martedì 5 aprile 2011

La Città di Dio - XII parte

Riprendiamo la lettura dell'opera di Sant'Agostino nota come "La città di Dio". Oggi cominciamo la lettura del libro secondo dell'opera, incentrato sull'immoralità del politeismo. Nella parte odierna, vediamo soprattutto indicati gli avversari-interlocutori a cui si riferisce Sant'Agostino (in pratica coloro che continuano ad addossare alla religione cristiana le colpe delle sventure patite) e leggiamo anche un riassunto del libro primo che tanto ci ha dato:

Libro secondo
IMMORALITÀ DEL POLITEISMO
 

1. Se la fiacca capacità dell'esperienza umana non ardisse opporsi al criterio della verità evidente ma sottoponesse la propria malattia alla dottrina salutare come a cura medica fino a guarire mediante l'aiuto di Dio e con l'intervento della fede religiosa, non ci sarebbe bisogno di un lungo discorso per dimostrare l'errore d'una falsa concezione a coloro che pensano rettamente ed esprimono i pensieri con parole appropriate. Ma la più grave e disgustosa malattia di stolte intelligenze è proprio quella di difendere come criterio razionale della verità le proprie impressioni irrazionali, anche dopo che è stato offerto un criterio pienamente razionale, quale si può dare da un uomo a un altro. E lo fanno o per grande accecamento, per cui non si vedono neanche le cose in piena luce, o per ostinata caparbietà, per cui non si vogliono osservare le cose che si vedono. Ne sorge la necessità di ripetere più diffusamente concetti chiari quasi a mostrare non cose da vedersi a chi guarda, ma da toccarsi a chi palpa con gli occhi chiusi. Ma ci sarà allora un termine della discussione e un limite del discorso se ritenessi di dover rispondere a chi non la smette di interloquire? Infatti coloro che o non sono capaci d'intendere ciò che si dice o sono tanto ostinati per opinione contraria che, quantunque abbiano inteso, non si arrendono, costoro interloquiscono e, come è stato scritto, difendono idee ingiustificate e non si stancano di essere insolenti 1. E se volessi confutare le loro obiezioni tutte le volte che aggrottando la fronte ostinata abbiano deciso di non capire quel che dicono, pur di contraddire in qualche modo alle mie argomentazioni, capisci che è un'opera senza limiti, irritante e senza risultati. E per questo vorrei che né tu stesso, o figlio mio Marcellino, né altri, ai quali questo mio lavoro a titolo di proficua cortesia è dedicato nella carità di Cristo, ne siano giudici così fatti da desiderare sempre una risposta ogni volta che si accorgono di una qualche obiezione agli argomenti esposti. Non divengano simili a quelle donnette, di cui dice l'Apostolo che imparano sempre e non arrivano mai alla conoscenza della verità 2.

2. Nel precedente libro, quando ho cominciato a parlare della città di Dio, dal momento in cui tutta l'opera col suo aiuto ha avuto inizio, mi si presentò la necessità di ribattere per primi coloro i quali attribuiscono le guerre, con cui il mondo è devastato, e soprattutto il recente saccheggio di Roma da parte dei barbari, alla religione cristiana, perché a causa sua è stato loro proibito di servire con culto obbrobrioso i demoni. Dovrebbero piuttosto attribuire a Cristo il fatto che per rispetto al suo nome, contro l'abituale usanza della guerra, i barbari abbiano offerto loro perché vi si rifugiassero spaziosi edifici di culto inviolabili e hanno così onorato il servizio, non solo vero, prestato a Cristo ma anche quello simulato per paura, al punto da giudicare che fosse per se stessi illecito di fare ciò che sarebbe stato lecito fare contro di loro agli altri per diritto di guerra. Ne sorse il problema perché questi benefici divini siano giunti anche a miscredenti e ingrati ed egualmente perché le atrocità commesse da parte dei nemici abbiano colpito indistintamente credenti e miscredenti. Il problema si allargò in molti quesiti. Esso infatti, in considerazione dei quotidiani favori divini e sventure umane che, gli uni e le altre, capitano indiscriminatamente ai buoni e ai cattivi, di solito turba molti individui. Per risolverlo secondo l'esigenza dell'opera intrapresa mi sono un po' dilungato principalmente per consolare donne consacrate col voto di castità, giacché contro di esse era stata commessa dal nemico un'azione che ha causato pena al pudore, anche se non ha tolto la fermezza della pudicizia. L'ho fatto perché non abbiano a rincrescersi della vita dal momento che non hanno di che rincrescersi per malcostume. Poi ho detto alcune cose contro coloro che con sfrontata arroganza dileggiano i cristiani afflitti dalle sciagure e soprattutto il pudore delle donne svillaneggiate ma santamente caste. Piuttosto sono essi molto dissoluti e privi di pudore, assai degeneri da quei Romani di cui sono lodate e divulgate nella letteratura azioni nobili, anzi fortemente opposti alla loro dignità. Proprio essi avevano reso Roma, creata e resa illustre dalle fatiche degli antichi, più abietta mentre era in piedi che dopo la caduta perché nel suo saccheggio son caduti pietre e legnami, invece nella loro vita son caduti i sostegni ornati non dei muri ma dei costumi. Bruciava di più il loro cuore di passioni mortali che le case di Roma con le fiamme. Con queste parole ho terminato il primo libro. Poi ho stabilito di parlare delle sventure che la città ha subito dalla sua fondazione sia nel suo interno che nelle province soggette, anche perché le accollerebbero tutte alla religione cristiana se fin d'allora la dottrina evangelica avesse fatto sentire nella loro nobilissima tradizione letteraria una eco contro gli dèi falsi e bugiardi.

