martedì 12 aprile 2011

La Città di Dio - XIII parte

Riprendiamo la lettura dell'opera di Sant'Agostino nota come "La città di Dio". L'analisi critica del Santo d'Ippona si sofferma, oggi, sul rapporto tra gli dei e la moralità. Egli si chiede, infatti, come mai tali dei non si siano mai curati di insegnare la moralità ai loro adoratori e come mai non abbiano presentato né leggi, né sanzioni per colpire i trasgressori e né premi per gli onesti. Difatti, la società del tempo era perversa nella mente e nello spirito e adorava gli dei in maniera impudica e immorale; dunque, perchè nessuno di questi dei è intervenuto? Da queste cose, si comprende l'inesistenza di questi spiriti adorati per secoli in quanto consentivano semplicemente la libera espressione dell'immoralità e dell'impudicizia (anche oggi viene rivendicata pericolosamente questa libertà attraverso la negazione di Dio):

4. E prima di tutto per quale ragione i loro dèi non vollero preoccuparsi affinché gli uomini non avessero pessimi costumi? Il vero Dio ha giustamente trascurato individui da cui non era adorato. Ma per quale ragione questi dèi, dato che uomini molto ingrati lamentano che n'è stata loro proibita l'adorazione, non hanno aiutato con leggi i propri adoratori a vivere moralmente? Era giusto che come gli uomini si sono preoccupati dei loro sacrifici, così essi si preoccupassero delle loro azioni. Si risponde che si è cattivi per volontà propria. E chi lo nega? Tuttavia era di dèi provvidi non tenere nascosti ai propri adoratori comandamenti di moralità, ma presentarli in una chiara promulgazione, rimproverare personalmente i trasgressori mediante profeti, minacciare palesemente pene ai malvagi, promettere ricompense agli onesti. Quando mai si è fatta udire con parole espresse e autorevoli una tale promulgazione nei loro templi? Andavamo anche noi da giovanetti qualche volta a osservare le profanazioni di osceni spettacoli, guardavamo gli invasati, ascoltavamo i coristi, ci deliziavamo delle rappresentazioni veramente indecenti che si facevano in onore di dèi e dee, della vergine Celeste e di Cibele madre di tutti loro 4. Davanti al suo trono, nel giorno solenne del suo bagno, erano cantati pubblicamente da mimi pervertiti canzoni tali, quali non era conveniente che udisse, non dico la madre degli dèi, ma neanche la madre di un qualche senatore o di qualsiasi persona onesta, anzi neanche la madre degli stessi mimi. L'umano pudore ha qualche cosa nei confronti dei genitori che neanche la perversità riesce a togliere. Gli stessi mimi si sarebbero vergognati di eseguire a scopo di prova generale nelle loro case davanti alle loro madri lo sconcio di quelle oscene parole e azioni drammatiche. Eppure lo compivano in pubblico davanti alla madre degli dèi, mentre vedeva e udiva una gran calca dell'uno e dell'altro sesso. E se la gente attirata dalla curiosità poté assistere perché confusa nella folla, dovette andarsene confusa almeno per l'offesa alla decenza. Che cosa sono le profanazioni del sacro se quelli sono riti sacri? E che cos'è l'insozzarsi se quello è un bagno? E si chiamavano pietanze, quasi fosse dato un pranzo, durante il quale come a un proprio banchetto mangiassero le immonde divinità. Non si capisce dunque di che razza siano gli spiriti che si dilettano di tali oscenità? A meno che si ignori l'esistenza di spiriti immondi i quali ingannano col titolo di dèi o si conduca una vita in cui si desiderano propizi o si temono irati loro anziché il vero Dio.

5. In questo argomento non vorrei avere come giudici costoro, che desiderano esser dilettati anziché lottare contro i vizi di una dannosa usanza, ma lo stesso Nasica Scipione che fu eletto dal senato alla più alta carica e da cui personalmente fu accolta e portata in Roma la statua di quella divinità 5. Ci direbbe se avrebbe voluto che sua madre fosse tanto altamente benemerita dello Stato da esserle tributati onori divini. È noto che i Greci, i Romani e altri popoli li hanno decretati ad alcuni mortali. Avevano tenuto in gran conto i benefici ricevuti e creduto che fossero divenuti immortali e quindi accolti nel numero degli dèi 6. Nasica certamente, se fosse possibile, desidererebbe un destino così alto per sua madre. Chiediamogli poi se desidererebbe che fra gli onori divini per lei si eseguissero quelle rappresentazioni oscene. Griderebbe di preferire che sua madre rimanga morta nella tomba senza conoscenza piuttosto che vivere come dea per ascoltare favorevolmente quelle cose. Un senatore del popolo romano, provvisto di un carattere tale per cui impedì che in una città di uomini forti si costruisse un teatro, non vorrebbe che la madre fosse onorata così da essere resa propizia come dea con riti da cui una matrona sarebbe oltraggiata. E non avrebbe mai supposto che il pudore di una donna onorata fosse dagli attributi divini volto al significato contrario, sicché i suoi adoratori la rendessero propizia con onori corrispondenti ad oltraggi lanciati contro qualcuno. Se, mentre viveva fra gli uomini, non si turava gli orecchi per non udirli, ne sarebbero arrossiti per lei congiunti, marito e figli. Pertanto una madre degli dèi che chiunque, anche il peggiore degli uomini, si vergognerebbe di avere per madre, per impadronirsi delle coscienze dei Romani si servì di un ottimo individuo non per renderlo buono col consiglio e l'aiuto ma per raggirarlo con l'inganno. Fu dunque simile a quella donna di cui è stato scritto: La donna dà la caccia alle anime di valore degli uomini 7. Ne conseguì che quell'uomo di grande temperamento, come sublimato dall'attestazione della dea e reputandosi veramente ottimo non cercò la vera pietà religiosa, senza di cui anche un nobile ingegno si svuota a causa della superbia e si accascia. In che modo dunque se non perfidamente la dea chiese un uomo ottimo? Perché nei propri misteri chiede cose che gli individui ottimi aborriscono di usare nei loro banchetti.

6. Quindi le divinità non si preoccuparono della vita e dei costumi delle città e popoli da cui erano adorate. Permisero anzi non dando alcuna proibizione che divenissero veramente perversi riempiendosi di mali orrendi e detestabili non nel campo e nelle vigne, non nella casa e nella proprietà, non infine nel corpo che è soggetto alla mente, ma nella stessa mente, nello stesso spirito che domina il corpo. Che se lo proibivano si dimostri, si provi. Non ignoro quali bisbigli soffiati agli orecchi di pochissimi e come tramandati da un'arcana religione, con cui s'insegna la moralità, vadano vantando nei nostri confronti 8. Ma siano mostrati o citati i luoghi destinati a queste riunioni. Non si tratti dei luoghi in cui sono eseguiti degli spettacoli con l'oscena rappresentazione drammatica degli attori, non del luogo in cui si celebra la festa della cacciata che si abbandona senza ritegno allo sconcio, e quindi è proprio una cacciata, ma del pudore e dell'onestà. Si mostri cioè il luogo in cui i cittadini possano ascoltare ciò che gli dèi comandano sulla necessità di frenare l'avarizia, spezzare l'ambizione, reprimere la dissolutezza, in cui gli infelici possano imparare ciò che si deve sapere, come altamente afferma Persio: Imparate, o infelici, a conoscere le ragioni ideali delle cose, che cosa siamo, perché siamo generati a vivere, quale ordinamento è dato, quale e da chi è la reciprocità del limite, qual è l'uso moderato della ricchezza, che cosa è possibile desiderare, quale utile apporta il denaro che tormenta, fino a che punto è lecito concedere alla patria, agli amici e congiunti, chi Dio ti ha comandato di essere e da quale parte ti trovi nella realtà umana 9. Si dica in quali luoghi di solito si recitavano simili precetti di dèi che l'avessero insegnati e si udivano dai cittadini loro adoratori adunati in gran numero, allo stesso modo che noi indichiamo le chiese istituite allo scopo, dovunque si diffonda la religione cristiana.

lunedì 11 aprile 2011

I Proverbi - Trentesimo appuntamento

Anche per questo lunedì torna l'appuntamento con Il Libro dei Proverbi. Il capitolo di oggi precede l'ultimo che leggeremo la prossima settimana. Quello odierno riporta i detti di un tale Agùr, figlio di un certo Iakè della città di Massa. Le ricerche effettuate dimostrano come sia difficile risalire all'autore del seguente capitolo. Forse di Agùr si conosce solo la sua saggezza, mentre la sua storia è rimasta forse del tutto sconosciuta. Ma ora lasciamo la parola alla saggezza di quest'uomo:


