823 “Noi crediamo che la Chiesa... è indefettibilmente santa. Infatti Cristo, Figlio di Dio, il quale col Padre e lo Spirito è proclamato "il solo Santo", ha amato la Chiesa come sua sposa e ha dato se stesso per essa, al fine di santificarla, e l'ha unita a sé come suo Corpo e l'ha riempita col dono dello Spirito Santo, per la gloria di Dio” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 39]. La Chiesa è dunque “il Popolo santo di Dio”, [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 39] e i suoi membri sono chiamati “santi” [Cf ⇒ At 9,13; ⇒ 1Cor 6,1; 823 ⇒ 1Cor 16,1 ].

824 La Chiesa, unita a Cristo, da lui è santificata; per mezzo di lui e in lui diventa anche santificante. Tutte le attività della Chiesa convergono, come a loro fine, “verso la santificazione degli uomini e la glorificazione di Dio in Cristo” [Conc. Ecum. Vat. II, Sacrosanctum concilium, 10]. È nella Chiesa che si trova “tutta la pienezza dei mezzi di salvezza” [Conc. Ecum. Vat. II, Unitatis redintegratio, 3]. È in essa che “per mezzo della grazia di Dio acquistiamo la santità” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 48].

825 “La Chiesa già sulla terra è adornata di una santità vera, anche se imperfetta” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 48]. Nei suoi membri, la santità perfetta deve ancora essere raggiunta. “Muniti di tanti e così mirabili mezzi di salvezza, tutti i fedeli d'ogni stato e condizione sono chiamati dal Signore, ognuno per la sua via, a quella perfezione di santità di cui è perfetto il Padre celeste” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 48].

826 La carità è l'anima della santità alla quale tutti sono chiamati: essa “dirige tutti i mezzi di santificazione, dà loro forma e li conduce al loro fine”: [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 48]

Compresi che la Chiesa aveva un corpo, composto di varie membra, e non mancava il membro più nobile e più necessario. Compresi che la Chiesa aveva un cuore, un cuore ardente d'Amore. Capii che solo l'Amore spingeva al l'azione le membra della Chiesa e che, spento questo Amore, gli Apostoli non avrebbero più annunziato il Vangelo, i Martiri non avrebbero più versato il loro sangue. . . Compresi che l'Amore abbracciava in sé tutte le vocazioni, che l'Amore era tutto, che si estendeva a tutti i tempi e a tutti i luoghi, . . . in una parola, che l'Amore è eterno! [Santa Teresa di Gesù Bambino, Manoscritti autobiografici, B 3v]

827 “Mentre Cristo "santo, innocente, immacolato", non conobbe il peccato, ma venne allo scopo di espiare i soli peccati del popolo, la Chiesa che comprende nel suo seno i peccatori, santa e insieme sempre bisognosa di purificazione, incessantemente si applica alla penitenza e al suo rinnovamento” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 8; cf Id. , Unitatis redintegratio, 3; 6]. Tutti i membri della Chiesa, compresi i suoi ministri, devono riconoscersi peccatori [ Cf ⇒ 1Gv 1,8-10 ]. In tutti, sino alla fine dei tempi, la zizzania del peccato si trova ancora mescolata al buon grano del Vangelo [Cf ⇒ Mt 13,24-30 ]. La Chiesa raduna dunque dei peccatori raggiunti dalla salvezza di Cristo, ma sempre in via di santificazione:

La Chiesa è santa, pur comprendendo nel suo seno dei peccatori, giacché essa non possiede altra vita se non quella della grazia: appunto vivendo della sua vita, i suoi membri si santificano, come, sottraendosi alla sua vita, cadono nei peccati e nei disordini, che impediscono l'irradiazione della sua santità. Perciò la Chiesa soffre e fa penitenza per tali peccati, da cui peraltro ha il potere di guarire i suoi figli con il sangue di Cristo e il dono dello Spirito Santo [Paolo VI, Credo del popolo di Dio, 19].

828 Canonizzando alcuni fedeli, ossia proclamando solennemente che tali fedeli hanno praticato in modo eroico le virtù e sono vissuti nella fedeltà alla grazia di Dio, la Chiesa riconosce la potenza dello Spirito di santità che è in lei, e sostiene la speranza dei fedeli offrendo loro i santi quali modelli e intercessori [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 40; 48-51]. “I santi e le sante sono sempre stati sorgente e origine di rinnovamento nei momenti più difficili della storia della Chiesa” [Giovanni Paolo II, Esort. ap. Christifideles laici, 16]. Infatti, “la santità è la sorgente segreta e la misura infallibile della sua attività apostolica e del suo slancio missionario” [Giovanni Paolo II, Esort. ap. Christifideles laici, 16].

829 “Mentre la Chiesa ha già raggiunto nella beatissima Vergine la perfezione che la rende senza macchia e senza ruga, i fedeli si sforzano ancora di crescere nella santità debellando il peccato; e per questo innalzano gli occhi a Maria”: [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 65] in lei la Chiesa è già la tutta santa.

III. La Chiesa è cattolica

Che cosa vuol dire “cattolica”?


830 La parola “cattolica” significa “universale” nel senso di “secondo la totalità” o “secondo l'integralità”. La Chiesa è cattolica in un duplice senso.

È cattolica perché in essa è presente Cristo. “Là dove è Cristo Gesù, ivi è la Chiesa cattolica” [Sant'Ignazio di Antiochia, Epistula ad Smyrnaeos, 8, 2]. In essa sussiste la pienezza del Corpo di Cristo unito al suo Capo, [Cf ⇒ Ef 1,22-23 ] e questo implica che essa riceve da lui “in forma piena e totale i mezzi di salvezza” [Conc. Ecum. Vat. II, Ad gentes, 6] che egli ha voluto: confessione di fede retta e completa, vita sacramentale integrale e ministero ordinato nella successione apostolica. La Chiesa, in questo senso fondamentale, era cattolica il giorno di Pentecoste [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Ad gentes, 4] e lo sarà sempre fino al giorno della Parusia.

831 Essa è cattolica perché è inviata in missione da Cristo alla totalità del genere umano: [Cf ⇒ Mt 28,19 ]

Tutti gli uomini sono chiamati a formare il nuovo Popolo di Dio. Perciò questo Popolo, restando uno e unico, si deve estendere a tutto il mondo e a tutti i secoli, affinché si adempia l'intenzione della volontà di Dio, il quale in principio ha creato la natura umana una, e vuole radunare insieme infine i suoi figli, che si erano dispersi. . . Questo carattere di universalità che adorna il Popolo di Dio, è un dono dello stesso Signore, e con esso la Chiesa cattoli ca efficacemente e senza soste tende a ricapitolare tutta l'umanità, con tutti i suoi beni, in Cristo capo nell'unità del suo Spirito [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 13].

Ogni Chiesa particolare è “cattolica”

832 La “Chiesa di Cristo è veramente presente in tutte le legittime assemblee locali di fedeli, le quali, aderendo ai loro pastori, sono anche esse chiamate Chiese del Nuovo Testamento. . . In esse con la predicazione del Vangelo di Cristo vengono radunati i fedeli e si celebra il mistero della Cena del Signore. . . In queste comunità, sebbene spesso piccole e povere o che vivono nella dispersione, è presente Cristo, per virtù del quale si raccoglie la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 13].

833 Per Chiesa particolare, che è in primo luogo la diocesi (o l'eparchia), si intende una comunità di fedeli cristiani in comunione nella fede e nei sacramenti con il loro vescovo ordinato nella successione apostolica [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Christus Dominus, 11; ⇒ Codice di Diritto Canonico, 368-369]. Queste Chiese particolari sono “formate a immagine della Chiesa universale”; in esse e a partire da esse “esiste la sola e unica Chiesa cattolica” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 23].

834 Le Chiese particolari sono pienamente cattoliche per la comunione con una di loro: la Chiesa di Roma, “che presiede alla carità” [Sant'Ignazio di Antiochia, Epistula ad Romanos, 1, 1]. “È sempre stato necessario che ogni Chiesa, cioè i fedeli di ogni luogo, si volgesse alla Chiesa romana in forza del suo sacro primato” [Sant'Ireneo di Lione, Adversus haereses, 3, 3, 2: ripreso dal Concilio Vaticano I: Denz. -Schönm., 3057]. “Infatti, dalla discesa del Verbo Incarnato verso di noi, tutte le Chiese cristiane sparse in ogni luogo hanno ritenuto e ritengono la grande Chiesa che è qui [a Roma] come unica base e fondamento perché, secondo le promesse del Salvatore, le porte degli inferi non hanno mai prevalso su di essa” [San Massimo il Confessore, Opuscula theologica et polemica: PG 91, 137-140].

835 “Ma dobbiamo ben guardarci dal concepire la Chiesa universale come la somma o, per così dire, la federazione di Chiese particolari. È la stessa Chiesa che, essendo universale per vocazione e per missione, quando getta le sue radici nella varietà dei terreni culturali, sociali, umani, assume in ogni parte del mondo fisionomie ed espressioni esteriori diverse” [Paolo VI, Esort. ap. Evangelii nuntiandi, 62]. La ricca varietà di discipline ecclesiastiche, di riti liturgici, di patrimoni teologici e spirituali propri alle “Chiese locali tra loro concordi, dimostra con maggior evidenza la cattolicità della Chiesa indivisa” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 23].

Chi appartiene alla Chiesa cattolica?

836 “Tutti gli uomini sono chiamati a questa cattolica unità del Popolo di Dio. . ., alla quale in vario modo appartengono o sono ordinati sia i fedeli cattolici, sia gli altri credenti in Cristo, sia, infine, tutti gli uomini, che dalla grazia di Dio sono chiamati alla salvezza” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 23].

837 “Sono pienamente incorporati nella società della Chiesa quelli che, avendo lo Spirito di Cristo, accettano integra la sua struttura e tutti i mezzi di salvezza in essa istituiti, e nel suo organismo visibile sono uniti con Cristo - che la dirige mediante il sommo pontefice e i vescovi - dai vincoli della professione di fede, dei sacramenti, del governo ecclesiastico e della comunione. Non si salva, però, anche se incorporato alla Chiesa, colui che, non perseverando nella carità, rimane sì in seno alla Chiesa col "corpo" ma non col "cuore"” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 23].

838 “Con coloro che, battezzati, sono sì insigniti del nome cristiano, ma non professano la fede integrale o non conservano l'unità della comunione sotto il successore di Pietro, la Chiesa sa di essere per più ragioni unita” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 23]. “Quelli infatti che credono in Cristo e hanno ricevuto debitamente il Battesimo sono costituiti in una certa comunione, sebbene imperfetta, con la Chiesa cattolica” [Conc. Ecum. Vat. II, Unitatis redintegratio, 3]. Con le Chiese ortodosse, questa comunione è così pro fonda “che le manca ben poco per raggiungere la pienezza che autorizza una celebrazione comune della Eucaristia del Signore” [Paolo VI, discorso del 14 dicembre 1975; cf Conc. Ecum. Vat. II, Unitatis redintegratio, 13-18].

La Chiesa e i non cristiani

839 “Quelli che non hanno ancora ricevuto il Vangelo, in vari modi sono ordinati al Popolo di Dio”. [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 16]

Il rapporto della Chiesa con il popolo ebraico. La Chiesa, Popolo di Dio nella Nuova Alleanza, scrutando il suo proprio mistero, scopre il proprio legame con gli Ebrei, [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Nostra aetate, 4] che Dio “scelse primi fra tutti gli uomini ad accogliere la sua parola” [Messale Romano, Venerdì Santo: preghiera universale VI]. A differenza delle altre religioni non cristiane, la fede ebraica è già risposta alla rivelazione di Dio nella Antica Alleanza. È al popolo ebraico che appartengono “l'adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse, i patriarchi; da essi proviene Cristo secondo la carne” (⇒ Rm 9,4-5) perché “i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili!” (⇒ Rm 11,29).