3. Ricorda che mentre richiamo questi fatti parlo ancora contro gli ignoranti. Dalla loro ignoranza è nato appunto l'aforisma: "Non viene la pioggia, ne sono causa i cristiani" 3. Coloro invece che iniziati agli studi liberali amano la storia, sanno benissimo queste cose, ma per renderci ostili le masse degli indotti fanno finta di non saperlo; e si affannano a ribadire nel volgo che le sciagure da cui ineluttabilmente l'umanità in determinate circostanze di spazio e di tempo è afflitta avvengono per colpa della religione cristiana, giacché a danno dei loro dèi si diffonde con grande fama e illustre rinomanza in tutti i paesi. Richiamino dunque con noi le sciagure con cui lo Stato romano più volte e in vario modo è stato ridotto a nulla, prima che il Cristo venisse nel mondo, prima che il suo nome si rendesse noto ai popoli con la gloria che inutilmente gli contrastano. Difendano poi, se ne sono capaci, anche per questi fatti, i loro dèi se sono adorati appunto perché i loro adoratori non subiscano queste sventure, dal momento che pretendono di addossare a noi quelle che ora hanno sofferto. Perché dunque hanno permesso che accadessero ai loro adoratori i mali che sto per narrare, prima che la predicazione del nome di Cristo li irritasse e facesse proibire il loro culto?

lunedì 4 aprile 2011

I Proverbi - Ventinovesimo appuntamento

Come ogni lunedì torna l'appuntamento con Il Libro dei Proverbi che prosegue con il Cap. XXIX, che conclude i detti di Salomone:

1L'uomo che, rimproverato, resta di dura cervice
sarà spezzato all'improvviso e senza rimedio.
2Quando comandano i giusti, il popolo gioisce,
quando governano gli empi, il popolo geme.
3Chi ama la sapienza allieta il padre,
ma chi frequenta prostitute dissipa il patrimonio.
4Il re con la giustizia rende prospero il paese,
l'uomo che fa esazioni eccessive lo rovina.
5L'uomo che adula il suo prossimo
gli tende una rete per i suoi passi.
6Sotto i passi del malvagio c'è un trabocchetto,
mentre il giusto corre ed è contento.
7Il giusto si prende a cuore la causa dei miseri,
ma l'empio non intende ragione.
8I beffardi mettono sottosopra una città,
mentre i saggi placano la collera.
9Se un saggio discute con uno stolto,
si agiti o rida, non vi sarà conclusione.
10Gli uomini sanguinari odiano l'onesto,
mentre i giusti hanno cura di lui.
11Lo stolto dà sfogo a tutto il suo malanimo,
il saggio alla fine lo sa calmare.
12Se un principe dà ascolto alle menzogne,
tutti i suoi ministri sono malvagi.
13Il povero e l'usuraio si incontrano;
è il Signore che illumina gli occhi di tutti e due.
14Un re che giudichi i poveri con equità
rende saldo il suo trono per sempre.
15La verga e la correzione danno sapienza,
ma il giovane lasciato a se stesso disonora sua madre.
16Quando governano i malvagi, i delitti abbondano,
ma i giusti ne vedranno la rovina.
17Correggi il figlio e ti farà contento
e ti procurerà consolazioni.
18Senza la rivelazione il popolo diventa sfrenato;
beato chi osserva la legge.
19Lo schiavo non si corregge a parole,
comprende, infatti, ma non obbedisce.
20Hai visto un uomo precipitoso nel parlare?
C'è più da sperare in uno stolto che in lui.
21Chi accarezza lo schiavo fin dall'infanzia,
alla fine costui diventerà insolente.
22Un uomo collerico suscita litigi
e l'iracondo commette molte colpe.
23L'orgoglio dell'uomo ne provoca l'umiliazione,
l'umile di cuore ottiene onori.
24Chi è complice del ladro, odia se stesso,
egli sente l'imprecazione, ma non denuncia nulla.
25Il temere gli uomini pone in una trappola;
ma chi confida nel Signore è al sicuro.
26Molti ricercano il favore del principe,
ma è il Signore che giudica ognuno.
27L'iniquo è un abominio per i giusti
e gli uomini retti sono in abominio ai malvagi.


COMMENTO


Oggi concludiamo i detti di Salomone che si sono soffermati molto sulla distinzione tra giusti ed empi, saggi e stolti. Anche oggi leggiamo molti riferimenti e vediamo anche le conseguenze della saggezza e della stoltezza. Molto interessante è il riferimento ai governi delle nazioni: chi guida con saggezza e giustizia renderà prospero il Paese e il popolo lo amerà di vero cuore; al contrario, chi guida con iniquità e stoltezza porterà il Paese alla rovina e farà gemere il popolo che cospirerà contro di lui. Inoltre, quando governa un malvagio, il popolo vedrà i frutti della sua condotta malvagia, ma un giorno ne vedrà anche la fine. Oggigiorno abbiamo diversi esempi concreti di questi proverbi: soprattutto se diamo uno sguardo al Nord Africa, possiamo vedere come coloro che hanno governato con iniquità sian stati rovesciati da un popolo in collera. Perchè avvengono queste rivolte? Queste rivolte avvengono essenzialmente quando l'uomo di potere governa con ingiustizia e in modo iniquo: basti pensare a Gheddafi, leader libico, il quale ha soggiogato il popolo per quarant'anni e oggi quello stesso popolo sta lottando duramente per liberarsene. 
Ogni volta che un uomo agisce con ingiustizia, attira su di sé l'ira dei molti; ma se un uomo agisce con giustizia e rettitudine, attira su di sé l'amore e l'approvazione. 
Salomone ama la Sapienza in maniera inequivocabile: e queste parole ci rendono chiaro quest'asserto in quanto si nota il disvalore riferito allo stolto, al punto che egli ci chiama, in un discorso con un interlocutore stolto, ad agitarci e ridere perchè non si avrà mai conclusione. Ed è proprio così: lo stolto non riconosce la sua stoltezza, ma anzi si crede il più intelligente di tutti e per questo non accetta la correzione. In questi casi, si rischia la lite e quindi è meglio evitare di discutere troppo con chi è stolto perchè tanto non si avrà mai conclusione in quanto quest'ultimo non indietreggerà mai dalla sua posizione. 
Salomone inoltre invita a confidare nel Signore e non negli uomini né a temere quest'ultimi perchè nulla possono contro l'anima. Ci sovviene alla mente il pensiero di Gesù: E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l'anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l'anima e il corpo nella Geenna (Matteo 10,28)
L'ultimo pensiero quasi non abbisogna di commenti ulteriori: L'iniquo è un abominio per i giusti
e gli uomini retti sono in abominio ai malvagi. E' proprio così: per questo il malvagio perseguita il giusto ancora oggi, sfidandolo con manifestazioni blasfeme promananti vero odio.