30

1Detti di Agùr figlio di Iakè, da Massa.
Dice quest'uomo: Sono stanco, o Dio,
sono stanco, o Dio, e vengo meno,
2perché io sono il più ignorante degli uomini
e non ho intelligenza umana;
3non ho imparato la sapienza
e ignoro la scienza del Santo.
4Chi è salito al cielo e ne è sceso?
Chi ha raccolto il vento nel suo pugno?
Chi ha racchiuso le acque nel suo mantello?
Chi ha fissato tutti i confini della terra?
Come si chiama? Qual è il nome di suo figlio, se lo sai?
5Ogni parola di Dio è appurata;
egli è uno scudo per chi ricorre a lui.
6Non aggiungere nulla alle sue parole,
perché non ti riprenda e tu sia trovato bugiardo.
7Io ti domando due cose,
non negarmele prima che io muoia:
8tieni lontano da me falsità e menzogna,
non darmi né povertà né ricchezza;
ma fammi avere il cibo necessario,
9perché, una volta sazio, io non ti rinneghi
e dica: "Chi è il Signore?",
oppure, ridotto all'indigenza, non rubi
e profani il nome del mio Dio.
10Non calunniare lo schiavo presso il padrone,
perché egli non ti maledica e tu non ne porti la pena.
11C'è gente che maledice suo padre
e non benedice sua madre.
12C'è gente che si crede pura,
ma non si è lavata della sua lordura.
13C'è gente dagli occhi così alteri
e dalle ciglia così altezzose!
14C'è gente i cui denti sono spade
e i cui molari sono coltelli,
per divorare gli umili eliminandoli dalla terra
e i poveri in mezzo agli uomini.

15La sanguisuga ha due figlie: "Dammi! Dammi!".
Tre cose non si saziano mai,
anzi quattro non dicono mai: "Basta!":
16gli inferi, il grembo sterile,
la terra mai sazia d'acqua
e il fuoco che mai dice: "Basta!".
17L'occhio che guarda con scherno il padre
e disprezza l'obbedienza alla madre
sia cavato dai corvi della valle
e divorato dagli aquilotti.
18Tre cose mi sono difficili,
anzi quattro, che io non comprendo:
19il sentiero dell'aquila nell'aria,
il sentiero del serpente sulla roccia,
il sentiero della nave in alto mare,
il sentiero dell'uomo in una giovane.
20Tale è la condotta della donna adultera:
mangia e si pulisce la bocca
e dice: "Non ho fatto niente di male!".
21Per tre cose freme la terra,
anzi quattro cose non può sopportare:
22uno schiavo che diventi re,
uno stolto che abbia viveri in abbondanza,
23una donna già trascurata da tutti che trovi marito
e una schiava che prenda il posto della padrona.
24Quattro esseri sono fra le cose più piccole della terra,
eppure sono i più saggi dei saggi:
25le formiche, popolo senza forza,
che si provvedono il cibo durante l'estate;
26gli iràci, popolo imbelle,
ma che hanno la tana sulle rupi;
27le cavallette, che non hanno un re,
eppure marciano tutte insieme schierate;
28la lucertola, che si può prender con le mani,
ma penetra anche nei palazzi dei re.
29Tre esseri hanno un portamento maestoso,
anzi quattro sono eleganti nel camminare:
30il leone, il più forte degli animali,
che non indietreggia davanti a nessuno;
31il gallo pettoruto e il caprone
e un re alla testa del suo popolo.
32Se ti sei esaltato per stoltezza
e se poi hai riflettuto,
mettiti una mano sulla bocca,
33poiché, sbattendo il latte ne esce la panna,
premendo il naso ne esce il sangue,
spremendo la collera ne esce la lite.


COMMENTI

All'apparenza enigmatiche le parole di Agùr, ma hanno in sé un senso da ricercare, meditando. Ci soffermeremo soltanto su due cose di questo capitolo: l'organizzazione degli animali e la superbia dell'uomo.
Affascinante l'osservazione sulle formiche così come quella delle cavallette. Sono esseri piccoli, eppure hanno previdenza e organizzazione. Gli insetti sono anch'essi creature uscite dalla Parola di Dio, e quanto osservato negli animali è stato progettato dal Signore. Il creato è un libro aperto nel quale è possibile trovare delle risposte. Tutto quanto è in natura è immagine dello spirito, tant'è che Gesù nelle sue parabole fa riferimenti a cose presenti nel creato per far comprendere le verità celesti. Sembrerà strano ma abbiamo da imparare anche dagli animali. Come dicevamo, sono creature di Dio e in loro c'è impronta di sapienza poiché sono uscite dalla Sapienza Divina del Creatore. Il Creatore ha creato e dato vita a queste piccole creature e a loro ha dato indicazioni, dunque se impariamo dagli animali, impariamo da loro ciò che Dio gli ha insegnato. Ogni creatura ha il suo linguaggio. Ad esempio le formiche, si è scoperto, giocano mordicchiandosi un po' come fanno i cani. Ogni essere ha la sua società e le sue comunicazioni, che siano orali o chimiche. L'interazione tra esseri ci svela la comunione tra di essi. Dio stesso comunica nella relazione trinitaria e anche quanto da Lui fatto possiede una comunione. Il dialogo è alla base della relazione, è fondamento di fraternità. Osserva Agùr che le cavallette non hanno un re, eppure marciano tutte assieme. L'unione è la forza della buona società. Dove c'è solitudine c'è difficoltà, ma dove ci sono forze unite c'è riuscita, successo. Le formiche non potrebbero lavorare da sole, così come le api poiché sono esseri piccoli e se venisse a mancare una di queste, il resto della società morirebbe. Invece in società sono capaci di fare grandi cose per la loro piccolezza. Dio ha voluto che ogni essere collaborasse attivamente alla sopravvivenza non solo di sé ma anche degli altri poiché Lui per primo vive la comunione eterna, come già detto nella relazione trinitaria tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Persino nel cosmo c'è questa relazione di comunione tra i corpi celesti: la Terra senza l'ausilio del Sole, sarebbe priva di vita e la Luna non potrebbe svolgere il suo compito di illuminare le notti. Dunque tutto ciò che è presente nel creato è in comunione e serve al bene comune.

E ora passiamo alla superbia. Agùr fa riferimento a questa numerose volte nel corso del capitolo sopra letto. Parla di gente che si crede pura pur non essendolo, parla di uomini che divorano gli umili con la spada della loro bocca, parla di gente altezzosa dallo sguardo accigliato. La superbia è un vizio che è presente nel nostro cuore e nessuno può dire di essere o di esserne stato esente. Sant'Alfonso Maria de' Liguori in una sua opera scrive che San Francesco di Sales impiegò 22 anni per superare il vizio della collera. E la collera è prodotto della superbia. Dal dopo peccato di Adamo ed Eva, l'uomo ha da sempre posseduto la superbia nel suo cuore, persino i Santi hanno combattuto con essa, poiché tutti nasciamo peccatori, ma tutti possiamo morire santi. Il consiglio che dà Agùr contro la superbia lo si legge al termine del capitolo, al versetto 32. Dopo l'atto di superbia, conviene riflettere e dopo aver riflettuto agire contrariamente a quanto si è fatto con la superbia, e cioè stando al proprio posto, parlando a suo tempo, mettendo la mano sulla bocca, frenando l'impulso di apparire. Gesù ci ha insegnato a fare anche questo in Luca 14,10: Invece quando sei invitato, va' a metterti all'ultimo posto, perché venendo colui che ti ha invitato ti dica: Amico, passa più avanti. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. La superbia è sempre in agguato in ogni anfratto della nostra vita, ma con i lumi che Gesù ci ha donato, possiamo vigilare ed evitare che ci assalga. Per questo è importante ricercare continuamente le forze nei Sacramenti poiché lo spirito si nutre, si rafforza quindi, e si lava in Essi.

La prossima settimana, come già anticipato prima del capitolo, leggeremo l'ultimo capitolo terminando così l'appuntamento settimanale del lunedì con il Libro dei Proverbi.

domenica 10 aprile 2011

Il Libro di Giobbe - Trentesimo appuntamento

Torniamo a riscoprire la vita di Giobbe attraverso il nostro consueto appuntamento domenicale; oggi assistiamo all'entrata in scena di Eliu il cui pensiero sarà svelato nell'appuntamento della settimana prossima: 

32 

(31,40b) Quando Giobbe ebbe finito di parlare, [1]quei tre uomini cessarono di rispondere a Giobbe, perchè egli si riteneva giusto. [2]Allora si accese lo sdegno di Eliu, figlio di Barachele il Buzita, della tribù di Ram. Si accese di sdegno contro Giobbe, perché pretendeva d'aver ragione di fronte a Dio; [3]si accese di sdegno anche contro i suoi tre amici, perché non avevano trovato di che rispondere, sebbene avessero dichiarato Giobbe colpevole. [4]Però Eliu aveva aspettato, mentre essi parlavano con Giobbe, perché erano più vecchi di lui in età. [5]Quando dunque vide che sulla bocca di questi tre uomini non vi era più alcuna risposta, Eliu si accese di sdegno.