840 Del resto, quando si considera il futuro, il popolo di Dio dell'Antica Alleanza e il nuovo popolo di Dio tendono a fini analoghi: l'attesa della venuta (o del ritorno) del Messia. Ma tale attesa è, da una parte, rivolta al ritorno del Messia, morto e risorto, riconosciuto come Signore e Figlio di Dio, dall'altra è rivolta alla venuta del Messia, i cui tratti rimangono velati, alla fine dei tempi: si ha un'attesa accompagnata dall'ignoranza o dal misconoscimento di Gesù Cristo.

841 Le relazioni della Chiesa con i Musulmani. “Il disegno della salvezza abbraccia anche coloro che riconoscono il Creatore, e tra questi in primo luogo i Musulmani, i quali, professando di tenere la fede di Abramo, adorano con noi un Dio unico, misericordioso, che giudicherà gli uomini nel giorno finale” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 16; cf Id. , Nostra aetate, 3].

842 Il legame della Chiesa con le religioni non cristiane è anzitutto quello della comune origine e del comune fine del genere umano:

Infatti tutti i popoli costituiscono una sola comunità. Essi hanno una sola origine poiché Dio ha fatto abitare l'intero genere umano su tutta la faccia della terra; essi hanno anche un solo fine ultimo, Dio, del quale la provvidenza, la testimonianza di bontà e il disegno di salvezza si estendono a tutti, finché gli eletti si riuniscano nella città santa [Conc. Ecum. Vat. II, Nostra aetate, 1].

843 La Chiesa riconosce nelle altre religioni la ricerca, ancora “nelle ombre e nelle immagini”, “di un Dio ignoto” ma vicino, “poiché è lui che dà a tutti vita e respiro ad ogni cosa, e. . . vuole che tutti gli uomini siano salvi”. Pertanto la Chiesa considera “tutto ciò che di buono e di vero” si trova nelle religioni “come una preparazione al Vangelo, e come dato da colui che illumina ogni uomo, affinché abbia finalmente la vita” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 16; cf Id. , Nostra aetate, 2; Paolo VI, Esort. ap. Evangelii nuntiandi, 53].

844 Ma nel loro comportamento religioso, gli uomini mostrano anche limiti ed errori che sfigurano in loro l'immagine di Dio:

Molto spesso gli uomini, ingannati dal maligno, hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e hanno scambiato la verità divina con la menzogna, servendo la creatura piuttosto che il Creatore, oppure vivendo e morendo senza Dio in questo mondo, sono esposti alla disperazione finale [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 16].

845 Proprio per riunire di nuovo tutti i suoi figli, dispersi e sviati dal peccato, il Padre ha voluto convocare l'intera umanità nella Chiesa del Figlio suo. La Chiesa è il luogo in cui l'umanità deve ritrovare l'unità e la salvezza. È il “mondo riconciliato” [Sant'Agostino, Sermones, 96, 7, 9: PL 38, 588]. È la nave che, “pleno dominicae crucis velo Sancti Spiritus flatu in hoc bene navigat mundo - spiegate le vele della croce del Signore al soffio dello Spirito Santo, naviga sicura in questo mondo”; [Sant'Ambrogio, De virginitate, 18, 188: PL 16, 297B] secondo un'altra immagine, cara ai Padri della Chiesa, è l'Arca di Noè che, sola, salva dal diluvio [Cf ⇒ 1Pt 3,20-21 ].

“Fuori della Chiesa non c'è salvezza”

846 Come bisogna intendere questa affermazione spesso ripetuta dai Padri della Chiesa? Formulata in modo positivo, significa che ogni salvezza viene da Cristo-Capo per mezzo della Chiesa che è il suo Corpo:

Il santo Concilio. . . insegna, appoggiandosi sulla Sacra Scrittura e sulla Tradizione, che questa Chiesa pellegrinante è necessaria alla salvezza. Infatti solo Cristo, presente per noi nel suo Corpo, che è la Chiesa, è il mediatore e la via della salvezza; ora egli, inculcando espressamente la necessità della fede e del Battesimo, ha insieme confermata la necessità della Chiesa, nella quale gli uomini entrano mediante il Battesimo come per la porta. Perciò non potrebbero salvarsi quegli uomini, i quali, non ignorando che la Chiesa cattolica è stata da Dio per mezzo di Gesù Cristo fondata come necessaria, non avessero tuttavia voluto entrare in essa o in essa perseverare [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 14].

847 Questa affermazione non si riferisce a coloro che, senza loro colpa, ignorano Cristo e la Chiesa:

Infatti, quelli che senza colpa ignorano il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa, e tuttavia cercano sinceramente Dio, e sotto l'influsso della grazia si sforzano di compiere con le opere la volontà di Dio, conosciuta attraverso il dettame della coscienza, possono conseguire la salvezza eterna [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 14].

848 “Benché Dio, attraverso vie a lui note, possa portare gli uomini, che senza loro colpa ignorano il Vangelo, alla fede, senza la quale è impossibile piacergli, [Cf ⇒ Eb 11,6 ] è tuttavia compito imprescindibile della Chiesa, ed insieme sacro diritto, evangelizzare” [Conc. Ecum. Vat. II, Ad gentes, 7] tutti gli uomini.

La missione - un'esigenza della cattolicità della Chiesa

849 Il mandato missionario. “Inviata da Dio alle genti per essere "sacramento universale di salvezza", la Chiesa, per le esigenze più profonde della sua cattolicità e obbedendo all'ordine del suo fondatore, si sforza d'annunciare il Vangelo a tutti gli uomini”: [Conc. Ecum. Vat. II, Ad gentes, 7] “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (⇒ Mt 28,19-20).

850 L'origine e lo scopo della missione. Il mandato missionario del Signore ha la sua ultima sorgente nell'amore eterno della Santissima Trinità: “La Chiesa pellegrinante per sua natura è missionaria, in quanto essa trae origine dalla missione del Figlio e dalla missione dello Spirito Santo, secondo il disegno di Dio Padre” [Conc. Ecum. Vat. II, Ad gentes, 7]. E il fine ultimo della missione altro non è che di rendere partecipi gli uomini della comunione che esiste tra il Padre e il Figlio nel loro Spirito d'amore [Cf Giovanni Paolo II, Lett. enc. Redemptoris missio, 23].

851 Il motivo della missione. Da sempre la Chiesa ha tratto l'obbligo e la forza del suo slancio missionario dall' amore di Dio per tutti gli uomini: “poiché l'amore di Cristo ci spinge. . . ” (⇒ 2Cor 5,14) [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Apostolicam actuositatem, 6; Giovanni Paolo II, Lett. enc. Redemptoris missio, 11]. Infatti Dio “vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità” (⇒ 1Tm 2,4). Dio vuole la salvezza di tutti attraverso la conoscenza della verità. La salvezza si trova nella verità. Coloro che obbediscono alla mozione dello Spirito di verità sono già sul cammino della salvezza; ma la Chiesa, alla quale questa verità è stata affidata, deve andare incontro al loro desiderio offrendola loro. Proprio perché crede al disegno universale di salvezza, la Chiesa deve essere missionaria.

852 Le vie della missione. “Lo Spirito Santo è il protagonista di tutta la missione ecclesiale” [Giovanni Paolo II, Lett. enc. Redemptoris missio, 21]. È lui che conduce la Chiesa sulle vie della missione. Essa “continua e sviluppa nel corso della storia la missione del Cristo stesso, inviato a portare la Buona Novella ai poveri; sotto l'influsso dello Spirito di Cristo, essa deve procedere per la stessa strada seguita da Cristo, la strada cioè della povertà, dell'obbedienza, del servizio e del sacrificio di sé. . ., fino alla morte, da cui uscì vincitore” con la risurrezione [Conc. Ecum. Vat. II, Ad gentes, 5]. È così che “il sangue dei martiri è seme di cristiani” [Tertulliano, Apologeticus, 50].

853 Ma “anche in questo nostro tempo sa bene la Chiesa quanto distanti siano tra loro il messaggio ch'essa reca e l'umana debolezza di coloro cui è affidato il Vangelo” [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 43]. Solo applicandosi incessantemente “alla penitenza e al rinnovamento” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 8; cf 15] e “camminando per l'angusta via della croce”, [Conc. Ecum. Vat. II, Ad gentes, 1] il Popolo di Dio può estendere il regno di Cristo [Cf Giovanni Paolo II, Lett. enc. Redemptoris missio, 12-20]. Infatti, “come Cristo ha compiuto la sua opera di Redenzione attra verso la povertà e le persecuzioni, così pure la Chiesa è chiamata a prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 8].

854 Per mezzo della sua stessa missione, la Chiesa “cammina insieme con l'umanità tutta e sperimenta assieme al mondo la medesima sorte terrena, ed è come il fermento e quasi l'anima della società umana, destinata a rinnovarsi in Cristo e a tra sformarsi in famiglia di Dio” [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 40]. L'impegno missionario esige dunque la pazienza. Incomincia con l'annunzio del Vangelo ai popoli e ai gruppi che ancora non credono a Cristo; [Cf Giovanni Paolo II, Lett. enc. Redemptoris missio, 42-47] prosegue con la costituzione di comunità cristiane che siano “segni della presenza di Dio nel mondo”, [Conc. Ecum. Vat. II, Ad gentes, 15] e con la fondazione di Chiese locali; [Cf Giovanni Paolo II, Lett. enc. Redemptoris missio, 48-49] avvia un processo di inculturazione per incarnare il Vangelo nelle culture dei popoli; [Cf Giovanni Paolo II, Lett. enc. Redemptoris missio, 52-54] non mancherà di conoscere anche degli insuccessi. “Per quanto riguarda gli uomini, i gruppi e i popoli, solo gradatamente la Chiesa li raggiunge e li penetra, e li assume così nella pienezza cattolica” [Conc. Ecum. Vat. II, Ad gentes, 6].

855 La missione della Chiesa richiede lo sforzo verso l'unità dei cristiani [Cf Giovanni Paolo II, Lett. enc. Redemptoris missio, 50]. Infatti, “le divisioni dei cristiani impediscono che la Chiesa stessa attui la pienezza della cattolicità ad essa propria in quei figli, che le sono bensì uniti col Battesimo, ma sono separati dalla sua piena comunione. Anzi, alla Chiesa stessa, diventa più difficile esprimere sotto ogni aspetto la pienezza della cattolicità proprio nella realtà della vita” [Conc. Ecum. Vat. II, Unitatis redintegratio, 4].

856 L'attività missionaria implica un dialogo rispettoso con coloro che non accettano ancora il Vangelo [Cf Giovanni Paolo II, Lett. enc. Redemptoris missio, 55]. I credenti possono trarre profitto per se stessi da questo dialogo, imparando a conoscere meglio “tutto ciò che di verità e di grazia era già riscontrabile, per una nascosta presenza di Dio, in mezzo alle genti” [Conc. Ecum. Vat. II, Ad gentes, 9]. Se infatti essi annunziano la Buona Novella a coloro che la ignorano, è per consolidare, completare ed elevare la verità e il bene che Dio ha diffuso tra gli uomini e i popoli, e per purificarli dall'errore e dal male “per la gloria di Dio, la confusione del demonio e la felicità dell'uomo” [Conc. Ecum. Vat. II, Ad gentes, 9].

IV. La Chiesa è apostolica

857 La Chiesa è apostolica, perché è fondata sugli Apostoli, e ciò in un triplice senso:

- essa è stata e rimane costruita sul “fondamento degli Apostoli” (⇒ Ef 2,20), [Cf ⇒ Ap 21,14 ] testimoni scelti e mandati in missione da Cristo stesso; [Cf ⇒ Mt 28,16-20; ⇒ At 1,8; ⇒ 1Cor 9,1; 857 ⇒ 1Cor 15,7-8; ⇒ Gal 1,1; ecc...]