domenica 3 aprile 2011

Il Libro di Giobbe - Ventinovesimo appuntamento

Torniamo a riscoprire la vita di Giobbe attraverso il nostro consueto appuntamento domenicale che ci consente di attingere esempio di fedeltà da questo umile profeta di Dio. Oggi siamo giunti alla parte conclusiva del lamento di Giobbe. Dalla prossima settimana entrerà in scena un nuovo personaggio il che rappresenta l'inizio di un nuovo dibattito tra Giobbe e costui. Ma ora prestiamo attenzione all'ultima parte del lamento di Giobbe:

31

1Avevo stretto con gli occhi un patto
di non fissare neppure una vergine.
2Che parte mi assegna Dio di lassù
e che porzione mi assegna l'Onnipotente dall'alto?
3Non è forse la rovina riservata all'iniquo
e la sventura per chi compie il male?
4Non vede egli la mia condotta
e non conta tutti i miei passi?
5Se ho agito con falsità
e il mio piede si è affrettato verso la frode,
6mi pesi pure sulla bilancia della giustizia
e Dio riconoscerà la mia integrità.
7Se il mio passo è andato fuori strada
e il mio cuore ha seguito i miei occhi,
se alla mia mano si è attaccata sozzura,
8io semini e un altro ne mangi il frutto
e siano sradicati i miei germogli.
9Se il mio cuore fu sedotto da una donna
e ho spiato alla porta del mio prossimo,
10mia moglie macini per un altro
e altri ne abusino;
11difatti quello è uno scandalo,
un delitto da deferire ai giudici,
12quello è un fuoco che divora fino alla distruzione
e avrebbe consumato tutto il mio raccolto.
13Se ho negato i diritti del mio schiavo
e della schiava in lite con me,
14che farei, quando Dio si alzerà,
e, quando farà l'inchiesta, che risponderei?
15Chi ha fatto me nel seno materno, non ha fatto anche lui?
Non fu lo stesso a formarci nel seno?
16Mai ho rifiutato quanto brama il povero,
né ho lasciato languire gli occhi della vedova;
17mai da solo ho mangiato il mio tozzo di pane,
senza che ne mangiasse l'orfano,
18poiché Dio, come un padre, mi ha allevato fin dall'infanzia
e fin dal ventre di mia madre mi ha guidato.
19Se mai ho visto un misero privo di vesti
o un povero che non aveva di che coprirsi,
20se non hanno dovuto benedirmi i suoi fianchi,
o con la lana dei miei agnelli non si è riscaldato;
21se contro un innocente ho alzato la mano,
perché vedevo alla porta chi mi spalleggiava,
22mi si stacchi la spalla dalla nuca
e si rompa al gomito il mio braccio,
23perché mi incute timore la mano di Dio
e davanti alla sua maestà non posso resistere.
24Se ho riposto la mia speranza nell'oro
e all'oro fino ho detto: "Tu sei la mia fiducia";
25se godevo perché grandi erano i miei beni
e guadagnava molto la mia mano;
26se vedendo il sole risplendere
e la luna chiara avanzare,
27si è lasciato sedurre in segreto il mio cuore
e con la mano alla bocca ho mandato un bacio,
28anche questo sarebbe stato un delitto da tribunale,
perché avrei rinnegato Dio che sta in alto.
29Ho gioito forse della disgrazia del mio nemico
e ho esultato perché lo colpiva la sventura,
30io che non ho permesso alla mia lingua di peccare,
augurando la sua morte con imprecazioni?
31Non diceva forse la gente della mia tenda:
"A chi non ha dato delle sue carni per saziarsi?".
32All'aperto non passava la notte lo straniero
e al viandante aprivo le mie porte.
33Non ho nascosto, alla maniera degli uomini, la mia colpa,
tenendo celato il mio delitto in petto,
34come se temessi molto la folla,
e il disprezzo delle tribù mi spaventasse,
sì da starmene zitto senza uscire di casa.
35Oh, avessi uno che mi ascoltasse!
Ecco qui la mia firma! L'Onnipotente mi risponda!
Il documento scritto dal mio avversario
36vorrei certo portarlo sulle mie spalle
e cingerlo come mio diadema!
37Il numero dei miei passi gli manifesterei
e mi presenterei a lui come sovrano.
38Se contro di me grida la mia terra
e i suoi solchi piangono con essa;
39se ho mangiato il suo frutto senza pagare
e ho fatto sospirare dalla fame i suoi coltivatori,
40in luogo di frumento, getti spine,
ed erbaccia al posto dell'orzo.


COMMENTO

Qui Giobbe fa un elenco di cose che non ha fatto ponendo davanti ad esse il "se". Se ho fatto questo, se ho fatto quello.. Sono un po' le domande che ci poniamo noi quando ci troviamo davanti a una sofferenza, un castigo, una pena. A volte abbiamo detto: "Che cosa ho fatto per meritarmi tale castigo"? Non tutte le sofferenze che riceviamo sono giusto castigo per le nostre azioni, ma c'è anche la sofferenza che è strumento di redenzione e di crescita, o come nel caso di Giobbe c'è la sofferenza che è prova di fedeltà. A volte ci siamo detti: e se ho fatto questo per meritarmi questo castigo? E se ho fatto quello? Ho ospitato il forestiero, rammenta Giobbe, ho dato da mangiare a chi aveva fame, si chiede allora, come mai mi sono piombate addosso tutte queste sofferenze? E aggiunge: Se ho fatto questo o quello, mi capitino sciagure. Come se dicesse: Se ho mancato di carità, se ho augurato male al mio prossimo, se ho rubato, se ho fatto qualcosa di cui non ricordo, il Signore mi faccia pagare i miei errori, mi mandi in rovina. In questo modo Giobbe dimostra di essere una persona umile perché pensa che Dio lo stia facendo soffrire per una colpa commessa, quando in realtà non è un castigo per delle colpe che non ha commesso. E' invece il demonio che lo ha mandato in rovina, su permesso del Creatore.  In realtà Giobbe sa di non aver commesso alcuna delle colpe sopraelencate, e pure se fosse è già pronto al pentimento. Anche noi dobbiamo pentirci per i nostri peccati, per quelli visibili o invisibili, cioè per quelli che ricordiamo e per quelli di cui non ce ne rendiamo conto. Dobbiamo essere pronti a dire al Signore: Perdona tutte le mie colpe, solo Tu le conosci una ad una e solo Tu le puoi perdonare.