[6]Presa dunque la parola, Eliu, figlio di Barachele il Buzita, disse:

Giovane io sono di anni
e voi siete gia canuti;
per questo ho esitato per rispetto
a manifestare a voi il mio sapere.
[7]Pensavo: Parlerà l'età
e i canuti insegneranno la sapienza.
[8]Ma certo essa è un soffio nell'uomo;
l'ispirazione dell'Onnipotente lo fa intelligente.
[9]Non sono i molti anni a dar la sapienza,
né sempre i vecchi distinguono ciò che è giusto.
[10]Per questo io oso dire: Ascoltatemi;
anch'io esporrò il mio sapere.
[11]Ecco, ho atteso le vostre parole,
ho teso l'orecchio ai vostri argomenti.
Finché andavate in cerca di argomenti
[12]su di voi fissai l'attenzione.
Ma ecco, nessuno ha potuto convincere Giobbe,
nessuno tra di voi risponde ai suoi detti.
[13]Non dite: Noi abbiamo trovato la sapienza,
ma lo confuti Dio, non l'uomo!
[14]Egli non mi ha rivolto parole,
e io non gli risponderò con le vostre parole.
[15]Sono vinti, non rispondono più,
mancano loro le parole.
[16]Ho atteso, ma poiché non parlano più,
poiché stanno lì senza risposta,
[17]voglio anch'io dire la mia parte,
anch'io esporrò il mio parere;
[18]mi sento infatti pieno di parole,
mi preme lo spirito che è dentro di me.
[19]Ecco, dentro di me c'è come vino senza sfogo,
come vino che squarcia gli otri nuovi.
[20]Parlerò e mi sfogherò,
aprirò le labbra e risponderò.
[21]Non guarderò in faccia ad alcuno,
non adulerò nessuno,
[22]perché io non so adulare:
altrimenti il mio creatore in breve mi eliminerebbe.


COMMENTO 


Come anticipato la settimana scorsa, oggi entra in scena un nuovo personaggio di nome Eliu: in realtà non è estraneo alla situazione poiché noi ne ignoravamo l'esistenza solo perchè non aveva mai proferito parola. Essendo giovane d'età rispetto agli altri interlocutori, ha preferito inizialmente tacere, quasi consapevole che Elifaz il Temanita, Bildad il Suchita e Zofar il Naamatita avrebbero facilmente confutato le teorie di Giobbe sulla sua innocenza. Vedendo invece che i tre non sono riusciti nell'intento, in quanto Giobbe è stato capace di rispondere a tono ad ogni loro affermazione (con gran pazienza e soprattutto sincero perchè consapevole di non aver commesso alcun fatto che potesse giustificare simili sventure), si desta e prende la parola perchè vuole dire il suo pensiero, facendo fruttificare il suo sapere. Oggi non apprendiamo il messaggio perchè l'autore si limita a riportare l'entrata nel discorso di Eliu, mentre il contenuto della sua presa di posizione sarà oggetto del prossimo capitolo che sarà meditato settimana prossima. Sin d'ora possiamo comunque affermare che Eliu non si presenta certo per difendere Giobbe, ma per accusarlo  (soprattutto, come vedremo, di presunzione) perchè anch'egli pensa che Giobbe sia colpevole e che le sventure capitategli sono solamente il frutto della sua iniquità.

sabato 9 aprile 2011

Il Sabato dei Salmi - Salmo 49 (48) - Le ricchezze sono un nulla

49 (48)

Le ricchezze sono un nulla 
[1]Al maestro del coro. Dei figli di Core.Salmo. 

[2]Ascoltate, popoli tutti,
porgete orecchio abitanti del mondo,
[3]voi nobili e gente del popolo,
ricchi e poveri insieme.
[4]La mia bocca esprime sapienza,
il mio cuore medita saggezza;
[5]porgerò l'orecchio a un proverbio,
spiegherò il mio enigma sulla cetra. 

[6]Perché temere nei giorni tristi,
quando mi circonda la malizia dei perversi?
[7]Essi confidano nella loro forza,
si vantano della loro grande ricchezza. 

[8]Nessuno può riscattare se stesso,
o dare a Dio il suo prezzo.
[9]Per quanto si paghi il riscatto di una vita,
non potrà mai bastare
[10]per vivere senza fine,
e non vedere la tomba.
[11]Vedrà morire i sapienti;
lo stolto e l'insensato periranno insieme
e lasceranno ad altri le loro ricchezze. 

[12]Il sepolcro sarà loro casa per sempre,
loro dimora per tutte le generazioni,
eppure hanno dato il loro nome alla terra.
[13]Ma l'uomo nella prosperità non comprende,
è come gli animali che periscono. 

[14]Questa è la sorte di chi confida in se stesso,
l'avvenire di chi si compiace nelle sue parole.
[15]Come pecore sono avviati agli inferi,
sarà loro pastore la morte;
scenderanno a precipizio nel sepolcro,
svanirà ogni loro parvenza:
gli inferi saranno la loro dimora. 

[16]Ma Dio potrà riscattarmi,
mi strapperà dalla mano della morte.
[17]Se vedi un uomo arricchirsi, non temere,
se aumenta la gloria della sua casa.
[18]Quando muore con sé non porta nulla,
né scende con lui la sua gloria. 

[19]Nella sua vita si diceva fortunato:
«Ti loderanno, perché ti sei procurato del bene».
[20]Andrà con la generazione dei suoi padri
che non vedranno mai più la luce. 

[21]L'uomo nella prosperità non comprende,
è come gli animali che periscono.