- custodisce e trasmette, con l'aiuto dello Spirito che abita in essa, l'insegnamento, [Cf ⇒ At 2,42 ] il buon deposito, le sane parole udite dagli Apostoli; [Cf ⇒ 2Tm 1,13-14 ]

- fino al ritorno di Cristo, continua ad essere istruita, santificata e guidata dagli Apostoli grazie ai loro successori nella missione pastorale: il collegio dei vescovi, “coadiuvato dai sacerdoti ed unito al successore di Pietro e supremo pastore della Chiesa” [Conc. Ecum. Vat. II, Ad gentes, 5].

Pastore eterno, tu non abbandoni il tuo gregge, ma lo custodisci e proteggi sempre per mezzo dei tuoi santi Apostoli, e lo conduci attraverso i tempi, sotto la guida di coloro che tu stesso hai eletto vicari del tuo Figlio e hai costituito pastori [Messale Romano, Prefazio degli Apostoli I].

La missione degli Apostoli

858 Gesù è l'Inviato del Padre. Fin dall'inizio del suo ministero, “chiamò a sé quelli che egli volle. . . Ne costituì Dodici che stessero con lui e anche per mandarli a predicare” (⇒ Mc 3,13-14). Da quel momento, essi saranno i suoi “inviati” [questo il significato del termine greco “apostoloi”]. In loro Gesù continua la sua missione: “Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi” (⇒ Gv 20,21) [Cf ⇒ Gv 13,20; ⇒ Gv 17,18 ]. Il loro ministero è quindi la continuazione della sua missione: “Chi accoglie voi, accoglie me”, dice ai Dodici (⇒ Mt 10,40) [Cf ⇒ Lc 10,16 ].

859 Gesù li unisce alla missione che ha ricevuto dal Padre. Come “il Figlio da sé non può fare nulla” (⇒ Gv 5,19; ⇒ Gv 5,30), ma riceve tutto dal Padre che lo ha inviato, così coloro che Gesù invia non possono fare nulla senza di lui, [Cf ⇒ Gv 15,5 ] dal quale ricevono il mandato della missione e il potere di compierla. Gli Apostoli di Cristo sanno di essere resi da Dio “ministri adatti di una Nuova Alleanza” (⇒ 2Cor 3,6), “ministri di Dio” (⇒ 2Cor 6,4), “ambasciatori per Cristo” (⇒ 2Cor 5,20), “ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio” (⇒ 1Cor 4,1).

860 Nella missione degli Apostoli c'è un aspetto che non può essere trasmesso: essere i testimoni scelti della Risurrezione del Signore e le fondamenta della Chiesa. Ma vi è anche un aspetto permanente della loro missione. Cristo ha promesso di rimanere con loro sino alla fine del mondo [Cf ⇒ Mt 28,20 ]. La “missione divina, affidata da Cristo agli Apostoli, dovrà durare sino alla fine dei secoli, poiché il Vangelo che essi devono trasmettere è per la Chiesa principio di tutta la sua vita in ogni tempo. Per questo gli Apostoli... ebbero cura di costituirsi dei successori” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 20].

I vescovi successori degli Apostoli

861 “Perché la missione loro affidata venisse continuata dopo la loro morte, [gli Apostoli] lasciarono quasi in testamento ai loro immediati cooperatori l'incarico di completare e consolidare l'opera da essi incominciata, raccomandando loro di attendere a tutto il gregge, nel quale lo Spirito Santo li aveva posti per pascere la Chiesa di Dio. Essi stabilirono dunque questi uomini e in seguito diedero disposizione che, quando essi fossero morti, altri uomini provati prendessero la successione del loro ministero” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 20; cf San Clemente di Roma, Epistula ad Corinthios, 42; 44].

862 “Come quindi permane l'ufficio dal Signore concesso singolarmente a Pietro, il primo degli Apostoli, e da trasmettersi ai suoi successori, così permane l'ufficio degli Apostoli di pascere la Chiesa, da esercitarsi ininterrottamente dal sacro ordine dei vescovi”. Perciò la Chiesa insegna che “i vescovi per divina istituzione sono succeduti al posto degli Apostoli, quali pastori della Chiesa: chi li ascolta, ascolta Cristo, chi li disprezza, disprezza Cristo e colui che Cristo ha mandato” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 20].

L'apostolato

863 Tutta la Chiesa è apostolica in quanto rimane in comunione di fede e di vita con la sua origine attraverso i successori di san Pietro e degli Apostoli. Tutta la Chiesa è apostolica, in quanto è “inviata” in tutto il mondo; tutti i membri della Chiesa, sia pure in modi diversi, partecipano a questa missione. “La vocazione cristiana infatti è per sua natura anche vocazione all'apostolato”. “Si chiama apostolato” “tutta l'attività del Corpo mistico” ordinata alla “diffusione del regno di Cristo su tutta la terra” [Conc. Ecum. Vat. II, Apostolicam actuositatem, 2].

864 “Siccome la fonte e l'origine di tutto l'apostolato della Chiesa è Cristo, mandato dal Padre, è evidente che la fecondità dell'apostolato”, sia quello dei ministri ordinati sia quello “dei laici, dipende dalla loro unione vitale con Cristo” [Cf ⇒ Gv 15,5; Conc. Ecum. Vat. II, Apostolicam actuositatem, 4]. Secondo le vocazioni, le esigenze dei tempi, i vari doni dello Spirito Santo, l'apostolato assume le forme più diverse. Ma la carità, attinta soprattutto nell'Eucaristia, rimane sempre “come l'anima di tutto l'apostolato” [Conc. Ecum. Vat. II, Apostolicam actuositatem, 3].

865 La Chiesa è una, santa, cattolica e apostolica nella sua identità profonda e ultima, perché in essa già esiste e si compirà alla fine dei tempi “il Regno dei cieli”, “il Regno di Dio”, [Cf ⇒ Ap 19,6 ] che è venuto nella Persona di Cristo e che misteriosamente cresce nel cuore di coloro che a lui sono incorporati, fino alla sua piena manifestazione escatologica. Allora tutti gli uomini da lui redenti, in lui resi “ santi e immacolati al cospetto” di Dio “nella carità” (⇒ Ef 1,4) saranno riuniti come l'unico Popolo di Dio, “la sposa dell'Agnello” (⇒ Ap 21,9), “la città santa” che scende “dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio” (⇒ Ap 21,10-11); e “le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici Apostoli dell'Agnello ” (⇒ Ap 21,14).

IN SINTESI

866 La Chiesa è una: essa ha un solo Signore, professa una sola fede, nasce da un solo Battesimo, forma un solo Corpo, vivificato da un solo Spirito, in vista di un'unica speranza , [Cf ⇒ Ef 4,3-5 ] al compimento della quale saranno superate tutte le divisioni.

867 La Chiesa è santa: il Dio Santissimo è il suo autore; Cristo, suo Sposo, ha dato se stesso per lei, per santificarla; lo Spirito di santità la vivifica. Benché comprenda in sé uomini peccatori, è senza macchia: “ex maculatis immaculata”. Nei santi risplende la sua santità; in Maria è già la tutta santa.

868 La Chiesa è cattolica: essa annunzia la totalità della fede; porta in sé e amministra la pienezza dei mezzi di salvezza; è mandata a tutti i popoli; si rivolge a tutti gli uomini; abbraccia tutti i tempi; “per sua natura è missionaria” [Conc. Ecum. Vat. II, Ad gentes, 2].

869 La Chiesa è apostolica: è costruita su basamenti duraturi: “i dodici Apostoli dell'Agnello” (⇒ Ap 21,14); è indistruttibile; [Cf ⇒ Mt 16,18 ] è infallibilmente conservata nella verità: Cristo la governa per mezzo di Pietro e degli altri Apostoli, presenti nei loro successori, il Papa e il collegio dei vescovi.

870 “Questa è l'unica Chiesa di Cristo, che nel Simbolo professiamo una, santa, cattolica e apostolica” ... Essa “sussiste nella Chiesa cattolica, governata governata dal successore di Pietro e dai vescovi in comunione con lui, ancorché al di fuori del suo organismo visibile si trovino parecchi elementi di santificazione e di verità” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 8].

 

mercoledì 3 agosto 2011

Verità della Fede - XXVII parte

Tornano gli approfondimenti sulle "Verità della Fede" attraverso le attente analisi di Sant'Alfonso Maria de' Liguori. Nel capitolo odierno il Santo Vescovo, Fondatore dei Redentoristi e Dottore della Chiesa si sofferma sui miracoli di Gesù Cristo quale prova certa delle verità della fede, ma confuta anche i miracoli dei falsi dei per dare una maggiore dimostrazione che solo la dottrina di Cristo è autentica. Spesso quando ci si imbatte nell'argomento "miracoli" operati nella Chiesa Cattolica discorrendo con i non credenti, si ottiene da loro la risposta che anche in altre dottrine sono stati segnalati miracoli. Sant'Alfonso dimostra invece come in altre dottrine possono esserci prodigi che non superano la natura a differenza dei miracoli operati all'interno della Chiesa Cattolica per intercessione dei Santi presso Dio. Per esempio Sant'Alfonso confuta un miracolo operato da Vespasiano su di un non vedente, infermità che era possibile guarire con rimedi naturali. Invece i miracoli ottenuti per intercessione dei Santi come abbiamo visto negli ultimi anni, superano la natura e  guariscono da infermità impossibili per la scienza umana, come di recente è successo con la suora guarita dal morbo di Parkinson per intercessione di Giovanni Paolo II, oggi Beato. Lasciamo ora la parola a Sant'Alfonso Maria de' Liguori:




Verità della Fede

di Sant'Alfonso Maria de' Liguori

SECONDA PARTE

CAP. XIV.

De' miracoli di Gesù Cristo che confermano la sua dottrina.

1. I miracoli sono una prova troppo convincente della verità di fede; perché siccome provammo di sopra al cap. 3. Iddio non può permettere alcun miracolo in conferma d'una falsa fede. Bisogna non però sempre esaminar con diligenza se i fatti che vengono riferiti sono veri, e se sono veri miracoli. Che i prodigi operati da Gesù Cristo, e riferiti negli evangeli sieno stati veri, ciò si è provato già di sopra nel capo 11 coll'essersi trovata la verità de' medesimi evangeli. Vediamo ora, se i prodigi ivi narrati sieno stati veri miracoli, o poteano operarsi per arte diabolica. Primieramente fu celebre il miracolo di Gesù Cristo, allorché con cinque pani d'orzo e due pesci saziò cinquemila uomini, oltre le donne ed i fanciulli, in modo che finito il pranzo gli apostoli raccolsero dodici cofani di tozzi avanzati. Di tal miracolo furono testimoni più di cinquemila persone, e lo riferiscono tre vangelisti s. Matteo 14. 14. , s. Marco 6. 38. e s. Giovanni 6. 5.

2. Di più narra s. Luca nel c. 8. v. 26. e s. Marco c. 5. v. 2. che, giunto il Signore in Geraseni, vennegli all'incontro un indemoniato, e questi era così furioso, che non era stato possibile incatenarlo, acciocché non facesse danno, perché più volte avea spezzate le catene. Quest'uomo viveva nelle spelonche, urlando e straziando se stesso. Il Signore, avendone compassione, già avea cominciato a comandare a' demonj, i quali erano molti, che si partissero da quel corpo; ma quegli spiriti maligni pregarono Gesù Cristo o che non li discacciasse da quell'uomo, o che almeno permettesse loro di entrare in una mandra di duemila porci che stavano in quel luogo pascolando. Ottenuta questa licenza, i porci subito andarono a precipitarsi in mare, ove restarono soffocati, e quell'uomo restò liberato. Ciò avvenne alla presenza di altre persone, e fu certamente fatto anche noto a molti di quei paesani che erano padroni di quegli animali.