In conclusione, Giobbe esprime il suo dolore per la sofferenza che sta vivendo, trovando un po' di sollievo in questo lamento, nella speranza di trovare perdono. Pur nonostante tutte le sciagure, Giobbe in realtà sente la speranza nel cuore di poter vedere un giorno l'alba della gioia. Il lamento quando è giusto e cioè privo di imprecazioni, quando è richiesta di soccorso fatta a Dio con cuore addolorato ma fiducioso, è un lamento che solleva.

Prossima settimana vedremo come già anticipato, l'intervento di questo nuovo personaggio che in realtà è già presente insieme a Giobbe e ai tre suoi amici ad ascoltare i loro dibattiti, ma è lì nel silenzio in attesa di poter intervenire.

sabato 2 aprile 2011

Il Sabato dei Salmi - Salmo 48 (47) - Sion, monte di Dio


48 (47)

1Cantico. Salmo. Dei figli di Core.

2Grande è il Signore e degno di ogni lode
nella città del nostro Dio.
3Il suo monte santo, altura stupenda,
è la gioia di tutta la terra.
Il monte Sion, dimora divina,
è la città del grande Sovrano.
4Dio nei suoi baluardi
è apparso fortezza inespugnabile.

5Ecco, i re si sono alleati,
sono avanzati insieme.
6Essi hanno visto:
attoniti e presi dal panico,
sono fuggiti.
7Là sgomento li ha colti,
doglie come di partoriente,
8simile al vento orientale
che squarcia le navi di Tarsis.

9Come avevamo udito, così abbiamo visto
nella città del Signore degli eserciti,
nella città del nostro Dio;
Dio l'ha fondata per sempre.
10Ricordiamo, Dio, la tua misericordia
dentro il tuo tempio.
11Come il tuo nome, o Dio,
così la tua lode si estende
sino ai confini della terra;
è piena di giustizia la tua destra.
12Gioisca il monte di Sion,
esultino le città di Giuda
a motivo dei tuoi giudizi.

13Circondate Sion, giratele intorno,
contate le sue torri.
14Osservate i suoi baluardi,
passate in rassegna le sue fortezze,
per narrare alla generazione futura:
15Questo è il Signore, nostro Dio
in eterno, sempre:
egli è colui che ci guida.
 
COMMENTO
 

Anche il Salmo di questa settimana è un inno di lode alla Potenza dell'Onnipotente, fortezza inespugnabile. Egli è Grande e nessuno può pensare di potergli muovere guerra per sconfiggerlo: ecco, anche se  i re della terra si alleassero (questa figura richiama l'Apocalisse che narra come le nazioni si uniranno contro Dio), fuggirebbero dinanzi alla Sua Potenza e il panico li divorerebbe. Oggi, vediamo accadere la medesima cosa con la Chiesa, dimora di Dio: molti muovono guerra contro di essa, eppure nessuno riesce ad espugnarla perchè è lo Spirito di Dio che la guida e la conserva, facendo in modo che si adempiano le parole del Signore Gesù: "E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa."

Oggi, ricordiamo l'anniversario della scomparsa di colui che ha servito nella dimora di Dio per moltissimi anni: il Venerabile Giovanni Paolo II. Ecco, egli ci ha mostrato come è lo Spirito Santo a guidare la Santa Chiesa Cattolica allo stesso modo come guidava i profeti dell'Antico Testamento. Ciò significa che la Chiesa è oggi segno profetico di Dio, ultimo baluardo di difesa della fede e della tradizione cristiana che si tramanda di generazione in generazione secondo l'invito di Gesù Cristo il quale continua ad essere in mezzo a noi.
Dunque, osserviamo i baluardi della fede, trasmettiamo la buona novella ai nostri figli e a tutti coloro che incontriamo e gridiamo tutti insieme: Questo è il Signore, nostro Dio in eterno, sempre: egli è colui che ci guida.

venerdì 1 aprile 2011

Siracide - Ventisettesimo appuntamento

Come ogni venerdì, torna l'appuntamento con il Siracide; oggi meditiamo un capitolo che appare molto chiaro nei suoi avvertimenti: il denaro è la rovina dell'uomo, chi fa il male, male riceverà. Accogliamo con attenzione la parola di questo capitolo che segue:

27

1Per amor del denaro molti peccano,
chi cerca di arricchire procede senza scrupoli.
2Fra le giunture delle pietre si conficca un piuolo,
tra la compra e la vendita si insinua il peccato.
3Se uno non si aggrappa in fretta al timor del Signore,
la sua casa andrà presto in rovina.

4Quando si agita un vaglio, restano i rifiuti;
così quando un uomo riflette, gli appaiono i suoi difetti.
5La fornace prova gli oggetti del vasaio,
la prova dell'uomo si ha nella sua conversazione.
6Il frutto dimostra come è coltivato l'albero,
così la parola rivela il sentimento dell'uomo.
7Non lodare un uomo prima che abbia parlato,
poiché questa è la prova degli uomini.

8Se cerchi la giustizia, la raggiungerai
e te ne rivestirai come di un manto di gloria.
9Gli uccelli sostano presso i loro simili,
la lealtà ritorna a quelli che la praticano.
10Il leone sta in agguato della preda,
così il peccato di coloro che praticano l'ingiustizia.
11Nel discorso del pio c'è sempre saggezza,
lo stolto muta come la luna.
12Tra gli insensati bada al tempo,
tra i saggi fèrmati a lungo.
13Il discorso degli stolti è un orrore,
il loro riso fra i bagordi del peccato.
14Il linguaggio di chi giura spesso fa rizzare i capelli,
e le loro questioni fan turare gli orecchi.
15Uno spargimento di sangue è la rissa dei superbi,
le loro invettive sono un ascolto penoso.

16Chi svela i segreti perde la fiducia
e non trova più un amico per il suo cuore.
17Ama l'amico e sii a lui fedele,
ma se hai svelato i suoi segreti, non seguirlo più,
18perché come chi ha perduto un defunto,
così tu hai perduto l'amicizia del tuo prossimo.
19Come un uccello, che ti sei fatto scappare di mano,
così hai lasciato andare il tuo amico e non lo riprenderai.
20Non seguirlo, perché ormai è lontano;
è fuggito come una gazzella dal laccio.
21Poiché una ferita si può fasciarla
e un'ingiuria si può riparare,
ma chi ha svelato segreti non ha più speranza.