COMMENTO

L'uomo è come gli animali che periscono. Questa espressione è utilizzata dal salmista per far comprendere la condizione dell'uomo quando è accecato dalla cupidigia. Talmente è annerita la sua vista da non ragionare e vedere secondo verità, mettendo così da parte la natura superiore che Dio gli ha conferito, e cioè la natura spirituale che gli animali non posseggono. Così gli uomini quando non nutrono lo spirito, sono simili ad animali nel comportamento poiché vivono d'istinti e si procurano di soddisfare la propria carne. E come gli animali essi periscono. La ricchezza di questo mondo è davvero un nulla davanti alle ricchezze spirituali: anche se l'uomo possedesse tutta la terra, ciò non gli gioverebbe, come dice il Signore nel Vangelo: Che giova infatti all'uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima? (Mc 8,36). La ricchezza materiale per quanto permetta di comprare articoli terreni, non potrà mai comprare lo spirito perché questo è dono di Dio a chi ha il cuore puro. Senza un cuore puro, non si ottiene lo spirito e senza lo spirito, non si vive in eterno. Nella nostra vita quando soffriamo, sta operando la mano di Dio. Ciò che sembra sventura all'occhio umano, è in realtà mezzo di emendazione con il quale Dio chiama a perfezione l'uomo. E in cosa consiste la perfezione dell'uomo? Essere santo e cioè, esente da vizi e peccati. La perfezione vera non è come la intende il mondo; non si intende perfezione estetica, economica e dir si voglia, ma la perfezione dell'essere spirituale dal quale poi si riceve ogni beneficio. Il nostro essere è appunto di natura spirituale: quello che vediamo di noi è solo la parte esterna. Siamo come rami rinsecchiti riempiti dell'essenza della vita che Dio ha soffiato nei nostri cuori. Se viene a mancare lo spirito, la mente si ottenebra poiché come dice Sant'Alfonso Maria de' Liguori, la mente è di natura spirituale; dunque se manca lo spirito che è fonte della vita umana, manca così anche l'intelligenza e la sapienza e questa mancanza si ripercuote anche sul fisico. Infatti Gesù rimettendo i peccati agli infermi, questi guarivano a dimostrazione che il malanno umano è frutto del suo peccato. Non sempre è così poiché ci sono anche le sofferenze redentrici, e cioè le croci che il Signore assegna agli innocenti in espiazione dei peccati degli uomini. Del resto anche Gesù vittima innocente si è caricato delle nostre colpe per espiarle, ma questo è un altro argomento da parlare in altre occasioni. Tornando alla ricchezza, come dicevamo ciò che è sventura agli occhi degli uomini è in verità il percorso che il Signore assegna all'uomo perché non vada perduto. Sarà capitato a qualcun di vivere momenti difficili e dire: Sono davvero sfortunato, mi va tutto storto etc. Va storto perché il Signore vuole qualcosa da quell'anima, non desidera che questa compia cattive gesta che la facciano cadere nel peccato, così permette che la vita di quell'anima su questa terra vada al contrario rispetto alle aspettative di quell'anima. Un'anima chiamata da Dio che desidera vivere secondo il mondo, si aspetti di vivere sventure poiché queste le permetteranno di camminare sulla via della perfezione spirituale, e questa è vera ricchezza! A cosa servono dunque le ricchezze spropositate se poi si deve perdere la propria anima? Le cose di questo mondo, è inutile che ci illudiamo, passeranno, e come se passeranno! Il cielo e la terra passeranno, dice il Signore Gesù, quindi è inutile che affanniamo dietro alle cose di quaggiù. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta (Mt 6,33). Se noi cerchiamo il vestito, perderemo vestito e anima, ma se cercheremo il Signore, guadagneremo e anima e vestito. Ai nostri occhi i ricchi ci sembrano fortunati e i poveri sventurati, ma in verità sono i ricchi i veri sfortunati perché i poveri hanno il cuore purificato dalla sofferenza, mentre i ricchi nella loro superbia sono accecati e non conoscono la via che conduce al Regno dei Cieli. Non dobbiamo temere i ricchi ci esorta il Salmo che abbiamo letto quest'oggi, né la sua ricchezza e la sua crescita nel mondo, perché questi prima o poi periranno. Un esempio lampante possiamo farlo guardando ai tiranni di questo mondo: ricchi, potenti e prepotenti, e quanti di loro si sono salvati? Quanti di loro hanno comprato la vita? Anche loro sono invecchiati e morti, e ora i loro tesori dove sono? E la loro vita dov'è? La loro vita è una non vita poiché sono precipitati nel fuoco eterno dove tutto è peggiore della morte. Inutile per i ricchi storcere il naso quando il prete dal pulpito predica contro le ricchezze; sono così accecati da non rendersi conto, e poiché non accettano quanto detto dal sacerdote, capita che alcuni di loro inveiscono contro di lui e questo atteggiamento oltre che inutile è colmo di ignoranza. Non temiamo i potenti di questa terra, ma temiamo Dio poiché Egli è l'unico potente, è l'Onnipotente. Nessuno ha il potere di comprare la vita per quanto possa stancarsi di lavoro per tutta la sua esistenza terrena, proprio nessuno può comprarla. La vita è un dono gratuito che Dio dona ai puri di cuore, a quanti fanno la Sua Volontà e credono nel Figlio. Il Salmo di oggi è appropriato per riflettere sulle ricchezze poiché il titolo stesso proclama: "Le ricchezze sono un nulla". Mai confidare in sé stessi, ma confidiamo sempre e solo nel Signore, l'unico che dona la vita. L'uomo non da solo si è messo nel grembo della madre e si è data la vita, così l'uomo non da solo salirà al cielo; come Dio ci ha fatto nascere, così Dio ci farà salire al Cielo o scendere all'inferno. Così come l'uomo è venuto, così se ne andrà. Nessuno ha il potere di nascere o di morire e quanti si tolgono la vita compiono omicidio e peccato mortale poiché anche se uccidono sé stessi, uccidono comunque un corpo umano, quel corpo che Dio gli ha donato. Pertanto occorre voler bene sé stessi per poter amare gli altri. In conclusione riflettiamo sulla vita dei santi. Molti dei santi che conosciamo erano nobili o ricchi. Si sono spogliati delle loro ricchezze e oggi il loro nome è ricordato su tutta la terra, mentre un ricco arrogante che soddisfa la propria superbia nessuno più lo ricorda. E il ricordo del nome del santo è immagine della sua gloria nei cieli. Dio esalta chi si umilia; i santi che un tempo furono di nobili casati, umiliando sé stessi con la rinuncia delle ricchezze e abbracciando una vita sofferente, sono stati esaltati e salvati da Gesù Cristo perché hanno creduto nella Sua Parola e nelle Sue promesse. Ma quanti invece hanno speso la loro vita nelle loro dimore ad abbuffarsi e a criticare la miseria del prossimo, confidando in loro stessi, sono solo ossa in una cassa, mentre i santi stanno vivendo e vivranno per sempre nelle dimore celesti dove c'è pace, gioia e serenità in eterno.

Allora carissimi fratelli e sorelle, dedichiamo la nostra vita al prossimo, viviamo al servizio di Dio e dei fratelli e non attacchiamo il nostro cuore al denaro poiché lo affidiamo alla morte, ma siano i nostri cuori uniti al Sacratissimo Cuore di Cristo, sorgente eterna di vita. Chi rinuncia alle ricchezze per beneficare il prossimo, non solo riceverà la ricchezza della vera gioia già qui in terra ma la riceverà cento volte tanto in Paradiso, quella gioia che i ricchi con i loro danari non possono comprare né ottenere pur nonostante sono alla ricerca di essa. Ecco perché pur nonostante i loro sforzi, sono sempre scontenti e sempre alla ricerca di cose nuove da comprare.. ma la gioia non si trova perché questa è frutto dell'amore e della carità: se non si ama e non si aiuta, non c'è gioia. La gioia delle ricchezze è una gioia finta, presto destinata a passare. Voi poveri non affliggetevi quando i ricchi vi insulteranno, confidate in Cristo e siate sereni poiché la vostra povertà sarà la vostra vera ricchezza.

venerdì 8 aprile 2011

Siracide - Ventottesimo appuntamento

Come ogni venerdì, torna l'appuntamento con il Siracide, oggi interamente incentrato sul rancore, le liti e la lingua maledica: 

 28

1Chi si vendica avrà la vendetta dal Signore
 ed egli terrà sempre presenti i suoi peccati.
2Perdona l'offesa al tuo prossimo
e allora per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati.
3Se qualcuno conserva la collera verso un altro uomo,
come oserà chiedere la guarigione al Signore?
4Egli non ha misericordia per l'uomo suo simile,
e osa pregare per i suoi peccati?
5Egli, che è soltanto carne, conserva rancore;
chi perdonerà i suoi peccati?
6Ricòrdati della tua fine e smetti di odiare,
ricòrdati della corruzione e della morte
e resta fedele ai comandamenti.
7Ricòrdati dei comandamenti
e non aver rancore verso il prossimo,
dell'alleanza con l'Altissimo
e non far conto dell'offesa subìta.

8Astieniti dalle risse e sarai lontano dal peccato,
perché un uomo passionale attizza una rissa.
9Un uomo peccatore semina discordia tra gli amici
e tra persone pacifiche diffonde calunnie.
10Secondo la materia del fuoco, esso s'infiamma,
una rissa divampa secondo la sua violenza;
il furore di un uomo è proporzionato alla sua forza,
la sua ira cresce in base alla sua ricchezza.
11Una lite concitata accende il fuoco,
una rissa violenta fa versare sangue.
12Se soffi su una scintilla, si accende;
se vi sputi sopra, si spegne;
eppure ambedue le cose escono dalla tua bocca.

13Maledici il delatore e l'uomo di doppia lingua,
perché fa perire molti che vivono in pace.
14Una lingua malèdica ha sconvolto molti,
li ha scacciati di nazione in nazione;
ha demolito forti città e ha rovinato casati potenti.
15Una lingua malèdica ha fatto ripudiare donne eccellenti,
privandole del frutto delle loro fatiche.
16Chi le presta attenzione non trova pace,
dalla sua dimora scompare la serenità.
17Un colpo di frusta produce lividure,
ma un colpo di lingua rompe le ossa.
18Molti sono caduti a fil di spada,
ma non quanti sono periti per colpa della lingua.
19Beato chi se ne guarda,
chi non è esposto al suo furore,
chi non ha trascinato il suo giogo
e non è stato legato con le sue catene.
20Il suo giogo è un giogo di ferro;
le sue catene catene di bronzo.
21Spaventosa è la morte che procura,
in confronto è preferibile la tomba.
22Essa non ha potere sugli uomini pii,
questi non bruceranno alla sua fiamma.
23Quanti abbandonano il Signore in essa cadranno,
fra costoro divamperà senza spegnersi.
Si avventerà contro di loro come un leone
e come una pantera ne farà scempio.
24Ecco, recingi pure la tua proprietà con siepe spinosa,
lega in un sacchetto l'argento e l'oro,
25ma controlla anche le tue parole pesandole
e chiudi con porte e catenaccio la bocca.
26Sta' attento a non sbagliare a causa della lingua,
perché tu non cada davanti a chi ti insidia.


COMMENTO

L'odierno passo del Siracide si sofferma su tre situazioni particolari: il rancore, la lite, la lingua maledica. Quest'ultima molte volte è causa delle due situazioni che la precedono: infatti, il rancore e le liti nascono il più delle volte, a causa di una lingua maledica che semina zizzania, che calunnia il prossimo e che sospira sulla scintilla per farla scoppiare in fuoco. Non è un caso che molto più spazio viene riservato dall'autore, proprio alla lingua e non è nemmeno un caso che Gesù stesso si soffermò con queste parole:

«Anche voi siete ancora senza intelletto? [17]Non capite che tutto ciò che entra nella bocca, passa nel ventre e va a finire nella fogna? [18]Invece ciò che esce dalla bocca proviene dal cuore. Questo rende immondo l'uomo. [19]Dal cuore, infatti, provengono i propositi malvagi, gli omicidi, gli adultèri, le prostituzioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie. [20]Queste sono le cose che rendono immondo l'uomo, ma il mangiare senza lavarsi le mani non rende immondo l'uomo».