3. Era gran tempo che il mondo gemeva sotto la schiavitù de' demonj i quali usurpandosi l'onore dovuto a Dio, si faceano adorare dagli uomini. Era per tanto la terra piena d'idoli e di altari sacrileghi, e i demonj si spacciavano da per tutto per signori del cielo e della terra. Venne Gesù Cristo al mondo per discacciare questi nemici dal preso ingiusto dominio; ma prima fu d'uopo far conoscere agli uomini il loro stato infelice e le debolezze di quegli spiriti infernali, a' quali permise d'entrare nel corpo di molti, acciocché da una parte si rendessero odiosi a tutti, e dall'altra col discacciarli facesse insieme vedere la loro fiacchezza e la sua potenza; essendo venuto appunto per distruggere il regno di Lucifero: Nunc princeps huius mundi eiicietur foras1. Onde i demonj, osservando i miracoli che il Signore operava, lo confessavano per figlio di Dio: Et spiritus immundi, cum illum videbant, procidebant ei, et clamabant dicentes: Tu es Filius Dei2. Gesù Cristo in sua vita liberò da' demonj tutti coloro che incontrò: Pertransiit benefaciendo et sanando omnes oppressos a diabolo3. E dopo la sua morte permise che fossero anche frequenti gl'invasamenti de' demonj, volendo con ciò far conoscere ai gentili la potestà che aveano i suoi discepoli sopra quei nemici, obbligandoli più volte anche a confessare di essere essi ingannatori nel farsi adorare sotto i nomi di quelle false deità; il che molto giovò alla conversione del mondo. Tertulliano nella sua apologia al capo 23 scrive che ogni cristiano il quale avesse conservata la grazia del battesimo, potea costringere il demonio a confessare tale inganno; ed in fatti di ciò ve ne sono più esempj nelle istorie sacre4.

4. Mirabile fu ancora il miracolo che operò il nostro Salvatore nel cieco nato secondo vien riferito da s. Giovanni al capo 9. Costui fu guarito da Gesù Cristo, con avergli posto un poco di loto sugli occhi misto colla di lui saliva, e col lavarsi immediatamente coll'acqua della natatoria Siloe, siccome gli ordinò il Signore, acciocché, se egli avesse adoperata altr'acqua, non avessero detto i farisei che fosse stata virtù di qualche acqua medicinale che gli avesse data la vista. Con tutto ciò non voleano i farisei persuadersi del miracolo; onde interrogarono il cieco, e quegli narrò sinceramente il fatto com'era avvenuto. Non contenti di ciò tornarono a dimandargli in qual concetto tenesse egli il suo guaritore. Il cieco rispose, che lo stimava profeta. I giudei, ostinandosi a non voler credere che quello fosse stato miracolo, chiamarono i di lui genitori, e quelli confermarono che il figlio era nato cieco, e cieco era stato sino a quel tempo. Essi di nuovo chiamarono il cieco e gli dissero: Da gloriam Deo; nos scimus quia hic homo peccator est. E quegli replicò: Si peccator est, nescio; unum scio, quia caecus cum essem, modo video... Numquid et vos vultis discipuli eius fieri? I farisei in sentir questa parola, lo maledissero e lo discacciarono fuori della città, onde, avendolo poi incontrato il Signore, l'esortò a credere, e quegli si fece suo seguace.

5. I miracoli poi più famosi di Gesù Cristo furono i risorgimenti di più defunti che egli operò, del figlio unico della vedova di Naim, della figliuola del principe della sinagoga, ma il più maraviglioso fu il risorgimento di Lazaro, narrato da s. Giovanni al cap. 11. con tutte le sue circostanze. Dicea Spinoza: come riferisce Pietro Bayle, che se egli avesse potuto persuadersi del risorgimento di Lazaro, avrebbe riprovato il suo sistema, e si sarebbe fatto cristiano. Ma questo miracolo sta confermato da tante prove, che non può essere Spinoza scusato da una gran temerità in non volersene persuadere. Vediamolo. Giunto il Salvatore un giorno alla casa di Marta e Maria in Betania, trovò che da quattro giorni era morto e sepolto il lor fratello Lazaro, sicché per tutta Gerusalemme la di lui morte era già nota, e molti da Gerusalemme si erano portati in Betania per condolersi colle sorelle, mentre la loro famiglia era cospicua in quelle parti. Giungendo ivi Gesù Cristo, vennero ad incontrarlo le sorelle piangendo, e specialmente Maria accompagnata da molta gente, la quale gli disse: Domine, si fuisses hic, non esset mortuus frater meus. Il Signore domandò dove l'avessero posto, e giunto poi al luogo dove stava sepolto, prima pianse, ed indi ordinò che si fosse tolta la pietra del sepolcro. Marta rispose: Domine, iam foetet, quatriduanus est enim. E Gesù Cristo replicò: Nonne dixi tibi, quoniam si credideris, videbis gloriam Dei? E poi voce magna clamavit (gridò, acciocché i giudei lasciassero d'esser più increduli a quest'ultimo sforzo ch'egli faceva per convertirli): Lazare veni foras. Ed essendo uscito subito Lazaro dal sepolcro ancor legato colle fasce, lo fece sciogliere, e Lazaro risorse. Dopo questo prodigio operato alla presenza di molta gente, multi ex iudaeis... crediderunt in eum. Altri poi andarono a narrare il fatto a' farisei, i quali sentendo ciò, Collegerunt... concilium, et dicebant: Quid facimus, quia hic homo multa signa facit? E così da quel giorno pensarono di levarlo dal mondo1, e tentarono di uccidere lo stesso Lazaro, stimando per altro vero il miracolo; e perciò non si posero ad esaminarlo. Del resto scrive s. Giovanni che mossi da questo miracolo molti anche de' principi, credettero in Gesù Cristo1. E questa fu la causa, cioè il risorgimento di Lazaro, perché, entrando Gesù in Gerusalemme, la gente che si era trovata a quel miracolo, lo palesò agli altri, e così vennero unitamente ad incontrare il Signore, e lo ricevettero con tanto onore: Propterea et obviam venit ei turba, quia audierunt eum fecisse hoc signum2. Ma i giudei restarono ostinati in non volerlo credere, avverandosi allora (come soggiunge s. Giovanni3) la predizione d'Isaia: Excaecavit oculos eorum, et induravit cor eorum etc.4. Ma questa incredulità de' giudei fu già uno de' segni predetti della venuta del Signore per mezzo dello stesso profeta5Expandi manus meas tota die ad populum incredulum; s. Paolo citando questo passo scrive, ad populum non credentem et contradicentem.

6. Si aggiunga qui il gran prodigio che operò Gesù Cristo dopo la sua morte nella conversione di s. Paolo, narrata dallo stesso apostolo al re Agrippa6. Narrò egli che stimandosi tenuto di opporsi a' progressi della fede di G. Cristo, molto si era adoperato per distruggerla colle parole e coi supplicj per ogni luogo. Ma un giorno, mentre andava a Damasco contro i cristiani, trovandosi in una via, fu ingombrato da una gran luce, al comparir della quale essendo egli ed i suoi compagni caduti a terra, udì una voce che gli disse: Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? Egli rispose: E chi siete voi, Signore? Ed intese la stessa voce che replicò: Io sono Gesù che tu perseguiti. Alzati, perché voglio che tu vadi a convertire le genti. I compagni videro la luce, e udirono la voce, ma non videro Gesù Cristo, né percepirono le parole. S. Paolo poi restò cieco, e così cieco fu portato in Damasco, ove si trattenne tre giorni senza mangiare, né bere; e non ricuperò la vista, se non quando Anania posegli le mani sul capo, e lo battezzò. E sin d'allora egli cominciò a predicare per le sinagoghe; onde i giudei congiurarono per ucciderlo, ma l'apostolo fu preservato dalla divina protezione per il bene di tanti popoli, ch'esso acquistò a Gesù Cristo. Or di tali prodigj chi mai può dire che Iddio non ne sia stato l'autore, o che egli gli abbia permessi in conferma d'una dottrina falsa?

7. Dicono i deisti, che anche i gentili aveano i loro miracoli. Ma chi non sa che i miracoli da essi vantati, o erano favole o pure effetti naturali; come appunto erano le guarigioni che dicevano operate per mezzo del Dio Esculapio, poiché tutti i sacerdoti di Esculapio erano medici, né soleano guarire gl'infermi, se non dopo aver loro applicati i rimedj, siccome scrive Luciano7. E lo stesso dicono Arnobio8 e l'autore delle omelie clementine9. Scrive di più Luciano che i gentili per vantare questi miracoli di Esculapio, pagavano alcuni, acciocché si fingessero infermi, e poi guariti. Quindi si argomenti, qual conto debba farsi di quella tabella (che si crede appesa in Roma nel tempio di Esculapio) di ciechi e di altri guariti subito per opera dio questo idolo: miracoli tutti asseriti, ma niente provati. Tacito narra il miracolo di un certo cieco sanato da Vespasiano; ma egli medesimo dice che l'infermo potea guarirsi per rimedj naturali: ecco le parole Postremo (Vespasianus) aestimari a medicis iubet, an talis caecitas ac debilitas ope humana superabiles forent. Medici varie disserere; huic non exesam vim luminis, et redituram si pellerentur obstantia; illi elapsos in pravum artus, si salubris vis adhibeatur, posse integrari. Del resto, quando altro non fosse, è certo che premeva a' sacerdoti del tempio, ed agli altri che attestarono questo miracolo, il conciliarsi la grazia dell'imperatore, con fingere (come facilmente fu) tal cecità e tal guarigione. Si narrano ancora certi miracoli di Adriano, ma lo stesso Sparziano che li riferisce1 poi soggiunge: Quamvis Marius Maximus haec per simulationem facta commemoret, leggasi Salmasio2. I miracoli erano, che l'imperatore avesse sanati due ciechi con aspergere solamente un poco d'acqua sui loro occhi. E ciò anche si suppone per certo essere stata finzione de' domestici per ricreare il principe, il quale stando infermo, e non potendo guarire, voleva uccidersi per disperazione.

8. In quanto poi a' miracoli del celebre Apollonio Tianeo, che Ierocle comparava a' miracoli di Gesù Cristo, primieramente questo Apollonio fu tenuto per un gran mago, onde se fu vero qualche prodigio non superante le forze della natura, che si vide di cose naturali straordinarie, già si suppone che i demonj ne furono gli autori. Ho detto, se fu vero, perché tutti i prodigi che si narrano di Apollonio, giustamente si crede che furono tutte menzogne; mentre si asserisce che un certo uomo ignoto diede a Giulia imperatrice, moglie di Settimio Severo, alcune carte della vita di questo mago scritte da Damide suo discepolo. Queste carte Giulia le consegnò a Filostrato, il quale principalmente da quelle compose l'istoria di Apollonio. Sicché non si prova primieramente che Damide le avesse scritte; e benché egli le avesse scritte, qual fede mai può meritare il discepolo d'un'idolatra e d'un mago? Oltreché Uezio dimostra che quell'istoria fu finta da Filostrato per deprimere la fede cristiana, che allora si diffondea nel mondo. Si aggiunge che molti miracoli narrati di Apollonio sono affatto ridicoli ed assurdi. Portiamone due esempj. Scrive Filostrato3, che Apollonio invitato alle nozze di Menippo suo amico, mentre il convito era già apparecchiato, Apollonio ammonisce l'amico che la sua sposa era un demonio. Ciò detto sparisce la sposa e tutto l'apparato del convito. Nello stesso luogo al cap. 3. si legge ch'egli avesse spinti gli efesini, allora infettati dalla peste, a lapidare un povero mendico, il quale essendo morto, ed essendo stato poi scoperto dalle pietre, si ritrovò essere un gran cane, che mandava spuma dalla bocca, come fosse un lione, e così furono tutti gli efesini liberati dalla peste. Or chi mai può credere queste inezie?

9. Narrasi ancora per gran miracolo la sconfitta dell'esercito de' galli, che assalirono il tempio di Apollo Delfico nel monte Parnasso per depredare l'oro che vi stava deposto, e si dice essere stati essi sconfitti con fulmini da vergini armate loro apparse. Ma all'incontro da buoni autori dicesi che tale istoria o tutta o in molta parte sia favolosa; e Strabone scrive che i galli non già si dispersero per li fulmini del cielo, ma per le discordie nate fra di loro. Ma anche dato che i galli avessero patita una rotta sul Parnasso, non si dee ella attribuire alla potenza di Apollo, poiché scrive Pausania4, che quantunque i galli fossero molti, nondimeno furono discacciati, per causa che i delfi, avendoli molto afflitti colle saette fra i dirupi di quel monte, accadde che Brenno duce dell'esercito fu ferito a morte, e così tutti i galli si posero in fuga; e posto il fatto così, il miracolo dov'è?