22Chi ammicca con l'occhio trama il male,
e nessuno potrà distoglierlo.
23Davanti a te il suo parlare è tutto dolce,
ammira i tuoi discorsi,
ma alle tue spalle cambierà il suo parlare
e porrà inciampo alle tue parole.
24Io odio molte cose, ma nessuna quanto lui,
anche il Signore lo ha in odio.
25Chi scaglia un sasso in alto, se lo scaglia sulla testa,
e un colpo a tradimento ferisce chi lo vibra.
26Chi scava una fossa vi cadrà dentro,
chi tende un laccio vi resterà preso.
27Il male si riverserà su chi lo fa,
egli non saprà neppure da dove gli venga.
28Derisione e insulto per il superbo,
la vendetta, come un leone, lo attende al varco.
29Saran presi al laccio quanti gioiscono per la caduta dei pii,
il dolore li consumerà prima della loro morte.

30Anche il rancore e l'ira sono un abominio,
il peccatore li possiede.


COMMENTO

Il mondo degli affari è una grande tentazione al male per quanti vi si lanciano. Come già detto all'inizio prima di leggere questo capitolo, la parola che abbiamo appena letta è molto chiara. E' un preciso avvertimento a quanti operano il male e avverte costoro che tutto il male che si fa ricadrà sul loro capo. Una persona iniqua la si può riconoscere dai suoi comportamenti, anzi qui viene impiegata una metafora utilizzata da Gesù, ovvero che dal frutto si riconosce l'albero. Dalle parole inique e dai fatti malvagi, dagli sguardi maliziosi e dal vestire arrogante, da questi segnali possiamo capire che tipo di persona abbiamo di fronte. Se da un lato noi dobbiamo fuggire dagli stolti per non cadere nei loro tranelli e per non imitare la loro condotta, dall'altra dobbiamo anche pregare per loro perché si convertano. Certamente il Signore detesta la condotta degli stolti, ma considera costoro sempre Suoi figli, come dimostrato da Gesù che sedeva a mensa con i peccatori, qual segno della Sua infinita Misericordia. L'espressione dell'autore di questo brano è abbastanza forte poiché dice di odiare gli stolti, ma più che altro è un odio rivolto verso la loro condotta, anche perché Gesù ci insegna a non odiare i nostri nemici, ma ad amarli. Il Regno dei Cieli che è venuto in Cristo è proprio il regno dell'amore e della misericordia, il regno nel quale tutti devono amare e praticare una condotta casta, nel quale tutti devono sforzarsi di essere benevoli verso il prossimo. Quanti fanno il male e non si ravvederanno, cadranno come castelli di sabbia, ma quanti si rattristeranno per i loro peccati e chiederanno perdono al Signore, troveranno misericordia. Per questo all'inizio di questo capitolo abbiamo letto: Se uno non si aggrappa in fretta al timor del Signore, la sua casa andrà presto in rovina. In fretta dunque aggrappiamoci al timore del Signore, riconosciamo la nostra miseria davanti a Lui e chiediamo perdono per i nostri peccati.

Pratichiamo una condotta pura, non viviamo secondo il mondo pettegolando e sparlando, poiché chi si comporta così perderà anche gli amici più preziosi. Imitiamo Gesù poiché il Signore ci invita ad imparare da Lui. Allora se impareremo dal Santo, diventeremo santi. Gesù si è fatto Uomo per essere nostro modello perché possiamo prendere esempio da Lui. Leggiamo allora spesso il Vangelo e attingiamo umiltà e mitezza dal Suo esempio.

giovedì 31 marzo 2011

Catechismo della Chiesa Cattolica - XIX parte

Proseguiamo il nostro percorso volto alla conoscenza del Catechismo della Chiesa Cattolica: entriamo oggi nel secondo capitolo dedicato al Credo in Gesù Cristo, Figlio Unigenito di Dio: 

CAPITOLO SECONDO

CREDO IN GESU' CRISTO, IL FIGLIO UNIGENITO DI DIO
 
La Buona Novella: Dio ha mandato il suo Figlio

422 “Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare coloro che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l'adozione a figli” (⇒ Gal 4,4-5). Ecco la Buona Novella riguardante “Gesù Cristo, Figlio di Dio” (⇒ Mc 1,1): Dio ha visitato il suo popolo, [Cf ⇒ Lc 1,68 ] ha adempiuto le promesse fatte ad Abramo ed alla sua discendenza; [Cf ⇒ Lc 1,55 ] ed è andato oltre ogni attesa: ha mandato il suo “Figlio prediletto” (⇒ Mc 1,11).

423 Noi crediamo e professiamo che Gesù di Nazaret, nato ebreo da una figlia d'Israele, a Betlemme, al tempo del re Erode il Grande e dell'imperatore Cesare Augusto, di mestiere carpentiere, morto crocifisso a Gerusalemme, sotto il procuratore Ponzio Pilato, mentre regnava l'imperatore Tiberio, è il Figlio eterno di Dio fatto uomo, il quale è “venuto da Dio” (⇒ Gv 13,3), “disceso dal cielo” (⇒ Gv 3,13; ⇒ Gv 6,33), “venuto nella carne” (⇒ 1Gv 4,2); infatti “il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità... Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia” (⇒ Gv 1,14; ⇒ Gv 1,16).

424 Mossi dalla grazia dello Spirito Santo e attirati dal Padre, noi, riguardo a Gesù, crediamo e confessiamo: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (⇒ Mt 16,16). Sulla roccia di questa fede, confessata da san Pietro, Cristo ha fondato la sua Chiesa [Cf ⇒ Mt 16,18; San Leone Magno, Sermones, 4, 3: PL 54, 151; 51, 1: PL 54, 309B; 62, 2: PL 54, 350C-351A; 83, 3: PL 54, 432A].

“Annunziare... le imperscrutabili ricchezze di Cristo

425 La trasmissione della fede cristiana è innanzitutto l'annunzio di Gesù Cristo, allo scopo di condurre alla fede in lui. Fin dall'inizio, i primi discepoli sono stati presi dal desiderio ardente di annunziare Cristo: “Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato” (⇒ At 4,20). Essi invitano gli uomini di tutti i tempi ad entrare nella gioia della loro comunione con Cristo:

Ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita (poiché la vita si è fatta visibile, noi l'abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi), quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia perfetta (⇒ 1Gv 1,1-4).