Ecco, Gesù ci dice chiaramente che dobbiamo porre attenzione non a ciò che mangiamo o beviamo, ma a quanto facciamo uscire dalla nostra bocca perchè è proprio questo che rende l'uomo immondo. Questa è una grande lezione che ripercorre le orme del Siracide e che dà conferma della pericolosità della lingua come una delle prime causa del peccato. Ricordiamo anche un episodio legato alla vita di San Filippo Neri: un uomo e una donna (marito e moglie) erano dei gran pettegoli e appena udivano qualcosa, la diffondevano in tutta la città. Un giorno essi vennero da San Filippo Neri il quale chiese loro di andar a comprare una gallina chiese anche di spennarla durante il cammino di ritorno verso di lui. I due fecero come egli aveva detto loro e preso l'animale, cominciarono a spennarlo, facendo cadere tutte le piume. Giunti a San Filippo Neri, i due contenti gli riferirono di aver fatto quanto detto loro: a questo punto, egli disse loro di tornare indietro e di raccogliere tutte le piume che avevano levato via. I due impallidirono perchè sarebbe stata un'impresa il recuperare tutto le piume che erano volate via. Ecco che San Filippo Neri rivela loro il motivo di tal richiesta: infatti, quelle piume rappresentavano le calunnie e le parole che essi avevano proferito: come le piume, infatti, anche le parole volano via e non si è più in grado di riprenderle perchè volano lontano cadendo dove vogliono o dove capita. Questa è stata una grande lezione di San Filippo Neri che vale per tutti coloro che perdono tempo a spettegolare, a calunniare, a raccontar fatti altrui senza nemmeno esser sicuri di quanto udito. Questo per far capire che le parole possono far più danni di quanto immaginiamo e possono ferire anche più di una spada, come sottolinea l'autore con queste parole: Molti sono caduti a fil di spada, ma non quanti sono periti per colpa della lingua.
 In sintesi, oggi possiamo dire di aver imparato tre cose: evitare la vendetta (il Signore Dio disse: "A me la vendetta", ), evitare le liti e tener a freno la propria lingua!

giovedì 7 aprile 2011

Catechismo della Chiesa Cattolica - XX parte

Proseguiamo il nostro percorso volto alla conoscenza del Catechismo della Chiesa Cattolica: oggi continuiamo la lettura del capitolo secondo sul Credo in Gesù Cristo, attraverso l'Articolo 2:


ARTICOLO 2 
«E IN GESÙ CRISTO, SUO UNICO FIGLIO, NOSTRO SIGNORE»

I. Gesù

430 Gesù in ebraico significa: « Dio salva ». Al momento dell'annunciazione, l'angelo Gabriele dice che il suo nome proprio sarà Gesù, nome che esprime ad un tempo la sua identità e la sua missione.10 Poiché nessuno « può rimettere i peccati se non Dio solo » (Mc 2,7), in Gesù, il suo Figlio eterno fatto uomo, egli « salverà il suo popolo dai suoi peccati » (Mt 1,21). Così, in Gesù, Dio ricapitola tutta la sua storia di salvezza a vantaggio degli uomini.

431 Nella storia della salvezza, Dio non si è limitato a liberare Israele « dalla condizione servile » (Dt 5,6) facendolo uscire dall'Egitto; lo salva anche dal suo peccato. Poiché il peccato è sempre un'offesa fatta a Dio,11 solo Dio lo può cancellare.12 Per questo Israele, prendendo sempre più coscienza dell'universalità del peccato, non potrà più cercare la salvezza se non nell'invocazione del nome del Dio Redentore.13

432 Il nome di Gesù significa che il nome stesso di Dio è presente nella Persona del Figlio suo14 fatto uomo per l'universale e definitiva redenzione dei peccati. È il nome divino che solo reca la salvezza,15 e può ormai essere invocato da tutti perché, mediante l'incarnazione, egli si è unito a tutti gli uomini16 in modo tale che « non vi è altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati » (At 4,12).17

433 Il nome del Dio Salvatore era invocato una sola volta all'anno, per l'espiazione dei peccati d'Israele, dal sommo sacerdote, dopo che questi aveva asperso col sangue del sacrificio il propiziatorio del Santo dei Santi.18 Il propiziatorio era il luogo della presenza di Dio.19 Quando san Paolo dice di Gesù: « Dio l'ha stabilito a servire come strumento di espiazione... nel suo sangue » (Rm 3,25), intende affermare che nella sua umanità « era Dio a riconciliare a sé il mondo in Cristo » (2 Cor 5,19).

434 La risurrezione di Gesù glorifica il nome di Dio « Salvatore »20 perché ormai è il nome di Gesù che manifesta in pienezza la suprema potenza del « Nome che è al di sopra di ogni altro nome » (Fil 2,9-10). Gli spiriti malvagi temono il suo nome21 ed è nel suo nome che i discepoli di Gesù compiono miracoli;22 infatti tutto ciò che essi chiedono al Padre nel suo nome, il Padre lo concede.23

435 Il nome di Gesù è al centro della preghiera cristiana. Tutte le orazioni liturgiche terminano con la formula: « Per Dominum nostrum Iesum Christum... – Per il nostro Signore Gesù Cristo... ». L'« Ave, Maria » culmina con le parole: « E benedetto il frutto del tuo seno, Gesù ». La preghiera del cuore, consueta presso gli orientali e chiamata « preghiera di Gesù », dice: « Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore ». Parecchi cristiani muoiono con la sola parola « Gesù » sulle labbra, come santa Giovanna d'Arco.24

II. Cristo

436 Cristo viene dalla traduzione greca del termine ebraico « Messia » che significa « unto ». Non diventa il nome proprio di Gesù se non perché egli compie perfettamente la missione divina da esso significata. Infatti in Israele erano unti nel nome di Dio coloro che erano a lui consacrati per una missione che egli aveva loro affidato. Era il caso dei re,25 dei sacerdoti26 e, raramente, dei profeti.27 Tale doveva essere per eccellenza il caso del Messia che Dio avrebbe mandato per instaurare definitivamente il suo Regno.28 Il Messia doveva essere unto dallo Spirito del Signore,29 ad un tempo come re e sacerdote30 ma anche come profeta.31 Gesù ha realizzato la speranza messianica di Israele nella sua triplice funzione di sacerdote, profeta e re.

437 L'angelo ha annunziato ai pastori la nascita di Gesù come quella del Messia promesso a Israele: « Oggi vi è nato nella città di Davide un Salvatore che è il Cristo Signore » (Lc 2,11). Fin da principio egli è « colui che il Padre ha consacrato e mandato nel mondo » (Gv 10,36), concepito come « santo » nel grembo verginale di Maria.32 Giuseppe è stato chiamato da Dio a prendere con sé Maria sua sposa, incinta di « quel che è generato in lei [...] dallo Spirito Santo » (Mt 1,20), affinché Gesù, « chiamato Cristo » (Mt 1,16), nasca dalla sposa di Giuseppe nella discendenza messianica di Davide.33

438 La consacrazione messianica di Gesù rivela la sua missione divina. « È, d'altronde, ciò che indica il suo stesso nome, perché nel nome di Cristo è sottinteso colui che ha unto, colui che è stato unto e l'unzione stessa di cui è stato unto: colui che ha unto è il Padre, colui che è stato unto è il Figlio, ed è stato unto nello Spirito che è l'unzione ».34 La sua consacrazione messianica eterna si è rivelata nel tempo della sua vita terrena nel momento in cui fu battezzato da Giovanni, quando Dio lo « consacrò in Spirito Santo e potenza » (At 10,38) « perché egli fosse fatto conoscere a Israele » (Gv 1,31) come suo Messia. Le sue opere e le sue parole lo riveleranno come « il Santo di Dio ».35

439 Numerosi ebrei ed anche alcuni pagani che condividevano la loro speranza hanno riconosciuto in Gesù i tratti fondamentali del « figlio di Davide » messianico promesso da Dio a Israele.36 Gesù ha accettato il titolo di Messia cui aveva diritto,37 ma non senza riserve, perché una parte dei suoi contemporanei lo intendevano secondo una concezione troppo umana,38 essenzialmente politica.39

440 Gesù ha accettato la professione di fede di Pietro che lo riconosceva quale Messia, annunziando la passione ormai vicina del Figlio dell'uomo.40 Egli ha così svelato il contenuto autentico della sua regalità messianica, nell'identità trascendente del Figlio dell'uomo « che è disceso dal cielo » (Gv 3,13),41 come pure nella sua missione redentrice quale Servo sofferente: « Il Figlio dell'uomo [...] non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti » (Mt 20,28).42 Per questo il vero senso della sua regalità si manifesta soltanto dall'alto della croce.43 Solo dopo la risurrezione, la sua regalità messianica potrà essere proclamata da Pietro davanti al popolo di Dio: « Sappia dunque con certezza tutta la casa d'Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso! » (At 2,36).