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1 Ioan. 12. 13.

2 Marc. 3. 11. et 12.

3 Act. 10. 38.

4 Taluni dicono che dopo la morte di Gesù Cristo, o almeno dopo la morte de' suoi discepoli non vi sono stati più ossessi. Non ha dubbio che i veri ossessi sono molto pochi, ma il dire che siano tutti falsi i fatti che si riferiscono di ossessi liberati nelle vite de' santi ed anche nelle opere de' santi padri, non so come possa farsi. Il p. Cuniliati (tom. 1. delle controv. letter. pag. 36. ecc.) raccoglie più fatti recenti in tal genere, e specialmente narra che nel 1739 nella diocesi di Aquileia la liberazione d'un ossesso operò la celebre conversione dell'ebreo Ventura Cormons. Leggasi la dotta dissertazione del p. Calmet de energ. verit., dove dimostra la verità di tali ossessi. Qual maraviglia dee farci che il demonio possa assalire ed occupare i corpi dei cristiani, quando sappiamo che possono tentare le loro anime, anche quando sono arricchite della grazia divina? È vero che al presente non hanno i demonj la libertà d'invadere i corpi, come l'aveano anticamente prima della venuta del Redentore; ma non può negarsi che il Signore più volte ha permesso ed anche voluto, che alcun cristiano patisse una tal vessazione per qualche sua colpa speciale, e talvolta per suo maggior merito senza colpa. E se Gesù Cristo non ricusò di lasciarsi portare da Lucifero sopra del tempio e sulla cima d'un monte (come si legge in s. Matteo c. 4. v. 5. et 8. ) non dee sembrarci strano, che i cristiani sieno qualche volta mossi e straziati dal nemico. Quel che più dee persuaderci a credere che vi sono ossessi nel mondo, è il credere che la chiesa siegue tuttavia ad ordinare con ordine distinto gli esorcisti, conferendo loro appunto la potestà di discacciare i demonj dagli ossessi. Dee dirsi forse che nella chiesa inutilmente si conferisca un tal ordine? Sappiamo che s. Carlo Borromeo conferiva ai fanciulli quest'ordine, a posta per far vedere agli eretici la potestà che hanno contro i demonj i ministri della chiesa cattolica.

1 Come poi già riuscì loro di averlo in mano per mezzo di Giuda, che vendette Gesù Cristo per trenta danari, secondo avea già predetto Zaccaria (11. 13. ): Et appenderunt mercedem meam triginta argenteos. S. Matteo non però (27. 9. ) cita Geremia per autore di questo passo, non già Zaccaria. Si crede da' sacri interpreti che questo sia errore de' copisti, o pure dice un altro autore che alcune sentenze de' profeti antichi furono tralasciate nel codice compilato da Esdra, e poi sono state tramandate a voce, ed inserite ne' profeti posteriori. E ciò è molto verisimile in Zaccaria, il quale fece uso di varj passi de' profeti anteriori; e come narra s. Girolamo, un certo ebreo Nazareno dimostrò a lui un libro, ove di questa sentenza de' trenta danari stava citato per autore Geremia, non Zaccaria.

1 Ioan. 12. 42.

2 Io. 12. 18.

3 Vers. 37.

4 Isa. 6. 9.

5 65. 2.

6 Act. 26. 9. et 23.

7 T. 2. opp. p. 333.

8 L. 1. Adv. Gent. p. 35.

9 Hom. 9. §. 17.

1 In Adrian. c. 25.

2 Hist. Augusti in Spart.

3 L. 4. c. 8.

4 In Phodicis c. 20. 

martedì 2 agosto 2011

Dalla misericordia di Dio la forza del perdono umano

Anche oggi deroghiamo alla nostra consueta programmazione per celebrare il Perdono d'Assisi: ne "il post del giorno", potrete leggere la storia e il significato di questo grande mistero di misericordia divina. In questo spazio, invece, vogliamo ricordare una grande lezione del Beato Giovanni Paolo II che ci introduce alla grandezza del perdono quale condizione basilare per ottenere la giustizia e quindi la pace. In questa giornata così speciale per noi, non possiamo non leggere queste splendide parole che risuonano forti ancora oggi: 

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE
GIOVANNI PAOLO II
PER LA CELEBRAZIONE DELLA
XXXV GIORNATA MONDIALE DELLA PACE

1° GENNAIO 2002

NON C' È PACE SENZA GIUSTIZIA
NON C' È GIUSTIZIA SENZA PERDONO 

1. Quest'anno la Giornata Mondiale della Pace viene celebrata sullo sfondo dei drammatici eventi dell'11 settembre scorso. In quel giorno, fu perpetrato un crimine di terribile gravità: nel giro di pochi minuti migliaia di persone innocenti, di varie provenienze etniche, furono orrendamente massacrate. Da allora, la gente in tutto il mondo ha sperimentato con intensità nuova la consapevolezza della vulnerabilità personale ed ha cominciato a guardare al futuro con un senso fino ad allora ignoto di intima paura. Di fronte a questi stati d'animo la Chiesa desidera testimoniare la sua speranza, basata sulla convinzione che il male, il mysterium iniquitatis, non ha l'ultima parola nelle vicende umane. La storia della salvezza, delineata nella Sacra Scrittura, proietta grande luce sull'intera storia del mondo, mostrando come questa sia sempre accompagnata dalla sollecitudine misericordiosa e provvida di Dio, che conosce le vie per toccare gli stessi cuori più induriti e trarre frutti buoni anche da un terreno arido e infecondo.

È questa la speranza che sostiene la Chiesa all'inizio del 2002: con la grazia di Dio il mondo, in cui il potere del male sembra ancora una volta avere la meglio, sarà realmente trasformato in un mondo in cui le aspirazioni più nobili del cuore umano potranno essere soddisfatte, un mondo nel quale prevarrà la vera pace.

La pace: opera di giustizia e di amore

2. Quanto è recentemente avvenuto, con i terribili fatti di sangue appena ricordati, mi ha stimolato a riprendere una riflessione che spesso sgorga dal profondo del mio cuore, al ricordo di eventi storici che hanno segnato la mia vita, specialmente negli anni della mia giovinezza.

Le immani sofferenze dei popoli e dei singoli, tra i quali anche non pochi miei amici e conoscenti, causate dai totalitarismi nazista e comunista, hanno sempre interpellato il mio animo e stimolato la mia preghiera. Molte volte mi sono soffermato a riflettere sulla domanda: qual è la via che porta al pieno ristabilimento dell'ordine morale e sociale così barbaramente violato? La convinzione, a cui sono giunto ragionando e confrontandomi con la Rivelazione biblica, è che non si ristabilisce appieno l'ordine infranto, se non coniugando fra loro giustizia e perdono. I pilastri della vera pace sono la giustizia e quella particolare forma dell'amore che è il perdono.

3. Ma come parlare, nelle circostanze attuali, di giustizia e insieme di perdono quali fonti e condizioni della pace? La mia risposta è che si può e si deve parlarne, nonostante la difficoltà che questo discorso comporta, anche perché si tende a pensare alla giustizia e al perdono in termini alternativi. Ma il perdono si oppone al rancore e alla vendetta, non alla giustizia. La vera pace, in realtà, è « opera della giustizia » (Is 32, 17). Come ha affermato il Concilio Vaticano II, la pace è « il frutto dell'ordine immesso nella società umana dal suo Fondatore e che deve essere attuato dagli uomini assetati di una giustizia sempre più perfetta » (Costituzione pastorale Gaudium et spes, 78). Da oltre quindici secoli, nella Chiesa cattolica risuona l'insegnamento di Agostino di Ippona, il quale ci ha ricordato che la pace, a cui mirare con l'apporto di tutti, consiste nella tranquillitas ordinis, nella tranquillità dell'ordine (cfr De civitate Dei, 19, 13).

La vera pace, pertanto, è frutto della giustizia, virtù morale e garanzia legale che vigila sul pieno rispetto di diritti e doveri e sull'equa distribuzione di benefici e oneri. Ma poiché la giustizia umana è sempre fragile e imperfetta, esposta com'è ai limiti e agli egoismi personali e di gruppo, essa va esercitata e in certo senso completata con il perdono che risana le ferite e ristabilisce in profondità i rapporti umani turbati. Ciò vale tanto nelle tensioni che coinvolgono i singoli quanto in quelle di portata più generale ed anche internazionale. Il perdono non si contrappone in alcun modo alla giustizia, perché non consiste nel soprassedere alle legittime esigenze di riparazione dell'ordine leso. Il perdono mira piuttosto a quella pienezza di giustizia che conduce alla tranquillità dell'ordine, la quale è ben più che una fragile e temporanea cessazione delle ostilità, ma è risanamento in profondità delle ferite che sanguinano negli animi. Per un tale risanamento la giustizia e il perdono sono ambedue essenziali.

Sono queste le due dimensioni della pace che desidero esplorare in questo messaggio. La Giornata Mondiale offre, quest'anno, a tutta l'umanità, e in particolar modo ai Capi delle Nazioni, l'opportunità di riflettere sulle esigenze della giustizia e sulla chiamata al perdono di fronte ai gravi problemi che continuano ad affliggere il mondo, non ultimo dei quali è il nuovo livello di violenza introdotto dal terrorismo organizzato.

Il fenomeno del terrorismo

4. È proprio la pace fondata sulla giustizia e sul perdono che oggi è attaccata dal terrorismo internazionale. In questi ultimi anni, specialmente dopo la fine della guerra fredda, il terrorismo si è trasformato in una rete sofisticata di connivenze politiche, tecniche ed economiche, che travalica i confini nazionali e si allarga fino ad avvolgere il mondo intero. Si tratta di vere organizzazioni dotate spesso di ingenti risorse finanziarie, che elaborano strategie su vasta scala, colpendo persone innocenti, per nulla coinvolte nelle prospettive che i terroristi perseguono.

Adoperando i loro stessi seguaci come armi da lanciare contro inermi persone inconsapevoli, queste organizzazioni terroristiche manifestano in modo sconvolgente l'istinto di morte che le alimenta. Il terrorismo nasce dall'odio ed ingenera isolamento, diffidenza e chiusura. Violenza si aggiunge a violenza, in una tragica spirale che coinvolge anche le nuove generazioni, le quali ereditano così l'odio che ha diviso quelle precedenti. Il terrorismo si fonda sul disprezzo della vita dell'uomo. Proprio per questo esso non dà solo origine a crimini intollerabili, ma costituisce esso stesso, in quanto ricorso al terrore come strategia politica ed economica, un vero crimine contro l'umanità.

5. Esiste perciò un diritto a difendersi dal terrorismo. E un diritto che deve, come ogni altro, rispondere a regole morali e giuridiche nella scelta sia degli obiettivi che dei mezzi. L'identificazione dei colpevoli va debitamente provata, perché la responsabilità penale è sempre personale e quindi non può essere estesa alle nazioni, alle etnie, alle religioni, alle quali appartengono i terroristi. La collaborazione internazionale nella lotta contro l'attività terroristica deve comportare anche un particolare impegno sul piano politico, diplomatico ed economico per risolvere con coraggio e determinazione le eventuali situazioni di oppressione e di emarginazione che fossero all'origine dei disegni terroristici. Il reclutamento dei terroristi, infatti, è più facile nei contesti sociali in cui i diritti vengono conculcati e le ingiustizie troppo a lungo tollerate.