Al centro della catechesi: Cristo

426 “Al centro della catechesi noi troviamo essenzialmente una persona: quella di Gesù di Nazaret, unigenito del Padre. . . , il quale ha sofferto ed è morto per noi e ora, risorto, vive per sempre con noi. . . Catechizzare. . . è, dunque, svelare nella persona di Cristo l'intero disegno di Dio. . . È cercare di comprendere il significato dei gesti e delle parole di Cristo, dei segni da lui operati” [Giovanni Paolo II, Esort. ap. Catechesi tradendae, 5]. Lo scopo della catechesi: “Mettere. . . in comunione. . . con Gesù Cristo: egli solo può condurre all'amore del Padre nello Spirito e può farci partecipare alla vita della Santa Trinità” [Giovanni Paolo II, Esort. ap. Catechesi tradendae, 5].

427 “Nella catechesi è Cristo, Verbo incarnato e Figlio di Dio, che viene insegnato, e tutto il resto lo è in riferimento a lui;... solo Cristo insegna, mentre ogni altro lo fa nella misura in cui è il suo portavoce, consentendo a Cristo di insegnare per bocca sua... Ogni catechista dovrebbe poter applicare a se stesso la misteriosa parola di Gesù: "La mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato" (⇒ Gv 7,16)” [Giovanni Paolo II, Esort. ap. Catechesi tradendae, 5].

428 Colui che è chiamato a “insegnare Cristo”, deve dunque cercare innanzi tutto quel guadagno che è la “sublimità della conoscenza di Cristo”; bisogna accettare di perdere tutto, “al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui”, e di “conoscere lui, la potenza della sua Risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti” (⇒ Fil 3,8-11).

429 Da questa amorosa conoscenza di Cristo nasce irresistibile il desiderio di annunziare, di “evangelizzare”, e di condurre altri al “sì” della fede in Gesù Cristo. Nello stesso tempo si fa anche sentire il bisogno di conoscere sempre meglio questa fede. A tal fine, seguendo l'ordine del Simbolo della fede, saranno innanzi tutto presentati i principali titoli di Gesù: Cristo, Figlio di Dio, Signore (articolo 2). Il Simbolo successivamente confessa i principali misteri della vita di Cristo: quelli della sua Incarnazione (articolo 3), quelli della sua Pasqua (articoli 4 e 5), infine quelli della sua glorificazione (articoli 6 e 7).

mercoledì 30 marzo 2011

Verità della Fede - X parte

Torna come consueto l'appuntamento del mercoledì con gli approfondimenti sulle "Verità della Fede" attraverso le attente analisi di Sant'Alfonso Maria de' Liguori: oggi il Santo Vescovo Dottore della Chiesa e Fondatore dei Redentoristi risponde alle affermazioni di Locke, dimostrando in questo quarto paragrafo del Cap. VI, come il pensiero e le idee sono di natura spirituale:






Verità della fede

di Sant'Alfonso Maria de' Liguori

§. 4. Di quel che dice Locke sopra lo stesso punto.

30. Questo autore1 nel suo libro de Intellectu humano s'impegnò a dimostrare specialmente due cose: la prima che tutte le idee vengono a noi dai sensi: l'altra che così le idee, come i giudizj e i raziocinj, non sono altro che mozioni del cerebro per mezzo degli spiriti animali, o siano corpuscoli tramandati nel nostro cerebro dagli oggetti esterni.

31. In quanto alla prima proposizione non occorre fermarci; poiché i sensi non possono dare altre idee che delle cose sensibili; ma noi, come si è detto, certamente abbiamo le idee di molte cose che non sono soggette ai sensi, come sono le idee della bontà e della sapienza, della giustizia, della malizia degli atti, dell'essenza e proprietà degli oggetti e simili. Onde non è vero che tutte le idee a noi vengano da' sensi.

32. In quanto poi alla seconda proposizione che tutti i pensieri, giudizj o raziocinj non sono che mozioni fatte nel nostro cerebro per mezzo de' corpuscoli posti in moto, ella è più falsa della prima; ma qui bisogna fermarci alquanto per confutarla e sciogliere tutte le opposizioni di Locke, benché molte cose già si son dette di sopra. Egli, quantunque dice che noi non possiamo aver l'idea d'una materia pensante, scrive non però che tutti i pensieri non sono che mozioni della materia, o sia degli spiriti materiali. Ma è chiaro che dal moto della materia non può nascere altro effetto che una nuova figura, nuova estensione o nuovo sito; ma qual connessione hanno queste qualità col pensiero, che non ha né figura, né estensione, né sito?

33. Inoltre il pensiero consistente nel moto de' corpuscoli secondo Locke non è altro che gli stessi corpuscoli posti in moto. Or questo pensiero o si suppone indivisibile, in modo che stia tutto nella massa de' corpuscoli, tutto in ciascuno di essi; o si suppone diviso in modo, che una parte del pensiero 
stia in una parte de' corpuscoli, e l'altra nell'altra. Il primo ripugna all'azione materiale, il secondo ripugna alla natura del pensiero. Parlando del primo supposto, che il pensiero sia nella massa e tutto in ogni corpuscolo, non può aver cammino; perché ogni azione materiale è necessariamente divisibile, onde dee esercitarsi tutta in tutto il soggetto e parte in parte; ma se si esercitasse tutta in tutto il soggetto, e tutta in ogni parte, ella sarebbe indivisibile, onde non sarebbe più materiale. Parlando poi del secondo supposto, cioè che una parte del pensiero sia in una parte de' corpuscoli, e l'altra nell'altra, neppure può sussistere; perché in tal modo il pensiero sarebbe diviso. E in tal modo potrebbe esser divisa anche l'idea della giustizia, della malizia o di altri soggetti puramente spirituali detti di sopra. Ma chi mai può dire che tali idee sieno divisibili, essendo i loro oggetti solamente intelligibili e non materiali?


34. Inoltre il pensiero non è che un'azione d'una sostanza semplice; onde non può consistere nel moto di più particelle. Che il pensiero sia azione d'una sostanza semplice, si prova dal vedere che il principio dal quale i pensieri provengono, si concepisce come indivisibile, e da quello talmente nascono i pensieri, che tutti al medesimo ritornano come loro fonte, ed ivi dimorano e si congiungono, senza che l'uno escluda o perturbi l'altro. Ma se i pensieri fossero materiali, essendo essi corpuscoli, dovrebbero mutuamente l'un l'altro escludersi o confondersi, e non potrebbero mai convenire in un principio, o sia in un punto indivisibile; perché ciascuno occuperebbe il suo luogo, e così non potrebbero unirsi tutti in un centro, ma l'uno perturberebbe l'altro. E così non può mai concepirsi come i pensieri possano esser formati dalla materia col moto delle sue particelle.