III. Figlio unico di Dio

441 Figlio di Dio, nell'Antico Testamento, è un titolo dato agli angeli,44 al popolo dell'elezione,45 ai figli d'Israele46 e ai loro re.47 In tali casi ha il significato di una filiazione adottiva che stabilisce tra Dio e la sua creatura relazioni di una particolare intimità. Quando il Re-Messia promesso è detto « figlio di Dio »,48 ciò non implica necessariamente, secondo il senso letterale di quei testi, che egli sia più che umano. Coloro che hanno designato così Gesù in quanto Messia d'Israele49 forse non hanno inteso dire di più.50

442 Non è la stessa cosa per Pietro quando confessa Gesù come « il Cristo, il Figlio del Dio vivente » (Mt 16,16), perché Gesù risponde con solennità: « Né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli » (Mt 16,17). Parallelamente Paolo, a proposito della sua conversione sulla strada di Damasco, dirà: « Quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani... » (Gal 1,15-16). « Subito nelle sinagoghe proclamava Gesù Figlio di Dio » (At 9,20). Questo sarà fin dagli inizi51 il centro della fede apostolica52 professata prima di tutti da Pietro quale fondamento della Chiesa.53

443 Se Pietro ha potuto riconoscere il carattere trascendente della filiazione divina di Gesù Messia, è perché egli l'ha lasciato chiaramente intendere. Davanti al Sinedrio, alla domanda dei suoi accusatori: « Tu dunque sei il Figlio di Dio? », Gesù ha risposto: « Lo dite voi stessi: io lo sono » (Lc 22,70).54 Già molto prima, egli si era designato come « il Figlio » che conosce il Padre,55 che è distinto dai « servi » che Dio in precedenza ha mandato al suo popolo,56 superiore agli stessi angeli.57 Egli ha differenziato la sua filiazione da quella dei suoi discepoli non dicendo mai « Padre nostro »58 tranne che per comandare loro: « Voi dunque pregate così: Padre nostro » (Mt 6,9); e ha sottolineato tale distinzione: « Padre mio e Padre vostro (Gv 20,17).

444 I Vangeli riferiscono in due momenti solenni, il battesimo e la trasfigurazione di Cristo, la voce del Padre che lo designa come il suo « Figlio prediletto ».59 Gesù presenta se stesso come il Figlio unigenito di Dio60 e con tale titolo afferma la sua preesistenza eterna.61 Egli chiede la fede « nel nome dell'unigenito Figlio di Dio » (Gv 3,18). Questa confessione cristiana appare già nell'esclamazione del centurione davanti a Gesù in croce: « Veramente quest'uomo era il Figlio di Dio » (Mc 15,39); infatti soltanto nel mistero pasquale il credente può dare al titolo «Figlio di Dio» il suo pieno significato.

445 Dopo la risurrezione la sua filiazione divina appare nella potenza della sua umanità glorificata: egli è stato costituito « Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la risurrezione dai morti » (Rm 1,4).62 Gli Apostoli potranno confessare: « Noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità » (Gv 1,14).

IV. Signore

446 Nella traduzione greca dei libri dell'Antico Testamento, il nome ineffabile sotto il quale Dio si è rivelato a Mosè,63 YHWH, è reso con 5bD4@H (« Signore »). Da allora Signore diventa il nome più abituale per indicare la stessa divinità del Dio di Israele. Il Nuovo Testamento utilizza in questo senso forte il titolo di « Signore » per il Padre, ma, ed è questa la novità, anche per Gesù riconosciuto così egli stesso come Dio.64

447 Gesù stesso attribuisce a sé, in maniera velata, tale titolo allorché discute con i farisei sul senso del salmo 110,65 ma anche in modo esplicito rivolgendosi ai suoi Apostoli.66 Durante la sua vita pubblica i suoi gesti di potenza sulla natura, sulle malattie, sui demoni, sulla morte e sul peccato, manifestavano la sua sovranità divina.

448 Molto spesso, nei Vangeli, alcune persone si rivolgono a Gesù chiamandolo « Signore ». Questo titolo esprime il rispetto e la fiducia di coloro che si avvicinano a Gesù e da lui attendono aiuto e guarigione.67 Pronunciato sotto la mozione dello Spirito Santo, esprime il riconoscimento del mistero divino di Gesù.68 Nell'incontro con Gesù risorto, diventa espressione di adorazione: « Mio Signore e mio Dio! » (Gv 20,28). Assume allora una connotazione d'amore e d'affetto che resterà peculiare della tradizione cristiana: « È il Signore! » (Gv 21,7).

449 Attribuendo a Gesù il titolo divino di Signore, le prime confessioni di fede della Chiesa affermano, fin dall'inizio,69 che la potenza, l'onore e la gloria dovuti a Dio Padre convengono anche a Gesù,70 perché egli è di « natura divina » (Fil 2,6) e perché il Padre ha manifestato questa signoria di Gesù risuscitandolo dai morti ed esaltandolo nella sua gloria.71

450 Fin dall'inizio della storia cristiana, l'affermazione della signoria di Gesù sul mondo e sulla storia72 comporta anche il riconoscimento che l'uomo non deve sottomettere la propria libertà personale, in modo assoluto, ad alcun potere terreno, ma soltanto a Dio Padre e al Signore Gesù Cristo: Cesare non è « il Signore ».73 La Chiesa « crede di trovare nel suo Signore e Maestro la chiave, il centro e il fine di tutta la storia umana ».74

451 La preghiera cristiana è contrassegnata dal titolo « Signore », sia che si tratti dell'invito alla preghiera: « Il Signore sia con voi », sia della conclusione della preghiera: « Per il nostro Signore Gesù Cristo », o anche del grido pieno di fiducia e di speranza: « Maran atha » (« Il Signore viene! »), oppure « Marana tha » (« Vieni, Signore! ») (1 Cor 16,22), « Amen, vieni, Signore Gesù! » (Ap 22,20).

In sintesi

452 Il nome « Gesù » significa « Dio salva ». Il Bambino nato dalla Vergine Maria è chiamato « Gesù » « perché salverà il suo popolo dai suoi peccati » (Mt 1,21): « Non vi è altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati » (At 4,12).

453 Il nome « Cristo » significa « unto », « Messia ». Gesù è il Cristo perché Dio lo « consacrò in Spirito Santo e potenza » (At 10,38). Egli era « colui che deve venire » (Lc 7,19), l'oggetto della speranza d'Israele.75

454 Il nome « Figlio di Dio » indica la relazione unica ed eterna di Gesù Cristo con Dio suo Padre: egli è il Figlio unigenito del Padre76 e Dio egli stesso.77 Per essere cristiani si deve credere che Gesù Cristo è il Figlio di Dio.78

455 Il nome « Signore » indica la sovranità divina. Confessare o invocare Gesù come Signore, è credere nella sua divinità. « Nessuno può dire "Gesù è il Signore" se non sotto l'azione dello Spirito Santo » (1 Cor 12,3).

mercoledì 6 aprile 2011

Verità della Fede - XI parte

Come ogni mercoledì, tornano gli approfondimenti sulle "Verità della Fede" attraverso le attente analisi di Sant'Alfonso Maria de' Liguori; siamo giunti quest'oggi al quinto e ultimo paragrafo del Cap. VI. Nella prossima settimana ci addentreremo nella seconda parte dell'opera, ben più vasta rispetto alla prima. Oggi però soffermiamoci sull'ultimo paragrafo della prima parte nel quale il Santo Vescovo Dottore della Chiesa e Fondatore dei Redentoristi confuterà il sistema dell'empio Spinoza:






Verità della Fede

di Sant'Alfonso Maria de' Liguori

§. 5. Si confuta l'empio sistema di Spinoza.

44. Ecco il sistema esecrando dello Spinoza1. Dice egli che la sostanza dell'universo è una sola e semplice, ma tutta materiale. Questa sostanza egli suppone essere Dio, e dice ch'ella è attiva e passiva: passiva in quanto è estesa, attiva in quanto è pensante. Indi suppone che tutte le cose particolari di questo mondo non sono altro se non modificazioni della medesima sostanza: le cose materiali, dice esser modificazioni della materia passiva estesa, le spirituali della materia attiva pensante; ma secondo lui non vi sono già oggetti spirituali, perché tutto è materia.