Occorre, tuttavia, affermare con chiarezza che le ingiustizie esistenti nel mondo non possono mai essere usate come scusa per giustificare gli attentati terroristici. Si deve rilevare, inoltre, che tra le vittime del crollo radicale dell'ordine, ricercato dai terroristi, sono da includere in primo luogo i milioni di uomini e di donne meno attrezzati per resistere al collasso della solidarietà internazionale. Alludo specificamente ai popoli del mondo in via di sviluppo, i quali già vivono in margini ristretti di sopravvivenza e che sarebbero i più dolorosamente colpiti dal caos globale economico e politico. La pretesa del terrorismo di agire in nome dei poveri è una palese falsità.

Non si uccide in nome di Dio!

6. Chi uccide con atti terroristici coltiva sentimenti di disprezzo verso l'umanità, manifestando disperazione nei confronti della vita e del futuro: tutto, in questa prospettiva, può essere odiato e distrutto. Il terrorista ritiene che la verità in cui crede o la sofferenza patita siano talmente assolute da legittimarlo a reagire distruggendo anche vite umane innocenti. Talora il terrorismo è figlio di un fondamentalismo fanatico, che nasce dalla convinzione di poter imporre a tutti l'accettazione della propria visione della verità. La verità, invece, anche quando la si è raggiunta — e ciò avviene sempre in modo limitato e perfettibile — non può mai essere imposta. Il rispetto della coscienza altrui, nella quale si riflette l'immagine stessa di Dio (cfr Gn 1, 26-27), consente solo di proporre la verità all'altro, al quale spetta poi di responsabilmente accoglierla. Pretendere di imporre ad altri con la violenza quella che si ritiene essere la verità, significa violare la dignità dell'essere umano e, in definitiva, fare oltraggio a Dio, di cui egli è immagine. Per questo il fanatismo fondamentalista è un atteggiamento radicalmente contrario alla fede in Dio. A ben guardare il terrorismo strumentalizza non solo l'uomo, ma anche Dio, finendo per farne un idolo di cui si serve per i propri scopi.

7. Nessun responsabile delle religioni, pertanto, può avere indulgenza verso il terrorismo e, ancor meno, lo può predicare. È profanazione della religione proclamarsi terroristi in nome di Dio, far violenza all'uomo in nome di Dio. La violenza terrorista è contraria alla fede in Dio Creatore dell'uomo, in Dio che si prende cura dell'uomo e lo ama. In particolare, essa è totalmente contraria alla fede in Cristo Signore, che ha insegnato ai suoi discepoli a pregare: « Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori » (Mt 6, 12).

Seguendo l'insegnamento e l'esempio di Gesù, i cristiani sono convinti che dimostrare misericordia significhi vivere pienamente la verità della nostra vita: possiamo e dobbiamo essere misericordiosi, perché ci è stata mostrata misericordia da un Dio che è Amore misericordioso (cfr 1 Gv 4, 7-12). Il Dio che ci redime mediante il suo ingresso nella storia e attraverso il dramma del Venerdì Santo prepara la vittoria del giorno di Pasqua, è un Dio di misericordia e di perdono (cfr Sal 103 [102], 3-4.10-13). Gesù, nei confronti di quanti lo contestavano per il fatto che mangiava con i peccatori, così si è espresso: « Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori » (Mt 9, 13). I seguaci di Cristo, battezzati nella sua morte e nella sua risurrezione, devono essere sempre uomini e donne di misericordia e di perdono.

La necessità del perdono

8. Ma che cosa significa, in concreto, perdonare? E perché perdonare? Un discorso sul perdono non può eludere questi interrogativi. Riprendendo una riflessione che ebbi già modo di offrire per la Giornata Mondiale della Pace 1997 (« Offri il perdono, ricevi la pace »), desidero ricordare che il perdono ha la sua sede nel cuore di ciascuno, prima di essere un fatto sociale. Solo nella misura in cui si affermano un'etica e una cultura del perdono, si può anche sperare in una « politica del perdono », espressa in atteggiamenti sociali ed istituti giuridici, nei quali la stessa giustizia assuma un volto più umano.

In realtà, il perdono è innanzitutto una scelta personale, una opzione del cuore che va contro l'istinto spontaneo di ripagare il male col male. Tale opzione ha il suo termine di confronto nell'amore di Dio, che ci accoglie nonostante il nostro peccato, e ha il suo modello supremo nel perdono di Cristo che sulla croce ha pregato: « Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno » (Lc 23, 34).

Il perdono ha dunque una radice e una misura divine. Questo tuttavia non esclude che se ne possa cogliere il valore anche alla luce di considerazioni di umana ragionevolezza. Prima fra tutte, quella relativa all'esperienza che l'essere umano vive in se stesso quando commette il male. Egli si rende allora conto della sua fragilità e desidera che gli altri siano indulgenti con lui. Perché dunque non fare agli altri ciò che ciascuno desidera sia fatto a se stesso? Ogni essere umano coltiva in sé la speranza di poter ricominciare un percorso di vita e di non rimanere prigioniero per sempre dei propri errori e delle proprie colpe. Sogna di poter tornare a sollevare lo sguardo verso il futuro, per scoprire ancora una prospettiva di fiducia e di impegno.

9. In quanto atto umano, il perdono è innanzitutto un'iniziativa del singolo soggetto nel suo rapporto con gli altri suoi simili. La persona, tuttavia, ha un'essenziale dimensione sociale, in virtù della quale intreccia una rete di rapporti in cui esprime se stessa: non solo nel bene, purtroppo, ma anche nel male. Conseguenza di ciò è che il perdono si rende necessario anche a livello sociale. Le famiglie, i gruppi, gli Stati, la stessa Comunità internazionale, hanno bisogno di aprirsi al perdono per ritessere legami interrotti, per superare situazioni di sterile condanna mutua, per vincere la tentazione di escludere gli altri non concedendo loro possibilità di appello. La capacità di perdono sta alla base di ogni progetto di una società futura più giusta e solidale.

Il perdono mancato, al contrario, specialmente quando alimenta la continuazione di conflitti, ha costi enormi per lo sviluppo dei popoli. Le risorse vengono impiegate per sostenere la corsa agli armamenti, le spese delle guerre, le conseguenze delle ritorsioni economiche. Vengono così a mancare le disponibilità finanziarie necessarie per produrre sviluppo, pace, giustizia. Quanti dolori soffre l'umanità per non sapersi riconciliare, quali ritardi subisce per non saper perdonare! La pace è la condizione dello sviluppo, ma una vera pace è resa possibile soltanto dal perdono.

Il perdono, strada maestra

10. La proposta del perdono non è di immediata comprensione né di facile accettazione; è un messaggio per certi versi paradossale. Il perdono infatti comporta sempre un'apparente perdita a breve termine, mentre assicura un guadagno reale a lungo termine. La violenza è l'esatto opposto: opta per un guadagno a scadenza ravvicinata, ma prepara a distanza una perdita reale e permanente. Il perdono potrebbe sembrare una debolezza; in realtà, sia per essere concesso che per essere accettato, suppone una grande forza spirituale e un coraggio morale a tutta prova. Lungi dallo sminuire la persona, il perdono la conduce ad una umanità più piena e più ricca, capace di riflettere in sé un raggio dello splendore del Creatore.

Il ministero che svolgo al servizio del Vangelo mi fa sentire vivamente il dovere, e mi dà al tempo stesso la forza, di insistere sulla necessità del perdono. Lo faccio anche oggi, sorretto dalla speranza di poter suscitare riflessioni serene e mature in vista di un generale rinnovamento, nei cuori delle persone e nelle relazioni tra i popoli della terra.

11. Meditando sul tema del perdono, non si possono non ricordare alcune tragiche situazioni di conflitto, che da troppo tempo alimentano odi profondi e laceranti, con la conseguente spirale inarrestabile di tragedie personali e collettive. Mi riferisco, in particolare, a quanto avviene nella Terra Santa, luogo benedetto e sacro dell'incontro di Dio con gli uomini, luogo della vita, morte e risurrezione di Gesù, il Principe della pace.

La delicata situazione internazionale sollecita a sottolineare con forza rinnovata l'urgenza della risoluzione del conflitto arabo-israeliano, che dura ormai da più di cinquant'anni, con un'alternanza di fasi più o meno acute. Il continuo ricorso ad atti terroristici o di guerra, che aggravano per tutti la situazione e incupiscono le prospettive, deve lasciare finalmente il posto ad un negoziato risolutore. I diritti e le esigenze di ciascuno potranno essere tenuti in debito conto e contemperati in modo equo, se e quando prevarrà in tutti la volontà di giustizia e di riconciliazione. A quegli amati popoli rivolgo nuovamente l'invito accorato ad adoperarsi per un'era nuova di rispetto mutuo e di accordo costruttivo.

Comprensione e cooperazione interreligiosa

12. In questo grande sforzo, i leader religiosi hanno una loro specifica responsabilità. Le confessioni cristiane e le grandi religioni dell'umanità devono collaborare tra loro per eliminare le cause sociali e culturali del terrorismo, insegnando la grandezza e la dignità della persona e diffondendo una maggiore consapevolezza dell'unità del genere umano. Si tratta di un preciso campo del dialogo e della collaborazione ecumenica ed interreligiosa, per un urgente servizio delle religioni alla pace tra i popoli.

In particolare, sono convinto che i leader religiosi ebrei, cristiani e musulmani debbano prendere l'iniziativa mediante la condanna pubblica del terrorismo, rifiutando a chi se ne rende partecipe ogni forma di legittimazione religiosa o morale.

13. Nel dare comune testimonianza alla verità morale secondo cui l'assassinio deliberato dell'innocente è sempre un grave peccato, dappertutto e senza eccezioni, i leader religiosi del mondo favoriranno la formazione di una pubblica opinione moralmente corretta. E questo il presupposto necessario per l'edificazione di una società internazionale capace di perseguire la tranquillità dell'ordine nella giustizia e nella libertà.

Un impegno di questo tipo da parte delle religioni non potrà non introdursi sulla via del perdono, che porta alla comprensione reciproca, al rispetto e alla fiducia. Il servizio che le religioni possono dare per la pace e contro il terrorismo consiste proprio nella pedagogia del perdono, perché l'uomo che perdona o chiede perdono capisce che c'è una Verità più grande di lui, accogliendo la quale egli può trascendere se stesso.

Preghiera per la pace

14. Proprio per questa ragione, la preghiera per la pace non è un elemento che « viene dopo » l'impegno per la pace. Al contrario, essa sta al cuore dello sforzo per l'edificazione di una pace nell'ordine, nella giustizia e nella libertà. Pregare per la pace significa aprire il cuore umano all'irruzione della potenza rinnovatrice di Dio. Dio, con la forza vivificante della sua grazia, può creare aperture per la pace là dove sembra che vi siano soltanto ostacoli e chiusure; può rafforzare e allargare la solidarietà della famiglia umana, nonostante lunghe storie di divisioni e di lotte. Pregare per la pace significa pregare per la giustizia, per un adeguato ordinamento all'interno delle Nazioni e nelle relazioni fra di loro. Vuol dire anche pregare per la libertà, specialmente per la libertà religiosa, che è un diritto fondamentale umano e civile di ogni individuo. Pregare per la pace significa pregare per ottenere il perdono di Dio e per crescere al tempo stesso nel coraggio che è necessario a chi vuole a propria volta perdonare le offese subite.

Per tutti questi motivi ho invitato i rappresentanti delle religioni del mondo a venire ad Assisi, la città di san Francesco, il prossimo 24 gennaio, a pregare per la pace. Vogliamo con ciò mostrare che il genuino sentimento religioso è una sorgente inesauribile di mutuo rispetto e di armonia tra i popoli: in esso, anzi, risiede il principale antidoto contro la violenza ed i conflitti. In questo tempo di grave preoccupazione, l'umana famiglia ha bisogno di sentirsi ricordare le sicure ragioni della nostra speranza. Proprio questo noi intendiamo proclamare ad Assisi, pregando Dio Onnipotente — secondo la suggestiva espressione attribuita allo stesso san Francesco — di fare di noi uno strumento della sua pace.