35. Locke fa tre obbiezioni. Dice in primo luogo: a noi non è lecito limitare l'onnipotenza di Dio; onde come possiamo dire che Dio non può fare che la materia pensi? Il Voltaire1 poi nelle sue Lettere filosofiche tratta da sciocchi coloro che si oppongono a questa idea di Locke. Egli per altro condanna chi fa produrre i pensieri dalla materia, e non lascia di confessare che ripugna materia e pensiero. Ma poi ricorre con Locke all'onnipotenza di Dio, e tratta da sciocco ed anche da empio chi in ciò gli contraddice; ed indi si avanza a dir male della chiesa cattolica come senza religione, perché riprova questa lor opinione. Ma rispondiamo al signor Locke ed al signor Voltaire che Dio può tutto, ma non può fare ciò che ripugna; come ripugna che la natura di una cosa sia natura di un'altra cosa diversa: onde siccome Dio non può fare che la natura del circolo sia la stessa del triangolo, o che la natura dell'acqua sia la stessa di quella del fuoco; così parimente non può fare che la materia abbia la natura dello spirito, perché ciò non meno ripugna di quello che il circolo abbia la natura del triangolo, e l'acqua abbia la natura del fuoco.

36. Lo stesso Locke confessa2 che Dio può produrre tutto ciò che non involve contraddizione; sicché Iddio può tutto, ma non può fare che due proposizioni tra loro contraddittorie sieno ambedue vere; perché l'esser contraddittorie e l'esser vere ambedue è cosa impossibile, e Dio non può fare che l'impossibile sia possibile. Il concepire la materia pensante è concepire una cosa impossibile, mentre sono cose totalmente contraddittorie materia e pensiero: la materia è divisibile, il pensiero è indivisibile. Che ogni essere pensante sia indivisibile, Locke non lo nega, anzi volendo provare l'esistenza di Dio, lo stabilisce per fondamento. Egli ne' suoi Saggi filosofici3 dice così: Se 
la materia fosse il primo essere eterno e pensante, non vi sarebbe un essere unico, eterno, infinito e pensante, ma un numero infinito di esseri eterni e pensanti, che sarebbero tutti indipendenti l'uno dall'altro; ma le forze di ciascuno sarebbero limitate, e le idee distinte, e per conseguenza non potrebbero produrre mai quell'ordine e quell'armonia che nella natura si osservano. Or lo stesso diciamo noi. Se l'essere pensante dell'uomo fosse materia, non sarebbe più unico, ma sarebbero tanti innumerabili esseri pensanti, quante sono le particelle della materia pensante, e sarebbero tutti distinti e indipendenti l'uno dall'altro; sicché non potrebbero mai formare un pensiero compito e tanto meno un raziocinio. Così parimente se l'uomo non fosse altro che la materia pensante, vi sarebbero in esso innumerabili idee ed innumerabili voleri l'uno diverso dall'altro. E questo è quello ch'è impossibile, cioè che il pensiero, il quale è unico, semplice e indivisibile, sia nello stesso tempo composto, multiplice e divisibile.


37. Ma la maraviglia si è che il sig. Locke nel citato capo 10. confessa già che la materia non può produrre il pensiero, giungendo a dire: Tanto è contrario all'idea della materia, ch'è priva di sentimento, il poter produrre da sé movimento, percezione e conoscenza, quanto è contrario all'idea d'un triangolo il fare angoli che sieno maggiori di due retti. Così egli parla, e parla giusto; ma avendo ciò detto, come poi può mettere in dubbio se la materia pensi, e dire: Ma noi non sappiamo quel che può fare Iddio? Sì, non sappiamo quel che Dio può fare; ma sappiamo che non può fare ciò ch'è impossibile, qual'è che sieno compatibili due cose tra loro contraddittorie, che le tenebre sian luce; siccome dunque sappiamo che le tenebre non ponno produrre la luce, così anche sappiamo che la materia non può produrre il pensiero.

38. Replica Locke, e dice: Iddio ch'è spirito non crea la materia dal niente? E perché poi non può fare che la materia produca il pensiero? Rispondo: che Dio essendo spirito crei la materia, non è contraddizione; perché Iddio come onnipotente, benché non sia materia, contiene nondimeno eminentemente l'esser materiale nella potenza che ha di crearlo. Iddio dunque come onnipotente ben può produrre così il pensiero, come la materia; ma non può fare che la materia per se stessa produca il pensiero; perché in tal modo il pensiero non sarebbe prodotto da Dio, ma dalla materia; e questo è quel che non può essere, perché Dio non può fare che la causa comunichi all'effetto una cosa che non ha. Niuno stromento può produrre un effetto diverso dalla propria essenza: p. e. uno stromento meccanico il quale ha parti non può operare sopra d'un soggetto che non ha parti; e così la materia che ha parti non può essere stromento a produrre il pensiero che non ha parti, né può operare sopra lo spirito, che parimente è privo di parti. Oltreché, se mai Dio volesse produrre il pensiero in qualche oggetto materiale, in tal caso non sarebbe la materia, ma lo stesso Dio che produce il pensiero; mentre la materia è affatto incapace di poter produrre alcun pensiero. Ma soggiunge il Voltaire: Noi non possiamo concepire tutte le proprietà della materia, né sappiamo come una sostanza pensi, e come abbia delle idee. Ma da ciò, rispondo, che può egli dedurne? Perché non sappiamo le proprietà della materia, e come l'uomo pensi ed abbia le sue idee, perciò la materia può pensare? Quantunque ignoriamo queste cose, sappiamo però per certo che la materia non può esser pensiero, né produrre il pensiero; perché la materia ha parti ed è divisibile, e il pensiero non ha parti ed è indivisibile.