45. Sicché secondo lo Spinoza tutto quest'universo, composto d'una sola sostanza materiale, è Dio: e tutti gli uomini, animali, alberi, monti, acque ed altre cose sono modificazioni di questo Dio. Dunque secondo lui ogni uomo è Dio, ogni mosca è Dio, ogni erba, ogni pietra, in somma ogni cosa è Dio. Sicché questo Dio di Spinoza in un legno si genera, in un altro si corrompe. Egli si ama in quell'uomo, in quell'altro si odia, in uno si loda, in un altro si bestemmia. Ora è sacerdote sugli altari, ora assassino in una strada. O mio sommo e vero Dio, che cosa vi fanno diventare gli uomini da voi così amati, e sollevati sopra tutte le creature! Eppure questo matto di Spinoza ha trovato chi lo chiamasse un gran filosofo. Ed un certo suo discepolo, che stampò le di lui opere, giunse a dire questa bestemmia, che Spinoza insegnò una sentenza, che niente discrepa dalla dottrina di Gesù Cristo.

46. Molti autori hanno scritto a lungo, e confutato quest'empio scrittore, il Durio, il Tommasio, il Moseo, il Moro, l'Uezio, il Bayle ed altri. Io soltanto qui procurerò di dimostrare l'insussistenza de' fondamenti, sui quali Spinoza forma il suo sistema; perché così meglio, e presto vedremo quanto quello è falso. Il sistema di Spinoza si riduce 
a tre proposizioni principali. La prima è che vi è un'unica sostanza estesa e pensante, dalla cui virtù naturale, ma cieca e brutale tutte le cose produconsi entro se stessa; in modo che niente nel mondo è contingente, ma tutte le cose son necessarie, perché tutte son determinate dalla necessità naturale ad esistere e ad operare in quel modo che operano. La seconda che questa sostanza unica, benché materiale, nondimeno è indivisibile ed immutabile. La terza che questa sostanza è sommamente perfetta, e contiene in sé tutte le realtà e tutti i modi dell'ente.


47. Alla prima proposizione, che quest'unica sostanza di Spinoza sia materia estesa e pensante, e che tutti gli enti materiali sieno enti necessarj, già si è risposto di sopra così nel §. 1. del capo presente, ove si è dimostrato che la materia non può pensare, come nel capo 3. , ove si è provato che l'ente necessario non può esser che unico, e tutti gli altri enti o materiali o spirituali, sono contingenti, e prodotti dall'ente necessario ch'è Dio. Resta solamente dunque a confutare la seconda e la terza proposizione.

48. La seconda proposizione dunque di Spinoza dice che vi è un'unica sostanza materiale, la quale però non ha parti, ed è indivisibile ed immutabile. Vediamo come egli lo provi. Dice che la sostanza è quella, il concetto della quale non richiede il concetto d'un'altra cosa, da cui debba formarsi: Substantia est id, cuius conceptus non indiget conceptu alterius, a quo formari debeat. Quindi argomenta: il concetto del pensiero non ha bisogno di concetto dell'estensione, da cui debba esser formato, né l'estensione ha bisogno del concetto del pensiero. Dunque, conclude, il pensiero e l'estensione sono una sola sostanza. E così egli poi riduce ad esser ogni cosa materia, così il corpo che chiama materia passiva estesa, come l'anima che chiama materia attiva pensante, essendo, come dice, l'uno e l'altra modificazioni della stessa sostanza.

49. Ma noi rispondiamo che essendo l'estensione ed il pensiero di natura tutta diversa, poiché l'estensione non può convenire al pensiero, e 'l pensiero non può convenire alla materia estesa, come di sopra si è dimostrato, necessariamente dee dirsi che l'estensione e il pensiero sono, non una, ma due sostanze totalmente distinte e diverse. Né giova a Spinoza il dire che, sebbene in queste due sostanze si concepiscono due attributi distinti, non possono però dirsi due sostanze. Non giova, dico; perché ciò non è sciogliere la difficoltà, ma è voler mutare le voci, e rispondere a caso senza fondamento. Noi diciamo che non solo lo spirito e la materia sono sostanze diverse, ma anche gli oggetti materiali che hanno diverse modificazioni, sono sostanze realmente tra loro distinte rispetto al lor individuo. E ciò si prova chiaramente coll'esempio, v. g. se un oggetto materiale si muove verso oriente, ed un altro si muove verso occidente, l'una sostanza individua non può esser la stessa che l'altra, mentre la stessa sostanza non può avere nel medesimo tempo due inclinazioni o sieno tendenze una contraria all'altra.

50. Spinoza questi diversi oggetti materiali li chiama modificazioni o sieno modi dell'una sostanza, ed attribuisce a questi modi quel che noi attribuiamo agli oggetti che hanno separata esistenza individua. Ma ciò ripugna al sentimento comune ed all'evidenza, il voler fare che oggetti tra loro individualmente distinti, non siano oggetti distinti, ma solo distinti modi, con attribuir loro il nome di modi. Egli dice che non vi è nel mondo che una sola sostanza. Dunque il sole ed il mare, un uomo ed una pietra sono una sola individua sostanza? Dice che il tutto è una sola sostanza dotata di estensione e di pensiero, che sono modificazioni di quest'una sostanza. Ma queste modificazioni sono diverse? E se sono diverse, come possono essere nello stesso soggetto? Come una stessa sostanza può essere quadrata e rotonda? In moto ed in quiete? Dice 
che questa unione di corpi e di menti è Dio. Dunque Dio è uomo e pietra? È sacerdote e cane? È giusto ed empio? Scrive Bayle essere questa la più mostruosa ipotesi che possa immaginarsi, la più stravagante e la più opposta alle cognizioni del nostro spirito. Né vale a Spinoza il ricorrere al vacuo, col dire che le sostanze materiali non possono tra loro dividersi, per ragione che in rerum natura non si dà il vacuo, come egli vuol supporre per certo. Poiché primieramente la sentenza che non diasi il vacuo è una mera opinione, la quale dalla maggior parte de' filosofi non è ricevuta; ma, ancorché fosse vera, è certo che secondo l'una e l'altra sentenza ogni materia è distinta in parti divise, e queste parti, o sieno corpi divisi, hanno sostanza separata l'uno dall'altro: la terra ha certamente sostanza separata da quella del mare, i metalli hanno sostanza separata da quella degli alberi, e così similmente dicasi di mille altri oggetti materiali; né già può concepirsi mai che tutti gli oggetti di materia che vediamo, per cagione dell'aria frapposta si identifichino, e diventino una sola sostanza.


51. La terza proposizione di Spinosa è che questa sua unica supposta sostanza sia ella infinitamente perfetta. Vediamo come appropria questa infinita perfezione alla sua unica sostanza. Egli ha inventata una nuova non ancora intesa distinzione di natura naturante, e natura naturata. Alla naturata esso non attribuisce già la perfezione; poiché nella proposizione 15 asserisce che le parti finite non possono comporre un'ente infinitamente perfetto. Tutta la perfezione infinita Spinoza l'attribuisce alla natura naturante. Ma un ente per esser infinitamente perfetto dee contenere in sé tutte in grado infinito le perfezioni d'intelligenza, di scienza, potenza, bontà, libertà, provvidenza ec. All'incontro questa natura naturante ideata da Spinoza cosa è ? Altro non è, che un ente ideale, astratto e metafisico, conceputo colla sola mente, che non ha né intelletto, né volontà, né potenza, né libertà, né provvidenza, e gli manca fin anche l'esistenza. Sicché questa natura naturante di Spinoza non solamente non ha le perfezioni ch'egli le attribuisce, ma neppure è la sostanza; poiché una sostanza senza la reale esistenza non è sostanza, ma una mera idea, un mero ed imperfettissimo niente, che non è capace di alcuna perfezione; e questo è l'ente perfettissimo di Spinosa, a cui mancano tutte le perfezioni, e manca ancora l'esistenza. Ecco a qual termine di oscurità e di sciocchezza giungono le menti umane, allorché si scostano dalla luce divina!

52. Restringiamo qui in breve quel che si è detto per provare l'esistenza di Dio dall'esistenza delle anime, le quali, essendo sostanze spirituali, non possono esser prodotte dalla materia, né propagate da altri spiriti, ma per esistere debbono esser create da un primo principio che ha virtù di creare. È certo che tante anime nel mondo esistono: dunque vi è un Dio che le ha create. Ma no, dicono i materialisti, non v'è Dio, né vi sono sostanze spirituali; il corpo e l'anima dell'uomo tutto è materia; ma noi replichiamo che l'uomo non può essere tutto materia, giacché l'uomo pensa, e la materia non può pensare; dunque nell'uomo non è il corpo, ma l'anima che pensa. Ma perché la materia non può pensare? Non può pensare primieramente, perché la natura del pensiero è affatto diversa dalla natura della materia. La materia non opera che per via di moto, di figura o di sito; ma tutte queste cose non han che fare col pensiero che non è capace né di moto, né di figura, né di sito, poiché non ha niuna estensione.