15. Non c'è pace senza giustizia, non c'è giustizia senza perdono: ecco ciò che voglio annunciare in questo Messaggio a credenti e non credenti, agli uomini e alle donne di buona volontà, che hanno a cuore il bene della famiglia umana e il suo futuro.

Non c'è pace senza giustizia, non c'è giustizia senza perdono: questo voglio ricordare a quanti detengono le sorti delle comunità umane, affinché si lascino sempre guidare, nelle loro scelte gravi e difficili, dalla luce del vero bene dell'uomo, nella prospettiva del bene comune.

Non c'è pace senza giustizia, non c'è giustizia senza perdono: questo monito non mi stancherò di ripetere a quanti, per una ragione o per l'altra, coltivano dentro di sé odio, desiderio di vendetta, bramosia di distruzione.

In questa Giornata della Pace, salga dal cuore di ogni credente più intensa la preghiera per ciascuna delle vittime del terrorismo, per le loro famiglie tragicamente colpite, e per tutti i popoli che il terrorismo e la guerra continuano a ferire e a sconvolgere. Non restino fuori del raggio di luce della nostra preghiera coloro stessi che offendono gravemente Dio e l'uomo mediante questi atti senza pietà: sia loro concesso di rientrare in se stessi e di rendersi conto del male che compiono, così che siano spinti ad abbandonare ogni proposito di violenza e a cercare il perdono. In questi tempi burrascosi, possa l'umana famiglia trovare pace vera e duratura, quella pace che solo può nascere dall'incontro della giustizia con la misericordia!

Dal Vaticano, 8 dicembre 2001.

IOANNES PAULUS PP. II

lunedì 1 agosto 2011

Celebrando Sant'Alfonso Maria dé Liguori

Oggi, la Chiesa Cattolica celebra Sant'Alfonso Maria dé Liguori, un dottore della Chiesa animato da uno spirito di saggezza infinita. Ecco perché oggi, derogando la consueta programmazione, non potevamo non dedicare lo spazio a quest'uomo santo. Immergiamoci dunque in sì profonda saggezza, attraverso la lettura del primo capitolo della sua grande opera nota come "Pratica di amar Gesù Cristo": 

CAPITOLO I 
 
Quanto merita Gesù Cristo
di esser amato da noi per l'amore
che ci ha dimostrato nella sua Passione.

1. Tutta la santità e la perfezione di un'anima consiste nell'amare Gesù Cristo nostro Dio, nostro sommo bene e nostro Salvatore. Chi ama me, disse Gesù medesimo, sarà amato dall'eterno mio Padre: Ipse enim Pater amat vos, quia vos me amastis (Io. XVI, 27). «Alcuni, dice S. Francesco di Sales, mettono la perfezione nell'austerità della vita, altri nell'orazione, altri nella frequenza de' sagramenti, altri nelle limosine; ma s'ingannano: la perfezione sta nell'amar Dio di tutto cuore». Scrisse l'Apostolo: Super omnia... caritatem habete, quod est vinculum perfectionis (Coloss. III, 14). La carità è quella che unisce e conserva tutte le virtù che rendon l'uomo perfetto. Quindi dicea S. Agostino: Ama, et fac quod vis: ama Dio e fa quel che vuoi; perchè ad un'anima che ama Dio, lo stesso amore insegna a non fare mai cosa che gli dispiaccia, ed a far tutto ciò che gli gradisce.

2. Forse Iddio non si merita tutto il nostro amore? Egli ci ha amati sin dall'eternità: In caritate perpetua dilexi te (Ier. XXXI, 3). Uomo, dice il Signore, mira ch'io sono stato il primo ad amarti. Tu non vi eri ancora al mondo, il mondo neppur vi era, ed io già ti amavo. Da che sono Dio, io t'amo: da che ho amato me, ho amato ancora te. Ben dunque avea ragione quella santa verginella S. Agnese, allorchè l'erano proposti altri sposi di terra che le chiedeano il di lei amore, di risponder loro: Ab alio amatore praeventa sum. Andate, diceva, amatori di questo mondo, e lasciate di pretendere il mio amore; il mio Dio è stato il primo ad amarmi, egli mi ha amata sin dall'eternità; onde ha ragione ch'io gli doni tutti gli affetti miei, ed altri che lui non ami.

3. Vedendo Iddio che gli uomini si fan tirare da' benefici, volle, per mezzo de' suoi doni, cattivarli al suo amore. Disse per tanto: In funiculis Adam traham eos, in vinculis caritatis (Os. XI, 4): Voglio tirare gli uomini ad amarmi con quei lacci con cui gli uomini si fan tirare, cioè coi legami dell'amore. Tali appunto sono stati tutti i doni fatti da Dio all'uomo. Egli, dopo averlo dotato di anima colle potenze a sua immagine, di memoria, intelletto e volontà, e di corpo fornito de' sensi, ha creato per lui il cielo e la terra e tante altre cose, tutte per amore dell'uomo: i cieli, le stelle, i pianeti, i mari, i fiumi, i fonti, i monti, le pianure, i metalli, i frutti, e tante specie di bruti: tutte queste creature acciocchè servano all'uomo, e l'uomo l'ami per gratitudine di tanti doni. Caelum et terra, esclama S. Agostino, et omnia mihi dicunt ut amem te. Signor mio, dicea, quante cose io vedo nella terra e sovra della terra, tutte mi parlano e mi esortano ad amarvi, perchè tutte mi dicono che voi per amor mio l'avete fatte. L'abate Ranzè, fondatore della Trappa, quando dal suo romitaggio si fermava a guardare le colline, i fonti, gli uccelli, i fiori, i pianeti, i cieli, sentiva da ciascuna di queste creature infiammarsi ad amare Iddio che per amore di lui le avea create.

4. Similmente S. Maria Maddalena de' Pazzi, allorchè teneva in mano qualche bel fiore, sentivasi da quello accendere d'amore verso Dio, e dicea: «Dunque il mio Signore ha pensato sin dall'eternità a crear questo fiore per amor mio!» Onde quel fiore le diventava come uno strale d'amore che dolcemente la feriva e l'univa più a Dio. S. Teresa diceva all'incontro, che mirando alberi, fonti, ruscelli, marine o prati, diceva che tutte queste belle creature le ricordavano la sua ingratitudine in amar così poco il Creatore che le avea create per esser da lei amato. Narrasi di più a tal proposito, che un divoto solitario, camminando per la campagna, pareagli che l'erbette e i fiori che incontrava, gli rimproverassero la sua ingratitudine verso Dio, ond'egli col suo bastoncello gli andava percotendo, e loro dicea: «Tacete, tacete: voi mi chiamate ingrato, mi dite che Dio vi ha creati per amor mio e ch'io non l'amo; ma già v'ho inteso, tacete, tacete; non mi rimproverate più».

5. Ma non è stato contento Iddio di donarci tutte queste belle creature. Egli, per cattivarsi tutto il nostro amore, è giunto a donarci tutto se stesso. — L'Eterno Padre è giunto a darci il suo medesimo ed unico Figlio: Sic enim Deus dilexit mundum ut Filium suum unigenitum daret (Io. III, 16). Vedendo l'Eterno Padre che noi eravamo tutti morti e privi della sua grazia per causa del peccato, che fece? per l'amore immenso, anzi, come scrive l'Apostolo, per lo troppo amore che ci portava, mandò il suo Figlio diletto a soddisfare per noi, e così renderci quella vita che il peccato ci avea tolta: Propter nimiam caritatem suam qua dilexit nos, et cum essemus mortui peccatis convivificavit nos in Christo (Eph. II, 4, 5). E donandoci il Figlio — non perdonando al Figlio per perdonare a noi — insieme col Figlio ci ha donato ogni bene, la sua grazia, il suo amore e il paradiso, poichè tutti questi beni son certamente minori del Figlio: Qui etiam proprio Filio suo non pepercit, sed pro nobis omnibus tradidit illum, quomodo non etiam cum illo omnia nobis donavit? (Rom. VIII, 32).

6. E così anche il Figlio, per l'amore che ci porta, tutto a noi si è dato: Dilexit me et tradidit semetipsum pro me (Gal. II, 20). Egli, per redimerci dalla morte eterna e per farci ricuperare la grazia divina e il paradiso perduto, si fece uomo e vestissi di carne come noi: Et Verbum caro factum est (Io. I, 14). Ed ecco un Dio esinanito: Semetipsum exinanivit formam servi accipiens... et habitu inventus ut homo. Ecco il Signore del mondo che si umilia sino a prender la forma di servo, e si sottomette a tutte le miserie che gli altri uomini patiscono.

7. Ma quel che più fa stupire è ch'egli ben poteva salvarci senza morire e senza patire; ma no, si elesse una vita afflitta e disprezzata, ed una morte amara ed ignominiosa, sino a morire su d'una croce, patibolo infame destinato agli scellerati: Humiliavit semetipsum, factus obediens usque ad mortem, mortem autem crucis (Phil. II, 8). — Ma perchè, potendo redimerci senza patire, volle eleggersi la morte e morte di croce? Per dimostrarci l'amore che ci portava: Dilexit nos et tradidit semetipsum pro nobis (Eph. V, 2). Ci amò e, perchè ci amava, si diede in mano de' dolori, dell'ignominie e della morte più penosa che abbia patito alcun uomo sovra la terra.

8. Quindi ebbe a dire il grande amante di Gesù Cristo, S. Paolo: Caritas... Christi urget nos (II Cor. V, 14). E volle dire l'Apostolo che non tanto ciò che ha patito Gesù Cristo, quanto l'amore che ci ha dimostrato nel patire per noi, ci obbliga e quasi ci costringe ad amarlo. Udiamo quel che dice S. Francesco di Sales su del testo citato: «Sapendo noi che Gesù, vero Dio, ci ha amati sino a soffrire per noi la morte e morte di croce, non è questo un avere i nostri cuori sotto d'un torchio, e sentirlo stringere per forza, e spremerne l'amore per una violenza ch'è tanto più forte quanto è più amabile?» Indi soggiunge: «Ah, perchè non ci gettiamo dunque sovra di Gesù crocifisso, per morire sulla croce con colui che ha voluto morirvi per amore di noi? Io lo terrò, dovressimo dire, e non l'abbandonerò giammai; morirò con lui, ed abbrucerò nelle fiamme del suo amore. Uno stesso fuoco consumerà questo divin Creatore e la sua miserabile creatura. Il mio Gesù si dà tutto a me ed io mi do tutto a lui. Io viverò e morirò sul suo petto; nè la morte nè la vita mi separeranno mai da lui. O Amore eterno, l'anima mia vi cerca e vi elegge eternamente. Deh venite, Spirito Santo, ed infiammate i nostri cuori colla vostra dilezione. O amare o morire. Morire ad ogni altro amore, per vivere a quello di Gesù. O Salvatore dell'anime nostre, fate che cantiamo eternamente: Viva Gesù che amo; amo Gesù che vive ne' secoli de' secoli».

9. Era tanto l'amore che Gesù Cristo portava agli uomini, che gli facea desiderare l'ora della sua morte, per dimostrar loro l'affetto che per essi serbava; onde andava in sua vita dicendo: Baptismo... habeo baptizari, et quomodo coarctor usque dum perficiatur? (Luc. XII, 50). Io ho da essere battezzato col mio medesimo sangue, ed oh come mi sento stringere dal desiderio che presto venga l'ora della mia Passione, affinchè presto con ciò l'uomo conosca l'amore che gli porto! E perciò S. Giovanni, parlando di quella notte in cui Gesù diè principio alla sua Passione, scrive: Sciens Iesus quia venit hora eius ut transeat ex hoc mundo ad Patrem, cum dilexisset suos... in finem dilexit eos (Io. XIII, 1). Chiamava il Redentore quell'ora, ora sua — hora eius —, perchè il tempo della sua morte era il tempo da lui desiderato: mentre allora volea dare agli uomini l'ultima pruova del suo amore, morendo per essi in una croce, consumato da' dolori.