39. Dice Voltaire che Dio può comunicare agli organi più delicati dell'uomo la facoltà di pensare. Ma che? Forse egli si figura, dice il p. Valsecchi, d'innestare il pensiero al cerebro dell'uomo, come s'innesta il vaiuolo al braccio del fanciullo? Se il pensiero è 
cosa materiale, non può avere altro effetto che materiale di estensione, di moto o di figura. E non giova ricorrere alle qualità occulte, quando vi è ripugnanza di essenza e d'incapacità di natura. La ripugnanza poi tra il pensiero e la materia è evidente per tutte le ragioni di sopra addotte, e specialmente per quella che già si è toccata e meglio si esporrà qui appresso, cioè che l'oggetto che pensa è semplice ed uno senza parti; ma la materia necessariamente è composta di più parti, delle quali niuna avrebbe la percezione intiera del pensiero, poiché il pensiero sarebbe diviso in tante parti, quante sono quelle che avessero la virtù di percepire. Dice Pietro Bayle che questo argomento dell'unità necessaria per comprendere intieramente il pensiero, è un'obbiezione insuperabile contro coloro che difendono la materia pensante; mentre scrive che, se il pensiero si formasse coll'impressione o sia azione delle parti corporee, da ciò niun atto di cognizione risulterebbe; oppure questi atti di cognizione sarebbero differenti assai da quelli che in noi sperimentiamo, giacché questi tutto intiero l'oggetto ci rappresentano, prova evidente che il soggetto in noi impressionato dall'intiera immagine di questi oggetti non è divisibile in più parti, ed in conseguenza che l'uomo, in quanto pensa, non è corporeo o materiale. Ma passiamo alle altre opposizioni che fa Locke.


40. In secondo luogo egli oppone che ben si vedono più cose artificiose ridotte dall'uomo alla massima perfezione; perché dunque, dice, non può Dio, la cui sapienza supera infinitamente quella dell'uomo, ridurre la materia a tal perfezione che abbia forza di pensare? A ciò si dà la stessa risposta di sopra, della ripugnanza che vi è fra la sostanza materiale e la sostanza pensante; mentre Dio può creare nuove nature, può distruggere tutte le create, ma non può fare che la natura d'un oggetto sia natura d'un altro diverso. Se Dio potesse fare che la materia pensasse, potrebbe dirsi ancora che Dio potrebbe ridurre un legno ad essere così perfettamente lavorato e composto, che potesse avere tutti gli atti d'intelletto e di volontà.

41. In terzo luogo oppone che i bruti, quantunque non sieno altro che materia, e il loro spirito non sia che una sostanza materiale, pure vediamo che percepiscono a lor modo le cose che loro si presentano, ed hanno la memoria de' beneficj e de' maltrattamenti dagli altri ricevuti; dunque, conclude, la materia è capace di percepire. In ciò è vero che Cartesio con altri han tenuto esser i bruti automi e pure macchine materiali senza spirito. Altri però (e questa oggidì è l'opinione più abbracciata) vogliono che le bestie abbiano anima e cognizione, ma molto rozza ed imperfetta, almeno in quanto al modo di pensare. Del resto poco importa che non si sappia di queste opinioni quale sia la vera. Non perché ignoriamo alcune cose oscure, dobbiam negare le chiare e certe, qual'è che la materia non può pensare. Se Locke vuole che le anime de' bruti abbiano qualche simiglianza alle nostre, allora diremo che quelle sono spirituali; se poi vuole che quelle sieno materiali, ed allora diremo che le anime de' bruti differiscono essenzialmente dalle nostre, che sono certamente spirituali. Che se ne faccia poi delle anime dei bruti in morte, vedi quel che si dirà nella parte II. cap. XVIII. n. 12.

42. Per altro son troppo chiare le ragioni con cui si prova che il pensare s'appartiene alle sostanze spirituali, e non già alle materiali. Ma per fermare maggiormente questo punto, posto che il pensare spettasse alla materia, si dimanda a Locke, se pensano tutte le parti del cerebro, o alcune pensano ed altre no? Se dice che tutte pensano, non può dirlo; perché se pensassero tutte le parti della sostanza del cerebro, o il pensiero sarebbe tutto in ogni parte della materia, o parte sarebbe in una e parte in un'altra. Non può dire che il pensiero sarebbe in ciascuna parte della materia; perché così sarebbero 
tante sostanze pensanti, quante sono le parti del cerebro: ma noi siamo certi, che quel che pensa dentro di noi, è una e semplice cosa, e non già molte che pensano. Non può dire neppure che il pensiero parte sta in una parte della materia, e parte in un'altra; poiché in tal modo il pensiero sarebbe una cosa estesa, ed avrebbe una forma distinta: sarebbe inoltre diviso in parti, onde niun di noi potrebbe affermare di percepire intieramente qualche oggetto, poiché una parte del pensiero percepirebbe una parte dell'oggetto, ed un'altra parte percepirebbe l'altra. Né può dirsi che l'unione poi di tutti questi pensieri divisi percepirebbe tutto l'oggetto, essendoché le parti divise del cerebro non sanno ciò che percepiscono le altre parti.


43. Se poi dicesse Locke che le parti del cerebro non tutte pensano, allora bisognerebbe per via di moto, di quiete e di sito assegnare il luogo alle parti che pensano, ed a quelle che non pensano. Ma tutte queste variazioni di moto e di sito non possono formare il pensiero; giacché essi medesimi i materialisti dicono che la variazione del moto e della collocazione de' corpi non produce effetto nuovo; e se essi nol dicessero, ognuno ben capisce che simili variazioni di moti e siti delle parti materiali non possono mai formare il pensiero. Sicché in qualunque modo Locke faccia consistere il pensiero nelle parti materiali, non potrà mai far concepire che la materia pensi. Ma udiamo finalmente quel che dice su questo punto Benedetto Spinoza, che fu il principal maestro della materia pensante.

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1 Giovanni Locke nacque in Inghilterra nell'anno 1632. ed ivi ancora morì nel 1704 in età di anni 73 dopo avere scritti più libri dell'Imperio Civile, della Tolleranza ed altri. ma specialmente scrisse un'opera sull'Intelletto umano, nella quale sparse gli errori che qui si confutano.

1 Il sig. Voltaire nacque in Francia, di là passò in Inghilterra, dove prima fu poeta di drammi, e poi diventò filosofo; ma filosofo infelice ed empio, mentre disse più cose contro la religione e la fede.

2 Loc. cit. c. 10. p. 163.

3 L. 4. c. 10. n. 10.