53. Inoltre, se la materia fosse capace di pensare, non potrebbe avere altre idee che di cose materiali simili a se stessa, ma non di cose spirituali. Ma l'uomo intende tante cose puramente spirituali; l'essenza della giustizia, il pregio delle virtù, la deformità de' tradimenti, la proprietà degli oggetti: l'uomo giudica, disegna, prevede, astrae, 
separa, distingue, delibera, accetta, rifiuta. Che hanno che fare tutte queste operazioni d'intelletto e di volontà colla materia? Anzi tal volta giudica contro quel che rappresenta la materia, secondo l'esempio riferito di sopra del remo posto in mezzo del fiume, che sembra rotto, e ciò non ostante l'uomo conosce che il remo è sano contro quel che dimostra la materia e la vista.


54. Se poi le riflessioni, i giudizj, i raziocinj e i discorsi formansi dall'uomo con tenere innanzi alla mente più idee e percezioni; come possono farsi tali giudizj e raziocinj co' moti della materia, secondo che vogliono i materialisti? Queste diverse idee dovrebbero aversi per diverse mozioni di parti materiali: ma queste mozioni, se avvengono nello stesso tempo, l'una confonde l'altra; se poi succedono in diverso tempo, allora mentre l'una comincia l'altra è già finita; e così non possono mai unirsi insieme, e formare l'ultimo giudizio, come suole formare ogni uomo da più verità che tiene a sé presenti nello stesso punto. E se per via di tali mozioni di parti materiali, di cui l'una non sa la qualità dell'altra, perché tutte son prive d'intelligenza, non potrebbe l'uomo fare più un argomento; tanto meno può fare un discorso, che è composto di diversi argomenti. Ciò può farlo il solo spirito, che intende insieme nello stesso tempo le diverse idee che tutte son presenti, e che debbon insieme concorrere, affin di poter formare il discorso.

55. Sicché per concludere il punto proposto in questo capo, ripeto l'argomento già nel principio premesso. L'argomento, come già ivi dissi, sta fondato su quel principio certo e da niuno mai posto in dubbio, cioè che niuno può dare quel che non ha. Onde così la discorro: io sento in me un'anima, la quale ha mente che pensa, che fa giudizj e raziocinj, e che opera a sua libertà come vuole. Conosco all'incontro che la materia è incapace di aver libertà e di poter pensare: ella non può aver libertà di operare, perché è inerte, e non è atta a muoversi, non può avere giudizj né raziocinj, perché, dovendo a tale effetto concorrervi le sensazioni di più parti, una non può aver cognizione della sensazione dell'altra; non può percepire neppure alcun pensiero, perché essendo estesa, è composta di più parti; non può aver cognizione intiera di alcun oggetto. Dunque, concludo, l'anima che in me esiste non può esser prodotta dalla materia. L'anima poi non è stata già eterna, né ha potuto darsi l'essere da se stessa; dunque ella è stata creata da un ente supremo spirituale; e questi è Dio.

56. Ma innanzi terminare questa prima parte, non voglio lasciar di rispondere all'opposizione di quegli empj, i quali dicono che la religione dagli uomini verso Dio professata è una favola inventata o dalla politica o dal timore o dall'ignoranza. Rispondo che la credenza di Dio non ha potuto aver origine né dalla politica né dal timore né dall'ignoranza. Non dalla politica, poiché ell'è una credenza universale presso tutti gli uomini, ed è stata costante per tanti secoli sin dal principio del mondo; onde si vede che la cognizione di Dio è insita in noi dalla natura, e la natura non può mentire. Omnibus enim, scrive Cicerone, innatum est, et in animo quasi insculptum, esse Deos. Quales sint, varium est: esse nemo negat.1. E nello stesso libro al cap. 2. scrisse non esservi cosa più evidente, che vi sia un nume supremo reggitore del mondo; e che se la cognizione di tal verità non fosse vera, non avrebbe potuto durare per lo spazio di tanti secoli; onde conclude che la perpetuità di tal credenza sia giudizio della natura: Quid enim potest esse tam apertum... quam esse aliquod numen praestantissimae mentis, quo haec regantur? etc. Quod nisi cognitum animis haberemus, non tam stabilis opinio permaneret, nec confirmaretur 
diuturnitate temporis, nec una cum saeculis, aetatibusque hominum inveterare potuisset. Etenim vides ceteras opiniones fictas diuturnitate extabuisse...Opinionum enim commenta delet dies, naturae iudicia confirmat.


57. Neppure la credenza di Dio ha potuto aver origine dal timore, che gli empj suppongono vano, negando questo Dio punitor de' malvagi; perché troppo evidente apparisce a noi l'esistenza di Dio dalla costruzione di questo mondo, vedendolo noi formato con tanta simmetria, e tuttavia regolato con ordine così bello e così stabile, e non possiamo non credere che vi sia una suprema cagione che lo abbia fatto e lo regga. Ah! che non già la credenza di Dio è nata dal timore! Dal timore bensì è nata l'empietà di questi increduli, i quali per liberarsi dal terrore de' castighi che li tormenta, cercano persuadersi che non vi sia Iddio che li punisca.

58. Né tampoco può avere origine la credenza di Dio dall'ignoranza delle cose naturali, e della virtù, come dicono, occulta della natura. Non si nega da noi che molti segreti della natura s'ignorano, ma ciò che osta o che prova? Abbiamo già dimostrato contro i materialisti esservi Dio puro spirito, creatore e conservatore del tutto, ed essere evidentemente falso il loro sistema, che ogni cosa sia materia, e sia prodotta dalla materia. Prima perché essendo tutte le cose materiali, non da sé, ma prodotte, ancorché si fingano prodotte dalla materia eterna per un processo infinito di cause producenti, non possono mai considerarsi esistenti senza un primo principio, poiché essendo elle dipendenti l'una dall'altra, per necessità dee ammettersi una prima causa indipendente, che le ha prodotte; altrimenti sarebbero tutti effetti senza causa. Oltreché la materia in niun modo ha potuto essere stata eterna, perché non essendo stata questa materia che un aggregato di oggetti materiali particolari, che non han potuto avere l'essere da sé, tutti han dovuto riceverlo da un principio superiore e indipendente dalla materia. Secondo perché la materia è cieca senza mente; onde non è stato mai possibile che dalla materia fosse prodotto questo mondo così ben ordinato, e si conservasse con ordine così costante, senza che vi sia una gran mente che l'abbia formato, e che siegua a governarlo. Terzo perché la materia è inerte, e perciò non avrebbe potuto mai aver moto (come veggiamo che l'hanno tanti oggetti materiali del cielo e della terra) senza il lor motore. Quarto perché la materia è contingente, indifferente ad essere e non essere; onde non avrebbe mai potuto aver l'essere senza un ente necessario, che in fatti le abbia dato l'essere. Quinto perché la materia è incapace di poter pensare, onde le anime che pensano, non han potuto mai esser prodotte dalla materia, ma han dovuto ricever l'essere da un principio spirituale.

59. Or essendosi dimostrata da noi con tante prove la necessità dell'esistenza di Dio, poiché altrimenti non vi sarebbero al mondo né credenti, né miscredenti, né anime, né alcuna cosa che esiste; tocca ora a' materialisti il fondare un sistema ragionevole (non già finto a capriccio senza alcun fondamento o verisimilitudine) per cui provino almeno essere stato possibile che questo mondo si fosse formato e si conservasse senza Dio. Ma ciò non potranno mai né provarlo né metterlo in dubbio; perché il Dio che noi crediamo, e certo, né può dubitarsi che vi sia; e senza Dio non potrebbe esservi alcuna cosa nel mondo.

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1 Nacque quest'empio in Amsterdam nell'anno 1632. Egli non professò alcuna religione; poiché, sebbene nacque da parenti giudei, nondimeno rifiutò e derise la dottrina de' giudei, talmente che da essi fu scomunicato. Ne fu già cristiano, come alcuni han pensato, mentre non ricevette mai il battesimo; ed in tanto si chiamò Benedetto, perché da' parenti gli fu imposto il nome di Baruch, che nella nostra favella significa Benedetto. Questi di fece un Dio ed una religione a suo capriccio. Visse il miserabile quasi sempre vagabondo, e morì nel 1677 in età di 44 anni compiti di febbre etica. Del resto scrisse il Bayle nel dizionario (V. Spinoza) che la sua dottrina non ebbe che pochi seguaci i quali neppure son certi.

1
 L. 2. de Nat. Deor. c. 4.