10. Ma chi mai ha potuto indurre un Dio a morir giustiziato su d'un patibolo, in mezzo a due scellerati, con tanta ignominia della sua divina maestà? Quis fecit hoc? dimanda S. Bernardo; e poi risponde: Fecit amor, dignitatis nescius. Ah che l'amore, quando si tratta di farsi conoscere, non va trovando quel che più conviene alla dignità dell'amante, ma quel che più conduce a manifestarsi all'amato. Ben dunque avea ragione S. Francesco di Paola, a vista del Crocifisso, di esclamare: O carità, o carità, o carità! E così tutti, mirando Gesù in croce, dovressimo, infiammati, esclamare: O amore, o amore, o amore!

11. Ah che se la fede non ce ne assicurasse, chi mai potrebbe arrivare a credere che un Dio onnipotente, felicissimo, e signore del tutto, abbia voluto amar tanto l'uomo, che sembra esser egli uscito fuori di sè per amore dell'uomo? Abbiam veduta la stessa Sapienza, cioè il Verbo Eterno, impazzito per lo troppo amore portato agli uomini! così parlava S. Lorenzo Giustiniani: Vidimus Sapientem prae nimietate amoris infatuatum! Lo stesso dicea S. Maria Maddalena de' Pazzi un giorno in cui, stando in estasi, prese tra le mani un'immagine di legno del Crocifisso, e poi esclamava: «Sì, Gesù mio, che tu sei pazzo d'amore. Lo dico, e sempre lo dirò: Pazzo d'amore tu sei, Gesù mio». Ma no, dice S. Dionigi Areopagita (Lib. 4. de Div. Nom.), non è pazzia, ma è solito effetto dell'amore divino, il far uscire l'amante fuori di sè per darsi tutto all'oggetto amato: Extasim facit divinus amor.

12. Oh se gli uomini si fermassero a considerare, guardando Gesù crocifisso, l'affetto ch'egli ha portato a ciascuno di loro! «E di qual amore, dicea S. Francesco di Sales, non resteremmo noi accesi a vista delle fiamme che trovansi nel seno del Redentore! Ed oh, qual ventura poter esser bruciati da quello stesso fuoco di cui brucia il nostro Dio? E qual gioia essere a Dio uniti colle catene dell'amore?» S. Bonaventura chiamava le piaghe di Gesù Cristo piaghe che impiagano i cuori più insensati, e che infiammano l'anime più gelate: Vulnera dura corda vulnerantia et mentes congelatas inflammantia. Oh quante saette amorose escono da quelle piaghe, che feriscono i cuori più duri! Oh che fiamme escono dal cuore ardente di Gesù Cristo, che infiammano i cuori più freddi! Oh quante catene escono da quel costato ferito, che legano i cuori più indomiti!

13. Il Ven. Giovanni d'Avila, il quale era tanto innamorato di Gesù Cristo che in tutte le sue prediche non lasciava mai di parlare dell'amore che Gesù Cristo ci porta, egli in un suo trattato dell'amore che ha per gli uomini questo amantissimo Redentore, scrisse questi infocati sentimenti che, per essere troppo belli, ho voluto qui inserirli. Dice così:

14. «Voi, Redentore, amaste l'uomo in tal modo, che chi considera questo amore non può far di meno di amarvi, perchè il vostro amore fa violenza ai cuori, come lo dice l'Apostolo: Caritas... Christi urget nos. L'origine dell'amore di Gesù Cristo verso gli uomini è la sua carità verso Dio. Perciò disse nel giovedì della cena: Ut cognoscat mundus quia diligo Patrem, surgite, eamus. Ma dove? A morire per gli uomini nella croce.

15. «Non arriva alcun intelletto a comprendere quanto arda questo fuoco nel Cuore di Gesù Cristo. Siccome gli fu comandato che patisse una morte, gli fosse stato comandato che ne patisse mille, ben egli aveva amore per patirle tutte. E se ciò che gli fu imposto di patire per tutti gli uomini gli fosse stato imposto per la salute di un solo, così l'avrebbe fatto per ciascuno come lo fece per tutti. E siccome stette tre ore in croce, se fosse stato necessario starvi sino al giorno del giudizio, egli avea amore per eseguirlo. Sicchè Gesù Cristo molto più amò che non patì. — O amor divino, quanto fosti maggiore di quel che comparisti! Comparisti grande per di fuori, perchè tante piaghe e lividure ci predicano un grande amore, ma non dicono tutta la sua grandezza; ma fu più di dentro di quel che comparì di fuori. Ciò fu una scintilla che scaturì da quel gran pelago d'immenso amore.

«Questo è il maggior segno dell'amore, metter la vita per li suoi amici; ma non è segno che bastò a Gesù Cristo ad esprimere il suo amore.

16. «Questo amore è quello che fa uscire di sè le anime buone, e le fa restar attonite quando si dà loro a conoscere. Quindi nasce il sentirsi arder le viscere, il desiderare il martirio, il rallegrarsi nel patire, il godere nelle graticole roventi, il passeggiar sulle brace come fossero rose, l'anelare i tormenti, il gioire di quello che il mondo teme ed abbracciar quello che il mondo abborrisce. Dice S. Ambrogio che l'anima ch'è sposata con Gesù Cristo sulla croce, niuna cosa tiene per più gloriosa che portar seco le insegne del Crocifisso.

17. «Or come io vi pagherò, o amante mio, questo vostro amore? Egli è degno che il sangue si ricompensi con sangue. Veggami io con questo sangue tinto, e in questa croce inchiodato. O santa croce, ricevi me ancora in te. Slargati, corona, acciocchè possa io in te metter la mia testa. O chiodi, lasciate coteste mani innocenti del mio Signore, e trapassate il mio cuore di compassione e di amore. — Perciò, mio Gesù, dice San Paolo che voi moriste: per impadronirvi de' vivi e de' morti, non già coi castighi, ma coll'amore: In hoc... Christus mortuus est et resurrexit, ut et mortuorum et vivorum dominetur (Rom. XIV, 9).

18. «O ladro de' cuori, la forza del vostro amore ha spezzati anche i nostri cuori sì duri. Voi avete infiammato tutto il mondo del vostro amore. O sapientissimo Signore, inebbriate i nostri cuori con questo vino, abbruciateli con questo fuoco, feriteli con questa saetta del vostro amore. Questa vostra croce è già una balestra che i cuori ferisce. Sappia tutto il mondo che io ho il cuore ferito. O amor mio dolcissimo, che avete fatto? Voi siete venuto a curarmi, e mi avete ferito? Siete venuto per insegnarmi a vivere, e mi avete renduto come pazzo? O sapientissima pazzia, io non viva mai senza di voi. Signore, io quanto veggo nella croce, tutto m'invita ad amare: il legno, la figura, le ferite del vostro corpo, e sovra tutto l'amor vostro m'invita ad amarvi e a non dimenticarmi mai di voi».

19. Ma per giungere al perfetto amore di Gesù Cristo, bisogna prenderne i mezzi.

Ecco i mezzi che c'insegna S. Tommaso d'Aquino (Opusc. de Dilect. Dei, § 1).

Per 1º Aver una memoria continua de' divini benefici generali e particolari.

Per 2º Considerare l'infinita bontà di Dio, che sta sempre in atto di farci bene, e sempre ci ama, e cerca da noi il nostro amore.

Per 3º Evitar con diligenza ogni minima cosa di suo disgusto.

Per 4º Rinunziare a tutti i beni sensibili di questa terra: ricchezze, onori e piaceri di senso.

Aggiunge il P. Taulero essere un gran mezzo ancora per ottenere il perfetto amore a Gesù Cristo il meditare la sua santa Passione.

20. Chi può negare che la divozione alla Passione di Gesù Cristo è la divozione di tutte le divozioni la più utile, la più tenera, la più cara a Dio, quella che più consola i peccatori, quella che più infiamma l'anime amanti? E donde mai riceviamo noi tanti beni, se non dalla Passione di Gesù Cristo? Donde abbiamo noi la speranza del perdono, la fortezza contro le tentazioni, la confidenza di andare al paradiso? Donde tanti lumi di verità, tante chiamate amorose, tante spinte a mutar vita, tanti desideri di darci a Dio, se non dalla Passione di Gesù Cristo? Troppo dunque avea ragione l'Apostolo di chiamare scomunicato chi non ama Gesù Cristo: Si quis non amat Dominum nostrum Iesum Christum, sit anathema (I Cor. XVI, 22).

21. Dice S. Bonaventura che non vi è divozione più atta a santificare un'anima che la meditazione della Passione di Gesù Cristo; onde ci consiglia a meditare ogni giorno la Passione, se vogliamo avanzarci nell'amore divino: Si vis proficere, quotidie mediteris Domini Passionem; nihil enim in anima ita operatur universalem sanctimoniam, sicut meditatio Passionis Christi. E prima disse S. Agostino, come riferisce il Bustis, che vale più una lagrima sparsa per la memoria della Passione che il digiuno in pane continuato in ogni settimana: Magis meretur vel unam lacrimam emittere ob memoriam Passionis Christi quam si qualibet hebdomada in pane ieiunaret. Perciò i santi si son sempre occupati a considerare i dolori di Gesù Cristo. S. Francesco d'Assisi per tal mezzo diventò un serafino. Un giorno fu trovato da un galantuomo piangendo e gridando a gran voce; dimandato, perchè? «Piango, rispose, i dolori e le ignominie del mio Signore; e quello che più mi fa piangere è che gli uomini, per cui egli ha patito tanto, ne vivono scordati». E ciò dicendo raddoppiò le lagrime, sì che colui anch'esso si pose a piangere. Quando il santo udiva belare un agnello o vedeva altra cosa che gli rinnovava la memoria di Gesù appassionato, subito rinnovava le lagrime. Stando un'altra volta infermo, uno gli disse che si avesse fatto leggere qualche libro divoto: «Il libro mio, rispose, è Gesù crocifisso». E perciò non faceva altro che esortare i suoi frati a pensar sempre alla Passione di Gesù Cristo.

Scrive il Tiepoli: «Chi non s'innamora di Dio col mirare Gesù morto in croce, non s'innamora mai».

Affetti e preghiere.

O Verbo eterno, voi avete spesi trentatre anni di sudori e stenti, avete dato il sangue e la vita per salvare gli uomini, in somma niente avete risparmiato per farvi da essi amare; e come poi si ritrovano uomini che ciò sanno e non v'amano? Oh Dio, che tra questi sconoscenti uno son io. Vedo il torto che vi ho fatto; Gesù mio, abbiate pietà di me. Io vi offerisco questo ingrato mio cuore: ingrato, ma pentito. Sì, che mi pento sovra ogni male, caro mio Redentore, d'avervi disprezzato. Mi pento e vi amo con tutta l'anima mia.

Anima mia, ama un Dio legato come reo per te, un Dio flagellato come schiavo per te, Un Dio fatto re di scherno per te, un Dio finalmente morto in croce da ribaldo per te.

Sì, mio Salvatore, mio Dio, io v'amo, io v'amo. Deh ricordatemi sempre quanto avete patito per me, acciocch'io non mi scordi più di amarvi.

Funi che legaste Gesù, stringetemi con Gesù; spine che coronaste Gesù, feritemi d'amore verso Gesù; chiodi che trafiggeste Gesù, inchiodatemi alla croce di Gesù, acciocch'io viva e muoia unito con Gesù.

O sangue di Gesù, inebbriatemi di santo amore. O morte di Gesù, fatemi morire ad ogni affetto di terra. Piedi trafitti del mio Signore, a voi m'abbraccio, liberatemi dall'inferno da me meritato.

Gesù mio, nell'inferno non ti potrei più amare, ma io ti voglio sempre amare. Amato mio Salvatore, salvami, stringimi con te, e non permettere ch'io t'abbia più da perdere.

O rifugio de' peccatori, Maria, e madre del mio Salvatore, aiutate un peccatore che vuole amare Dio, ed a voi si raccomanda; soccorretemi per l'amore che portate a Gesù Cristo.